La battaglia delle idee

Gramsci e la rivoluzione italiana

Il 27 aprile del 1937 moriva Antonio Gramsci dopo dieci anni di sepoltura nelle carceri fasciste. Ma una sepoltura ancora peggiore doveva riservargli la successiva storiografia. I Quaderni del carcere risentirono inevitabilmente delle condizioni in cui furono elaborati. In condizioni mentali e fisiche instabili, nell’isolamento umano e politico, Gramsci non scrisse cosa e come voleva, ma come poteva. I Quaderni contengono notevoli intuizioni politiche e teoriche ma questa è e rimane la loro natura fondamentale. Eppure una vera e propria scuola di “esegesi” dei testi del carcere si è venuta sviluppando negli anni. La storiografia riformista li usò per svuotare il pensiero di Gramsci da ogni significato rivoluzionario, quella togliattiana per attribuirsi un contenuto rivoluzionario che non aveva. Entrambe li usarono in fin dei conti per oscurare Gramsci negli anni del pieno sviluppo della propria attività politica, dal 1919 al 1927. Sarà questo, al contrario, il periodo sul quale ci concentreremo.

Industria 4.0: utopia per il capitale, incubo per i lavoratori

Il 2017 è iniziato all’insegna della parola Industria 4.0, ovvero l’introduzione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi, presentata come un cambiamento epocale paragonabile alla rivoluzione industriale. In realtà, se guardiamo ai progetti messi in campo nel nostro paese, questa grande innovazione è piuttosto ridimensionata e si profila come uno svecchiamento del parco macchine industriale del nostro paese - il più vecchio in Europa - a spese dello Stato (ovvero delle tasse che pagano i lavoratori). L’automazione della produzione non è una novità recente. Siamo di fronte a un cambio qualitativo? E’ da quando esiste il capitalismo che le linee di produzione si dotano di macchine per svolgere compiti un tempo di competenza umana. All’inizio si trattava di macchine a vapore, oggi si parla di robot e intelligenze artificiali. La sostanza nei fatti non cambia. Il capitalismo rivoluziona in ogni istante i suoi modi di produzione, come scriveva Marx nel Manifesto: “ la borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione”.

Italia, marzo 1944: il più grande sciopero nell'Europa occupata dai nazisti

La storiografia ufficiale e la sua degna compagnia, la fiction televisiva, hanno ampiamente rovistato nei cassetti della storia della resistenza alla ricerca di preti, carabinieri, imprenditori, professori universitari che in un modo o nell'altro si siano dissociati o opposti al regime fascista. I singoli casi vengono poi analizzati al microscopio in maniera tale che un granello di polvere possa sembrare un massiccio montuoso. Il tutto è funzionale a occultare dalla vista la valanga operaia che nel 1944 si abbatté su nazismo e fascismo annunciandone la fine. La stessa storiografia di sinistra nella migliore delle ipotesi ci ha tramandato in toni epici storie di mitragliatrici sui monti, scontri a fuoco tra la neve, sabotaggi e attentati partigiani. Un lato effettivamente eroico della resistenza ma che, considerato a sé stante, finisce per rimuovere le radici di classe dell'antifascismo, riducendolo a sollevazione militare “italiana” contro l'occupante straniero. La verità storica è in questo caso talmente schiacciante da essere statistica: quando nel novembre e dicembre 1943 si registrano i grandi scioperi operai contro il caro-vita, le formazioni partigiane contano tra i 4000 e i 6000 uomini in tutto il paese.

La lotta partigiana presso il confine orientale: una rilettura necessaria

Nel 2004 viene approvata in parlamento l'istituzione del "Giorno del ricordo", in memoria delle "vittime delle foibe", da celebrare il 10 febbraio di ogni anno. Le foibe sono state da sempre un cavallo di battaglia della destra fascista italiana, come modo di negare i crimini di guerra italiani durante l'occupazione della Yugoslavia e allo stesso tempo additare i partigiani come criminali. Quello che però ci sembra rilevante è che il revisionismo sulle foibe colpì anche le organizzazioni di sinistra. Anche grazie a questo cedimento oggi ci troviamo davanti a una specie di "pensiero unico" sulle foibe, e figure come Claudia Cernigoi e Alessandra Kersevan, che per anni hanno portato avanti un lavoro di ricerca storica sulle foibe, vengono additate come "negazioniste" e viene impedito loro di parlare. Vogliamo quindi riproporre un articolo di Gabriele Donato, scritto nel 2004, all'indomani di un seminario organizzato da Rifondazione Comunista dal titolo "La guerra è orrore: le foibe tra fascismo, guerra e resistenza". Allora segretario era Fausto Bertinotti, colui che oggi vediamo simpatizzare per Comunione e Liberazione. Nonostante siano passati 13 anni riteniamo che questo contributo sia particolarmente utile per provare a ristabilire la verità storica.

I campi di concentramento: la base industriale dello sterminio

Si mandano a memoria le formule astratte, quello che il cervello non può capire ma solo ricordare. E l'unico destino di quello che si impara a memoria é che presto o tardi verrà dimenticato. Nome peggiore quindi non poteva essere scelto per il 27 gennaio: giorno della memoria. Ci dicono che sia importante non dimenticare. Ed è con questo spirito genuino che probabilmente migliaia di persone hanno partecipato a quella giornata. Non abbiamo nulla contro le migliori intenzioni di questa partecipazione, ma ad un giorno della memoria noi preferiamo una vita di comprensione. A tanti discorsi commossi, preferiamo alcune domande dirette: a chi giovava l'esistenza dei campi di concentramento, quali ne furono la cause? Quale movente economico finì per crearne uno psicologico? Se la risposta è “l'irrazionalità dell'uomo”, rimarrebbe da spiegare perché questa irrazionalità si sia potuta palesare con tanta violenza proprio a metà del secolo scorso e in quelle forme. Se accettiamo la tesi dell' “irrazionalità”, rimaniamo disarmati di fronte al fenomeno il quale per definizione non avrebbe né spiegazioni nè rimedi razionali.