La lotta partigiana presso il confine orientale: una rilettura necessaria

Nel 2004 viene approvata in parlamento l'istituzione del "Giorno del ricordo", in memoria delle "vittime delle foibe", da celebrare il 10 febbraio di ogni anno. Le foibe sono state da sempre un cavallo di battaglia della destra fascista italiana, come modo di negare i crimini di guerra italiani durante l'occupazione della Yugoslavia e allo stesso tempo additare i partigiani come criminali. Quello che però ci sembra rilevante è che il revisionismo sulle foibe colpì anche le organizzazioni di sinistra. Anche grazie a questo cedimento oggi ci troviamo davanti a una specie di "pensiero unico" sulle foibe, e figure come Claudia Cernigoi e Alessandra Kersevan, che per anni hanno portato avanti un lavoro di ricerca storica sulle foibe, vengono additate come "negazioniste" e viene impedito loro di parlare. Vogliamo quindi riproporre un articolo di Gabriele Donato, scritto nel 2004, all'indomani di un seminario organizzato da Rifondazione Comunista dal titolo "La guerra è orrore: le foibe tra fascismo, guerra e resistenza". Allora segretario era Fausto Bertinotti, colui che oggi vediamo simpatizzare per Comunione e Liberazione. Nonostante siano passati 13 anni riteniamo che questo contributo sia particolarmente utile per provare a ristabilire la verità storica.

 “C’è un rapporto tra Kronstadt, il gulag e qualcosa che ha a che fare anche con le nostre storie e magari con le Foibe”: così Bertinotti ha sintetizzato il senso dei ragionamenti sviluppati in occasione del seminario veneziano del dicembre scorso organizzato dal PRC e intitolato “La guerra è orrore”. Nella sbrigativa lettura che il segretario di Rifondazione ha proposto della resistenza jugoslava, tanto è stato lo spazio dedicato all’indignazione etica che ha scosso la sua coscienza di pacifista turbato, quanto scarsa è stata l’attenzione per la complessità storica delle vicende che ha deciso di affrontare. Noi intendiamo procedere diversamente: per questa ragione ritornare a discutere di foibe ha senso nel contesto di un approfondimento complessivo di tutti i problemi legati alla lotta partigiana presso il confine orientale.

Innanzitutto è necessario precisare il modo in cui tale confine era stato tracciato negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale. Dal conflitto imperialista l’Italia era uscita vincitrice: il timore relativo all’eventualità di un compenso inadeguato per lo sforzo bellico sostenuto aveva convinto i circoli nazionalisti dell’opportunità di scatenare una campagna reazionaria contro la cosiddetta “vittoria mutilata”. L’egemonia nella penisola balcanica ed il controllo dell’Adriatico rappresentavano le poste in gioco principali: tali ambizioni venivano malamente mascherate dall’esigenza rivendicata di garantire un confine sicuro alle città e alle coste istriane e dalmate, presso le quali la presenza italiana era particolarmente significativa. La polemica del nazionalismo radicale fu durissima, e fu ulteriormente inasprita dalla spedizione su Fiume, nel settembre del 1919, da D’Annunzio.

La questione si risolse, a tutto vantaggio delle aspirazioni espansioniste dell’Italia, fra il 1920 ed il 1924: i trattati di pace consegnarono allo Stato italiano, oltre all’Istria, a parte importante della Dalmazia, a Zara e a Fiume, anche territori interamente popolati da sloveni e croati. Di fatto, all’interno dei nuovi confini del Regno d’Italia, dopo il 1924 si ritrovarono a vivere circa 500 mila sloveni e croati, ai cui diritti i trattati non facevano semplicemente riferimento. Per queste popolazioni, pertanto, l’affermazione degli interessi dell’imperialismo italiano coincise con la negazione più intransigente del proprio diritto all’autodeterminazione. Non solo. La persistenza delle ambizioni egemoniche del nazionalismo italiano sui Balcani determinò il consolidamento di una politica di negazione sistematica dei più elementari diritti di gruppi nazionali la cui consistenza preoccupava non poco le autorità che gestivano la politica annessionistica.

La guerra contro lo “slavismo”

Le prime manifestazioni concrete di tale ostilità nei confronti delle aspirazioni di sloveni e croati si ebbero nella fase in cui la questione dei confini non era ancora stata definita: le autorità di occupazione non esitarono a reagire brutalmente alle iniziative di quanti manifestavano l’intenzione di non rimanere separati dallo Stato jugoslavo. Rapidamente l’”antislavismo” divenne il motivo d’ispirazione principale per quanti contavano di fare di Trieste l’avamposto per l’avanzata del capitalismo italiano nel bacino danubiano e nell’Europa sud-orientale. Nel luglio del 1920 i fascisti s’incaricarono di realizzare la prima azione violenta ai danni della minoranza slovena insediata presso il capoluogo giuliano: con l’incendio del Narodni Dom (la Casa del Popolo), sede delle organizzazioni slovene di Trieste, dimostrarono l’intenzione d’inaugurare una politica aggressiva di snazionalizzazione ai danni di quanti contraddicevano, con la propria identità orgogliosamente rivendicata, l’italianità della città. “Le fiamme del Balkan (l’albergo che ospitava la Casa del Popolo) purificano finalmente Trieste”, commentò il principale quotidiano della città, “Il Piccolo”.

Non si trattò di un’azione isolata: gli attacchi alle sedi dell’associazionismo sloveno e croato si moltiplicarono, senza soluzione di continuità con gli assalti agli edifici che ospitavano le strutture organizzate del movimento operaio. Nel settembre del 1920 Mussolini poteva affermare baldanzosamente che “in altre plaghe d’Italia i Fasci di combattimento sono appena una promessa, nella Venezia Giulia sono l’elemento preponderante e dominante della situazione politica”.

Fu così che grazie all’antislavismo e all’antibolscevismo più veementi il cosiddetto “fascismo di confine” riuscì a coagulare attorno a sé l’intera classe dominante della Venezia Giulia, nel nome di un’italianità aggressiva da imporre con la forza. Chiunque contrastasse la fascistizzazione integrale dei territori di frontiera sapeva di doversi difendere dall’accusa infamante di “antitalianità”: “antinazionali” erano, ad esempio, coloro che aderivano agli scioperi numerosi del biennio rosso e che per tale adesione erano costretti a subire condanne che infliggevano anni e anni di carcere.

L’identificazione, in via di consolidamento, di fascismo e italianità garantì allo squadrismo innanzitutto l’adesione rapida del nazionalismo, ma fu poi l’intera grande borghesia giuliana, in precedenza liberalnazionale, ad esprimere il proprio consenso per tale politica: essa aveva compreso che lo scatenamento dell’odio sciovinistico contro gli “slavi” avrebbe consentito di stroncare efficacemente la forza che esprimeva il movimento operaio, la cui coesione politica e organizzativa non era stata ancora messa in discussione dalla composizione nazionale mista.

Tale identificazione, in seconda battuta, favorì più ancora che altrove la generalizzazione di episodi di collusione dello squadrismo con l’apparato dello Stato, il quale supportò attivamente l’impeto persecutorio ai danni delle opposizioni politiche e delle minoranze nazionali.

L’accanimento non si placò dopo l’affermazione al potere del fascismo: la “guerra contro lo slavismo” venne anzi ufficializzata, con l’obiettivo specifico di snazionalizzare, legalmente, le centinaia di migliaia di sloveni e croati costretti dai trattati a vivere all’interno dei confini dello Stato italiano. L’obiettivo era chiaro: la “bonifica etnica” della Venezia Giulia; essa venne perseguita e sul piano culturale e su quello economico. Il tentativo di cancellarne l’identità culturale e linguistica passò attraverso la chiusura sistematica di scuole, centri associativi, società ricreative, case editoriali. Le pubblicazioni in sloveno e croato vennero poste fuori legge e l’uso pubblico delle due lingue venne proibito: il “genocidio culturale” si avvalse pure dell’italianizzazione forzata ed arbitraria dei cognomi, oltre che dei nomi di paesi e città. Contemporaneamente furono in vari modi costretti all’emigrazione, o comunque al silenzio, insegnanti, funzionari pubblici, intellettuali e sacerdoti, quanti cioè consentivano l’espressione e la circolazione dei valori che fondavano la vita politica e culturale delle minoranze.

Alla fine degli anni ’20 l’obiettivo principale del regime divenne l’annientamento degli istituti sui quali si reggeva la vita economica delle popolazioni slave. Cooperative di acquisto e vendita, casse rurali e artigianali, associazioni professionali, società di mutuo soccorso vennero messe nell’impossibilità di funzionare, e ciò provocò danni gravissimi in particolare alle popolazioni rurali; aumentò a dismisura l’indebitamento verso istituti finanziari italiani di tantissimi contadini, oberati pure da incombenze fiscali particolarmente gravose. Alienazioni e pignoramenti furono utilizzati per favorire l’espulsione di tanti piccoli proprietari dalle proprie terre, che dal 1931 il regime cercò di colonizzare attraverso il passaggio dei terreni espropriati a proprietari italiani da trasferire presso le regioni annesse. Con altrettanta sistematicità venne praticata una vera e propria persecuzione politica: basti ricordare che su 31 condannati a morte del Tribunale speciale per la difesa dello Stato e giustiziati dal 1927 al 1943, 24 erano sloveni e croati.

Se a questo quadro impressionante si aggiunge il fatto che gli anni ’20 e ’30 rappresentarono per i territori annessi una fase di crisi economica prolungata, provocata innanzitutto dalla frantumazione amministrativa dell’area danubiano-balcanica, ci si rende conto senza troppe difficoltà della drammatica situazione di prostrazione in cui versarono sloveni e croati per più di vent’anni: ai loro occhi la semplificazione che faceva di fatto coincidere l’Italia nel suo complesso con l’attitudine persecutoria del regime fascista non poteva che consolidarsi.

I comunisti e la questione nazionale

L’esasperazione provocò il dilagare fra sloveni e croati di sentimenti di ostilità nei confronti del regime italiano. Nella regione presero corpo vari tentativi di resistenza contro l’oppressione fascista: nel 1927, in particolare, si costituì clandestinamente il TIGR, un’organizzazione terroristica di tendenze filo-jugoslave, il cui orientamento nazionalista si fondeva con l’intenzione di costruire un’opposizione armata alla politica persecutoria dello Stato italiano. Tale organizzazione non fece fatica ad avvicinare militanti legati al Partito Comunista d’Italia: riuscì a reclutare parte di coloro i quali consideravano con particolare urgenza l’esigenza di preparare lo scontro armato con il fascismo.

Da tempo il PCd’I si occupava dell’oppressione nazionale delle minoranze presenti all’interno dei confini dello Stato italiano: le tesi approvate al congresso di Lione, nel 1926, contenevano numerose valutazioni sul problema degli sloveni e dei croati della Venezia-Giulia. Esse consideravano “la occupazione italiana (…) della Venezia-Giulia sloveno-croata” lo sviluppo del “piano egemonico dell’imperialismo italiano verso i paesi danubiani, nei Balcani e nell’Adriatico”; per questa ragione i comunisti dovevano, secondo le tesi, sostenere la “lotta per il diritto degli sloveni all’autogoverno, contro l’imperialismo italiano e serbo, che giunga sino alla separazione della Slovenia dall’Italia e dalla Serbia e alla costituzione di una repubblica slovena indipendente entro la Federazione dei popoli balcanici”. La complessa questione dei confini rappresentava già l’oggetto di una discussione problematica: “Noi non dobbiamo occuparci dei confini che avrà uno Stato sorto dal distacco da paesi imperialisti, ma preoccuparci di sfasciare gli Stati che sfruttano e opprimono le minoranze nazionali, e indebolire gli imperialismi. Non si può porre la questione nazionale se non nel quadro della rivoluzione proletaria mondiale (…) sino a quando vivono Stati borghesi non esiste una soluzione ai problemi nazionali”. L’orientamento, solidamente internazionalista, rifiutava di slegare la questione nazionale dal problema più generale della lotta di classe: “Poiché la popolazione sloveno-croata è composta in grande prevalenza di contadini poveri la quistione nazionale deve essere posta contemporaneamente alle rivendicazioni economiche, alla quistione agraria”. In quest’ottica, risultava evidente l’esigenza che i comunisti s’impegnassero in una lotta a fondo e contro l’imperialismo italiano e contro la crescente influenza dei nazionalisti sloveni e croati, divisi fra il tentativo di collaborare con il governo italiano e la disponibilità a subordinarsi a quello serbo.

Le difficoltà operative del PCd’I, tuttavia, consentirono al TIGR di conquistarsi spazio, attraverso la propaganda nazionalista, fra le masse slovene e croate, presso le quali agitava la parola d’ordine dell’unificazione alla Jugoslavia. L’influenza crescente di quest’organizzazione non poteva non preoccupare i comunisti, che in quegli anni si dedicarono con maggiore continuità al problema nazionale di sloveni e croati: nel congresso tenuto a Colonia nel 1931 venne ribadita la necessità di una soluzione rivoluzionaria del problema delle minoranze nazionali; lo scopo principale rimaneva quello del consolidamento dell’unità fra il proletariato italiano e le minoranze oppresse nella prospettiva dell’apertura di una crisi rivoluzionaria della società italiana. Alla fine del 1933 quest’orientamento si concretizzò in una dichiarazione comune dei partiti comunisti italiano, jugoslavo e austriaco che si espressero “senza riserve per il diritto di autodecisione del popolo sloveno sino alla separazione dagli Stati imperialisti della Jugoslavia, dell’Italia, dell’Austria, che presentemente opprimono colla violenza il popolo sloveno. Eguale diritto di autodecisione essi sostengono per tutti gli altri popoli e minoranze (croati, tedeschi, italiani) che vivono inclusi nel territorio sloveno”. Essi ribadirono che la realizzazione dell’autodecisione fuori dalla realtà e dagli interessi della rivoluzione avrebbe corrisposto “all’ipotesi della sconfitta parziale del movimento rivoluzionario proletario”.

Negli anni successivi, tuttavia, il PCd’I, sotto l’influenza della nuova linea che iniziò a prevalere dal 1934 nell’Internazionale, riconobbe come alleato il movimento irredentista sloveno, nel quadro della vasta unità che andava consolidata con le forze nazional-rivoluzionarie per la costituzione dei fronti popolari contro nazismo e fascismo. Il problema nazionale iniziò ad essere posto indipendentemente dalla prospettiva rivoluzionaria innanzitutto dai comunisti sloveni, che iniziavano, nei propri documenti ufficiali, a difendere un’ipotesi di unificazione definita sulla base di criteri elaborati dall’intellettualità irredentista di provenienza piccolo-borghese.

D’altra parte il nuovo orientamento del movimento comunista internazionale, che aveva sacrificato il principio dell’indipendenza di classe sull’altare della più vasta unità contro fascismo e nazismo, aveva favorito il passaggio nelle file comuniste di molti nazionalisti sloveni e croati, le cui convinzioni condizionarono nel 1936 la scelta di un’alleanza stretta tra il Movimento nazionale rivoluzionario degli Sloveni e dei Croati della Venezia Giulia e il PCd’I, sancita da un patto di unità d’azione.

L’occupazione dei Balcani

Fonte: http://www.diecifebbraio.info/L’oppressione nazionale delle popolazioni slave assunse caratteristiche drammatiche all’indomani dell’intervento, il 6 aprile del 1941, dell’esercito tedesco nei Balcani. L’aggressione congiunta delle potenze dell’Asse e dei loro alleati danubiano-balcanici ai danni del Regno di Jugoslavia, scattata in conseguenza della catastrofe militare in cui si stava risolvendo l’attacco italiano alla Grecia, provocò rapidamente il collasso dello Stato jugoslavo. L’Italia fu così messa nelle condizioni di annettersi la provincia di Lubiana e la Dalmazia, di occupare militarmente la Croazia sud-occidentale, d’ingrandire territorialmente le province di Fiume e di Zara e di formare quelle di Spalato e Cattaro.

Il regime di occupazione a cui furono sottoposte le aree annesse o in via di annessione fu durissimo: il problema principale da affrontare fu da subito il controllo del territorio, vista l’estesa presenza di movimenti di resistenza armata all’invasione. L’urgenza che pressava le autorità italiane, civili o militari, fu ben presto quella dell’organizzazione di un apparato repressivo in grado di stroncare, attraverso rastrellamenti e rappresaglie, la forza della guerriglia, che da subito si organizzò militarmente radicandosi nei territori occupati. Si trattava di un movimento di resistenza unitario, egemonizzato dai comunisti, ma formato pure dalle componenti di ispirazione democratica e nazionalista che ne avevano accettato il programma di rinnovamento sociale. Già dall’aprile quello che sarebbe poi diventato il Fronte di Liberazione sloveno (l’Osvobodilne Fronta, OF) portò la lotta armata in territorio italiano, anche se la costituzione dell’AVNOJ, il Consiglio Antifascista di Liberazione Nazionale della Jugoslavia, avvenne in Bosnia nel novembre. Nell’estate del ’41 l’OF aveva realizzato le prime azioni di guerriglia nei dintorni di Trieste, mentre l’espansione decisiva della lotta di liberazione avvenne a partire dalla primavera dell’anno successivo.

Proprio nei primi mesi del ’42 l’alto commissario italiano per la provincia di Lubiana Grazioli e il generale Mario Roatta impartirono una serie di disposizioni durissime per l’attuazione dei rastrellamenti nelle zone rurali: si ordinava la fucilazione immediata di tutti coloro i quali venivano sospettati di essere partigiani, l’uccisione indiscriminata di ostaggi a discrezione dei comandanti dei reparti italiani, l’internamento in campi di concentramento delle famiglie dei sospetti, la distruzione totale delle abitazioni nelle zone interessate dalle operazioni. Fu l’XI Corpo d’ Armata, agli ordini del generale Mario Robotti, ad attuare i rastrellamenti e le rappresaglie, le cui modalità possono essere ricostruite anche grazie alle lettere che i soldati italiani spedivano alle famiglie: “Quando effettuiamo un rastrellamento usiamo i lanciafiamme, non lasciamo in vita niente, bruciamo tutto”.

Oggi non esistono più dubbi: l’Italia praticò allora nei territori occupati politiche simili a quelle attuate dalla Germania nazista nei territori dell’Europa orientale, politiche che nei fatti rasentarono il genocidio. Lo stesso Robotti, d’altra parte, aveva chiarito la propria opinione: “Non sarei contrario all’internamento di tutti gli sloveni, per rimpiazzarli con gli italiani(…) in altre parole si dovrebbe fare in modo di far coincidere le frontiere razziali e politiche”.

Per le operazioni militari nella Venezia Giulia a Trieste era stato creato il XIII Corpo d’Armata, posto sotto la guida del generale Ferrero, e sempre a Trieste, nel giugno del ’42, venne istituito l’Ispettorato speciale di Pubblica Sicurezza, famigerato per la ferocia con cui perseguitava, in tutta la Venezia Giulia, civili sospetti (sistematico era il ricorso a torture efferate). Per le operazioni della controguerriglia, le autorità italiane si servirono anche delle comunità italiane residenti nei territori occupati, una parte significativa delle quali si mobilitò, con compiti repressivi, nelle unità ausiliarie della fascista Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.

Sulla base dei calcoli effettuati, il tributo di sangue pagato dai popoli della Jugoslavia alla politica aggressiva dell’Italia fascista dall’aprile del ’41 al settembre del ’43 fu di oltre 250 mila vittime, cadute nei campi di concentramento italiani e nelle prigioni, durante i rastrellamenti, in occasione delle rappresaglie.

La lotta partigiana

Le capacità di resistere all’occupazione crescevano proporzionalmente alla brutalità degli occupanti: l’efficacia militare della guerriglia partigiana confermava il valore della scelta di avere avviato rapidamente la resistenza: ad essa aderivano elementi provenienti da tutti gli strati della società, senza particolari distinzioni legate alle convinzioni politiche. Al contrario, la strategia attendista propugnata dalle forze liberal-conservatrici non fu in grado di conquistare consensi diffusi.

Fra gli sloveni e i croati della Venezia Giulia il movimento di resistenza conquistò immediatamente un sostegno molto esteso, anche grazie alle rivendicazioni nazionali che decise di avanzare: gli obiettivi della lotta di liberazione, infatti, incorporarono le istanze tradizionali dell’irredentismo, tese all’annessione alla Jugoslavia di tutti i territori abitati da sloveni e croati, anche di quelli in cui prevalevano altre etnie. Alla fine del ’42, Kardelj, il principale dirigente comunista sloveno, in una lettera a Tito motivò le ragioni di questo slittamento verso posizioni di ispirazione nazionalista: egli era convinto della necessità di rivendicare l’esclusività della sovranità jugoslava sulla Venezia Giulia per non dare argomenti alla propaganda dei seguaci monarchici di Mihajlovic, che accusavano la resistenza di scarso patriottismo; d’altra parte, spiegava Kardelj, “siamo appena nella fase della guerra di liberazione nazionale, e per questo tale problema dobbiamo porlo come si pone nel quadro del capitalismo”. Si trattava di una revisione importante delle posizioni internazionaliste sulle quali il movimento comunista si era attestato, in relazione alle problematiche di questi territori, all’inizio degli anni ’30, e non rimase senza conseguenze. Quando infatti Kardelj, sempre alla fine del ’42, chiarì che l’intenzione della resistenza era quella di “includere (…) politicamente tutti il territorio sloveno dal confine croato fino alla Resia e al mare. Anche Trieste, Gorizia e altre città”, moltiplicò i motivi di tensione con i comunisti italiani, già preoccupati per la scarsissima autonomia con cui riuscivano a muoversi, per la riorganizzazione del partito, all’interno dei territori liberati dall’OF.

Grazie ai contatti, tuttavia, con la resistenza slovena, già nell’autunno del ’42 i comunisti friulani si attivavano per costituire le prime formazioni partigiane italiane: anche negli incontri iniziali che vennero organizzati, i dirigenti dell’OF posero immediatamente il problema dei confini, pretendendo il sostegno degli italiani alle rivendicazioni annessioniste della Jugoslavia. Le tensioni non impedirono comunque il rafforzamento della resistenza, tant’è che nel febbraio del ’43, grazie innanzitutto alla collaborazione instaurata fra comunisti, venne costituito il primo reparto autonomo composto da elementi italiani, alle dipendenze delle formazioni slovene, il Distaccamento Garibaldi. Il successivo sviluppo della lotta di liberazione in Italia, tuttavia, avvenne attraverso modalità di strutturazione differenti da quelle jugoslave: divergevano gli obiettivi dei due movimenti resistenziali, i quali risultavano programmaticamente condizionati da tradizioni politiche diverse. Ma soprattutto contava la decisione di non rifiutare la difesa di interessi nazionali che non potevano, in una zona di confine, non divergere. L’intenzione dei comunisti impegnati nella lotta contro il nazifascismo di favorire in tutti i modi l’unità con correnti politiche legate ad interessi borghesi moltiplicò di fatto le contraddizioni all’interno del movimento resistenziale, e fra gli organismi dirigenti e fra le stesse formazioni partigiane.

Il crollo del fascismo

Il crollo del fascismo nel luglio del ’43 e la confusione in cui sprofondarono gli apparati civile e militare dello Stato italiano consentirono alla resistenza jugoslava di rafforzarsi e all’antifascismo italiano di riorganizzarsi. Fra coloro, tuttavia, che traghettarono nelle settimane successive l’Italia fra gli Alleati c’erano proprio quei militari che avevano avuto alcune delle responsabilità più gravi per i crimini di guerra perpetrati nelle campagne militari balcaniche (fra di essi lo stesso Roatta).

Non fu di conseguenza casuale la scelta di non liberare dalle carceri i prigionieri politici sloveni e croati: i generali che sostituirono Mussolini alla testa dell’Italia non avevano alcuna intenzione di allentare la presa militare sui territori occupati. Gli ordini che impartirono erano chiari: “(…) ogni movimento dev’essere inesorabilmente stroncato in origine (…) non si tiri mai in aria, ma a colpire come in combattimento”. La repressione ai danni delle masse che manifestarono durante i quarantacinque giorni precedenti all’armistizio fu durissima: vittime si contarono a Udine, Gorizia, Cormons, Pola e Fiume, città al centro dei territori che di fatto vennero consegnati ai tedeschi dai capi militari italiani. Nell’Istria interna, invece, le truppe italiane furono costrette a cedere di fronte al moto insurrezionale di cui fu protagonista la popolazione povera della regione: si trattò di una mobilitazione impetuosa che consegnò per alcune settimane il potere ai Comitati Popolari di Liberazione e che spezzò, fino alla controffensiva tedesca di fine settembre, i meccanismi di oppressione sui quali lo Stato italiano aveva costruito il controllo di quei territori.

La ribellione si alimentò di motivazioni sociali e nazionali: i contadini poveri di nazionalità croata riconquistarono la libertà per pochi giorni, e scatenarono tutta la propria rabbia nei confronti del potere dominante italiano; gli insorti si convinsero di essere giunti alla resa dei conti definitiva con i fascisti e nelle campagne si moltiplicarono le violenze ai danni di quanti venivano identificati come collaboratori del regime che si stava disgregando. Caddero vittime dell’insurrezione popolare i gerarchi locali, i notabili dei vari paesi e tanti degli italiani che furono ritenuti corresponsabili dello sfruttamento pluridecennale di quelle terre (proprietari terrieri e commercianti, innanzitutto).

Gli organismi insurrezionali non riuscirono a mantenere un controllo costante del corso, a tratti caotico, della ribellione; non mancarono certo casi di giustizia applicata sommariamente: quello che d’altra pare si manifestava in forme anche arbitrarie era un sentimento di rivalsa nei confronti di un regime che per anni aveva costretto le popolazioni a comprimere le innumerevoli ragioni della propria rabbia. Le stime più accreditate calcolano in circa 500 le vittime di quest’ondata insurrezionale, anche se nelle cavità carsiche esplorate (nelle foibe), furono recuperati i resti di circa 300 corpi.

Nei giorni dell’insurrezione, intanto, il Consiglio di Liberazione croato per l’Istria aveva proclamato, con toni fortemente nazionalistici, l’annessione della regione alla Croazia: si trattò di una decisione unilaterale del movimento partigiano croato, che non teneva in considerazione le preoccupazioni della popolazione italiana; essa pure aveva contribuito alla lotta contro le truppe di occupazione con parecchi volontari unitisi all’insurrezione.

Tensioni fra i movimenti di liberazione

Questo orientamento della resistenza croata venne confermato dalle decisioni dell’AVNOI di fine novembre: il Consiglio approvò la prospettiva dell’annessione delle province di Gorizia e Trieste e di parte di quella di Udine alla Jugoslavia che sarebbe nata sulle macerie dell’occupazione. Questa strategia aprì contraddizioni non solo con il debole antifascismo italiano d’ispirazione conservatrice, ma anche con quello più significativo di appartenenza comunista: esse si riflettevano innanzitutto nelle discussioni accese che si svilupparono in relazione all’autonomia operativa delle brigate italiane che si stavano formando, in collaborazione con quelle slovene, per resistere all’offensiva tedesca in corso (che in Istria, è il caso di ricordarlo, ripristinò l’ordine sui cadaveri di 13 mila istriani). Grazie ad essa i tedeschi avevano potuto costituire, sui territori occupati da Udine a Zara, la Zona d’operazione del Litorale Adriatico: presso tale area operarono, con funzione repressiva, le SS, coadiuvate attivamente dal ricostituito apparato poliziesco fascista, in particolare l’Ispettorato speciale di Pubblica Sicurezza. Si trattava di una collaborazione favorita dagli ambienti industriali e finanziari triestini, presso i quali l’esigenza di un blocco patriottico in funzione antislava era considerata decisiva; il timore di un esito rivoluzionario della lotta contro l’occupazione tedesca, considerato una possibilità reale vista la forza militare della resistenza jugoslava, condizionò pure le scelte del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste, che di fatto non svolse attività di massa e si attestò su posizioni attendiste, nonostante i comunisti s’impegnassero al suo interno per contrastare tale orientamento.

Tale attendismo si fondava su una posizione politica di chiaro orientamento nazionalista: il CLN di Trieste, con l’esclusione dei comunisti, rifiutava di mettere in discussione i confini italiani definiti dai trattati del 1920 e del 1924. La difesa intransigente delle annessioni realizzate dall’imperialismo italiano dopo la prima guerra mondiale rendeva di fatto impraticabile l’alleanza con la resistenza jugoslava, che rifiutava del tutto legittimamente di ratificare trattati in cui i diritti delle popolazioni slovene e croate erano stati brutalmente calpestati.

Il PCI, pertanto, fece fatica ad orientarsi in maniera chiara in una situazione tanto complessa: i suoi dirigenti più autorevoli (Frausin, Gigante, Kolarich, Pratolongo) non erano intenzionati a mettere in discussione la collaborazione con la resistenza jugoslava, di cui pure criticavano le aspirazioni annessionistiche considerate eccessive, ma contemporaneamente temevano la rottura dell’unità, che reggeva faticosamente, con le forze del CLN di Trieste. Per questa ragione insistevano sull’esigenza di consolidare la collaborazione militare per cacciare i tedeschi e i fascisti, ma non si esprimevano né sul futuro territoriale della Venezia Giulia né sull’assetto politico che l’avrebbe caratterizzata. Decisero pertanto di mettere la sordina sulla prospettiva della rivoluzione socialista, verso la quale pure il movimento partigiano stava avanzando, per non essere costretti a rinunciare definitivamente all’accordo con le forze borghesi del CLN, attestate rigidamente su posizioni nazionaliste. Ciò non impedì a settori significativi del proletariato italiano della regione di schierarsi, di fatto dall’autunno del ’44, a favore dell’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia socialista: ciò naturalmente mise in ulteriore difficoltà il gruppo dirigente comunista, costretto ad equilibrismi diplomatici che non potevano reggere alla prova dei fatti.

La liberazione di Trieste

I dirigenti jugoslavi, d’altra parte, non rinunciarono alla polemica, e approfittarono dell’orientamento incerto del PCI, oltre che dell’attendismo del CLN, per procedere nella costruzione, a Trieste, di basi solide per la propria politica: essa stava entrando in rotta di collisione aperta con le intenzioni che gli Alleati avevano in merito alla sistemazione postbellica della regione. Soprattutto dopo la liberazione di Belgrado, avvenuta il 20 ottobre del ’44, gli jugoslavi chiarirono la propria intenzione di non rinunciare a Trieste, denunciando l’arrendevolezza dei comunisti italiani, troppo accondiscendenti verso l’influenza che l’antifascismo conservatore esercitava sulla resistenza italiana. Si trattava di una denuncia fondata, considerato il carattere reazionario assunto dalla politica di unità nazionale praticata nei territori italiani già liberati dall’occupazione tedesca.

Negli stessi mesi i dirigenti comunisti di Trieste cadevano, uno dopo l’altro, vittime dei rastrellamenti tedeschi: i comunisti sloveni, pertanto, riuscirono a rafforzare la propria influenza sul proletariato giuliano, a maggior ragione dopo la rottura, avvenuta nel settembre, fra CLN e PCI. La stessa federazione del PCI fu egemonizzata dalla politica degli sloveni, che agli operai della città proponevano di fatto un orientamento rivoluzionario.

Contemporaneamente l’OF riuscì nell’operazione finalizzata ad allontanare da Trieste e da Gorizia le formazioni partigiane italiane: esse vennero definitivamente passate alle dipendenze dell’Armata jugoslava e vennero schierate altrove nei momenti decisivi della liberazione. Il PCI dell’Alta Italia accettò le decisioni dell’OF che prevedevano la subordinazione di tutte le operazioni militari delle unità italiane al comando operativo sloveno, anche se non ne ratificò gli obiettivi annessionistici.

La contesa per Trieste era di fatto aperta: gli jugoslavi, infatti, che già avevano rifiutato di riconoscere la validità degli accordi per la spartizione fra gli Alleati del loro Paese, schierarono le proprie formazioni attorno al capoluogo giuliano (all’insaputa degli stessi comunisti di Trieste) e, dopo che erano fallite le trattative con il CLN per la liberazione della città, vi entrarono con le proprie Divisioni alla fine dell’aprile del ’45, anticipando di alcuni giorni i neozelandesi dell’VIII Armata britannica.

A Trieste, come negli altri territori della Venezia Giulia, l’Esercito di Liberazione jugoslavo agiva nella convinzione che si dovesse procedere in tempi rapidi alla trasformazione dell’assetto sociale che aveva favorito il consolidarsi del fascismo. Nei primi giorni di maggio i partigiani procedettero all’arresto di quanti figuravano all’interno degli elenchi dei collaborazionisti compilati in precedenza: coloro che venivano fermati dovevano essere rapidamente processati per poter essere poi trasferiti a Lubiana dove avrebbero dovuto essere sottoposti a procedimenti regolari. Nonostante le direttive esplicite impartite dai vertici dell’Esercito di Liberazione (“Prelevare i reazionari e condurli qui, qui giudicarli - là non fucilare”), non mancarono le esecuzioni sommarie, motivate da un’indignazione popolare difficilmente contenibile.

Il malcontento di operai e contadini, a Trieste come nel resto della Venezia Giulia, raggiunse, nei confronti dei sospetti di collaborazionismo, una furia vendicativa che oltrepassò in più occasioni le pur dure direttive di repressione politica (non nazionale) della resistenza jugoslava. Tali direttive, messe in atto dalla IV Armata, ebbero certamente un carattere radicale: le fucilazioni ordinate furono parecchie e gli italiani intenzionati ad opporsi risolutamente al nuovo potere non furono trattati tanto meglio dei collaborazionisti; altrettanta, d’altra parte, era stata la determinazione con la quale erano stati fatti passare per le armi gli sloveni, i croati e i serbi che avevano collaborato, negli altri territori liberati dalla resistenza, con gli occupanti.

Alcune valutazioni conclusive

Una riflessione ragionata sul computo delle vittime, comunque, non può che ridimensionare il clamore drammatico con cui le vicende della liberazione jugoslava della Venezia Giulia sono state trattate: furono infatti circa 600 gli arrestati e i deportati di Trieste che sparirono nelle settimane successive alla cacciata dei tedeschi, 400 circa quelli di Gorizia, e cifre simili possono essere riferite anche agli altri centri principali della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, per un complesso di circa 2-3 mila dispersi; solo una parte di essi, tra l’altro, finì ingoiata dalle foibe ad esecuzione avvenuta, visto che in parecchi morirono presso le carceri o in campi di concentramento. Se ci si sofferma, inoltre, sulle vicende biografiche dei dispersi, ci si rende conto che nella maggior parte dei casi si trattava di agenti di Pubblica Sicurezza, di finanzieri, di miliziani, di volontari della Repubblica Sociale, di militari e di carabinieri; i civili non rappresentarono che una parte delle vittime.

Non si tratta affatto di “macabra contabilità”: di fronte alle campagne di menzogne che giungono persino a parlare di decine di migliaia di infoibati, definire l’ordine di grandezza del complesso delle vittime delle operazioni di repressione messe in atto dall’Esercito di Liberazione jugoslavo, consente di comprendere che quella fase fu caratterizzata da un tipo di violenza ricorrente nelle situazioni rivoluzionarie. Considerare con orrore, con l’enfasi peraltro utilizzata dal segretario del PRC, il terremoto politico che sconvolse la Venezia Giulia nelle settimane successive alla liberazione, significa chiudere gli occhi sul procedere per forza di cose turbolento di un processo rivoluzionario che convinse parecchi operai e contadini della possibilità di stravolgere finalmente i tradizionali rapporti di forza. Inorridire di fronte al tentativo, praticato allora, di utilizzare la violenza insurrezionale per accorciare i tempi di un trapasso di poteri così radicale non serve a nulla.

Altri sono i ragionamenti con cui i comunisti devono rileggere queste vicende: c’è bisogno infatti di un impegno nuovo nell’analisi di quei fatti, un impegno in grado di valutare le conseguenze dell’infezione nazionalista da cui non furono immuni le due lotte di liberazione; un impegno in gradi di definire i costi della rinuncia, praticata dai movimenti partigiani, alla prospettiva dell’internazionalismo; un impegno in grado d’individuare i risultati dell’abbandono dei principi dell’indipendenza di classe da parte delle organizzazioni comuniste segnate dal prevalere dello stalinismo. Un impegno che evidentemente a Bertinotti non interessa, ma a cui i marxisti sono fermamente intenzionati a dedicarsi.

 

Gabriele Donato

Marzo 2004