L'arrivo a Torino a la Rivoluzione Russa

“Il popolano dell’Alta Italia pensava che se il Mezzogiorno non progrediva dopo essere stato liberato dalle pastoie che allo sviluppo moderno opponeva il regime borbonico, ciò significava che le cause della miseria non erano esterne, da ricercarsi nelle condizioni economico-politiche obiettive, ma interne, innate nella popolazione meridionale…l’incapacità organica degli uomini, la loro barbarie, la loro inferiorità biologica” A. Gramsci

 

Quando Gramsci arriva a Torino nel 1911 non è completamente a digiuno di politica. Tuttavia gli echi delle vicende nazionali e internazionali gli sono arrivati filtrati dalla luce particolare dell’ambiente sardo. Con il tempo questo si rivelerà tutt’altro che una debolezza. La sua origine sarda, unita all’esperienza torinese, sarà fondamentale per sviluppare le proprie idee attorno alla questione meridionale. Si tratterà prima di tutto di emanciparsi dalla visione maturata sull’isola. La Sardegna non era immune dai processi più generali della lotta di classe. Sono gli spari della polizia nel 1904 sugli operai di Bugerru (sulla costa meridionale sarda) a dare il via al primo sciopero generale della classe operaia italiana. Nel 1906 Cagliari è scossa dai moti insurrezionali contro il carovita. Gli sviluppi generali della questione di classe, però, si mescolano ad ogni passo con quelli peculiari della questione sarda. Lo stesso sviluppo del socialismo non fa eccezione. Nel 1896 il partito socialista conta appena 128 iscritti in tutta l’isola. Per moltissimi giovani il termine socialista indica un’idea vaga, a metà strada tra l’anticlericalismo e gli ideali tipici del sardismo. Come ricorderà lo stesso Gramsci: “Io pensavo allora che bisognava lottare per l’indipendenza nazionale della regione. ‘A mare i continentali!’. Quante volte ho ripetuto queste parole!”. Del resto sono i giornali dell’intellettualità borghese sarda spesso a denunciare le condizioni di sottosviluppo a cui è costretta l’isola e a dirigere il malcontento verso la figura generica del continentale. A Torino Gramsci incontrerà i pregiudizi che la borghesia ha diffuso riguardo all’arretratezza del meridione e delle isole. Insieme a questi pregiudizi, però, incontrerà anche la classe operaia che ne è involontaria portatrice. Il generico termine continentale sparisce soppiantato dal binomio borghesia continentale e sarda da un lato, e unità del proletariato con i contadini dall’altro.

 

L’iscrizione al partito socialista e la prima guerra mondiale

 

“Le idee non cadono dal cielo” A. Labriola

 

Nel 1913 in Italia si svolgono le prime elezioni con suffragio universale maschile. Con l’ammissione degli analfabeti al voto, la popolazione degli elettori in Sardegna passa da 42mila a 178mila. Secondo Tasca, Gramsci “era stato molto colpito dalla trasformazione prodotta in quell’ambiente dalla partecipazione delle masse contadine alle elezioni, benché non sapessero e non potessero servirsi per conto loro della nuova arma. Fu questo spettacolo e la meditazione su di esso, che fece definitivamente di Gramsci un socialista”. La sua impostazione ha subito un impatto sulla sezione locale dei giovani socialisti. Quando ad ottobre dello stesso anno la rappresentanza di un collegio torinese rimane vacante per la morte di un parlamentare, i giovani socialisti torinesi offrono la candidatura al meridionalista Salvemini per affermare la solidarietà tra operai torinesi e contadini pugliesi in lotta.

Allo stesso tempo, però, la visione di Gramsci è tutt’altro che definita. Nel partito socialista vige un’enorme confusione in cui Hegel è spesso conosciuto meglio di Marx e il socialismo scientifico soppiantato da una miscela di sindacalismo rivoluzionario e anticlericalismo. Il settore più radicale del partito cerca a tentoni idee in grado di contrapporsi al vecchio leader riformista Turati, eroe dei moti operai del 1898, ormai completamente intriso di idee moderate. Per uno scherzo della storia, punto riferimento di questo confuso sentimento di opposizione diventa il direttore del quotidiano socialista “l’Avanti”: Benito Mussolini. Intanto la borghesia italiana si avvia divisa e incerta ad entrare nella carneficina della prima guerra mondiale. Le divisioni ai vertici della classe dominante si riflettono in divisioni alla base della società, permettendo al partito socialista di mantenersi fuori dalla sbornia nazionalista. Sotto il peso delle proprie contraddizioni interne, il Psi finisce così per attestarsi su una posizione di ambigua neutralità. Lo slogan rispetto alla guerra diventa quindi “né sabotare, né aderire”, formula insufficiente che avrà però l’effetto di tenere il partito fuori dal crollo generale della Seconda Internazionale. Nell’ottobre del 1914 Mussolini pubblica sull’Avanti un articolo intitolato “Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante”, con cui inizia il suo rapido slittamento verso destra e verso una posizione di adesione al conflitto. Dai giovani torinesi la sua posizione è però scambiata per un primo passo verso un aperto boicottaggio della guerra. Ironia della storia, il primo articolo politico ufficiale di Gramsci sarà proprio in appoggio alla neutralità attiva di Mussolini. Questo articolo verrà utilizzato dalla burocrazia del Psi e della Cgl negli anni successivi per attribuirgli una posizione interventista. Tuttavia non è dai confini nazionali che verrà il fattore che deve porre ordine in tanta confusione. L’8 marzo del 1917, in occasione della giornata della donna, in Russia manifestazioni operaie di massa fanno traballare il potere zarista. E’ l’inizio della Rivoluzione Russa.

 

Torino e il 1917

 

“Ci sentiamo molecole di un mondo in gestazione, sentiamo questa marea che sale lentamente ma fatalmente e come l’infinità di gocce che la formano siamo saldamente aderenti; sentiamo che nella nostra coscienza vive veramente l’Internazionale” A. Gramsci

 

All’estero le vicende della rivoluzione russa sono tutt’altro che di facile interpretazione. In Italia arrivano poche notizie e totalmente distorte. La Gazzetta del Popolo descrive così l’insurrezione d’ottobre: “Una folla di massimalisti saccheggiò le cantine di vini del Palazzo d’Inverno, ubriacandosi, dispersa dalla forza armata”. Quel poco che filtra è tuttavia sufficiente a conferire un’enorme autorità ai bolscevichi. Per le larghe masse sono coloro che più coerentemente si sono posti l’obiettivo della pace, per i socialisti più coscienti sono invece coloro che hanno avuto il coraggio di rompere uno schema gradualista del processo rivoluzionario. Già a fine aprile Gramsci scriveva: “I giornali borghesi ci hanno detto come sia avvenuto che la potenza dell’autocrazia sia stata sostituita da un’altra potenza non ancora ben definita e che essi sperano sia la potenza borghese. (…) Eppure noi siamo persuasi che la rivoluzione russa è, oltre che un fatto, un atto proletario, e che essa naturalmente deve sfociare nel regime socialista”. In estate i bolscevichi vengono ridotti alla clandestinità dal governo Kerensky. Eppure quando due rappresentanti governativi, Goldenberg e Smirnov, giungono a Torino nell’agosto del 1917 sono accolti da una folla di 40mila operai festanti al grido di “Viva Lenin!”. Dieci giorni dopo in città si combatte sulle barricate: il proletariato torinese protesta contro l’insopportabile aumento dei prezzi. La reazione della polizia è brutale: 50 morti e 200 feriti circa. Il comitato direttivo del Psi è agli arresti e viene sostituito da un comitato provvisorio di dodici membri. Tra questi troviamo per la prima volta con un ruolo dirigente lo stesso Gramsci.

 

La rivoluzione contro il Capitale?

 

“Il metodo comunista è il metodo della rivoluzione in permanenza” A. Gramsci.

 

La divisione tra menscevismo e bolscevismo era prima di tutto una divisione riguardo alla natura di classe della rivoluzione nei paesi capitalisticamente arretrati come la Russia. Tra i menscevichi, così come tra le correnti riformiste dei partiti socialisti europei, era largamente diffusa un’interpretazione meccanica e gradualista del pensiero di Marx: l’idea che ogni nazione dovesse necessariamente passare da due fasi di sviluppo distinte e distanti l’una dall’altra. Prima doveva essere il turno della borghesia e della sua rivoluzione; in seguito, dopo anni di lento sviluppo delle forze produttive capitaliste, sarebbe arrivato quello del proletariato e della rivoluzione socialista. In attesa della propria ora, proletari e contadini dovevano subordinare la propria azione alla borghesia e limitare le proprie rivendicazioni per non spaventarla. Marx veniva così ridotto ad un’icona inoffensiva, utile a consigliare passività alle masse. Poteva così accadere che nella Russia d’inizio secolo si sviluppasse il fenomeno del cosiddetto marxismo legale: un fiorire di pubblicazioni marxiste ad opera degli stessi circoli della borghesia. Allo stesso modo nel 1902 l’Avanti biasimava le lotte contadine del sud Italia spiegando che rischiavano di spaventare la borghesia meridionale, sulla quale si doveva fare affidamento per sviluppare proprio il sud del paese.

E’ contro questa concezione che Gramsci si scaglia quando il 24 novembre del 1917 pubblica sull’Avanti un articolo dal titolo “La rivoluzione contro il Capitale” in cui scrive: “Il Capitale di Marx era in Russia il libro dei borghesi più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un’era capitalistica (…) prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi (…) Se i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni del Capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente vivificatore. Essi non sono ‘marxisti’, ecco tutto (…) Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco, e che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche”. Si tratta di un articolo che testimonia l’enorme confusione che vige tra l’ala rivoluzionaria dello stesso Psi. Gramsci dimostra di aver compreso appieno l’insegnamento della rivoluzione russa ma inverte completamente gli obiettivi della propria polemica. Attribuisce a Marx colpe che non sono sue e all’idealismo meriti che non ha mai avuto.

Non c’è riscontro né in Marx né in Engels di alcuna concezione delle due fasi. Eppure simile interpretazione del loro pensiero era talmente diffusa da influenzare interi settori del partito bolscevico. Trotsky vi si era già opposto con la teoria della Rivoluzione Permanente. Le Tesi di Aprile di Lenin non sono nient’altro che la trasposizione della Rivoluzione Permanente sul terreno della lotta di partito. La Pravda, in mano a Zinoviev e Stalin, aveva giustificato così il proprio rifiuto delle Tesi: “Per quanto riguarda lo schema del compagno Lenin, ci sembra inaccettabile nella misura in cui presenta come portata a termine la rivoluzione democratico-borghese e mira a una immediata trasformazione di questa rivoluzione in rivoluzione socialista”. Più che contro il Capitale di Carlo Marx, la rivoluzione d’ottobre avveniva contro la Pravda diretta da Stalin.