Il ritorno in Italia e l'Aventino

“Ora noi siamo pronti a trovare storicamente logico che il governo fascista ci tenga in carcere perché comunisti, e ci tratti anche peggio” A. Bordiga

 

All’apertura del Congresso Internazionale giunge a Mosca la notizia della marcia su Roma da parte dei fascisti. La cosiddetta borghesia democratica su cui Turati ha fatto tanto affidamento si schiera senza indugi con il fascismo. Il direttore del Corriere della Sera Albertini prega il re di affidare l’incarico a Mussolini che insedia il suo primo governo con l’appoggio di popolari e giolittiani. Da Mosca la situazione è complessivamente sottovalutata. Così Zinoviev la commenta:“da un punto di vista storico è una commedia. Fra qualche mese la situazione evolverà a vantaggio della classe operaia; per ora è un colpo di stato serio, una vera controrivoluzione”. La marcia su Roma è sicuramente una commedia: qualche reparto dell’esercito sarebbe stato sufficiente a disperderla, ma da un punto di vista storico è una tragedia: è l’inizio del dominio fascista. Tornati in Italia i dirigenti del Pci subiscono una nuova ondata di violenze e di arresti. A fine anno viene arrestato Bordiga e nel febbraio del ’23 i comunisti arrestati ammontano a oltre 5mila. Tutta la segreteria dei giovani comunisti finisce in carcere. Nell’estate del ’23 gli attivisti del Pci ammontano forse a 7mila.

E’ uno stato di pessimismo generalizzato quello che cala sul movimento operaio. Dopo lo sciopero legalitario sono arrivati migliaia di licenziamenti politici (30mila solo tra i ferrovieri), mentre i salari continuano a crollare al ritmo vertiginoso del 20% e i disoccupati superano il mezzo milione. Il numero di ore di lavoro perdute per sciopero crolla nel 1923 a 259mila contro i 6 milioni del ’22.

Quando nel settembre del ’23 viene arrestato anche l’Esecutivo provvisorio del partito, l’Internazionale rompe qualsiasi indugio: chiede a Gramsci di trasferirsi a Vienna per ricostruire il partito dall’esterno. Nel suo periodo di permanenza in Unione Sovietica Gramsci ha trovato l’amore, vi lascia infatti la moglie in attesa di un figlio. Ha trovato anche però la convinzione di dover iniziare una lotta nel partito per affermare le posizioni dell’Internazionale. Comprendendo la necessità di svolgere simile lotta prima di tutto sul terreno della formazione e dell’educazione politica decide di dare vita ad una seconda edizione dell’Ordine Nuovo.

 

L’Urss e la lotta di frazione in Italia

 

“I diversi punti di vista, anche quando episodici, possono esprimere la lontana pressione di interessi sociali determinati e, in certe circostanze possono dar vita a gruppi stabili; questi a loro volta, prima o poi, possono trasformarsi in frazioni organizzate che, opponendosi in quanto tali al resto del partito, risentono ancora di più della pressione esterna” L. Trockij

 

Quando nel marzo del ’24 esce il primo numero dell’Ordine Nuovo Lenin è morto da due mesi. Ma è totalmente inattivo dal dicembre del ’22. Proprio in quel mese detta il suo testamento: “il compagno Stalin, divenuto segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un potere immenso, ed io non sono sicuro che egli sappia sempre usare questo potere con sufficiente prudenza”. Nel corso del ’23 il burocratismo all’interno del partito bolscevico si è andato accentuando. La Nep (Nuova Politica Economica) adottata nel ’22 è stata una misura necessaria e momentanea di reintroduzione di rapporti capitalistici nelle campagne. La sua inevitabile conseguenza è stata però l’emergere di un settore di borghesi sia nelle campagne sia nel commercio. Un settore che non preme solo sull’economia della repubblica sovietica ma anche sulla composizione dell’apparato del partito. Alla fine del ’22 il 65% dei funzionari è caratterizzato come operaio mentre alla fine del ’23 la percentuale è invertita. L’elemento non operaio rappresenta già il 64% del funzionariato.

La morte di Lenin non è quindi l’inizio della burocratizzazione del processo rivoluzionario, ma sicuramente è il segnale per l’emersione delle correnti burocratiche. Quando Trockij pubblica sulla Pravda del dicembre del ’23 una serie di articoli contro il rischio di burocratismo, poi raccolti a gennaio in un opuscolo dal titolo “Il nuovo corso”, è fatto oggetto di una serie di attacchi isterici. Le differenze si palesano così agli occhi del resto dell’Internazionale, ma la loro natura rimane tutt’altro che chiara. Gramsci ha lasciato da poco tempo l’Urss e si trova a Vienna quando scrive: “Non conosco ancora i termini della discussione che si è svolta nel partito russo. Ho visto solo la risoluzione del Comitato Centrale sulla democrazia del partito, ma non ho visto nessun’altra risoluzione. Non conosco l’articolo di Trockij e neppure quello di Stalin. Non so spiegarmi l’attacco di quest’ultimo che mi è sembrato assai irresponsabile e pericoloso”. All’inizio di febbraio torna sulla questione in una lettera a Terracini: “E’ noto che nel 1905 già Trockij riteneva che in Russia potesse verificarsi una rivoluzione socialista e operaia, mentre i bolscevichi intendevano solo stabilire una dittatura politica del proletariato alleato ai contadini (…) E’ noto anche che nel novembre del ’17, mentre Lenin e la maggioranza del partito erano passati alla concezione di Trockij (…) Zinoviev e Kamenev erano rimasti nella opinione tradizionale del partito (…) Nella recente polemica avvenuta in Russia si rivela come Trockij e l’opposizione generale, vista l’assenza prolungata di Lenin dalla dirigenza del partito, si preoccupino fortemente di un ritorno alla vecchia mentalità, che sarebbe deleteria per la rivoluzione. Domandando un maggior intervento dell’elemento operaio nella vita del partito e una diminuzione dei poteri della burocrazia essi vogliono, in fondo, assicurare alla rivoluzione il suo carattere socialista e operaio e impedire che lentamente si addivenga a quella dittatura democratica involucro di un capitalismo in sviluppo che era il programma di Zinoviev e compagni ancora nel novembre del ‘17”.

Per quanto ci è dato di sapere, però, si tratta di uno dei primi e ultimi riferimenti chiari di Gramsci alla sostanza delle divisioni nel partito bolscevico. In futuro le sue osservazioni sul tema appariranno quasi sempre superficiali, legate più a questioni di metodo e di forma. Nel contenuto professerà sempre una generica adesione alla corrente di maggioranza del partito. Ancora oggi chi vuole cercare segnali di distacco dal nuovo corso stalinista deve farlo rovistando tra le testimonianze, le lettere, gli episodi, ma non può appigliarsi a nessuna presa di posizione ufficiale. Dal ’24 Gramsci si lascia assorbire completamente dalla lotta di frazione del Pci. Vede l’urgenza di strappare il partito all’egemonia delle concezioni bordighiste. Le armi ideologiche e organizzative che lo stalinismo sta forgiando contro Trockij aderiscono completamente alla lotta che la frazione gramsciana sta conducendo contro Bordiga. Quest’ultimo segna sempre la stessa ora come un orologio rotto: dal 1920 va denunciando le deviazioni di destra dell’Internazionale. Le ha denunciate prima con Lenin e le denuncia ora con Stalin. In quest’ultimo caso Bordiga non può che sviluppare momentanee convergenze con lo stesso Trockij, senza che però il pensiero dei due arrivi mai lontanamente a coincidere.

E’ sotto questo prisma distorto che Gramsci vede le divisioni che si vanno sviluppando nel partito bolscevico. Non a caso afferma che “Bordiga si comporta come una minoranza internazionale, noi dobbiamo comportarci come una maggioranza nazionale”. L’ottica di un marxista, però, non può e non deve mai rinchiudersi nei confini di un partito nazionale. Commettendo simile errore Gramsci farà uno dei torti peggiori al proprio pensiero e al futuro stesso del Pci. Tra il 1924 ed il ’26 condurrà nel Pci una lotta per affermare i contenuti dell’Internazionale di Lenin con i metodi scorretti dell’Internazionale di Zinoviev, i quali spianeranno la strada a quella di Stalin.

 

Il fronte unico e le elezioni di aprile

 

“Che differenza esisterebbe tra noi e il partito socialista (…) se anche noi sapessimo lavorare e fossimo attivamente ottimisti solo nei periodi di vacche grasse, quando la situazione è propizia, quando le masse lavoratrici si muovono spontaneamente, per impulso irresistibile e i partiti proletari possono accomodarsi nella brillante posizione della mosca cocchiera?” A. Gramsci

 

Bordiga esce dal carcere nell’ottobre del ’23 e riprende da dov’era rimasto: dalle divergenze riguardo il fronte unico. Invita il resto del gruppo dirigente del Pci a firmare un manifesto di contrarietà. Gramsci è il primo a rifiutarsi di farlo: così facendo si chiama per la prima volta ufficialmente fuori dalla cosiddetta maggioranza. Nasce quindi una nuova frazione nel partito che si pone tra la destra guidata da Tasca e la sinistra estremista guidata da Bordiga. Ma su chi può contare inizialmente tale corrente? Non di certo sul vecchio nucleo dell’Ordine Nuovo. In una lettera a Leonetti (l’unico ordinovista a schierarsi subito con lui) Gramsci dice: “non condivido il tuo punto che si debba valorizzare il nostro gruppo di Torino formatosi intorno all’Ordine Nuovo (…) Tasca appartiene alla minoranza (…) Umberto[Terracini]credo sia fondamentalmente anche più estremista di Amedeo[Bordiga] (…) Togliatti non sa decidersi com’era un po’ sempre nelle sue abitudini (…) In che cosa dunque potrebbe rivivere il nostro gruppo? Sembrerebbe nient’altro che una cricca raccoltasi intorno alla mia persona per ragioni burocratiche?”. La nuova corrente è quindi profondamente minoritaria. Eppure una serie di circostanze la portano nei fatti a dirigere il partito. Influisce su tale processo la passività in cui si è relegato per protesta Bordiga, così come pesa il fatto che da Vienna Gramsci sia l’unico a poter dirigere il partito libero dalla scure della repressione fascista. Ma pesa probabilmente più di tutto la paura opportunista presente tra diversi dirigenti di doversi schierare contro l’Internazionale. Togliatti, ad esempio, si lamenta che rompere con l’Internazionale significherebbe trovarsi “privi di un potente appoggio materiale e morale”. Diversi dei firmatari del manifesto di Bordiga subiranno un rapido ripensamento.

Le elezioni dell’aprile del ’24 vengono quindi impostate già secondo la linea di Gramsci. Il 12 febbraio viene fondato un nuovo quotidiano di partito che non a caso è chiamato l’Unità. Il Comitato Centrale approva una mozione a favore di un “fronte unico di difesa degli interessi economici e politici della classe lavoratrice di cui il fascismo è la negazione; respinge ogni criterio di blocco che fosse rivolto unicamente ad ottenere uno spostamento nei risultati numerici delle elezioni e che partisse da preoccupazioni esclusivamente elettorali (…) constatando che la borghesia si serve della conquista fascista dell’apparato dello Stato come dello strumento più perfezionato e più efficace della propria dittatura (…) delibera di proporre ai partiti proletari italiani di aderire ad un accordo per la presentazione di una lista comune di unità proletaria e per un’azione di cui la lotta elettorale non deve rappresentare che il momento iniziale”. Non vi è nessuna enfasi sull’emergenza democratica né un generico appello alle forze “liberali e democratiche”. La tattica del partito è correttamente mirata a sottolineare il carattere di classe del fascismo e a stimolare un’unità delle forze operaie e contadine in alternativa ad un blocco con l’inesistente borghesia democratica. Si tratta quindi di una svolta rispetto alle posizioni di Bordiga ma anche di una concezione lontana anni luce dalle future posizioni del Pci di Togliatti. Quest’ultimo è convertito per il momento in un convinto sostenitore della nuova maggioranza tanto da affermare: “il fascismo ha aperto per il proletariato un periodo di rivoluzione permanente e il partito proletario che contribuirà a nutrire tra gli operai l’illusione di una possibilità di mutare la situazione tenendosi sul terreno di un’opposizione liberale e costituzionale darà, in ultima analisi punti d’appoggio ai nemici della classe operaia”.

Come ci si attende il Psi e il Psui rifiutano l’offerta di blocco elettorale, ma questa volta le ragioni della divisione ricadono interamente sulle spalle dei riformisti. Gli unici che accettano di presentarsi in coalizione con il Pci sono i rimasugli della vecchia corrente terzinternazionalista del Psi. Si tratta comunque di una corrente con alcuni legami con le masse come dimostra la presenza al suo interno del futuro segretario generale della Cgil Di Vittorio. Le elezioni sono ovviamente svolte in un clima di scorrettezze e brogli. Ciononostante danno alcune indicazioni significative: i fascisti vincono con 4 milioni di voti, i popolari ne raccolgono 637mila, il Psui 415mila e il Psi 341mila. Il Pci ottiene 268mila voti. Si tratta quindi dell’unico partito operaio a non perdere voti, ma non è l’unico dato importante: in diverse circoscrizioni operaie i fascisti non ottengono la maggioranza. Si tratta di un primo segnale di controtendenza, un primo timido cenno di una qualche volontà di riscossa da parte della classe.

 

L’Aventino

 

“Sino a quando le più forti organizzazioni operaie non saranno conquistate dai comunisti, l’opera nostra non avrà nessun significato rivoluzionario ma un insufficiente significato critico” A. Gramsci

 

Gramsci lascia Vienna nel maggio del 1924. Essendo stato eletto nelle consultazioni di aprile può avvalersi dell’immunità parlamentare per tornare in Italia. Pochi giorni dopo partecipa a Como alla conferenza straordinaria del partito. Non si tratta di un congresso ma comunque di un appuntamento significativo. Alla discussione vengono presentati 3 documenti: uno della frazione di Bordiga, uno della corrente di destra di Tasca e uno di centro firmato da Gramsci. I risultati finali della votazione non lasciano dubbi: 35 dei 45 segretari di federazione presenti, 4 dei 5 segretari interregionali, il rappresentante della gioventù comunista e un membro del Comitato Centrale votano per Bordiga. La destra raccoglie il consenso di 5 segretari federali, uno interregionale e 4 membri del Comitato Centrale. La mozione di centro ottiene il voto solo di 4 segretari federali e 4 membri del Cc.

Mantenere il controllo dell’esecutivo del partito in questa situazione è una forzatura: anche ammettendo che la linea propugnata da Gramsci sia corretta, come si può pensare che venga applicata da un corpo militante che non la condivide? Ma questa è del resto la pratica a cui Zinoviev ha abituato l’intera Internazionale: la repressione amministrativa dei dissensi tra le sezioni nazionali e la direzione internazionale. Non si tratta ancora di stalinismo, ma sicuramente ne prepara il terreno. Zinoviev stesso cadrà, come il resto del gruppo dirigente bolscevico, sotto i colpi della repressione stalinista. Parte dei suoi metodi sopravvivranno con Stalin, sarà semmai Zinoviev a non sopravvivere ai propri stessi metodi. Gramsci non è immune da simile errore. E’ lui stesso per la prima volta a Como a equiparare Bordiga e Trockij: “quanto è avvenuto recentemente in seno al Pc russo deve avere per noi valore di esperienza. L’atteggiamento di Trockij in un primo periodo può essere paragonato a quello dell’attuale compagno Bordiga”.

Ad aumentare la confusione arriva il Quinto Congresso dell’Internazionale. Si tratta del primo dal ’22, il primo senza Lenin. Tutto il congresso è concentrato sulla questione della bolscevizzazione: l’idea della repressione delle frazioni interne, dell’inquadramento ideologico e organizzativo dei vari partiti comunisti. Si tratta di una serie di misure che in realtà preludono alla stalinizzazione dell’Internazionale. A simile operazione amministrativa si collega un’assenza totale di prospettive politiche. Zinoviev, già preoccupato di un possibile blocco tra Stalin e la destra del partito, sbanda pesantemente verso sinistra, verso posizioni settarie. Nei suoi discorsi la socialdemocrazia è di nuovo considerata “un’ala del fascismo”, così come si prevede per l’Europa una nuova ondata rivoluzionaria. La tattica del fronte unico è in parte rivista a favore di una concezione ibrida: il fronte unico dal basso. Si tratta dell’idea di poter coinvolgere nell’azione i militanti degli altri partiti operai senza contemporaneamente passare per un appello ai loro dirigenti.

Gramsci non è presente al Congresso. Deve rimandare la partenza per una brusca svolta nella situazione. Dopo un discorso di denuncia del fascismo, scompare a giugno il deputato socialista Matteotti. L’ennesimo delitto fascista determina questa volta un’improvvisa crisi del regime. Nelle strade si rivedono per la prima volta manifestazioni di protesta. L’Unità, uscita col titolo “Abbasso il governo degli assassini!”, triplica la tiratura in pochi giorni. “I nostri compagni – scrive Gramsci – si sono posti a capo delle masse e hanno tentato di disarmare i fascisti, le nostre parole d’ordine sono accolte con entusiasmo e ripetute nelle mozioni votate nelle fabbriche”. In parlamento le opposizioni decidono di abbandonare i lavori della Camera e di ritirarsi sul colle Aventino di Roma. I comunisti vi prendono parte proponendo subito lo sciopero generale. Ma nella raccogliticcia opposizione aventiniana prevale la paura dei partiti borghesi che uno sciopero contro il fascismo possa dar vita ad una rivoluzione socialista. I riformisti, privi di una visione propria, non possono che riecheggiare simile paura invitando ancora una volta i lavoratori all’inazione per non provocare l’avversario. L’Aventino si trasforma così in un’opposizione piagnucolante che altro non sa fare che approvare suppliche al re. La Cgl si prende solo la responsabilità di convocare uno sciopero generale di dieci minuti per il 27 giugno. I comunisti tentano di generalizzarlo scavalcando direttamente la direzione sindacale e invitando i lavoratori ad estendere lo sciopero a tutta la giornata. Si tratterà di un espediente con scarsissimo successo.