Il concetto di sviluppo diseguale e combinato in Trockij

Nonostante il concetto di sviluppo diseguale e combinato rappresenti uno degli assunti portanti in numerosi scritti di Lev Trockij, molti studiosi marxisti e gruppi rivoluzionari hanno accordato all’idea solamente un’attenzione limitata. Ancor peggio, mancando di cogliere la reale innovazione teorica proposta da Trockij – ovverosia, la formulazione del concetto di ‘sviluppo combinato’ e la sua giustapposizione con quello di disparità – hanno finito per accettare una visione mozzata dell’intera idea. Questa è stata infatti spesso trasfigurata in formulazioni per nulla originali e comuni a numerosi studiosi che hanno ‘banalmente’ evidenziato come un sistema basato sulla competizione determini necessariamente uno sviluppo che tende ad avvantaggiare qualche regione a scapito di altre.

Considerato poi, che il concetto di sviluppo diseguale e combinato fornisce un supporto decisivo sopra il quale la teoria della rivoluzione permanente si sviluppa, tale confusione teorica appare ancora più deleteria. Se, come detto, l’innovazione teorica di Trockij risiede nella sua capacità di cogliere lo sviluppo di due fenomeni diversi, ed anche contraddittori, unendoli all’interno della stessa formulazione, può essere utile partire dai due elementi base che compongono il tutto.

Il concetto di disparità ha certamente qualche tratto di tran-storicità negli scritti di Trockij (1932: 20), che la definisce come “la più generale legge del processo storico”. La base naturale di tale disparità risiede nelle diverse condizioni ambientali che i vari nuclei di popolazione sparsi sulla terra hanno dovuto affrontare, promuovendo così un processo di differenziazione interna. Tuttavia, con il progredire dello sviluppo umano, questi fattori geografici hanno perso gradualmente importanza, scomparendo quasi del tutto con l’arrivo sulla scena del capitalismo. Questo emerge a partire da, ed attraverso, gli antecedenti processi di differenziazione che vi sono stati. Non è quindi la fortuita collusione di un asteroide contro la terra, ma bensì una tappa di un lungo processo di sviluppo. Al tempo stesso però, solamente con l’arrivo del capitalismo le fonti socio-economiche della disparità diventano centrali. In un passaggio che sembra interessante richiamare per intero, scrive Trockij (1928: 19):

 

“In contrasto ai sistemi economici che lo hanno preceduto, il capitalismo per sua natura ed in maniera costante punta all’espansione economica, alla penetrazione di nuovi territori, al superamento delle differenze economiche, alla conversione di economie provinciali e nazionali autosufficienti in un sistema di inter-relazioni finanziarie”.

 

Questa tendenza all’omogeneizzazione dell’intero globo in termini economici e culturali è però controbilanciata dalla ferrea competizione che caratterizza il sistema. Questa pone “un paese contro l’altro, ed un ramo industriale contro un altro, sviluppando alcune parti dell’economia mondiale, mentre intralcia e frena il progredire di altre”. Per Trockij (1928: 20) quindi, la dinamica del capitalismo rivela una natura dialettica e contraddittoria proprio nelle sempre presenti tendenze all’universalizzazione e alla differenziazione.

Sotto la ‘frustra’ della pressione esterna e godendo del vantaggio dell’arretratezza, paesi periferici in termini capitalistici possono importare le più avanzate forme tecnologiche, saltando così interi stadi di sviluppo. Quanto successo in Cina negli ultimi quarant’anni è probabilmente il più lampante esempio di quanto stiamo dicendo. Tale peculiarità era però presente anche nella Russia pre-rivoluzionaria che, pur rimanendo prevalentemente un paese agricolo ed arretrato, aveva una concentrazione operaia in grandi complessi industriali straordinaria. Sempre Trockij ci ricorda che nel 1914, mentre negli Stati Uniti solamente il 17,8 percento degli operai era impiegato in aziende superiori ai 1000 addetti, in Russia la percentuale superava il 41. Tale concentrazione in moderne manifatture dove le tecnologie più avanzate erano adottate ed il contemporaneo permanere di una situazione quasi feudale nelle campagne, dove la larghissima parte della popolazione risiedeva e faceva affidamento su una agricoltura limita nelle ambizioni e nei mezzi, viene colto dal concetto di sviluppo combinato. Cioè, “l’accostarsi di diversi fasi, il combinarsi di diversi stadi, il mescolarsi di forme arcaiche con le forme più moderne” (Trockij 1932: 20).

Proprio questo peculiare combinarsi di fasi di sviluppo diverse all’interno di un singolo paese che recitava un ruolo subordinato in Europa ed era quindi soggetto alle pressioni esterne, porta Trockij a credere che la rivoluzione comunista non dovrà aspettare in Russia il completo avvento del regno della borghesia. Al contrario, ed è questo il cuore della teoria della rivoluzione permanente, sarà possibile date le sopraricordate condizioni fondere in un solo passaggio rivoluzione politica e rivoluzione sociale.                  



Testi citati:

Trockij, L. (1928). La terza internazionale dopo Lenin. Disponibile on-line al seguente sito: https://www.marxists.org/italiano/Trockij/1928/terzaint/index.htm  


Trockij, L. (1978 [1932]). Storia della rivoluzione russa. Segrate, Milano: Oscar Mondadori Classici.