Polonia e Ungheria 1956: l’inizio della fine del sistema staliniano

Pubblichiamo questo testo di Antonio Moscato (2006), tratto dal suo sito “Movimento operaio”. Si tratta di un testo che fa luce sulla lotta interna tra le diverse correnti della burocrazia sovietica e sulle indecisioni che la attraversarono di fronte allo scontento sociale che si andava accumulando in particolare in Polonia e Ungheria nel 1956. Processi, epurazioni, dirigenti che raggiungono i massimi vertici del potere per poi essere magari incriminati e giustiziati: ce ne sarebbe abbastanza per nutrire la fantasia delle peggiori serie televisive. Eppure non si trattò di finzione, ma di una tragica verità. L'intera storia della burocrazia operaia nei paesi del cosiddetto socialismo reale ci appare come un grande e incredibile 1984 di Orwell. Queste lotte intestine non riflettevano una generica “natura umana” con la sua bramosia di potere. Avevano una base materiale.

Dietro alla fraseologia unitaria e all’apparenza monolitica, si nascondeva la profonda instabilità e divisione della casta burocratica che dominava gli Stati operai degenerati. L’instabilità trovava le proprie radici nella sua natura sociale: tale burocrazia non era una classe sorta come naturale risultato dello sviluppo storico, con la sua fase di ascesa e declino legata allo sviluppo delle forze produttive. Era una escrescenza nata ai margini del processo storico: il risultato di una rivoluzione operaia rimasta intrappolata nei confini nazionali di una economia arretrata come quella della Russia degli anni '20.

Era quindi una casta innecessaria da un punto di vista storico: la sua esistenza non facilitava lo sviluppo delle forze produttive ma le ostacolava. Incapace di sviluppare lo stimolo alla produzione attraverso la democrazia consiliare e il controllo operaio, la burocrazia operaia oscillava sempre tra due errori speculari: o il tentativo di reintrodurre forme di “mercato” controllato o quello di far marciare l'economia con la disciplina della frusta. Ed è attorno a queste due alternative che spesso si andavano a cristallizzare e a dislocare le correnti e gli scontri di potere interni all'apparato: con dirigenti che in alcuni momenti si collocavano a destra del dibattito nascondendo le proprie aperture al mercato con una fraseologia “democratica” e altri che osteggiavano ogni “riforma liberale” per paura di perdere il controllo della situazione.

Il testo di Moscato aiuta anche a chiarire il comportamento di Nagy e come al momento opportuno tutti gli attori internazionali (da Tito a Mao, fino alle potenze capitaliste) lasciarono sola la rivoluzione ungherese. Come viene spiegato nell'articolo, negli archivi del Pentagono fu trovato un cablogramma inviato a Mosca dagli Usa: “gli Stati Uniti non hanno interessi in Ungheria”.


 

Polonia e Ungheria 1956: l’inizio della fine del sistema staliniano

Cinquant’anni fa cominciava lo sgretolamento del sistema staliniano. La manifestazione più clamorosa fu l’insurrezione vittoriosa di Budapest tra il 23 e il 30 ottobre, che abbatté il regime e i suoi simboli, a partire dall’enorme statua di Stalin, e disorientò una parte delle truppe sovietiche presenti nel paese, che dovettero essere ritirate e sostituite con truppe appena arrivate che ignoravano tutto del paese e poterono quindi essere scagliate senza troppi rischi contro la nuova Ungheria indipendente (usando la forza di sedici divisioni e 2000 carri armati).

La crisi, ignorata allora e poi ancora per più di trent’anni dai partiti comunisti (compreso quello italiano, che ha preteso poi falsamente di aver capito tutto e di essersi dissociato in tempo...), era cominciata già da qualche anno. L’enorme estensione dell’area di influenza sovietica ottenuta con le armi al termine della seconda guerra mondiale appariva un rafforzamento, ma preparava il dissolvimento dell’impero. Il primo sintomo era stata la rivolta operaia di Berlino Est del giugno 1953 (pochi mesi dopo la morte di Stalin), che aveva fatto tremare il regime tedesco orientale e aveva dovuto essere repressa dai carri armati sovietici. Per decenni nel PCI quel sanguinoso episodio (nei rari casi in cui era stato ricordato) era stato attribuito alla “sobillazione” dei servizi segreti occidentali e, ovviamente, alla “naturale predisposizione” dei tedeschi al nazismo. Questa interpretazione praticamente razzista sorvolava sul fatto che nell’immediato dopoguerra in Germania c’era stato un massiccio esodo di fascisti verso occidente, e viceversa di comunisti e socialdemocratici verso oriente, dove si sognava di poter costruire finalmente una società socialista. Erano stati la fame e il terribile carico di lavoro dovuto al continuo taglio dei tempi del cottimo a innescare la protesta e poi, dopo la repressione, la rivolta.

In realtà il gruppo dirigente sovietico aveva capito bene di che si trattava. Paradossalmente il primo a sentire il campanello d’allarme era stato il terribile Lavrentij Berjia, che aveva meglio di ogni altro, come capo della polizia e dei servizi segreti, il polso del paese, e sapeva quanto materiale esplosivo si accumulava nella stessa URSS. Si precipitò a Berlino e propose subito misure riformiste e l’avvio di una distensione con la Germania Ovest in vista di una possibile riunificazione (alla sola condizione della neutralità e del disarmo dell’intero territorio). Intanto appoggiava anche in Ungheria un cambio sostanziale, affiancando al turpe stalinista Rakosi il riformista Imre Nagy, che conosceva bene perché era stato a lungo rifugiato in URSS. Pensava che un uomo come lui (che secondo molte testimonianze aveva collaborato col KGB negli anni Trenta) avrebbe rappresentato la garanzia che le necessarie trasformazioni del paese non avrebbero messo in pericolo l’URSS.

Ma al ritorno a Mosca Berjia fu arrestato e forse ucciso subito, anche se il “processo” sarebbe stato fatto sei mesi dopo la sua morte, ovviamente a porte chiusissime. L’atto di accusa in un processo staliniano non è mai attendibile, ma è sintomatico che nel suo caso, mentre non si faceva nessun riferimento agli enormi crimini compiuti al servizio di Stalin, si accennava a vecchi legami con l’imperialismo e alla volontà di liquidare la RDT... Anche i ministri tedesco orientali degli Interni Herrnstadt e della Sicurezza di Stato Zaisser, legatissimi a lui, furono destituiti e accusati dello stesso “complotto con i circoli guerrafondai della Germania occidentale”. Rakosi in Ungheria approfittava intanto della congiuntura per rimuovere Nagy.

Berjia, naturalmente, era stato tolto di mezzo non per le sue caute aperture riformiste ma per l’eccessivo potere che aveva nelle sue mani. Ma occorreva fare i conti con i tanti sintomi della crisi. Il gruppo che reggeva l’URSS, composto da Chruščëv, Malenkov, Molotov, dovette cominciare a ridimensionare il sistema dei campi, “l’arcipelago GULag”, in cui già alla morte di Stalin e poi all’annuncio della condanna di Berjia erano esplose rivolte temibili. Alcune misure blandamente riformiste erano state annunciate dallo stesso grigio Malenkov, che aveva caldeggiato uno spostamento degli investimenti verso l’industria leggera. Erano stati soprattutto bloccati i prelievi forzati di macchinari e prodotti di ogni genere dalla Germania Est, che sotto Stalin era stata praticamente dissanguata portando via migliaia di fabbriche ad alta tecnologia e costringendo le altre rimaste nel paese a lavorare a ritmi insopportabili per pagare i danni di guerra all’URSS. Era stata una scelta assurda: gli Stati Uniti aiutavano a risorgere la Germania Ovest dove si erano rifugiati tanti nazisti, mentre l’URSS faceva pagare i danni proprio agli antinazisti che erano accorsi all’est.

Ma per uscire dalla crisi occorreva ben altro. Per questo Chruščëv, forse forzando la mano a parte del Politbjuro, tentò col “Rapporto segreto” al XX Congresso del PCUS del febbraio 1956 di “rivelare” una parte dei crimini di Stalin, per attribuire al dittatore scomparso le responsabilità di tutto. Una “destalinizzazione” fatta in perfetto stile staliniano.

Chruščëv non aveva previsto le conseguenze: una serie di sconvolgimenti a catena nei partiti comunisti in occidente, ma soprattutto in quelli portati dall’Armata rossa al potere in paesi che avrebbero desiderato tutt’altro regime, come la Polonia e l’Ungheria.

In entrambi i paesi i partiti comunisti alla fine della guerra erano stati collocati al potere, nonostante fossero piccoli e deboli, perché erano stati privati di gran parte dei quadri dirigenti dalla repressione staliniana nel corso degli anni Trenta. Molti di quei crimini, come la condanna a morte del fondatore del partito ungherese Bela Kun, o lo scioglimento del partito comunista polacco (con annesso sterminio di tutto il gruppo dirigente polacco rifugiato in URSS) furono controfirmati da Togliatti, allora tra i massimi dirigenti del Comintern.

La denuncia Chruščëviana dei crimini di Stalin, ancorché lacunosa e discutibile, spinse molti comunisti sopravvissuti alla repressione a chiedere l’allontanamento di chi era stato collocato dall’URSS alla testa del loro partito e del loro paese. Mentre questo processo era in corso, e investiva molti paesi, compresa l’Italia dove fu contestato Togliatti, che aveva nascosto agli altri dirigenti perfino l’esistenza del “Rapporto segreto”, entrarono in scena le masse operaie polacche. A Poznan gli operai della fabbrica di locomotive Zispo in lotta scesero in strada nel giugno 1956 catalizzando la protesta del resto della classe operaia di quella città, e anche di molti giovani. I cortei, con tanto di bandiere rosse e canto dell’internazionale, furono stroncati dalle mitragliatrici e dai carri armati con un bilancio di oltre 50 morti e centinaia di feriti e arrestati, che non poté essere nascosto al mondo per la presenza di molti imprenditori stranieri per la Fiera che si teneva in quella città.

Questo episodio spinse il Cremlino a frenare i processi di rinnovamento (anche se decise di sospendere i prelievi di generi alimentari dalla Polonia, che ottenne al contrario qualche aiuto economico, visto che le proteste operaie erano contro i ritmi di lavoro ma anche contro i prezzi e le difficoltà di approvvigionamento), ed ebbe ripercussioni perfino in Cina, dove Mao, inizialmente intenzionato a sviluppare la critica dello stalinismo, cominciò a temere che Chruščëv fosse un apprendista stregone e bloccò ogni apertura annunciata (i “Cento fiori”).

Ma se nella Germania “democratica”, in Cecoslovacchia, in Romania, ecc., il processo di rinnovamento poteva essere momentaneamente bloccato, in Polonia e in Ungheria era diventato inarrestabile.

In entrambi i casi una parte del gruppo dirigente era convinto di dover cambiare qualcosa. In Polonia, per giunta, il segretario generale del POUP Bierut era morto di infarto al rientro dal XX Congresso del PCUS, ed era stato scelto al suo posto un personaggio scialbo come Ochab, ma presto si cominciò a pensare di richiamare Gomulka, che era stato eletto segretario del partito durante la guerra, in un momento in cui erano interrotte le comunicazioni con Mosca; era poi stato rimosso, accusato di titoismo e di non volere la collettivizzazione dell’agricoltura e torturato a lungo per ottenere una confessione analoga a quelle che permisero il processo Rejk a Budapest e quello a Slanski a Praga. La sua salvezza fu dovuta al testardo rifiuto di confessare, e alla sopraggiunta morte di Stalin. La sua carta vincente nel 1956 fu che alle masse appariva “antistalinista” in quanto vittima di Stalin, senza esserlo affatto, come dimostrò ben presto. I suoi colleghi nell’apparato sapevano invece di poter contare su di lui.

La notizia della sua prossima elezione alla testa del partito, per la seconda volta senza il consenso sovietico, indusse l’intero Politbjuro sovietico, con Chruščëv alla testa (ma scortato significativamente dal capo delle truppe del Patto di Varsavia, maresciallo Konev e da altri 11 generali in alta uniforme) a precipitarsi a Varsavia. Ma non trovarono un solo membro del Politbjuro polacco, Ochab compreso, disposto a subire l’imposizione di Mosca. Chruščëv dovette accettare per il momento l’elezione di Gomulka, soprattutto perché stava ribollendo la pentola ungherese, a cui invano era stato posto un debole coperchio.

Il “coperchio” si chiamava Erno Gerö, che era stato per decenni il più stretto collaboratore di Mattias Rakosi, lo “Stalin ungherese” e non brillava per intelligenza. Incapace di fermare il fermento degli intellettuali riuniti intorno al circolo Petöfi, le cui riunioni venivano seguite da migliaia di persone nelle strade adiacenti, tentò di eludere le richieste di giustizia della vedova di Laslo Rejk scaricando la colpa dell’assassinio legale su un suo subalterno e negando l’autorizzazione per un funerale pubblico delle spoglie del dirigente ucciso (che erano state nascoste per anni alla stessa famiglia). Ma al funerale “privato” e “familiare” accorse una folla straordinaria di centinaia di migliaia di cittadini, che presero così coscienza della loro forza.

Sotto la pressione sovietica per mesi non si era voluto richiamare alla testa del partito e del governo tanto Nagy quanto Kadar, che come Gomulka era stato incarcerato e torturato. Lo si farà solo dopo il 23 ottobre, quando le manifestazioni di massa sono diventate enormi, hanno attaccato le sedi della radio e del giornale del partito e altri palazzi pubblici, e cominciano a linciare gli sbirri che sparano sulla folla.

Imre Nagy esita a lungo prima di accettare, e apparirà non a torto incerto ai suoi sostenitori. In realtà non può svolgere un ruolo analogo a quello di Gomulka in Polonia perché da un lato ha una feroce fronda di una parte notevole del vecchio gruppo dirigente, dall’altro è sospinto da una ondata rivoluzionaria che non accetta mediazioni. Nel corso della lotta ricompaiono anche alcuni residuati del passato hortysta, e clericali intransigenti legati al card. Mindszenty, che a differenza del suo prudente omologo polacco Wyszynsky vuole tutto e subito, e manifesta un aggressivo spirito revanscista. Sono comunque minoranze insignificanti rispetto alla partecipazione massiccia della classe operaia, che riscopre i consigli operai che avevano caratterizzato già la rivoluzione del 1919. Ma se i sovietici e i loro vassalli usano propagandisticamente le sparate clericali di Mindszenty o la presenza di qualche nobile rientrato in patria, in realtà hanno paura proprio e soprattutto della rete di consigli operai, che ha una forza contagiosa.

Non solo molti alti ufficiali e poliziotti ungheresi si uniscono alla rivoluzione, ma anche una parte delle truppe sovietiche si lasciano toccare dagli argomenti degli insorti. Tra l’altro in un paese come l’Ungheria lo studio del russo era diventato pressoché obbligatorio, ed era così possibile dialogare facilmente con i sovietici, che sono stati fatti intervenire dalla mattina del 24 ottobre con una decisione unilaterale presa da Chruščëv. Dopo alcuni giorni in cui erano entrati in Ungheria altri 30.000 soldati sovietici con carri armati leggeri e pesanti, artiglieria antiaerea, caccia e bombardieri, dovettero essere ritirati per molteplici ragioni. In primo luogo non avevano fermato la mobilitazione popolare, e, soprattutto dopo il 25 ottobre, quando i residui disperati della polizia politica AHV provocarono centinaia di morti sparando su una folla disarmata dal tetto del ministero dell’agricoltura, erano aumentati i casi di fraternizzazione di soldati e ufficiali sovietici con gli insorti.

Il 30 e 31 ottobre i sovietici annunciano il ritiro delle loro truppe, che in parte si limitano a lasciare la capitale e le città più importanti, in parte lasciano effettivamente il paese, ma solo per essere sostituite da contingenti ancora maggiori di truppe fresche e immuni dal contagio rivoluzionario. Va detto che lo stesso avverrà nel 1989 a piazza Tien Anmen, quando i soldati che presidiavano da molte settimane la piazza e avevano stabilito rapporti cordiali con studenti e lavoratori dei sindacati autorganizzati furono ritirati per essere sostituiti da truppe provenienti dalle minoranze nazionali o dalle province più lontane, che non parlavano e soprattutto non capivano il pechinese: evidentemente i burocrati quando sono in pericolo studiano attentamente le esperienze precedenti...

Perché nei primi giorni gli insorti avevano trionfato rapidamente e con poche centinaia di perdite, mentre quando le truppe sovietiche rientrarono nel paese la resistenza fu schiacciata abbastanza rapidamente anche se in modo terribilmente cruento? Alcuni dei protagonisti ne attribuirono la responsabilità alle incertezze di Nagy, che voleva evitare di fornire il pretesto a una deflagrazione di una guerra mondiale che avrebbe finito per essere atomica. Nagy si sbagliava: l’occidente abbaiava un po’, ma non aveva intenzione di mordere. Negli archivi del Pentagono Miklos Vasharelyi, che fu stretto collaboratore di Nagy, ha trovato molti decenni dopo un cablogramma che assicurava Mosca: “gli Stati Uniti non hanno interessi in Ungheria”. Come dire: fate quello che volete, come noi facciamo nella nostra area.

Nagy comunque sperava in una mediazione jugoslava. La Jugoslavia invece lo ingannò su molti piani, tra l’altro offrendogli un salvacondotto che lo lasciò nelle mani dei sovietici e quindi del boia. Tito, non meno di Mao, che approvò ed anzi incoraggiò la repressione, aveva paura di una rivoluzione antiburocratica appoggiata sui consigli operai.

In ogni caso, al di là delle incertezze e del disorientamento, pesò l’enorme sproporzione di forze sul terreno militare: liberarsi dagli oppressori interni era stato relativamente facile ed era costato solo qualche centinaio di vite umane, resistere alle migliaia di carri armati sovietici che sparavano a zero sulle case e sulle fabbriche risultò ben più difficile, tanto più dopo la defezione del nuovo segretario del partito, Janos Kadar, che accettò di collaborare con i sovietici “per evitare il peggio”.

Alcuni comunisti hanno attribuito a Nagy la responsabilità del secondo intervento, per il discorso in cui annunciava l’uscita dell’Ungheria dal Patto di Varsavia, ma in realtà la dichiarazione era stata fatta quando le truppe sovietiche stavano già ritornando nel paese, e aveva lo scopo di privare di qualsiasi legittimità l’intervento militare. Uno dei sopravvissuti del gruppo più vicino a Nagy, il colonnello Bela Kiraly, ha detto che il primo ministro era stato ingannato dalle continue visite di Andropov, che comandava il KGB in Ungheria, inviato da Chruščëv un po’ per tranquillizzarlo, ma forse anche perché sperava che gli insorti lo catturassero (col risultato di prendere due piccioni con una fava: togliere di mezzo un personaggio che non amava, e avere un utile casus belli). Secondo Kiraly, Nikita Chruščëv temeva il contagio della rivoluzione, ma aveva anche e soprattutto timori per la sua stessa sorte, che sentiva minacciata da un possibile golpe di Molotov e Kaganovic, che lo consideravano troppo debole.

Kiraly parla apertamente di una trappola tesa da Tito a Nagy, ma in effetti tutto il mondo comunista si era ricompattato di fronte al pericolo mortale del successo di una rivoluzione proletaria come quella ungherese. Uno degli scritti più lucidi di bilancio del successo della rivoluzione e della successiva sconfitta militare imposta dai rapporti di forza militari e politici, circolato allora in Ungheria con lo pseudonimo di Hungaricus, attribuiva non a torto parte della responsabilità della repressione alla viltà o complicità dei partiti comunisti occidentali (in particolare di quello italiano) e soprattutto a Togliatti, che aveva deluso molto chi per qualche tempo lo aveva creduto il principale  paladino della destalinizzazione. È ben noto oggi che Togliatti non solo non disse una parola per evitare la condanna a morte di Nagy e di altri comunisti, ma si preoccupò solo di ottenerne il differimento a dopo le elezioni italiane, per non doverne pagare il prezzo in termini di voti.

La Cina di Mao ugualmente si guardò bene dal dissociarsi dall’URSS (come farà strumentalmente dodici anni dopo di fronte all’invasione della Cecoslovacchia) e casomai ricavò la lezione che non si dovesse concedere nulla alle rivendicazioni delle masse. La libertà di ricerca culturale annunciata da Mao nella primavera del 1956 con la proposta “Che cento fiori fioriscano, che cento scuole di pensiero si confrontino” fu bloccata e sostituita dalla campagna per “stanare i serpenti nelle loro tane” e “sradicare le erbacce”, che portò a una massiccia epurazione di coloro che avevano preso sul serio l’invito al pluralismo nella cultura. I ritratti di Stalin furono rispolverati e si moltiplicarono: quello sulla piazza Tien Anmen vi rimase fino al 1989, quando fu tolto alla vigilia della visita di Gorbaciov.

Abbiamo già accennato al contesto internazionale che escludeva qualsiasi intervento dell’occidente capitalistico in difesa degli insorti. Perché d’altra parte avrebbero dovuto appoggiare una repubblica dei consigli operai? Bastava utilizzarne propagandisticamente il massacro, e versare lacrime ipocrite sul sangue versato.

La propaganda dei partiti comunisti tuttavia ha riproposto anche in tempi recenti una versione che fornisce all’URSS una poderosa (ma falsa) attenuante: la guerra di Suez. Nella versione più becera gli insorti e i loro sobillatori “americani” avrebbero approfittato di essa per mettere in difficoltà l’URSS, ma in ogni caso non esisteva nessuna correlazione tra i due processi, entrambi maturati da tempo. L’aggressione combinata di Israele, Gran Bretagna e Francia all’Egitto, era stata decisa da settimane prima che la crisi ungherese esplodesse. D’altra parte gli Stati Uniti furono molto preoccupati che quell’aggressione coloniale di vecchio tipo offrisse all’Unione Sovietica una preziosa occasione per ergersi a paladina del mondo arabo, e si accordarono con l’URSS per imporre il ritiro degli aggressori dall’Egitto. Chruščëv fece la voce grossa e ottenne dalla crisi di Suez un diversivo prezioso per far dimenticare il massacro di Budapest, o per presentarlo come la necessaria risposta a un’offensiva anticomunista condotta su molti piani.

Il grosso del movimento comunista internazionale accettò questa spiegazione, ed evitò di prendere atto della gravità e profondità di una crisi che si sarebbe manifestata ancora molte volte, nel 1968, nel 1970, nel 1980, fino al tracollo finale del 1989-1991, che assurdamente fu definito da molti imprevisto e “imprevedibile”. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire...

 

Antonio Moscato

(22 ottobre 2006)