La Rivoluzione di febbraio

“Il 23 Febbraio (8 Marzo del calendario gregoriano - ndr) era la ‘giornata internazionale della donna’. Nei circoli socialdemocratici si pensava di celebrare questa giornata nelle forme abituali: riunioni, discorsi, manifestini. Ancora alla vigilia, nessuno si sarebbe sognato che questa ‘giornata della donna’ potesse inaugurare la rivoluzione. Non una sola organizzazione aveva preconizzato uno sciopero per quel giorno. Di più, un’organizzazione bolscevica tra le più combattive, il comitato del rione essenzialmente proletario di Vyborg, sconsigliava qualsiasi sciopero”. Così si apre il capitolo “5 giornate” di Storia della Rivoluzione Russa di Trockij.

Le operaie di Vyborg, per fortuna, decidono di scioperare comunque e cinque stabilimenti tessili si fermano. Il loro corteo si presenta sotto le maggiori fabbriche metallurgiche con cori e slogan che chiedono agli altri operai di unirsi a loro. Le rivendicazioni principali riguardano il pane e la fine della guerra: le donne, infatti, lavorano anche tredici ore al giorno mentre mariti, figli e fratelli sono impegnati al fronte. Su di loro ricade l’intero peso della famiglia e, oltre a questo, sono costrette ad ore e ore di coda al gelo per trovare un po’ di pane. La crescente scarsità di cibo, infatti, ha indotto il Governo a requisire il grano nelle campagne.

Le manifestazioni non si concludono il 23 Febbraio. Il giorno seguente, il movimento degli scioperanti raddoppia fino a raggiungere i 158mila partecipanti: è il più grande sciopero politico dall’inizio della guerra. Il 25 Febbraio lo sciopero si estende a tutta la Russia diventando sciopero generale. Ai 240mila operai si aggiungono anche impiegati, insegnanti e studenti. All’alba di domenica 26, la polizia arresta il nucleo del Comitato bolscevico di Pietrogrado e altri socialisti. Le fabbriche fanno la serrata, i ponti vengono sollevati e il centro della città diventa il principale luogo di scontro: migliaia di lavoratori attraversano il ghiaccio raggiungendo la Prospettiva Nevskij cantando inni rivoluzionari e intonando slogan, ma le truppe inviate a reprimere il corteo seguono gli ordini e aprono il fuoco ad altezza uomo sulla folla disarmata. Nonostante il massacro, la ribellione non si arresta.

Gli operai inviano numerosi appelli ai soldati chiedendo loro di deporre le armi, tentando di aprire un canale di comunicazione nella speranza di portarli dalla loro parte. Come spiega Trockij: “tra i lavoratori, le lavoratrici e i soldati, sotto il crepitare continuo dei fucili e delle mitragliatrici, si decidevano le sorti del potere, della guerra e del Paese”. Il 27 Febbraio, dopo l’eccidio del giorno precedente, gli ammutinamenti crescono a dismisura coinvolgendo oltre un migliaio di soldati. E’ la fine dello zarismo.

Le lavoratrici e lavoratori di Pietrogrado riescono a rovesciare il regime praticamente a mani nude. Com’è possibile? Trockij impiega un intero capitolo a spiegare chi ha in mano la direzione della rivoluzione di Febbraio, in risposta alla vulgata che sostiene che la rivoluzione sia stata completamente “spontanea”. Ecco un estratto: “Alla domanda che abbiamo posto: chi ha dunque guidato la rivoluzione di Febbraio? Possiamo quindi rispondere con la chiarezza necessaria: operai coscienti e ben temprati che erano stati formati soprattutto alla scuola del partito di Lenin. Ma dobbiamo aggiungere che questa direzione, se era sufficiente per assicurare la vittoria della insurrezione, non era in grado di affidare sin dall’inizio all’avanguardia proletaria la funzione dirigente della rivoluzione.”

Ecco quindi emergere uno se non l’elemento fondamentale del Febbraio 1917, ciò che Trockij definisce “il paradosso della rivoluzione”. L’insurrezione operaia riesce quindi a rovesciare lo zarismo, ma è sufficiente affinché il potere sia finalmente nelle mani dei lavoratori? Chi siede al Governo ora che la monarchia è finita?

Nonostante lo zarismo sia ormai abbattuto, il Governo è composto da liberali non eletti, terrorizzati dalla stessa rivoluzione che li ha condotti al potere. Kerenskij è cosciente che il rischio all’ordine del giorno è un Governo del Soviet, per questo motivo crea un “Comitato provvisorio” al fine di controbilanciarne il potere. Lascia però ai dirigenti menscevichi e socialisti rivoluzionari nei Soviet il compito di giustificare questa scelta agli occhi delle masse.

Il sistema di doppio potere che emerge tra il Soviet da un lato e il Governo provvisorio dall’altro durerà otto mesi. Con le parole i Trockij: ”Da un lato i rivoluzionari supplicavano i liberali di salvare la rivoluzione, dall’altro i liberali supplicavano la monarchia di salvare il liberalismo”.

A differenza dei Soviet nati nel 1905 come strumento di lotta di classe, il Soviet formatosi il 27 Febbraio a Pietrogrado sorge solo dopo la rivolta e i suoi dirigenti sono intellettuali che non provengono dal movimento appena sviluppatosi. Inoltre, i rappresentanti dei soldati hanno un peso esagerato, mentre si segnala la scarsità di operaie, nonostante il ruolo centrale nell’avviare il conflitto. Anche l’approvazione del famoso Ordine numero 1 – che invita i soldati ad eleggere i propri comitati e ad obbedire solamente nel caso gli ordini non siano in contraddizione con quelli del Soviet – viene approvato unicamente grazie alla spinta dei soldati più radicali.

In queste giornate, la stragrande maggioranza dei lavoratori non si è ancora schierata con un partito socialista in particolare. Gli stessi bolscevichi non hanno un indirizzo chiaro sulle scelte da intraprendere, difendono ancora la necessità di una rivoluzione democraticoborghese, tesi già superata da Trockij e successivamente anche da Lenin con le Tesi di Aprile. I militanti bolscevichi giocano un ruolo chiave solo quando superano i limiti dei propri dirigenti, proprio come hanno fatto le operaie tessili scioperando nella Giornata della Donna e come farà lo stesso Lenin con le Tesi di Aprile.

Il 7 Marzo Lenin scrive dalla Svizzera: “Questo nuovo Governo è già legato mani e piedi al capitale imperialista, alla politica imperialista di guerra e di rapina”. Lenin è così preoccupato della svolta a destra della direzione bolscevica che il 30 Marzo scrive di preferire “l’immediata scissione con qualcuno del nostro partito, chiunque sia, anziché fare concessioni al socialpatriottismo di Kerenskij e C”.

La rivoluzione russa è cominciata.