L'ascesa dello stalinismo e il congresso di Lione

“Le opposizioni ebbero paura di essere travolte da una possibile insurrezione operaia” A. Gramsci

 

L’Aventino rimarrà nel dizionario italiano come sinonimo di passività. La cosiddetta borghesia liberale ha dimostrato una volta di più di temere più l’azione del proletariato che l’avvento del fascismo. E’ la stessa crisi internazionale del capitalismo a non permettere nemmeno una parvenza di democrazia qual’è quella borghese. L’inflazione è ormai fuori controllo: fatto 100 l’indice dei prezzi nel 1914, nell’ottobre del ’24 raggiunge quota 492,9. Il risveglio del proletariato, seppur inizialmente con obiettivi solo democratici, non potrebbe che dirigersi contro le fondamenta stessa del capitalismo. Da qua nasce l’immobilismo aventiniano.

Gramsci non si è lasciato trascinare da nessuna forma di illusione nelle opposizioni democratiche. Sa che “opposizioni e fascismo non desiderano ed eviteranno sistematicamente che una lotta a fondo si impegni”, ma non per questo ritiene che la prospettiva più probabile sia un accordo finale tra i due campi. “Il fascismo – scrive sull’Ordine Nuovo – per la natura della sua organizzazione non sopporta collaboratori con parità di diritto, vuole solo dei servi alla catena: non può esistere un’assemblea rappresentativa in regime fascista, ogni assemblea diventa subito un bivacco di manipoli o l’anticamera di un postribolo per ufficiali subalterni avvinazzati”.Nel complesso però la linea del partito rimane piuttosto oscura. Alla passività dell’Aventino si contrappone la parola d’ordine della formazione di “comitati operai e contadini” che rimarranno lettera morta.

Quando a novembre le opposizioni licenziano un manifesto dove ci si appella all’intervento del re, il Pci decide di staccarsi dall’Aventino e tornare in parlamento. Ma si tratta ormai di una formalità. Alla riapertura dei lavori della Camera nel gennaio del ’25, Mussolini prende su di sé la piena responsabilità storica:“Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere io sono il capo”. E’ l’avvio dell’ultimo definitivo giro di vite.

 

La questione meridionale

 

“La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento; il proletariato settentrionale emancipando sé stesso dalla schiavitù capitalista emanciperà le masse contadine meridionali asservite alla banca e all’industrialismo parassitario del Settentrione” A. Gramsci

 

Nonostante le elezioni abbiano mostrato una lieve ripresa nel sud, il Pci rimane sostanzialmente un’organizzazione settentrionale. Conta nel ’24 15mila iscritti al nord , 5mila al centro 5mila al sud. Eppure il meridione è la zona d’Italia più colpita dalle misure economiche del fascismo, tanto che durante l’Aventino si è registrata una maggiore vivacità al sud piuttosto che al nord . L’incapacità del Pci di analizzare le fondamenta dell’arretratezza del meridione viene percepita da Gramsci come un male ormai irrimandabile. Per questo si applica alla stesura di un opuscolo che rimarrà incompleto dove riprende le analisi che ha già sviluppato nella prima serie dell’Ordine Nuovo.

L’arretratezza del sud è vista da Gramsci come un aspetto dello sviluppo diseguale e combinato del capitalismo italiano. Arrivata tardi sulla scena della storia la borghesia italiana ha fatto del meridione la propria colonia. In accordo con gli interessi latifondistici del blocco agrario del sud, ha depredato il meridione di capitali impedendone così un’industrializzazione e ricavandone contemporaneamente mano d’opera a basso costo e carne da cannone. L’arretratezza del meridione non è quindi un elemento precapitalistico casualmente ereditato dallo Stato italiano: è una parte integrante del capitalismo italiano. E come tale può essere risolto solo all’interno della generale lotta del proletariato contro la borghesia. Il proletariato settentrionale deve contemporaneamente combattere contro i pregiudizi diffusi nella società nei confronti del meridione, deve rendersi conto che lasciare le masse del sud nel loro isolamento equivale a porre in pericolo la stessa rivoluzione. Se il proletariato non si sforza di offrire un blocco, di egemonizzare il consenso delle masse meridionali, si potrebbero aprire alcuni scenari: in caso di rivoluzione la borghesia potrebbe tentare di scindere il sud dal nord e fare del sud contadino la propria retroguardia militare. Oppure le masse meridionali si trasformeranno in una riserva di consensi della destra attraverso l’egemonia che su di loro possono giocare i notabili locali, quello strato di intellettuali (avvocati, dottori, professori universitari) democratici in viso e reazionari nello spirito. Non si tratta forse della brillante previsione di ciò che la borghesia americana cercherà di fare provando a scindere la Sicilia dal resto d’Italia alla fine della Seconda Guerra Mondiale per farne una base militare da usare contro un’eventuale rivoluzione socialista? E non si tratta soprattutto della previsione dell’egemonia che la Democrazia Cristiana riuscirà ad esercitare sulle masse meridionali a causa delle mancanze del Pci?

 

La bolscevizzazione del partito

 

“In realtà il nostro partito si trovò ad essere staccato dal complesso internazionale,si trovò a sviluppare la sua ideologia caotica e arruffata sulla sola base delle nostre immediate esperienze nazionali” A. Gramsci

 

Il ritorno di Gramsci in Urss avviene in occasione dell’esecutivo allargato del marzo del ’25. E’ una riunione estremamente confusa dove Zinoviev ripropone l’analisi della socialdemocrazia come “ala del fascismo” e della situazione che “resta come per il passato oggettivamente rivoluzionaria anche se in certi paesi la situazione immediatamente rivoluzionaria sia sparita”. Tutti gli accordi pratici riguardano ancora una volta la bolscevizzazione dei partiti comunisti. Zinoviev si spinge fino ad affermare che Bordiga rappresenta ormai l’“estrema destra” dell’Internazionale, causando lo sgomento della delegazione italiana per una calunnia così grossolana. Forse è sulla base di uno spettacolo tanto pietoso che Gramsci al suo ritorno appare estremamente più cauto nei propri giudizi. Al successivo Comitato Centrale non ripropone l’accostamento tra Trockij e Bordiga, ed ammette che il 90% degli iscritti è all’oscuro del dissenso interno all’Internazionale.

Se col tempo Gramsci appare un sostenitore sempre meno convinto della “bolscevizzazione” del partito, non ne apparirà mai nemmeno un aperto oppositore. L’ultimo numero dell’Ordine Nuovo, quello del marzo del ’25, ne è una dimostrazione lampante. Il giornale si apre con un editoriale dal titolo: “Frazione e Partito”in cui le posizioni di Trockij sono affrontate da un punto di vista meramente di metodo. Non vi è nessun riferimento alla questione del socialismo in un paese solo o alle critiche attorno all’applicazione della Nep. Ci si limita a commentare l’eventuale legittimità di una lotta di frazione: Trockij ha presentato l’emergere di diverse frazioni come il risultato della pressione di diversi strati del proletariato e di diverse classi sociali sullo stesso apparato del partito. A riguardo sull’Ordine Nuovo si legge: “il problema è tra i più delicati della nostra dottrina (…) e vi è una parte della dottrina svolta o adombrata da Trockij che deve essere accettata perché pienamente rispondente alla realtà. E’ la parte che riguarda appunto i rapporti che corrono tra il partito, la classe operaia e le situazioni oggettive in cui l’uno e l’altro si muovono. Il Partito è una parte della classe operaia. Esso è quindi soggetto a una serie di influenze esercitate da forze e correnti che in seno alla classe operaia si determinano”. L’articolo continua spiegando, quindi, come il pensiero di Trockij sia profondamente differente dagli errori contenuti nelle Tesi di Roma del ’22, le quali cercavano di preservare la purezza del partito stabilendo una serie di confini artificiali al suo esterno. Non si tratta di una distinzione di poco conto: nella lotta di frazione interna al Pci le Tesi di Roma rappresentano l’impersonificazione stessa del pensiero di Bordiga. Eppure l’articolo si chiude con un’adesione piuttosto chiara alle tesi della maggioranza dell’Internazionale: “la lotta di frazione è incompatibile con un partito che sia partito rivoluzionario della classe operaia”. Sull’ultima pagina è poi pubblicizzata l’imminente uscita dell’opuscolo “Leninismo e Trotskismo”, uno dei primi risultati della campagna denigratoria contro l’opposizione di sinistra.

Si congeda così dalla storia l’ultimo numero dell’Ordine Nuovo. E non possiamo nascondere che si tratta di un congedo piuttosto ignobile. Rimarrebbe da chiedersi perché il settimanale marxista che meglio ha saputo analizzare e riportare in Italia gli sviluppi della rivoluzione russa, abbia atteso fino al marzo del ’25 per presentare il trotskismo come una corrente sostanzialmente aliena al marxismo. Nella prima serie, quella del ’19-’20, l’Ordine Nuovo ha pubblicato in ogni numero almeno un articolo di Lenin senza che mai si accennasse né alla minima divergenza con Trockij né al termine trotskismo. Nello stesso periodo sono stati pubblicati 7 articoli di Zinoviev, 5 di Radek, 5 di Bucharin, 3 di John Reed e 3 di Trockij e nemmeno uno di Stalin. Stalin a dire il vero non viene nemmeno mai nominato. Si dovrà attendere gli ultimi due numeri del giornale per trovare due suoi articoli contenenti per altro grossolani errori e falsità.

 

Il Congresso di Lione e l’ultima lettera a Togliatti

 

“I compagni Zinoviev, Trockij, Kamenev hanno contribuito potentemente ad educarci per la rivoluzione”A. Gramsci

 

Nel gennaio del ’26 si apre a Lione il Terzo Congresso del Pci. Sono passati ben quattro anni da quello di Roma, di cui gli ultimi due passati a minare in qualsiasi modo la corrente bordighista. Le Tesi che Gramsci presenta a questo congresso sono il coronamento di tutte le concezioni per cui ha lottato dal suo ritorno in Italia: fronte unico, soluzione della questione meridionale all’interno della rivoluzione socialista, analisi della natura di classe del fascismo e autocritica del settarismo infantile del Pci. In buona parte sono uno dei migliori documenti che il Pci abbia prodotto nella propria storia. Ma vi sono almeno due pesanti considerazioni da fare sul congresso: una di natura politica ed una di carattere democratico. Il Congresso di Lione avviene tra due pesanti ondate repressive, quella dell’inizio del ’25 e quella della fine del ’26. Si tratta degli ultimi colpi che il fascismo assesta al partito comunista e a tutte le organizzazioni del movimento operaio. Eppure tutto il dibattito sembra piegato su una confutazione astratta del bordighismo. Il pericolo continua ad essere complessivamente sottovalutato come dimostra la stessa facilità con cui Gramsci verrà arrestato in autunno.

Il regolamento congressuale è poi profondamente antidemocratico. La repressione impedisce lo svolgimento di una discussione alla luce del sole. Per diversi compagni presentarsi alle assisi congressuali significherebbe essere arrestati. Per questo viene stabilito che chiunque non esprima il proprio voto esplicitamente per Bordiga, dovrà considerarsi un votante per l’Esecutivo. Questo vale sia per gli assenti che per gli astenuti. Bordiga ha perso all’interno della direzione del partito parecchi consensi eppure il risultato congressuale non può non essere viziato da simile meccanismo: le Tesi presentate dalla direzione riceveranno così il 90% dei consensi.

Nel corso del ’26 la situazione nel partito bolscevico, però, cambia nuovamente. Dopo aver usato il prestigio di Zinoviev, la frazione stalinista lo scarica per porsi in stretta alleanza con Bucharin e la destra del partito. Stalin si appoggia ormai apertamente sul nuovo strato di borghesi cresciuti all’ombra della Nep. Lo sviluppo industriale viene completamente sacrificato a favore dei rapporti capitalisti nelle campagne, si teorizza il socialismo “a passo di tartaruga” e la necessità di non porre freni all’arricchimento dei contadini. Il riavvicinamento tra Zinoviev e Trockij in un’unica opposizione non può non avere effetti anche su Gramsci. Per questo su incarico dello stesso ufficio politico del partito Gramsci si decide a scrivere una lettera direttamente al Comitato Centrale del partito bolscevico: “i comunisti italiani hanno sempre seguito con la massima attenzione le vostre discussioni. Alla vigilia di ogni Congresso e di ogni conferenza del partito comunista russo, noi eravamo sicuri che, nonostante l’asprezza delle polemiche l’unità del partito russo non era in pericolo. (…) non abbiamo più la sicurezza del passato; ci sembra che l’attuale atteggiamento del blocco di opposizioni e l’acutezza delle polemiche esigano l’intervento dei partiti fratelli (…) Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito Comunista dell’Urss aveva conquistato per impulso di Lenin; ci pare che la passione violenta delle questioni russe vi faccia perdere di vista gli aspetti internazionali delle questioni russe stesse, vi faccia dimenticare che i vostri doveri militanti russi possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale”. La lettera poi continua con una professione di fede nella linea della maggioranza, in una serie di attacchi alle opposizioni e nella semplice richiesta alla maggioranza staliniana di non voler “stravincere nella lotta” e quindi ad “evitare le misure eccessive”.

La lettera non è perciò un appoggio all’opposizione di sinistra, tutto il contrario. Eppure sono sufficienti quei pochi distinguo, quei richiami alla soluzione inevitabile delle questioni russe all’interno degli aspetti internazionali (una negazione implicita della teoria di Stalin del socialismo in un paese solo) perché la lettera venga ritenuta compromettente. Togliatti, rappresentante del Pci presso l’Internazionale, la consegna a Bucharin ma non ai suoi naturali destinatari. Verrà poi sepolta fino al 1964, così come si dovrà attendere il 1970 per conoscere il carteggio che segue tra i due. Togliatti risponde a Gramsci giustificando così il proprio comportamento: “il vostro pessimismo dà l’impressione che voi non riteniate del tutto giusta la linea del partito”. Nella risposta Gramsci non può che scagliarsi contro Togliatti: “tutto il tuo ragionamento è viziato da burocratismo”. Eppure anche in questo caso Gramsci afferma di non essere stato capito, di aderire comunque alla linea della maggioranza dell’Internazionale.

Ma tra Gramsci e una sua possibile evoluzione politica si sta per porre l’ostacolo del carcere. La lettera spedita a Mosca ha messo in allarme l’esecutivo internazionale che spedisce il proprio rappresentante in Italia per tenere un Comitato Centrale a Milano in cui il Pci ribadisca la propria fedeltà alla linea stalinista. Non vi partecipano né Bordiga, né Gramsci. A Milano quest’ultimo non può scendere dal treno e deve tornare a Roma. L’ennesimo attentato a Mussolini non riuscito (forse una provocazione organizzata dallo stesso regime) giustifica la definitiva recrudescenza della repressione fascista. All’inizio di novembre Gramsci è arrestato come buona parte del corpo attivo del partito. Il tribunale speciale istituito dal fascismo condannerà 4.030 comunisti per un totale di 23.000 anni di carcere.