Le "Tesi d'aprile"

Le Tesi di Aprile, a guardar bene, non sono che alcuni appunti. Concetti accennati, direttive fugaci, imperativi politici. La storia in fondo è così: migliaia e migliaia di parole, scritti, libri, conoscenze accumulate in decenni… nei momenti decisivi si riassumono in qualche frase.E' quasi imbarazzante dover commentare tesi così sintetiche. Imbarazzante perché su queste tesi si potrebbe in verità scrivere un libro intero e al contempo non ci sarebbe bisogno di aggiungere una sola riga.Innanzitutto sono un fatto storico: Lenin, arrivato ad aprile in Russia dall'esilio svizzero, sente il bisogno di divulgare delle tesi personali con cui ribaltare la politica del partito. Il gruppo dirigente del bolscevismo si è dimostrato fino a quel momento confuso, incline all'opportunismo verso il Governo provvisorio. Tra quel gruppo dirigente c'erano ad esempio Stalin e Zinoviev e questo, come dicevamo, è un fatto.

E' un fatto che il partito bolscevico fosse un partito dove il singolo dirigente riteneva lecito pubblicare tesi in contraddizione con il resto del gruppo dirigente. Lenin si dimette dal Comitato Centrale per farlo, ma la sostanza politica non cambia: un singolo iscritto, anche se naturalmente con la sua autorità, pone al partito l'esigenza di cambiare linea. Invoca il congresso del partito e un cambio di rotta su guerra, Governo provvisorio e Soviet. Nessuna remora sull'unità del partito, nessuna lesa maestà nei confronti dei suoi dirigenti: solo la verità, il proprio pensiero e un senso di responsabilità verso le priorità politiche della lotta di classe. Quanto siamo distanti dal feticismo verso il partito e i suoi vertici che lo stalinismo di ogni latitudine inculcherà ad intere generazioni di militanti.

Le Tesi sono direttive ben scandite e chiare: nessuna concessione alle illusioni nella guerra “di difesa”, nessuna collaborazione con il Governo provvisorio, tutto il potere ai Soviet. Tuttavia non hanno nessun tono ultimatistico. “Spiegare pazientemente” ai lavoratori, ai contadini, ai soldati.

Spiegare pazientemente e, dopo aver terminato, ricominciare a spiegare pazientemente. Questa è la direttiva delle direttive per il partito, un partito che deve “riconoscere di essere minoranza”, capire la buona fede delle illusioni operaie, accompagnarle, smontarle con tatto, precisione. Gli slogan non servono ad alzare un muro tra il partito e l'ambiente difficile che lo circonda. Servono semmai ad aiutare a farsi strada tra le masse, a passare dall'essere minoranza a maggioranza.

Il modello a cui si ispirano le tesi è quello della Comune di Parigi, l'esperienza storica più avanzata a cui si può rifare Lenin. L'obiettivo, anche in Russia, è lo “Stato-comune”: “Sopprimere la polizia, l'esercito e il corpo dei funzionari. Lo stipendio dei funzionari - tutti eleggibili e revocabili in qualsiasi momento - non deve superare il salario medio di un buon operaio”. L'Urss di Stalin non avrà nulla a che vedere con quanto qua brevemente descritto da Lenin. Questo è un altro fatto inoppugnabile.

Non può mancare infine il riferimento, pur in poche righe, all'Internazionale. Formare una nuova Internazionale che sostituisca quella socialdemocratica non è atto facoltativo, è un punto dirimente collegato a tutto il resto della strategia e della tattica. Senza l'Internazionale, il resto delle Tesi non regge, non sta in piedi, non ha senso di darsi. Siamo solo a 7 anni dalla teorizzazione del “socialismo in un paese solo” di Stalin. Siamo in verità su un binario storico completamente differente.

Infine, nelle poche note esplicative in fondo alle Tesi, si cita Rosa Luxemburg e anche questo è un fatto. Un fatto che spesso sfugge. Piccolo ed enorme allo stesso tempo, che di per sé basterebbe a chiudere tutte le controversie storiche sul presunto conflitto tra Lenin e la Luxemburg.