Gramsci in carcere

“Confermo le mie dichiarazioni alla polizia. (…) Sono comunista e la mia attività politica è nota” A. Gramsci

 

Durante l’istruttoria il pubblico ministero disse che al cervello di Gramsci andava impedito di funzionare per almeno vent’anni. Ed è infatti questa la pena carceraria a cui viene condannato. Dopo un breve soggiorno a Milano e a Roma, viene infine destinato a causa dei suoi problemi fisici alla Casa penale di cura Turi di Bari. Nel ’29 ottiene nuovamente il permesso di scrivere. Ne usciranno i famosi 32 quaderni. In carcere perde qualsiasi contatto con l’esterno. I rapporti personali si disgregano: la corrispondenza con la famiglia e la moglie è per varie ragioni sempre meno fitta. La morte della madre gli viene tenuta nascosta. E gli stessi rapporti con il partito diventano sempre più complicati e pieni di diffidenza reciproca. Diversi aneddoti contribuiscono a pensare che tra Gramsci e la direzione del Pci fosse avvenuto un distacco politico e che questo distacco abbia influito negativamente sull’eventualità di una sua possibile liberazione. Non entreremo nel merito della questione, sarebbe necessario portare qua una lunga istruttoria. Rimane un fatto che tanto fu osannato da morto, tanto fu lasciato isolato negli ultimi anni della sua vita. Quando Gramsci nel ’33 è di passaggio nel carcere di Civitavecchia Terracini racconta come il resto dei militanti lo considerasse un semi-sconosciuto: “Cosa? Gramsci è qui? E pensai subito: ‘lo potremo vedere, lo incontreremo’. Poi vidi che anche i compagni qualificati, anche i compagni dirigenti del partito che erano lì con me, prendevano la cosa senza nessuna importanza o interesse; per cui anche il cercare di collegarsi con lui divenne impossibile”.

 

La svolta dell’Internazionale

 

“L’opportunismo si era trasformato, come accade molte volte nella storia,nel suo contrario, l’avventurismo” L. Trockij

 

Con la degenerazione burocratica la linea dell’Internazionale cessa di avere una coerenza propria. Non diventa nient’altro che il riflesso degli interessi immediati della burocrazia sovietica. La necessità di Stalin di appoggiarsi sui contadini ricchi (i kulaki) in Russia per affermare la propria tendenza nel partito si era riflessa in una linea opportunista sul terreno dei rapporti internazionali. In Cina il Partito Comunista era stato perciò sciolto all’interno di una formazione borghese, il Kuomintang. In Inghilterra il comitato anglo-russo aveva contribuito a rinsaldare le illusioni degli operai inglesi nelle direzioni sindacali burocratiche. Ad un cambio della situazione russa doveva perciò corrispondere un nuovo cambio nella linea internazionale.

Dopo aver acquisito un enorme peso nell’economia e nel partito, il contadino ricco doveva inevitabilmente giungere alla pretesa di plasmare la società sulla base dei propri interessi. Non avendo sviluppato la propria industria, lo Stato sovietico non poteva ricambiare adeguatamente la vendita di prodotti provenienti dalle campagne. I contadini agiati non potevano che iniziare a guardare al mercato internazionale e pretendere di vendere direttamente al capitale internazionale scavalcando il monopolio del commercio detenuto dallo Stato sovietico. Simile fenomeno si manifestò con l’improvvisa penuria di merci agricole nelle città russe: il kulak prendeva la rivoluzione alla gola e si rifiutava di vendere i propri prodotti ai prezzi stabiliti dal commercio sovietico. Dopo aver negato la necessità di qualsiasi lotta contro il kulak, la burocrazia sovietica fu costretta ad una svolta di 180 gradi applicando nelle campagne un’assurda collettivizzazione forzata. Ad un’assenza totale di pianificazione economica, seguì l’applicazione di un piano di sviluppo frenetico. Sul piano internazionale l’opportunismo fu sostituito dall’estremismo. Nei riguardi dei partiti operai non comunisti fu adottato il termine di “socialfascismo”: socialdemocrazia e fascismo erano da considerarsi sinonimi. Si teorizzò di essere in presenza di un “terzo periodo” dove la costante radicalizzazione delle masse doveva portare da lì a poco al crollo del capitalismo. Infine si abbandonava qualsiasi forma di rivendicazioni parziali: qualsiasi partito doveva lottare immediatamente per la presa del potere e per la creazione di soviet. Tutto questo si accompagnava con una definitiva stretta disciplinare nell’Internazionale e nelle varie sezioni nazionali.

Traslata al contesto italiano, la nuova linea internazionale diviene la diretta negazione delle posizioni di Gramsci e del congresso di Lione. Non solo si abbandona qualsiasi concezione di fronte unico ma si preannunciano imminenti movimenti di massa contro il fascismo, negando contemporaneamente che il partito debba avanzare alcuna rivendicazione di tipo democratico (ritorno ad elezioni libere ecc.).

Già Trockij aveva messo in guardia nel ’22 sulla possibilità di una fase intermedia tra la caduta del fascismo e la dittatura del proletariato: “supponendo che Mussolini mantenga il potere per un periodo di tempo sufficiente a permettere che i lavoratori di città e di campagna si raggruppino contro di lui (…) non è impossibile che il regime di Mussolini sia direttamente spazzato via dalla dittatura del proletariato. Ma vi è un’altra eventualità probabile quanto la prima. Se il regime di Mussolini si infrange contro le contraddizioni interne della sua stessa base sociale (…) prima che il proletariato italiano arrivi alla situazione in cui si trovava nel settembre 1920 (…) è evidente che si assisterà di nuovo in Italia all’instaurazione di un regime intermediario”. L’ironia della sorte è che le posizioni assunte dall’Internazionale stalinista sono ormai estremamente simili a quelle del gruppo bordighista con cui Trockij sta conducendo una polemica e a cui scrive nel 1931: “Ciò vuol dire che l’Italia non può per un certo periodo di tempo tornare ad essere uno Stato parlamentare o diventare una repubblica democratica? Ritengo –in perfetto accordo con voi, penso– che questa eventualità non è esclusa (…) Ma allora essa non risulterà come un frutto di una rivoluzione borghese, ma come aborto di una rivoluzione proletaria insufficientemente matura. (…) Prevedendo la caduta dello Stato fascista per una sollevazione del proletariato (…) la Concentrazione si appresta a fermare questo movimento, paralizzarlo, e a privarlo della sua vittoria per far passare la vittoria della controrivoluzione rinnovata per una sedicente vittoria d’una rivoluzione borghese democratica. (…) Ma ciò significa che noi comunisti respingiamo a priori ogni obiettivo democratico (…) fermandoci rigorosamente alla dittatura del proletariato? (…) le grandi masse lavoratrici sia proletarie che contadine farebbero seguire le loro rivendicazioni economiche da rivendicazioni democratiche (quali la libertà di stampa, di coalizione, sindacale, di rappresentanza democratica nel Parlamento e nei comuni). Ciò significa che il Partito Comunista dovrà respingere simili esigenze? Al contrario”.

Crediamo sia sufficiente paragonare queste parole a quelle espresse da Gramsci quando spiega nell’estate del ’26 che una crisi del fascismo “potrebbe portare al potere la coalizione democratico-repubblicana, dato che essa si presenterebbe agli ufficiali dell’esercito, a una parte della milizia e ai funzionari dello Stato in genere (…) come capace di frenare la rivoluzione”. Dopo anni di dittatura è inevitabile che parte delle masse provi qualche illusione nel ritorno alla democrazia borghese. Per questo il partito comunista non può lasciare alle forze borghesi il monopolio delle rivendicazioni democratiche (tra cui anche la richiesta di un’assemblea Costituente) che le utilizzerebbero per frenare la rivoluzione. Ma allo stesso tempo queste rivendicazioni non devono essere utilizzate per spargere illusioni nelle sorti progressive della democrazia parlamentare, ma al contrario per distruggerle. Se il partito comunista non riuscisse ad impedire un intermezzo democratico, dovrebbe comunque lavorare per renderlo “più breve possibile”. Si tratta quindi di una tattica che non ha niente a che vedere con il futuro feticismo che Togliatti nutrirà nei confronti del “fronte repubblicano” e soprattutto nei confronti della Costituente. Nel momento in cui Trockij e Gramsci scrivono queste righe, comunque, Togliatti è già diventato un fiero sostenitore della nuova linea.

 

I Quaderni dal carcere

 

“Insomma, vorrei, secondo un piano prestabilito occuparmi intensamente e sistematicamente di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore” A. Gramsci

 

In più di 10 anni passati in carcere la produzione letteraria di Gramsci fu molto ampia. I Quaderni pubblicati per la prima volta nel 1948 sono stati scritti da Gramsci sotto il controllo della censura fascista, il linguaggio che Gramsci è costretto a usare è spesso ambiguo e ha un carattere più sociologico che politico. Infatti quello dei Quaderni è un Gramsci molto diverso da quello dell’Ordine Nuovo o delle tesi di Lione. Ci sono comunque delle riflessioni nei Quaderni estremamente interessanti che sono state utilizzate (in particolare dai dirigenti del Pci nel dopoguerra) per sostenere che Gramsci stesse maturando una concezione gradualista della conquista del potere politico. L’interpretazione più controversa in questo senso riguarda il concetto di egemonia. Va detto in primo luogo che il concetto di egemonia non è una prerogativa esclusiva di Antonio Gramsci ma faceva parte del patrimonio della socialdemocrazia russa già dall’inizio del secolo.

Anche nelle tesi del 3° congresso dell’Internazionale Comunista la parola egemonia viene utilizzata nel senso di direzione del proletariato sulle altre classi sfruttate nella lotta contro il capitale. In un passaggio delle tesi del 4° congresso il concetto viene esteso e si utilizza il termine egemonia per definire il dominio che la borghesia esercita sul proletariato in regime capitalista. Fu l’unico esempio in cui il termine egemonia venne utilizzato in questo senso e in un certo senso fu il punto di partenza di Gramsci che intorno all’egemonia borghese sulle classi proletarie svilupperà un approfondito ragionamento. Il problema che tenta di analizzare Gramsci è che carattere doveva avere la rivoluzione in occidente dove la borghesia era indiscutibilmente più solida di quella russa e aveva costruito una rete di strumenti tesi a esercitare il controllo sociale ma anche a conquistare il consenso dei lavoratori. Secondo Gramsci: “In Russia lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte".

Che strategia rivoluzionaria è necessaria per l’Occidente? Gramsci considera impraticabile la guerra di movimento (utilizzata nella Rivoluzione Russa) e ritiene che la strada giusta sia quella della guerra di posizione, dichiara che Lenin aveva intuito questa necessità e la tattica del fronte unico fu la risposta a questo. Ma a parte che nella Russia prerivoluzionaria la società civile non era poi così "gelatinosa", in realtà Gramsci si pone un problema a cui molto difficilmente può dare una risposta isolato com’è nel carcere di Turi, e infatti non darà mai una risposta definitiva al problema della rivoluzione in Occidente. È certo che uno dei punti centrali della sua riflessione riguarda la questione del consenso. A un certo punto nei Quaderni sembra sostenere (anche se per la verità ci sono dei passaggi contraddittori) che in occidente il partito deve conquistare maggiore consenso che nella Russia del ‘17 perché l’avversario è molto più forte e governa più col consenso che con la coercizione. Questo è senz’altro vero in un certo senso, in regime di democrazia parlamentare, anche se consenso e coercizione sono due facce della stessa medaglia che la borghesia usa per mantenere il suo dominio alternandoli a seconda della situazione. Lo stesso vale per la rivoluzione. Nel processo rivoluzionario la classe operaia si fa forza egemone nella società ma la conquista del consenso deve necessariamente combinarsi con l’uso della forza (certamente di massa e non individuale, di una maggioranza contro una minoranza) contro la reazione e le forze ostili alla rivoluzione. Il fatto che la classe operaia debba conquistare il consenso della maggioranza della popolazione, anche in certi casi facendo concessioni alle classi medie una volta che giunge al potere (l’esempio della Nep lo dimostra) non significa che la trasformazione della società non debba avvenire per via rivoluzionaria attraverso una insurrezione. Questa concezione classica del marxismo sulla questione dello Stato in nessun momento venne messa in discussione nei Quaderni e questa è la dimostrazione della natura rivoluzionaria e comunista del pensiero di Antonio Gramsci.

Si aggiunga a questo come la concezione di Gramsci sul partito (intellettuale collettivo e partito inteso come "moderno principe") è quella tipica del partito rivoluzionario composto da quadri marxisti intellettualmente preparati. Quando lui parla di un partito composto tutto da intellettuali, non intende dire, ovviamente, che le sue porte devono essere precluse agli operai o alle masse più in generale, si riferisce a un partito con un livello politico elevato composto non da semplici iscritti ma da militanti coscienti che partecipano e contribuiscono a od ogni aspetto della vita del partito. Ma Gramsci ebbe anche il grande merito di fornirci una storia del Risorgimento italiano da un punto di vista proletario contro la retorica sull’Unità d’Italia fornitaci dalla borghesia e soprattutto una critica al ruolo controrivoluzionario giocato nel Risorgimento dai democratici di Mazzini e Garibaldi (che come noto in una prima fase erano membri della Prima Internazionale). Gramsci fa una analisi spietata della subalternità di Garibaldi e dei democratici verso i liberali di Cavour e la monarchia. Il Risorgimento fu una rivoluzione borghese non completata per la codardia della borghesia italiana che non aveva il coraggio di sbarazzarsi del Re e della nobiltà. Per il suo ritardo storico sulla scena mondiale e per la sua inconsistenza economica la borghesia italiana era molto diversa dai giacobini francesi è invece di aprire lo scontro frontale con la nobiltà decise alla fine di allearsi con essa. I democratici si sottomisero a questa alleanza e ne furono alla fine esecutori. Infatti quando i contadini poveri, sull’onda dello sbarco dei Mille in Sicilia, decisero di occupare le terre dei grandi latifondisti portando a termine uno dei compiti principali della rivoluzione borghese, vennero massacrati non dai Borboni ma dalle truppe dello stesso Garibaldi e di Bixio. Questo "tradimento storico" stava alla base del sottosviluppo del Mezzogiorno, da cui ne conseguiva a parere di Gramsci, l’incapacità della borghesia di risolvere il problema agrario. Esso poteva essere risolto solo nel corso della rivoluzione socialista in una alleanza tra il proletariato e i contadini appunto il "blocco storico" su cui doveva far perno la rivoluzione.Per Gramsci dunque i problemi di sottosviluppo del Mezzogiorno non potevano trovare soluzione in regime capitalista. Ed è sorprendente come oggi questi ragionamenti siano così attuali e così poco ascoltati dalla sinistra italiana che celebra Gramsci senza comprenderne il profondo messaggio rivoluzionario.

 

In carcere

 

“Mi pare che ogni giorno si spezzi un nuovo filo col mondo del passato e che sia sempre più difficile riannodare i tanti fili strappati” A. Gramsci

 

Le posizioni assunte dalla cricca stalinista riecheggiano di fatto quelle di Bordiga. Questo però non lo salva dall’espulsione. Dopo aver fatto fuori l’ala sinistra, la burocrazia si volge ora contro la sua destra. Stalin attacca la frazione di Bucharin e in Italia è espulso Tasca. Ma il giro di vite non finisce qui. Nell’esecutivo del Pci Tresso, Leonetti e Ravazzoli si oppongono alla svolta. Non c’è da stupirsi che parte del gruppo dirigente si opponga ad una linea che nega tutta la propria impostazione precedente. C’è da stupirsi semmai che parte vi si adegui senza fiatare. A Tresso, Leonetti e Ravazzoli (passati alla storia come i Tre) spetta lo stesso destino di Bordiga: nel ’30 vengono espulsi. Per Gramsci non può non essere un duro colpo. Leonetti era un’ordinovista, uno di coloro che più sinceramente aveva aderito alle sue posizioni al ritorno in Italia. Tresso era stato letteralmente un suo allievo. Togliatti decide di provare a sondare le reazioni di Gramsci inviando a colloquio in carcere il fratello Gennaro. Al suo ritorno quest’ultimo dichiara a Togliatti: “Nino è completamente allineato con voi”. Dopo anni ammetterà di aver mentito, giustificandosi così: “se avessi riposto diversamente neanche Nino si sarebbe salvato dalla messa al bando”. Tuttavia le divergenze che Gramsci nutre nei confronti della nuova linea non possono sfuggire alla direzione del Pci. Nel ’30 rompe con il resto dei detenuti comunisti con cui sta svolgendo discussioni di formazione sulla base della vecchia linea di Lione. Per le nuove leve di partito, la sua linea è in contraddizione con quella ufficiale del partito, è tacciata di essere “socialdemocratica”.

Tutto questo significa che Gramsci fosse arrivato a sviluppare una critica complessiva allo stalinismo? Più di una sua affermazione mostra quanto fosse lontano dalla propaganda ufficiale del nuovo corso stalinista. Riguardo a Stalin disse: “Bisogna tener presente che l’habitus mentale di Stalin è ben diverso da quello di Lenin…Stalin è rimasto sempre in Russia, conservando la mentalità nazionalista che si esprime nel culto dei Grandi Russi. Anche nell’Internazionale, Stalin è prima russo e poi comunista: bisogna stare attenti”. Ancora una volta, però, dobbiamo affidarci a mezze frasi e testimonianze orali. La verità è che, piaccia o no, Gramsci non arriverà mai ad avere una visione complessiva ed organica del processo degenerativo che attraversa l’Urss. Abbiamo cercato di descrivere minuziosamente quanto simile comprensione gli sia stata impedita da limiti oggettivi e quanto da suoi limiti soggettivi. L’unica affermazione che ci sentiamo di condividere è quella di Tresso che, da suo profondo conoscitore, amico intimo e compagno, disse alla sua morte: “Noi non sappiamo quale sia stata l’evoluzione di Gramsci nel corso degli undici anni di prigionia, ma possiamo affermare questo: tutta l’attività di Gramsci, tutta la sua concezione dello sviluppo del partito e del movimento operaio s’oppongono in maniera assoluta allo stalinismo, alle sue porcherie politiche, alle sue falsificazioni vergognose. Possiamo anche affermare che, almeno dopo il 1931 e fino al ’35, la rottura morale e politica di Gramsci col partito stalinizzato era completa…I compagni usciti di prigione ci hanno comunicato anche, due anni fa (1935), che Gramsci era stato escluso dal partito, esclusione che la direzione aveva deciso di tenere nascosta almeno fino a quando Gramsci fosse stato nell’impossibilità di parlare liberamente”.

Dopo gli ultimi spostamenti, segnato nel fisico da tisi, nella mente da arteriosclerosi, senza denti a causa della piorrea, Gramsci muore di emorragia celebrale il 27 aprile del 1937. Era appena stato scarcerato e sperava di raggiungere al più presto la propria Sardegna.

 

Conclusioni

 

Alla vigilia del processo Gramsci scrisse alla madre: “vorrei proprio essere tranquillo che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. (…) La vita è così, molto dura, e i figli devono dare ai grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini ”.

La storia di Gramsci è parte della storia del movimento marxista, è la storia del tentativo di applicare l’analisi marxista e bolscevica all’Italia degli anni ’20. E’ la storia del tentativo di formare attraverso la lotta di corrente nelle organizzazioni di massa del movimento operaio un’avanguardia che sapesse porsi come punto di riferimento dei processi rivoluzionari. Quanto i comunisti furono incapaci a comprendere l’esigenze di simile lotta all’interno del Psi nel ’19-’20, tanto furono impazienti nel condurre la scissione del ’21. Tanto Gramsci fu timido nello sviluppare il proprio dissenso nei confronti della linea del Pci tra il ’21 ed il ’24, tanto si avvalse di metodi erronei nel recuperare il terreno perduto. Tanto si disinteressò della lotta di frazione nell’Internazionale, tanto ne fu involontariamente travolto. Si può concordare o meno con queste nostre opinioni. Ciò che non si può fare è considerare la vita di Gramsci fuori dalla sua vita di militante bolscevico. Questo fu il partito a cui guardò come un modello e di cui scrisse: “Per caso il partito bolscevico è diventato il partito dirigente del proletariato russo e quindi della nazione russa? La selezione è durata trent’anni (…) essa è avvenuta nel campo internazionale (…) nella lotta dei partiti e delle frazioni che costituivano la Seconda Internazionale prima della guerra. Essa è continuata nel seno della minoranza del socialismo internazionale rimasta almeno parzialmente immune dal contagio sociale patriottico. Ha ripreso in Russia nella lotta per avere la maggioranza del proletariato, nella lotta per comprendere e interpretare i bisogni e le aspirazioni di una classe contadina innumerevole, dispersa sul territorio. Continua tutt’ora, ogni giorno, perché ogni giorno bisogna comprendere, prevedere, provvedere. Questa selezione è stata una lotta di frazioni, di piccoli gruppi”. Gli insegnamenti di questa “selezione” non sono ancora materia astratta della storia, ma ancora base viva della politica. E’ ancora il tempo di comprendere, prevedere e provvedere.