Il cuore dell'apparato batte a destra

Le idee non cadono dal cielo.

A. Labriola

 

 

La polemica attorno alle idee di Bernstein suscitò l'attenzione di tutto il movimento rivoluzionario internazionale. Per i dirigenti tedeschi era ormai impossibile far finta di niente. Lo stesso Kautsy, direttore della rivista teorica Neue Zeit, considerato il principale leader marxista internazionale, fu costretto a scendere in campo con un proprio documento. Le idee riformiste ricevettero poi una sonora sconfitta nel successivo Congresso di Stoccarda. Nel suo intervento congressuale, uno dei più applauditi, Rosa ribaltò frontalmente il motto di Bernstein: “il movimento in quanto tale, se non tiene conto dell'obiettivo finale, non è nulla; per noi l'obiettivo finale è tutto” [1]. Apparentemente lo scontro si era quindi risolto per il meglio. Il primo grande attacco revisionista al marxismo era stato respinto e aveva contribuito a dividere ancora più cristallinamente il campo socialdemocratico in due ali. Da un lato quella radicale e fortemente maggioritaria andava dalla stessa Luxemburg fino ai dirigenti indiscussi del partito, Bebel e Kautsky. Dall'altra quella riformista poteva contare su un appoggio minimo nel partito,  con qualche roccaforte sparsa qua e là per la Germania, a partire dal Baden.

In verità le cose erano leggermente diverse. Abbiamo già detto di come i dirigenti del partito fossero stati trascinati mal volentieri nella lotta contro il revisionismo. Una volta costretti ad intraprenderla, tutte le loro preoccupazioni si erano indirizzate a limitarne la profondità.  Le posizioni di sinistra non erano  concepite come la corretta risposta alla destra interna ma semplicemente come un utile contrappeso. Bebel aveva scritto in una lettera privata: “una obiettiva opposizione di sinistra mi è simpatica, anzi è addirittura necessaria, perché il partito nelle sue attuali dimensioni contiene anche una quantità di elementi che deve essere spinta avanti”[2] . Di tutto questo Rosa Luxemburg non poteva non rendersene conto. Era perfettamente cosciente della strumentalità con cui i dirigenti del partito avevano chiesto il suo aiuto. Ironicamente paragonava il loro atteggiamento a quello del cattolico che disprezza l'ebreo, ma se ne serve quando ha bisogno di un prestito: “E' sempre così da loro: quando si è alle strette si va dall'ebreo, quando non ce n'è più bisogno lo si mette da parte. Perciò non do troppa importanza a tutti questi loro entusiasmi e inviti e me lo faccio chiedere sempre tre volte prima di accettare”. [3] Il contatto con l'apparato continuava a destarle più di qualche perplessità. Così raccontò a Jogiches:

 

Ogni contatto più da vicino con la banda del partito mi disgusta a tal punto che ogni volta mi riprometto di starne il più lontano possibile. Ogni volta che mi incontro con loro sento un tale puzzo di sporcizia, vedo tante debolezze di carattere, tanta mediocrità ecc. che torno in fretta nella mia tana da topo. [4]

 

Ciò che né lei né i compagni a lei più vicini potevano pensare però è che il virus opportunista arrivasse fino ai dirigenti storici. A quest'ultimi si rimproverava semmai di essere troppo indecisi o di dormire sugli allori. L'estrema sinistra del partito non si considerava una terza posizione in campo ma semmai un gruppo di pressione interno al calderone dell'ala radicale. Concepivano il proprio ruolo come quello di un pungolo. Clara Zetkin, una delle compagne più vicine alla Luxemburg, si rivolse così a Kautsky: “Ah se solo il nostro Engels fosse ancora in vita e potesse risvegliarlo [Bebel] dal suo sonno incantato. Dio dal cielo, che legnate avrebbe dato a tutto l'opportunismo che c'è nelle vostre file!”. La stessa Luxemburg scrisse a Bebel:

 

Mi stupisce che lei e il compagno Kautsky non abbiate utilizzato l'atmosfera favorevole creata dal congresso di partito per un dibattito risoluto e immediato, e abbiate invece incoraggiato Bernstein a produrre un altro opuscolo che non farà che prolungare ulteriormente la discussione. Se Bernstein è realmente perduto per noi, il partito deve abituarsi all'idea – per quanto essa sia spiacevole – che d'ora innanzi lo si dovrà trattare alla stregua (...) di ogni altro riformatore sociale. [5]

 

Il Congresso aveva in effetti ribattuto alle posizioni revisioniste, ma da tale lotta teorica non era discesa alcuna conseguenza pratica. Nessun tipo di provvedimento aveva colpito i revisionisti: essi continuavano ad essere liberi di condurre la loro lotta per modificare la natura rivoluzionaria del partito. Ciò che in realtà la stragrande maggioranza dei funzionari desiderava più di ogni altra cosa era la tranquillità. Ai loro occhi la più grande colpa di Bernstein era di aver rotto il quieto vivere con i propri capricci teorici. Il punto non era teorizzare l'accumulo ininterrotto dei voti, ma praticarlo in santa pace. Il segretario organizzativo Auerbach, appartenente formalmente all'ala radicale, si rivolse così a Bernstein in una lettera privata: “Queste cose si fanno ma non si dicono”[6] .

Lo stesso Bernstein era consapevole di come la distanza tra le sue idee e la pratica del partito fosse assai minore di quella che correva tra l'appoggio all'ala radicale e quello all'ala revisionista. Ai suoi occhi non si trattava di cambiare ciò che il partito faceva, ma semplicemente ciò che il partito dichiarava di voler fare. Aveva concluso il suo stesso libro invitando la socialdemocrazia a gettare giù la maschera, a trovare il coraggio di “emanciparsi da una fraseologia che è ormai sorpassata, e di voler apparire ciò che è in realtà: un partito di riforme.”[7]Così si era espresso in una lettera inviata a Bebel:

 

Il partito tedesco, di fatto, ha praticato assai spesso, o piuttosto sempre, l'opportunismo. (...) La sua politica in ogni caso è sempre assai più giusta della fraseologia. Io non voglio affatto, quindi, riformare la politica effettiva del partito (...); ciò a cui tendo, e a cui...come teorico devo tendere, è di instaurare l'unità tra teoria e la realtà, tra frase e l'azione.[8]

 

Le idee revisioniste non cadevano quindi dal cielo, erano semplicemente l'espressione ultima del burocratismo che si annidava nell'apparato. In fondo cercando di inquadrarle in un sistema teorico complessivo, Bernstein aveva compiuto un clamoroso autogol. Il riformismo per definizione non ha bisogno di una teoria. Esso non è cambiamento cosciente della realtà, ma adattamento a ciò che esiste.  Se tutti i burocrati riformisti hanno finito per usare gli argomenti di Bernstein senza nemmeno averlo mai letto, questo non avviene per caso. I ruminanti non hanno bisogno di prendere coscienza del loro modo di digerire. E' semplicemente nella loro natura masticare il cibo, mandarlo giù, trasformarlo in bolo e poi riportarselo in bocca per continuare a masticare. Allo stesso modo i burocrati di partito non hanno bisogno di leggere Bernstein per sostenerne le idee. Essi non fanno che abbandonarsi alla pressione materiale e ideologica che la borghesia esercita all'interno del campo operaio. Rosa Luxemburg stessa era assolutamente consapevole che il revisionismo non si sarebbe più presentato nello stesso modo. Non avrebbe più fatto il favore di “teorizzare”, ma si sarebbe di nuovo inabissato nella palude della routine quotidiana:

 

Che cosa caratterizza [gli opportunisti] principalmente all'esterno? L'avversione per la “teoria”. E questo è assolutamente chiaro perché la nostra “teoria”, ossia i principi fondamentali del socialismo scientifico, pone limiti assai precisi all'attività pratica, tanto in rapporto agli obiettivi cui mirare quanto ai mezzi di lotta da impiegare, come, infine, anche alla forma di lotta. Ne deriva quindi per coloro che vogliono andare a caccia solo di successi pratici la naturale aspirazione ad avere le mani libere ossia a separare la nostra pratica dalla “teoria”, a renderla indipendente da essa. (...) La teoria di Bernstein è stato il primo ma in pari tempo anche l'ultimo tentativo di dare all'opportunismo un fondamento teorico. (...) Per la crescita enorme del movimento negli ultimi anni, per la complessità delle condizioni e dei compiti ai quali la lotta deve essere indirizzata doveva venire il momento in cui nel movimento avrebbero acquistato peso lo scetticismo in relazione al raggiungimento dei grandi scopi finali. (...) Ciò considerato non è sorprendente il sorgere della corrente opportunistica ma la sua debolezza. (...) Ma ora che si è espressa pienamente nel libro di Bernstein ognuno deve esclamare meravigliato: come? E' questo tutto ciò che avete da dire? Non un solo brandello di un'idea nuova. Non un solo pensiero che non sia stato già da decenni schiacciato, calpestato, deriso e trasformato in niente dal marxismo. [9]

 

La lotta al riformismo andava quindi continuata su un altro piano: non era più necessario mettere a setaccio le teorie espresse dall'Internazionale, ma le sue pratiche. E non vi era alcun dubbio che i batteri che producevano l'infezione avevano il proprio principale terreno di coltura nel rapporto col parlamentarismo. Con questa determinazione, Rosa scrisse a Jogiches nel maggio del 1899:

 

Il partito è appena entrato (...) in un periodo di compiti sempre più difficili, di sintomi sempre più pericolosi (...). E poi non ho intenzione di limitarmi alla critica, al contrario ho intenzione e volontà di spingere positivamente non le persone ma il movimento nel suo complesso, rivedere tutto il nostro lavoro costruttivo, la propaganda stessa, l'azione pratica, indicare vie nuove (...), combattere la routine ecc., costituire, insomma, un pungolo continuo per il movimento. (...) perché la suprema ratio alla quale sono arrivata attraverso la mia esperienza rivoluzionaria polacco-tedesca è quella di essere sempre sé stessi, completamente, senza tener conto dell'ambiente e degli altri.

 

Non era passato nemmeno di un mese da queste parole quando arrivò la notizia dell'entrata in Francia del primo socialista in un Governo borghese. La guerra al riformismo trovava subito un nuovo e più ampio campo di battaglia.


 

[1]  PETER NETTL, Op. Cit., p. 131.

[2]  ROSA LUXEMBURG, Lettere ai Kautsky, Editori Riuniti, Roma, 1971. p. 26.

[3]  ROSA LUXEMBURG, Lettere a Leo Jogiches, Feltrinelli, Milano, 1973. pp. 157-159.

[4]  Ibidem.

[5]  PETER NETTL, Op. Cit., p.132

[6]  ROSA LUXEMBURG, Lettere ai Kautsky, Editori Riuniti, Roma, 1971. p. 30.

[7]  PETER NETTL, Op. Cit.

[8]  EDUARD BERNSTEIN, Op. Cit., p. XII

[9]  ROSA LUXEMBURG, Riforma sociale o rivoluzione, Newton Compton, Roma, 1978, pp. 74-76.