Industria 4.0: utopia per il capitale, incubo per i lavoratori

Il 2017 è iniziato all’insegna della parola Industria 4.0, ovvero l’introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi, presentata come un cambiamento epocale paragonabile alla rivoluzione industriale. In realtà, se guardiamo ai progetti messi in campo nel nostro paese, questa grande innovazione è piuttosto ridimensionata e si profila come uno svecchiamento del parco macchine industriale del nostro paese - il più vecchio in Europa - a spese dello Stato (ovvero delle tasse che pagano i lavoratori). L’automazione della produzione non è una novità recente. Siamo di fronte a un cambio qualitativo? E’ da quando esiste il capitalismo che le linee di produzione si dotano di macchine per svolgere compiti un tempo di competenza umana. All’inizio si trattava di macchine a vapore, oggi si parla di robot e intelligenze artificiali. La sostanza nei fatti non cambia. Il capitalismo rivoluziona in ogni istante i suoi modi di produzione, come scriveva Marx nel Manifesto: “ la borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione”.

Quindi nessuna novità. C’è solo un’ulteriore tappa tecnologica nei modi di produrre che, come in passato, portano alla sostituzione di lavoro umano con lavoro automatizzato. La novità sta nel fatto che i software di autoapprendimento riescono a svolgere anche i cosiddetti lavori “intellettuali”, prevalentemente impiegatizi.

Se un tempo era impensabile sostituire un analista finanziario, un addetto del call center, perfino medici e giornalisti, grazie allo sviluppo tecnologico dei software oggi è possibile. Ad esempio, Vodafone sta già sviluppando un’intelligenza artificiale che sostituisca gli operatori che rispondono ai call center. In Giappone una compagnia assicurativa ha rimpiazzato 30 impiegati “liquidatori” con un’intelligenza artificiale. Nel Regno Unito stanno testando un software che leggendo analisi del sangue e rilevando i battiti cardiaci è in grado di diagnosticare problemi e salvare il paziente nell’80% dei casi. Un medico ci riesce nel 60%. Di esempi così ne potremmo fare a decine. McKinsey ha fatto un’analisi dove mediamente il 49% dei lavori può essere rimpiazzato da macchine (vedi immagine). 

Se un tempo una macchina poteva sostituire il lavoro delle persone ma necessitava comunque del controllo dell’uomo, oggi questa funzione può essere assegnata ad un software con l’ausilio di sensori e telecamere. Ormai abbiamo la tecnologia per automatizzare interamente il ciclo produttivo. C’è effettivamente la possibilità di realizzare un intero impianto senza alcun lavoratore. Ad esempio l’Adidas vuole riportare una parte della sua produzione in Germania, costruendo una fabbrica completamente automatizzata.

In questo caso l’effetto reshoring porta soltanto alla distruzione dei posti di lavoro, senza crearne altri.

Sotto un profilo strettamente tecnico c’è realmente la possibilità di eliminare il cosiddetto capitale variabile, ovvero il salario del lavoratore. Quanto però questo sia compatibile con le leggi del capitalismo è tutto da vedere.

Ma è un bene o un male l’automazione dei processi produttivi? Le macchine sono al servizio o in antagonismo al lavoratore? L’automazione è una risorsa che libera tempo o un incubo che genera la cosiddetta disoccupazione tecnologica con conseguente miseria?

Oggi si discute molto dell’impatto di queste nuove tecnologie nella produzione, con le più disparate soluzioni: tassare i robot che “rubano” il lavoro alle persone, reddito di cittadinanza, ecc. Vogliamo andare a recuperare alcune parti del Capitale di Marx dove si spiega l’inserimento delle macchine nell’industria, non per fare gli apologeti di Marx, né per usare il Capitale come il libro di ricette, ma per dimostrare che certi meccanismi di questo sistema economico sono già stati codificati qualche secolo fa.