Un problema di sprechi?

 

Nei paesi industrializzati si calcola che i cosiddetti sprechi erodano i sistemi sanitari per un 20%. (Tabella 7). Quando si parla di sprechi ci si riferisce in teoria a tutto quel complesso di attività che non migliorano lo stato di salute delle persone. Tra questi, gli studi del settore annoverano il sovra-utilizzo di alcune prestazioni inefficaci, inutili e care; il mancato ricorso a prestazioni che, al contrario, producono effetti positivi; l'abbandono di strategie di prevenzione primaria, come la promozione di stili di vita sani; il sovraccarico di obblighi burocratici che sottraggono tempo prezioso al personale sanitario; la mancanza di coordinamento tra le strutture che prendono in carico i malati, soprattutto quelli con patologie croniche; la continua immissione nel mercato della salute di “false innovazioni” a fronte della scarsa attenzione a patologie diffuse in tutto il territorio; l'inadeguato utilizzo delle evidenze scientifiche a tutti i livelli. Tutto ciò è presente in ognuno dei paesi industrializzati, tant'è che un Rapporto Eurostat del 2013 ha calcolato le morti evitabili tra la popolazione sotto i 75 anni dell'Unione Europea, pari al 33,5% sul totale dei decessi[1]. Un terzo delle morti si sarebbero evitate se a guidare l'azione sanitaria fosse stata l'intelligenza a servizio della salute. Invece, il quadro che emerge è di una irrazionalità che appare quasi incomprensibile. Se una prestazione non funziona ed è cara, perché la si continua ad usare? Perché le ricerche farmaceutiche si concentrano sull'ultimo trovato antirughe, invece che sulla cura di patologie gravi? Perché non si fa prevenzione? Ma a ben vedere, come potrebbe essere altrimenti in un sistema economico che si regge sul profitto e sul mercato?

Anche nei tempi e nei paesi dove il Sistema Sanitario era  pubblico, come in Italia fino agli anni '90,   esso era inserito in un contesto capitalista, dove a contare, in ultima analisi, sono sempre stati gli interessi dei grossi gruppi economici privati. Il funzionamento del sistema sanitario non è mai stato controllato dai soggetti che ci lavorano né da coloro a cui è rivolto (quindi il personale e i pazienti). Ciò produce e ha prodotto inevitabilmente corruzione e abusi. Ma quello che viene visto come un problema del “pubblico”, è in verità il riflesso inevitabile di un settore pubblico diretto dagli interessi dei privati.

Il problema è chi produce, cosa produce, per chi produce, con che finalità produce. Chi produce i farmaci che poi lo Stato immette nel sistema sanitario? Chi produce i vaccini e quanto potere ha sulle decisioni nella scelta delle vaccinazioni di massa? Chi produce i dispositivi e le strumentazioni mediche? Chi e con quali criteri stabilisce le nomine dei vertici del Servizio Sanitario? Che interessi ci sono dietro alla diffusione di un farmaco, di un intervento, di un cesareo? A chi conviene che si adottino alcune politiche sanitarie anziché altre? Chi finanzia e chi porta avanti la ricerca scientifica, e quindi, quali scopi sottendono al funzionamento della ricerca? E ancora, dal momento che lo stato di salute di un paese è collegato ad abitudini alimentari e a stile di vita: chi ha in mano l'industria? Quali interessi determinano i controlli sulle immissioni di inquinanti delle fabbriche, sull'uso di sostanze nocive negli alimenti?

In una società dove il controllo su tutti o alcuni di questi temi è appannaggio di gruppi che per loro natura si muovono avendo come obiettivo principale l'aumento dei fatturati, o dei bilanci, in una società basata sulla sopravvivenza dell'impresa (privata o sociale) prima che della collettività, nessun sistema che si regga davvero sulla gratuità e l'universalità potrà mai sopravvivere a lungo.

In una società divisa in classi, nessuna uguaglianza reale sarà mai possibile. E quindi nessuna reale uguaglianza nel diritto alla salute, a partire dalla prevenzione fino alla cura.

 

 

Note:

[1] Fondazione Gimbe, Rapporto sulla sostenibilità del sistema Sanitario Nazionale 2016-2025,  07/06/2016, p.33.