Il problema non sono le macchine, il problema è il capitalismo

In poche parole Marx spiega che con l’introduzione di tecnologia, aumento produttività del lavoro, si possono produrre più merci in una data unità di tempo. Questo porta a un calo del prezzo del prodotto con conseguente calo del profitto che il capitalista fa su quel prodotto. Quindi per fare lo stesso profitto di prima è costretto a vendere più unità di quel prodotto.

Questo fenomeno lo abbiamo visto alcuni anni fa rispetto alla produzione del latte. Le migliorie tecniche nell’allevamento delle mucche ha portato le aziende agricole a produrre talmente tanto latte da costringere i governi a stabilire delle “quote” per poter mantenere in piedi l’industria del latte che altrimenti sarebbe crollata proprio a causa della caduta del saggio di profitto. Oggi ci sono studi che l’introduzione delle nuove tecnologie porterebbe a un aumento della produttività del 40%. Significa che potrebbero essere prodotte più merci in una data unità di tempo. Cosa può succedere in un economia che mostra evidenti segni di sovrapproduzione un ulteriore aumento della capacità produttiva? Questa è l’utopia per il capitale. Una produzione completamente automatizzata capace di produrre quantità infinite di merci.

Marx infine delinea dove sta il problema. Non certo nelle macchine, che servirebbero a diminuire la quantità di lavoro umana, ma dal sistema economico che le utilizza, il capitalismo:

 

É un dato di fatto indubbio che le macchine in sè non sono responsabili di questa «liberazione» degli operai dai mezzi di sussistenza. Le macchine riducono più a buon mercato e aumentano il prodotto nella branca che conquistano e in un primo momento lasciano inalterata la massa di mezzi di sussistenza prodotta in altre branche dell’industria. Dunque la società possiede, prima e dopo la loro introduzione, altrettanti mezzi di sussistenza, o anche di più, per gli operai soppiantati, fatta completamente astrazione dalla enorme parte del prodotto annuo che viene sperperata da non-operai. E qui sta il punto culminante dell’apologetica degli economisti! Le contraddizioni e gli antagonismi inseparabili dall’uso capitalistico delle macchine non esistono perchè non provengono dalle macchine stesse, ma dal loro uso capitalistico! Poichè dunque le macchine, considerate in sè, abbreviano il tempo di lavoro mentre, adoprate capitalisticamente, prolungano la giornata lavorativa, poichè le macchine in sè alleviano il lavoro e adoprate capitalisticamente ne aumentano l’intensità, poichè. in sè sono una vittoria dell’uomo sulla forza della natura e adoprate capitalisticamente soggiogano l’uomo mediante la forza della natura, poichè in sè aumentano la ricchezza del produttore e usate capitalisticamente lo pauperizzano, ecc., l’economista borghese dichiara semplicemente che la considerazione delle macchine in sè dimostra con la massima precisione che tutte quelle tangibili contraddizioni sono una pura e semplice parvenza della ordinaria realtà, ma che in sè, e quindi anche nella teoria, non ci sono affatto. Così risparmia di doversi ulteriormente stillare il cervello, e per giunta addossa al suo avversario la sciocchezza di combattere non l’uso capitalistico delle macchine, ma le macchine stesse.

 

In una società differente le macchine non “rubano” il lavoro agli operai, non sono dannose per i lavoratori. Dal punto di vista marxista la tecnologia e il suo continuo sviluppo sono il principale modo per liberare l’uomo dal lavoro. Per questo motivo combattere semplicemente l’introduzione della tecnologia (ad esempio come proporre di tassare i ribito che “rubano” il lavoro agli umani, è sia scorretta sia utopica).

L’utilizzo delle macchine da parte del capitale è sempre contro gli operai. Abbiamo visto che li danneggia rispetto alla durata della giornata lavorativa, rispetto ai ritmi di lavoro, rispetto a salario e occupazione. Il capitalista, che domina la tecnologia, la utilizza per limitare il ruolo dell’operaio nella produzione, per non renderlo indispensabile e quindi per limitare il suo potere contrattuale. infatti :

 

Tuttavia la macchina non agisce soltanto come concorrente strapotente, sempre pronto a rendere «superfluo» l’operaio salariato. Il capitale la proclama apertamente e consapevolmente potenza ostile all’operaio e come tale la maneggia. Essa diventa l’arma più potente per reprimere le insurrezioni periodiche degli operai, gli scioperi, ecc. contro la autocrazia del capitale. Secondo il Gaskell la macchina a vapore è stata subito un antagonista della « forza umana », il quale ha messo il capitalista in grado di stroncare radicalmente le crescenti rivendicazioni degli operai, che minacciavano di spingere alla crisi il sistema delle fabbriche al suo inizio.Si potrebbe scrivere tutta una storia delle invenzioni che dopo il 1830 sono nate soltanto come armi del capitale contro le sommosse operaie.

 

Oggi ci sono ad esempio interi magazzini completamente automatizzati. Molte aziende se ne dotano in modo che un eventuale sciopero dei lavoratori non fermi completamente la produzione. Tuttavia nessuna azienda si è dotata soltanto di magazzini automatici, soltanto di fabbriche completamente automatiche, seppure la tecnologia in alcuni campi sia già disponibile. Da tutto il ragionamento che, attraverso Marx, abbiamo fatto finora, ci porta a pensare che non avverrà, come è stato detto, una “rivoluzione”. Non vedremo esplusioni di massa dai posti di lavoro, non vedremo robot in giro a lavorare al posto dell’uomo. Almeno non totalmente. Piuttosto vedremo un utilizzo di queste nuove tecnologie in maniera scientifica, come è sempre stato fatto, in base alla convenienza. Laddove converrà sostituire il lavoratore con la macchina si procederà. Appena sarà conveniente il lavoratore rispetto alla macchina si tornerà indietro. A questo proposito è illuminante leggere com’era la situazione ai tempi di Marx:

 

Considerata la macchina esclusivamente mezzo per ridurre più a buon mercato il prodotto, il limite dell’uso delle macchine è dato dal fatto che la loro produzione costi meno lavoro di quanto il loro uso ne sostituisca. Ma per il capitale questo limite trova un’espressione ancora più ristretta. Poichè il capitale non paga il lavoro adoperato, ma il valore della forza-lavoro usata, per esso l’uso delle macchine è limitato dalla differenza fra il valore della macchina e il valore della forza-lavoro da essa sostituita. Poichè la suddivisione della giornata lavorativa in lavoro necessario e in pluslavoro è differente a seconda dei paesi, ed è anche differente nello stesso paese in periodi differenti o durante lo stesso periodo in differenti rami d’industria, poichè inoltre il salario reale dell’operaio ora scende al di sotto ora sale al di sopra del valore della sua forza-lavoro, la differenza fra il prezzo delle macchine e il prezzo della forza-lavoro che da esse deve essere sostituita può variare molto, anche identica rimanendo la differenza fra la quantità di lavoro necessaria per la produzione della macchina, e la quantità complessiva del lavoro da essa sostituito

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Però, per il capitalista stesso, è solo la prima differenza quella che determina i costi di produzione della merce, e che influisce su di lui mediante le leggi coercitive della concorrenza. Quindi si inventano oggi in Inghilterra macchine che vengono adoperate solo nell’America del Nord, come la Germania inventava nei secoli XVI e XVII macchine che solo l’Olanda adoperava, e come parecchie invenzioni francesi del secolo XVIII vennero sfruttate solo in Inghilterra.

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Gli yankees hanno inventato macchine spaccapietre. Gli inglesi non le adoperano, perchè al miserabile (“wretch” è termine tecnico dell’economia politica inglese per il lavoratore agricolo) che compie questo lavoro vien pagata una parte così piccola del suo lavoro, che le macchine rincarerebbero la produzione per il capitalista. In qualche occasione in Inghilterra vengono ancora impiegate donne invece di cavalli per rimorchiare ecc. le barche dei canali, perchè il lavoro richiesto per la produzione dei cavalli e delle macchine è una quantità matematica data, e invece quello per il mantenimento delle donne della sovrappopolazione è al disotto di ogni calcolo. Quindi in nessun’altra parte del mondo si trova una prodigalità di forza umana per bagattelle, più svergognata di quella che si trova per l’appunto in Inghilterra, il paese delle macchine.

 

Questo alla fine è l’incubo per i lavoratori. Ogni lavoro diventa accessorio alla produzione, perché al centro ci sarà una macchina che funzionerà indipendentemente dalla presenza umana. Tutti i lavori diventano H24, per adeguarsi ai turni delle macchine. E paradossalmente proprio i lavori cosiddetti “intellettuali” sarebbero quelli sottoposti a maggior automazione.

Proposte come “tassare i robot che rubano il lavoro” che vada a costituire un fondo per un “reddito di cittadinanza” sono soltanto dei palliativi. Anche se dovessero venire adottate avrebbero come effetto il ritorno a lavoro umano al posto della macchina in quanto “più conveniente” oppure nel migliore dei casi ci costringerebbero a sopravvivere con un misero contributo

Provate invece a immaginare una società dove la produzione di merci è completamente automatizzata, dove la movimentazione delle merci è gestita da mezzi a guida autonoma e i mezzi sono scaricati da robot umanoidi. Provate a immaginare supermercati senza casse, cartelle mediche gestite e analizzate da un’intelligenza artificiale. Ecco tutto questo nella società capitalista è semplicemente irrealizzabile e laddove introdotto comporta la miseria per i lavoratori che vengono rimpiazzati da quella specifica macchina.

Sta a noi lottare perché la tecnologia che già esiste e che esisterà nel breve periodo sia messa a disposizione di tutti. Questo permetterebbe nell’immediato di ridurre fortemente l’orario di lavoro e in futuro la completa eliminazione del lavoro in modo che ognuno possa sviluppare i propri interessi, scientifici o artistici che siano e che ognuno dia secondo le proprie possibilità e riceva secondo i suoi bisogni.