Macchine e grande industria

Nel libro I del Capitale, Marx analizza il ruolo rivestito dalle macchine nell’industria:

 

Come ogni altro sviluppo della forza produttiva del lavoro, il macchinario ha il compito di ridurre le merci più a buon mercato ed abbreviare quella parte della giornata lavorativa che l’operaio usa per se stesso, per prolungare quell’altra parte della giornata lavorativa che l’operaio dà gratuitamente al capitalista: è un mezzo per la produzione di plusvalore.

 

Il lavoratore, infatti, non percepisce tutto il guadagno generato dal proprio lavoro perché una quota di questo va ad alimentare il profitto del padrone. Il plusvalore è quindi quella parte di giornata in cui il dipendente non lavora più per se stesso, ovvero per il salario che percepisce, ma per il proprietario delle macchine sulle quali è impiegato.

Il ruolo dei macchinari, quindi, serve a produrre più merci ad un costo più basso, quindi ad estrarre più plusvalore (plus-tempo) dal lavoratore. Se prima l’operaio lavorava 8 ore e 4 servivano per pagare il suo salario e le altre 4 erano destinate al profitto del padrone, con l’introduzione delle macchine ora servono solamente 2 ore per pagare il salario del dipendente, mentre le restanti 6 alimentano il padrone.

In questa società anche la tecnologia non è neutrale di fronte alle scelte economiche: essendo asservita agli interessi della classe dominante, che possiede scienza, tecnica e risorse per la ricerca, anche l’automazione viene utilizzata per fini che tutelano e accrescono il profitto e non per il bene comune.

 

Prolungamento della giornata lavorativa e intensificazione del lavoro

 

Abbiamo detto che le macchine sono un estrattore di plusvalore (quindi di tempo e denaro). Marx analizza come l’introduzione dell’automazione abbia due effetti immediati: il prolungamento della giornata lavorativa e l’intensificazione del lavoro. Infatti:

 

Con l’introduzione generale delle macchine in uno stesso ramo della produzione il valore sociale del prodotto delle macchine scende al suo valore individuale, e entra in azione la legge per la quale il plusvalore non deriva dalle forze-lavoro - sostituite dal capitalista con le macchine, bensì, viceversa, dalle forze-lavoro che egli impiega per il loro funzionamento.

Il plusvalore nasce dalla parte variabile del capitale soltanto, e abbiamo visto che la massa del plusvalore è determinata da due fattori ossia dal saggio del plusvalore e dal numero degli operai impiegati simultaneamente. Data la durata della giornata lavorativa, il saggio del plusvalore è determinato dalla proporzione in cui la giornata lavorativa si scinde in lavoro necessario e in plus lavoro. Il numero degli operai impiegati simultaneamente dipende a sua volta dalla proporzione in cui si trovano la parte variabile del capitale e quella costante. Ora è chiaro che l’industria meccanica, qualunque sia la misura in cui essa, mediante l’aumento della forza produttiva del lavoro, estenda il pluslavoro a spese del lavoro necessario, raggiunge questo risultato solo diminuendo il numero degli operai impiegati da un dato capitale. Essa trasforma una parte del capitale, che prima era variabile ossia si trasformava in forza-lavoro viva, in macchinario, vale a dire in capitale costante che non produce plusvalore. È impossibile per esempio. spremere da due operai il plusvalore che si spreme da ventiquattro. Se ognuno dei ventiquattro operai fornisce su dodici ore solo un’ora di pluslavoro, insieme forniranno ventiquattro ore di pluslavoro, mentre il lavoro complessivo, dei due operai ammonta a sole ventiquattro ore. Nell’uso del macchinario per la produzione di plusvalore vi è quindi una contraddizione immanente, giacchè quest’uso ingrandisce uno dei due fattori del plusvalore che fornisce un capitale di una grandezza data ossia il saggio del plusvalore, soltanto diminuendo l’altro fattore, il numero degli operai. Questa contraddizione immanente si manifesta chiaramente non appena con l’introduzione generale del macchinario in un ramo dell’industria il valore della merce prodotta con le macchine diventa il valore sociale normativo di tutte le merci dello stesso genere, ed è questa contraddizione che spinge a sua volta il capitale, senza che esso ne sia cosciente, al più violento prolungamento della giornata lavorativa per compensare la diminuzione del numero relativo degli operai sfruttati mediante l’aumento non soltanto del pluslavoro relativo ma anche di quello assoluto.

 

Marx, inoltre, descrive un paradosso della produzione nel capitalismo: l’inserimento di macchine che potrebbero accorciare la giornata lavorativa si trasforma nel proprio contrario. L’automazione diviene lo strumento per far lavorare di più i dipendenti per mezzo di due modalità: attraverso il macchinario stesso in quanto estrattore di plusvalore, come spiegato poco fa, e tramite l’espulsione di una parte di lavoratori dal processo produttivo. L’aumento della disoccupazione, infatti, va ad ingrossare il cosiddetto esercito di riserva, che permette di sfruttare maggiormente tutta la classe lavoratrice proprio grazie al ricatto costante della perdita del lavoro e di una possibile sostituzione immediata con uno dei tanti disoccupati.

 

Se quindi l’uso capitalistico del macchinario crea da un lato nuovi potenti motivi di un prolungamento smisurato della giornata lavorativa e rivoluziona il modo stesso di lavorare e anche il carattere del corpo lavorativo sociale in maniera tale da spezzare la resistenza a questa tendenza, dall’altro lato quest’uso produce anche, in parte con la assunzione al capitale di strati di lavoratori in passato inaccessibili, in parte con il disimpegno degli operai soppiantati dalla macchina, una popolazione operaia sovrabbondante, la quale è costretta a lasciarsi dettar legge dal capitale. Da ciò quello strano fenomeno della storia dell’industria moderna, che la macchina butta all’aria tutti i limiti morali e naturali della giornata lavorativa. Da ciò il paradosso economico che il mezzo più potente per l’accorciamento del tempo di lavoro si trasforma nel mezzo più infallibile per trasformare tutto il tempo della vita dell’operaio e della sua famiglia in tempo di lavoro disponibile per la valorizzazione del capitale.

 

Ma l’introduzione di macchine nell’industria non ha soltanto come effetto l’allungamento della giornata lavorativa. Non sarebbe sostenibile dal punto di vista biologico. Innanzitutto per una questione di tempo: non si può lavorare più di 24 ore al giorno. Inoltre per una questione semplicemente biologica: un uomo non può lavorare tutto il giorno, deve poter almeno mangiare e dormire. Infine subentra la lotta dei lavoratori i quali nel momento in cui riescono a ottenere una giornata di lavoro più corta, il padrone intensifica il ritmo del lavoro per continuare ad estrarre lo stesso plusvalore. In questo la tecnologia è di nuovo l’attore principale. Quello che prima veniva prodotto da fabbriche di 1000 lavoratori oggi, grazie all’introduzione di nuove macchine nel ciclo produttivo, viene prodotto da 100 lavoratori.  Quindi, come scrive Marx, non si tratta soltanto di estendere la quantità di tempo di lavoro, ma anche la quantità di lavoro in un’unità di tempo. Oggi viene chiamata “produttività”. Marx nel Capitale spiega esattamente questo:

 

Il prolungamento smisurato della giornata lavorativa prodotto dal macchinario nelle mani del capitale, porta con sè in un secondo tempo, come abbiamo visto, una reazione della società minacciata nelle sue radici vitali e con ciò una giornata lavorativa normale limitata legalmente. Sulla base di quest’ultima giunge a uno sviluppo d’importanza decisiva un fenomeno da noi già prima incontrato: il fenomeno della intensificazione del lavoro. Nell’analisi del plusvalore assoluto si è trattato in un primo tempo della grandezza estensiva del lavoro, mentre il grado della sua intensità era presupposto come dato. Dobbiamo ora considerare la trasformazione della grandezza estensiva in grandezza di grado, ossia grandezza intensiva.

(...)

Appena la ribellione della classe operaia, a mano a mano più ampia, ebbe costretto lo Stato ad abbreviare con la forza il tempo di lavoro e a imporre anzitutto una giornata lavorativa normale alla fabbrica propriamente detta, da quel momento dunque in cui un aumento della produzione di plusvalore mediante il prolungamento della giornata lavorativa fu precluso una volta per tutte, il capitale si gettò a tutta forza e con piena consapevolezza sulla produzione di plusvalore relativo mediante un accelerato sviluppo del sistema delle macchine Allo stesso tempo subentra un cambiamento nel carattere del plusvalore relativo. Generalmente il metodo di produzione del plusvalore relativo consiste nel mettere l’operaio in grado di produrre di più con lo stesso dispendio di lavoro e nello stesso tempo mediante l’aumento della forza produttiva del lavoro. Lo stesso tempo di lavoro aggiunge al prodotto complessivo lo stesso valore di prima, benché questo valore di scambio inalterato si rappresenti ora in più valori d’uso e benché quindi cali il valore della merce singola. Diversamente stanno però le cose non appena l’accorciamento forzato della giornata lavorativa, con l’enorme impulso che dà allo sviluppo della forza Produttiva e all’economizzazione delle condizioni di produzione, impone all’operaio un maggiore dispendio di lavoro in un tempo invariato, una tensione più alta della forza-lavoro, un più fitto riempimento dei pori del tempo di lavoro, cioè una condensazione del lavoro a un grado che si può raggiungere solo entro i limiti della giornata lavorativa accorciata. Questo comprimere una massa maggiore di lavoro entro un dato periodo di tempo conta ora per quello che è, cioè per una maggiore quantità di lavoro. A fianco della misura del tempo di lavoro quale «grandezza estesa» si presenta ora la misura del suo grado di condensazione. Adesso, l’ora più intensa della giornata lavorativa di dieci ore contiene tanto lavoro ossia forza-lavoro spesa quanto l’ora più porosa della giornata lavorativa di dodici ore, o anche di più. Il suo prodotto ha quindi lo stesso valore o un valore maggiore di quello dell’ora e un quinto più porosi. Astraendo dall’accrescimento del plusvalore relativo mediante l’aumento della forza produttiva del lavoro, ora per esempio tre ore e un terzo di pluslavoro su sei e due terzi di lavoro necessario forniscono al capitalista la stessa massa di valore che fornivano prima quattro ore di pluslavoro su otto di lavoro necessario.

 

E ancora in questo passaggio:

 

Appena l’accorciamento della giornata lavorativa, il quale in un primo tempo crea la condizione soggettiva della condensazione del lavoro, ossia la capacità dell’operaio di rendere liquida in un dato tempo una quantità maggiore di forza, diventa obbligatorio per legge, la macchina diventa nelle mani del capitale il mezzo obiettivo e sistematicamente applicato per estorcere una quantità maggiore di lavoro nel medesimo tempo. E questo avviene in duplice maniera: mediante l’aumento della velocità delle macchine e mediante l’ampliamento del volume di macchinario da sorvegliare da uno stesso operaio, ossia mediante l’ampliamento del suo campo di lavoro. Il perfezionamento nella costruzione del macchinario in parte è necessario per esercitare una pressione maggiore sugli operai, in parte accompagna spontaneamente l’intensificazione del lavoro, perché il limite della giornata lavorativa costringe il capitalista all’economia più rigorosa nei costi di produzione. Il perfezionamento della macchina a vapore aumenta il numero dei colpi di stantuffo al minuto e consente insieme, mediante un maggiore risparmio di energia, di far funzionare con lo stesso motore un meccanismo più ampio, restando invariato o addirittura diminuendo il consumo di carbone. Il perfezionamento del meccanismo di trasmissione diminuisce la frizione e — ed è proprio questo che distingue con tanta evidenza il macchinario moderno da quello più vecchio — riduce il diametro e il peso degli alberi grandi e piccoli a un minimo sempre decrescente. I perfezionamenti delle macchine operatrici diminuiscono infine, data la maggiore velocità e l’azione più ampia, il volume del macchinario come nel caso del telaio a vapore moderno, oppure ingrandiscono insieme col corpo del macchinario l’ampiezza e il numero degli strumenti azionati da esso, come nel caso della filatrice meccanica, oppure aumentano la mobilità di questi strumenti mediante quasi impercettibili mutamenti particolari come, nel caso della self-acting mule, intorno al 1855 la velocità dei fusi venne aumentata di un quinto.

La riduzione della giornata lavorativa a dodici ore risale in Inghilterra al 1832. Fin dal 1836 un fabbricante inglese dichiarava: «A paragone di prima il lavoro da compiersi nelle fabbriche è cresciuto molto a causa della maggiore attenzione ed attività richieste all’operaio dal notevole aumento della velocità dei macchinario»

 

Questa è la storia dell’industria dai tempi di Marx fino ad oggi. Ogni invenzione, ogni novità introdotta è funzionale a un maggiore sfruttamento dei lavoratori.