La questione sindacale

“La specializzazione dell'attività professionale come dirigenti di Sindacati e la ristrettezza naturale d'orizzonte che è inerente alle lotte economiche sparpagliate, inducono i funzionari sindacali al burocratismo ed alla ristrettezza di vedute.”[1]

Rosa Luxemburg

 

 

Per i vertici sindacali il patto del 1906 fu l'occasione di una rivincita che andavano cercando da tempo. Almeno dal 1899, dai tempi della polemica con Bernstein, il loro bersaglio principale era sempre stata Rosa Luxemburg. L'accusa che le veniva mossa era quella di sottovalutare la lotta sindacale. Un'accusa rivelatrice della mentalità del burocrate sindacale medio per il quale evidentemente il concetto di “lotta sindacale” coincide con il proprio diritto incontrastato a disporre delle sorti del movimento operaio. Tale accusa fu ripresa in maniera pedante dagli storiografi stalinisti.

 Bernstein aveva individuato nella graduale estensione del potere e della forza contrattuale dei sindacati uno dei mezzi di risoluzione graduale delle contraddizioni capitaliste. Un'idea a cui Rosa replicò innanzitutto ricordando il limite intrinseco nella funzione dei sindacati stessi. L'attività sindacale costituisce una via preziosa con cui i lavoratori più coscienti possono mantenersi in contatto con i diversi gradi di coscienza della propria classe, a partire da quelli più arretrati. Ma di per sé anche la migliore attività sindacale non elimina lo sfruttamento salariato:

 

Per cominciare dai sindacati (...), la loro più importante funzione (...) consiste nel fatto che essi sono per la classe operaia, il mezzo per realizzare la legge capitalistica del salario, ossia la vendita della forza-lavoro al prezzo che di volta in volta vige sul mercato. (...) [Ma] nel migliore dei casi essi possono regolare lo sfruttamento capitalistico nei limiti che di volta in volta sono considerati “normali”, ma non possono affatto eliminare gradualmente lo sfruttamento stesso.[2]

 

 In secondo luogo, prospettò come l'attività sindacale non fosse destinata a diventare più semplice col tempo. Al contrario lo stesso sviluppo del capitalismo introduceva da ogni lato gli elementi destinati ad indebolire la capacità contrattuale del lavoratore salariato. Ogni conquista sindacale era così destinata ad essere smontata:

 

Ma anche entro i limiti di fatto della sua influenza, il movimento sindacale non va incontro, come presuppone la teoria dell'adattamento del capitale, ad un'estensione illimitata. Proprio al contrario! (...) Se lo sviluppo dell'industria ha raggiunto il suo culmine e per il capitale, sul mercato mondiale, comincia la “curva discendente”, la lotta sindacale sarà doppiamente difficile: in primo luogo per la forza lavoro peggiorano le congiunture oggettive del mercato (...); in secondo luogo il capitale stesso, per risarcirsi delle perdite sul mercato mondiale, ricorrerà alla porzione del prodotto spettante all'operaio. La riduzione del salario è uno dei mezzi più indispensabili per arrestare la caduta del saggio di profitto! (...) i sindacati mirano al miglioramento del tenore di vita, all'accrescimento della partecipazione della classe operaia alla ricchezza sociale; ma questa partecipazione viene continuamente compressa dalla crescita della produttività del lavoro con la fatalità di un processo naturale. (...) In entrambe le sue funzioni economiche principali, la lotta sindacale si trasforma dunque, in forza di processi obiettivi nella società capitalistica, in una specie di fatica di Sisifo. [3]

 

Il paragone con la fatica di Sisifo, il mortale costretto dagli dei greci a trascinare in continuazione sulla cima del monte un masso che regolarmente rotolava giù, suscitò la reazione indignata dei vertici sindacali. A dire il vero Rosa non aveva espresso alcuna idea originale. Niente che non fosse già stato detto da Marx:

 

le oscillazioni delle congiunture, almeno una volta ogni dieci anni, spazzano via in un attimo ogni conquista [sindacale], e la lotta deve essere ripresa da capo. E' un terribile circolo vizioso da cui non c'è scampo. La classe operaia resta quello che era (...): una classe di schiavi salariati. [4]

  

Quella di Rosa Luxemburg fu semplicemente una lotta implacabile contro il moderatismo dei burocrati sindacali di cui ne descrisse così l'attitudine media: “Ci sono due tipi di esseri viventi, quelli che hanno una spina dorsale e pertanto camminano; qualche volta corrono anche. Ce ne sono altri che non ne hanno e pertanto strisciano attaccati al suolo.”[5] La famosa sottovalutazione dell'attività sindacale si riduceva in fondo a questo concetto: se le moderne condizioni capitaliste rendono sempre più difficile la difesa del potere contrattuale del lavoratore salariato, rendono sempre più indispensabile emancipare l'intera umanità dalla schiavitù stessa del lavoro salariato. Per questo il proletariato non può limitarsi ad una visione puramente sindacale, ma ha l'assoluta necessità di travalicarla a favore di una visione politicamente complessiva della propria condizione.


 

[1]       ROSA LUXEMBURG, Lo sciopero generale, il partito e i sindacati,  Edizioni Avanti, Milano, 1960, p.60.

[2]     ROSA LUXEMBURG, Riforma sociale o rivoluzione, Newton Compton, Roma, 1978, p. 23.

[3]     Ivi. pp- 23-54.

[4]     KARL MARX, FRIEDRICH ENGELS, I sindacati dei lavoratori, Savelli, Roma, 1972, p.116.

[5]     ROSA LUXEMBURG, Lettere ai Kautsky, Editori Riuniti, Roma, 1971. p.37.