Il rapporto fra sindacati e consigli di fabbrica

A differenza delle commissioni interne, i consigli di fabbrica sono eletti da tutti gli operai e non solo dagli iscritti al sindacato: mettono dunque insieme e rappresentano, in ogni fabbrica, la totalità dei lavoratori di quella fabbrica. Inoltre, non mirano alla mediazione con l’imprenditore, ma alla gestione diretta della fabbrica e della produzione, nell’interesse esclusivo dei lavoratori. Tutto questo mette in discussione il facile controllo che gli apparati sindacali potevano esercitare sul movimento tramite le commissioni interne ma, al contempo, mette anche chiaramente in discussione il controllo degli imprenditori sulle fabbriche stesse – e cioè, in definitiva, i rapporti di produzione e il controllo privato sui mezzi di produzione e sulla produttività, elementi sui quali si fondano società capitalista e Stato borghese. Pertanto, i consigli sono veri e propri organismi di contro-potere operaio.

Inevitabilmente, la nascita dei consigli a Torino apre un dibattito sulla natura stessa della democrazia operaia e sulle sue forme, che è al tempo stesso interno ed esterno al sindacato. È interno, in quanto coinvolge la polemica sulle parole d’ordine che il sindacato deve portare avanti nel movimento, ed è esterno in quanto va al di là di tale polemica e pone direttamente la questione del controllo operaio sulla produzione e, perciò, della trasformazione sociale.

 

I consigli di fabbrica sono la cellula fondamentale e il modello stesso della democrazia operaia. Come scrive Gramsci: “La dittatura proletaria può incarnarsi in un tipo di organizzazione che sia specifico della attività propria dei produttori e non dei salariati, schiavi del capitale. Il Consiglio di fabbrica è la cellula prima di questa organizzazione. Poiché nel Consiglio tutte le branche del lavoro sono rappresentate, proporzionalmente al contributo che ogni mestiere e ogni branca di lavoro dà alla elaborazione dell’oggetto che la fabbrica produce per la collettività, l’istituzione è di classe, è sociale. La sua ragion d’essere è nel lavoro, è nella produzione industriale, in un fatto cioè permanente e non già nel salario, nella divisione delle classi, in un fatto cioè transitorio e che appunto si vuole superare” (“Sindacati e consigli”, Ordine Nuovo).

 

La parola d’ordine, perciò, deve essere estendere i consigli su scala nazionale e connetterli. Questa è la via per far fare un salto di qualità al movimento nella direzione della trasformazione della società. Su questo punto la polemica contro i dirigenti sindacali, riformisti e anarchici, è feroce. Sia che tutelino la propria posizione di privilegio sia che compiano errori teorici, le direzioni sindacali non comprendono fino in fondo la natura dei consigli e la loro differenza fondamentale rispetto al sindacato. La stortura principale che Gramsci e l’Ordine Nuovo ravvedono è la confusione tra sviluppo del sindacato e sviluppo del processo rivoluzionario. Da qui, la necessità di chiarire (a) come e perché sindacato e consigli si distinguano e (b) come e perché il primo non possa incarnare a pieno il compimento della democrazia operaia, mentre i secondi sì. Alla messa a punto di questa distinzione saranno dedicati tre articoli, che qui pubblichiamo, scritti tra l’ottobre del ’19 e il giugno del ’20: “Sindacati e consigli”, “Sindacalismo e consigli” e “Il Consiglio di fabbrica”.

 

Come scrive Gramsci, i sindacati “sono il tipo di organizzazione proletaria specifico del periodo di storia dominato dal capitale. In un certo senso si può sostenere che esso è parte integrante della società capitalistica, e ha una funzione che è inerente al regime di proprietà privata” (“Sindacati e consigli”, Ordine Nuovo). Lo sviluppo del sindacato è lo sviluppo della lotta di classe sotto il capitalismo, all’interno dei confini del capitalismo. Ecco perché, per quanto possa ottenere, il sindacato si muoverà sempre all’interno dei confini della mediazione con il padrone. Al contrario, il processo rivoluzionario vuole rompere il meccanismo di quella mediazione: non si pone il problema di negoziare i diritti del lavoratore salariato, ma mira a sovvertire i rapporti di produzione e, in ultima analisi, a eliminare il lavoro salariato in quanto tale. Nello Stato operaio, il lavoratore nono è salariato ma produttore – e cioè soggetto attivo che non lavora sotto padrone ma decide attivamente, insieme agli altri lavoratori suoi pari, sulla produzione, che da faccenda privata diventa questione sociale. Il consiglio di fabbrica permette tutto questo. Per questa ragione, esso è la struttura che proietta i lavoratori dalla condizione passiva di salariati a quella attiva di produttori, e quindi l’incarnazione della democrazia operaia.

Sindacato e consiglio, dunque, hanno natura e funzioni distinte e non possono collassare l’uno sull’altro, pena il reciproco annullamento. Tuttavia, devono interagire: questa è una necessità teorica e storica. Tale interazione va dunque definita, e a questo Gramsci dedica un articolo nel giugno del ’20, pubblicato ancora con il titolo di “Sindacati e consigli”. Per come è descritto in questo articolo, il rapporto tra sindacato e consigli è dialettico: il sindacato disciplina e indirizza la naturale tendenza “alla guerra di classe” propria del consiglio, mentre quest’ultimo mantiene il primo in contatto diretto con la classe. La questione è trovare un punto di equilibrio virtuoso nella dialettica sindacato-consigli. Tale equilibrio può essere garantito solo da una direzione rivoluzionaria nel sindacato: essa organizza e dirige l’intervento degli operai sindacalizzati nel consiglio affinché questi ultimi ne siano maggioranza e direzione. Il ruolo dei comunisti è quindi quello di lottare per una direzione rivoluzionaria nel sindacato e nei consigli.