Infastidite dalla retorica. Due parole sull’8 marzo

Anche quest’anno è arrivato l’8 marzo. La giornata si profila piena di post su quanto sia difficile essere donna oggi e su come sia un dovere apprezzarci perchè facciamo il possibile per essere brave madri, buone mogli e grandi amiche. Da momento di lotta, l’8 marzo si è trasformato nella giornata del ringraziamento della donna, un piccolo momento di celebrità per farci sentire meno sfruttate i rimanenti 364 (o 365) giorni dell’anno. Snaturare la festa della donna è funzionale a farci abbandonare la battaglia per la nostra emancipazione, sostituendo l’obiettivo di avere più diritti dentro e fuori casa con la gratitudine della società una volta all’anno. Possiamo anche berci sopra per dimenticare, tanto oggi le donne non pagano.

Siamo annoiate, anzi infastidite, dalla retorica legata all’8 marzo. I contentini non ci restituiscono il tempo perso per svolgere una miriade di attività familiari di cui dovrebbe farsi carico la società, del lavoro non pagato che alla fine della nostra esistenza equivarrà ad una vita intera. Non sappiamo cosa avremmo potuto fare o diventare se quel tempo non ci fosse stato rubato, ma tutti i giorni ci chiediamo come fare a fuggire da questa gabbia, come ritagliarci il nostro spazio in mezzo a lavoro, casa e famiglia.

Le risposte, purtroppo, scarseggiano. Anche chi non cade nella propaganda buonista o fintamente ribelle propinata dai mass media, spesso riduce la questione femminile a pura forma, dove la sostanza è poca e la qualità pessima. Declinare i sostantivi al femminile o aggiungere una A quando si scrive, sinceramente ci lascia indifferenti. Denunciare i pregiudizi in cui incappiamo ogni volta che facciamo qualcosa, non ci dice nulla di nuovo. Parliamone, per carità, ma facciamo anche un passo in avanti.

Il mondo della sinistra si divide tra chi cede all’approccio buonista e chi grida a gran voce che riusciremo a riscattarci solo con l’abbattimento del capitalismo. Certamente noi speriamo di vederne presto la fine, ma attendere il gran giorno perché è impossibile conquistare una piena libertà all’interno di questo sistema, ci pare una posizione piuttosto passiva che nella pratica poco si discosta dalla prima descritta. Proveremo quindi ad individuare una terza via, che in maniera permanente leghi le battaglie di oggi alla vittoria di domani.

Le ragioni della condizione di subalternità della donna risalgono a tempi ben più antichi del capitalismo. La società attuale si è semplicemente servita delle ideologie più arretrate per perpetrare le disuguaglianze su cui si fonda. La presunta inferiorità della donna, pensiero vivo tutt’oggi ma celato dietro ad una facciata politically correct, consente al sistema di avere mano d’opera con la coscienza più arretrata e ormai abituata a svolgere, oltre al lavoro salariato, gran parte delle attività domestiche e familiari senza essere retribuita.

Un risparmio ingente, in termini di profitto. La privatizzazione dello stato sociale e la diffusione di forme di welfare aziendale sono possibili proprio grazie al lavoro non pagato svolto da milioni di donne che non possono permettersi di accedere a questi benefit. Lo stato ci lascia da sole con il nostro carico domestico e non potrebbe essere altrimenti perché difende i privilegi e gli interessi di pochi. Sì perché esistono anche donne di serie A e donne di serie B, o meglio donne della classe dominante e donne lavoratrici o disoccupate. La nostra condizione è sicuramente più vicina a quella di un qualsiasi lavoratore uomo che allo stile di vita di quelle donne che per vivere non sono costrette a vendere il proprio tempo, né in casa né fuori.

Certo vi è un problema anche culturale, perché questo sistema è sostenuto da una propaganda che mira a trasformarci tutte in superdonne, mettendoci in concorrenza e facendoci sentire sempre e comunque inadeguate. La nostra realizzazione personale, per chi governa, deve coincidere con diventare la figlia/moglie/madre perfetta, magari anche facendo carriera, pena l’essere trafitta dai sensi di colpa. Certo, possiamo sempre prenderci una giornata per fare shopping o andare dall’estetista, illudendoci di avere una scelta su come impiegare il nostro tempo, ma in realtà si tratta solamente di una valvola di sfogo che gioca sempre a favore del sistema. Su ciò che desideriamo realmente, nel profondo, nessuno si interroga, probabilmente perché non genera profitto ma lo sottrae, nella misura in cui dedichiamo il nostro tempo ad altro.

Quindi, da dove cominciare? I movimenti femminili che nella storia hanno ottenuto conquiste significative sono sempre stati legati alla lotta dei lavoratori per raggiungere delle condizioni di vita migliori. Movimenti unicamente femministi, come quello borghese delle suffragette, hanno avuto il pregio di porre la questione nel dibattito politico, ma le vittorie sono arrivate solo quando il movimento dei lavoratori è sceso in campo a inizio ‘900. Lo stesso è avvenuto con il protagonismo operaio degli anni ’60-’70, altro periodo di conquista per i diritti delle donne.

Ecco quindi la terza via che si fa strada tra le lamentele riformiste e i proclama avventisti: la lotta di classe è lo strumento attraverso cui la donna può emanciparsi. La battaglia nel nostro posto di lavoro e nella società può condurre a delle conquiste migliorative per l’oggi e alla costruzione permanente di una nuova società per l’indomani. Questa è la prospettiva per cui ci spendiamo ma non è tutto. Una militante politica è già ora una donna maggiormente consapevole delle proprie catene, comprese quelle domestiche, è una donna che vive anche fuori dalle mura di casa liberandosi da quei condizionamenti che ci vogliono ancora oggi angeli del focolare. Lotta insieme a noi, la nostra emancipazione inizia qui, non rimandiamola oltre.