Percorsi di lettura

1917: la rivoluzione che ha cambiato il mondo

L’8 Marzo del 1917, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, le lavoratrici tessili di Vyborg - distretto operaio di Pietrogrado (oggi San Pietroburgo) – entrano in sciopero chiedendo sostegno anche agli operai metallurgici. Inizia così la rivoluzione che ha cambiato il mondo, una rivoluzione iniziata appunto dalle donne, dalle operaie, dalle compagne, che quel giorno per prime scesero in strada a protestare. Questo ci sembra il modo migliore di celebrare il centenario della Rivoluzione e la Giornata Internazionale della Donna. Nella Russia del ‘17 la donna non era soltanto considerata inferiore all’uomo sul posto di lavoro, con stipendi ufficialmente più bassi, era anche prigioniera del “focolare domestico”, ovvero si faceva carico di tutti i lavori di casa e inerenti alla famiglia (una situazione non così lontana dai giorni nostri). Fu proprio la rivoluzione socialista che diede alle donne la parità giuridica e politica con l’uomo, la libertà di divorzio e aborto, l’eliminazione del giogo familiare con la creazione di un sistema completo di servizi che liberò la donna e in parte anche l’uomo dai lavori domestici. Nessun paese capitalista a livello mondiale poteva equiparare il livello di emancipazione della donna sviluppatosi in Unione Sovietica. Ci sembra giusto ricordarlo, proprio in questa giornata.

Ungheria 1956: la rivoluzione diffamata

Si dice che la storia sia scritta dai vincitori. La rivoluzione ungherese, vinta due volte, ha visto due volte riscritta la propria storia.Schiacciando nel sangue gli operai ungheresi nel 1956, la burocrazia sovietica si guadagnò per prima il diritto ad affermare la propria versione dei fatti: in Ungheria c'era stata una sollevazione fascista e filo-capitalista, felicemente contrastata dalle truppe mandate dall'Urss.Come succede a un curatore fallimentare, al momento del crollo dello stalinismo, il capitalismo occidentale ereditò il diritto a diffamare la rivoluzione e a piegarne la memoria a proprio comodo. Proprio l'Ungheria del resto era stato il primo paese nel 1989 ad aprire il varco nella cortina di ferro, lasciando passo libero all'esodo di migliaia di persone dall'Est, e in particolare dalla Germania Orientale, verso l'Occidente.La storiografia borghese rivalutò quindi la rivoluzione ungherese del 1956 come un'anticipazione del 1989. I rivoluzionari ungheresi del '56 divennero l'icona, la prova provata, dell'esistenza da sempre di un vasto consenso popolare a favore della restaurazione del capitalismo.

Il fallimento del riformismo, l'attualità della rivoluzione

La scelta di pubblicare un percorso su marxismo e riformismo a prima vista può sembrare fuorviante. In fondo non esiste una sola riga di tutta l'attività militante di Marx, Engels, Lenin, Trockij, che non sia stata dettata da polemiche contro le concezioni riformiste. Lo stesso potremmo dire di Gramsci e Rosa Luxemburg.Ogni singola riga delle opere di questi giganti del movimento operaio è stata prodotta nel fuoco della battaglia, all'alba di avvenimenti epocali o nella calma che segue una ritirata. Ed ogni volta, sempre col proposito di orientare il movimento ad agire e a non cadere in concezioni che avrebbero potuto portarli in un vicolo cieco.

1919-1920: il Biennio Rosso

Non ci apprestiamo a presentare un percorso di lettura sul Biennio Rosso a scopo commemorativo o accademico. Abbiamo più volte citato questo concetto, ma non ci stancheremo mai di ripeterlo: la nostra volontà è di andare ad analizzare i grandi avvenimenti del passato per trarre le lezioni e spunti necessari ad agire nel presente, da militanti politici. Il nostro obiettivo è di riscoprire il patrimonio di esperienze, teorie, metodi che la classe lavoratrice ha accumulato nella propria storia. Attraverso questo percorso non intendiamo assolutamente arrivare al ricettario dell’occupazione di una fabbrica. Non è lo scopo che ci prefiggiamo. Ciò che vogliamo e ci sembra utile fare è andare a studiare un periodo storico dove la classe operaia è arrivata ad occupare e tenere sotto il suo controllo le fabbriche di questo paese, seppur per un mese soltanto.

Parigi, 1871: l'assalto al cielo

La Comune di Parigi è un avvenimento raramente citato nei libri di testo, ma che può essere considerato un distillato di esperienza rivoluzionaria per le rivendicazioni che ha prodotto e i limiti contro cui si è scontrata. Il nostro percorso di lettura non aspira ad essere l’ennesimo prodotto degli accademici del marxismo: studiare la nascita, lo sviluppo e la sconfitta della Comune di Parigi ha senso solo se ci permette di meglio calibrare strumenti e parole d’ordine future.Il termine “Comune” non deve trarre in inganno. Pur essendo ripreso dalla tradizione contadina medievale, si tratta del primo esperimento di governo della classe operaia. La Comune non fu un organismo di tipo parlamentare come lo immaginiamo oggi, in cui la democrazia viene falsamente esercitata attraverso un voto espresso ogni cinque anni, scegliendo tra esponenti politici che in ultima analisi difendono lo status quo. I cittadini della Comune, pur appartenendo a correnti politiche differenti, eleggevano delegati che percepivano salari operai e che potevano essere rimossi in qualsiasi momento. Fin dai primi giorni, la Comune varò leggi e misure in difesa dei lavoratori. Questi provvedimenti, che emergeranno nel dettaglio lungo il percorso di lettura che pubblichiamo, mantengono un’attualità sconcertante se pensiamo che vennero adottati oltre un secolo fa.