Capitolo secondo. L'insurrezione del 25 ottobre 1917. Seconda parte

La guardia rossa

Nelle due capitali gli avvenimenti si succedono, in modo diverso, ma con notevole parallelismo.

L’iniziativa della formazione della guardia rossa è degli operai delle fabbriche di Pietrogrado che la costituirono d’istinto dopo la caduta dello zarismo. Essi cominciarono ad armarsi procedendo al disarmo del vecchio regime. In aprile, due militanti bolscevichi, Sljapnikov ed Eremeev, cercarono di dare sistematicità all’organizzazione spontanea delle guardie rosse. Le prime formazioni regolari, se possiamo definirle tali, di questa milizia operaia si costituirono nei quartieri operai, soprattutto in quello di Vyborg. Menscevichi e socialisti-rivoluzionari tentarono all’inizio di opporsi al movimento. In giugno, in una seduta a porte chiuse del soviet, dove essi avevano ancora la maggioranza, il socialdemocratico Cereteli chiede il disarmo degli operai. È troppo tardi. Sono stati creati gli stati maggiori di zona(raion); uno stato maggiore generale assicurava il loro coordinamento. Formate per officina sulla base del volontariato collettivo, – e non individuale: era l’officina che decideva di formare un contingente in cui si arruolava compatta, – le prime guardie rosse si assunsero il compito della protezione delle grandi manifestazioni operaie. All’epoca dei fatti di luglio le guardie del rione di Vyborg tennero facilmente testa alle truppe di Kerenskij. Pietrogrado contava in questo momento 10 000 guardie rosse. Il colpo di stato di Kornilov (25- 30 settembre), la marcia di una divisione cosacca sulla capitale, il pericolo della controrivoluzione, costrinsero il soviet dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari ad armare frettolosamente gli operai. Non senza esitazioni: quando gli operai delle fabbriche di munizioni di Schlùsselburg inviarono a Pietrogrado un carico di granate il soviet si rifiutò di ritirarle: ci pensò la guardia rossa. L’iniziativa operaia provvedeva a tutto nonostante la cattiva volontà dei socialisti della pace sociale. La mobilitazione del proletariato contro Kornilov dimostra che una controrivoluzione mancata può essere altrettanto pericolosa per la borghesia quanto un’insurrezione mancata per il proletariato.

Nel settembre, in 79 fabbriche ed officine di Pietrogrado gli operai venivano addestrati all’uso delle armi. In diverse officine tutti gli operai portavano le armi. L’organizzazione militare del partito bolscevico non era in grado di fornire un numero sufficiente di istruttori a queste masse. Alla vigilia della rivoluzione d’ottobre gli effettivi della guardia rossa raggiungevano i 20 000 uomini, riuniti in battaglioni di 400 o 600 uomini, ciascuno dei quali era diviso in tre compagnie, una sezione di mitraglieri, una sezione di collegamento, una sezione di portaferiti; qualche volta potevano disporre di un’autoblinda. Alla testa dei battaglioni e delle compagnie si trovavano dei sottufficiali (operai). Essi prestavano servizio a turno. I due terzi degli operai lavoravano in fabbrica; il terzo rimanente, era “di guardia”, e il tempo di servizio era pagato come tempo di lavoro. L’ammissione alla guardia rossa è condizionata dai suoi statuti alla presentazione da parte di un partito socialista, di un comitato d’officina o di un sindacato. Tre assenze non giustificate sono motivo di esclusione. Le infrazioni alla disciplina sono esaminate da una giuria di compagni. L’impiego delle armi senza autorizzazione è considerato una colpa grave. Gli ordini devono essere obbediti senza discussione. Le guardie rosse dispongono di tessere numerate. I quadri devono essere eletti; in realtà, erano spesso designati dai comitati d’officina o da altre organizzazioni operaie, e la nomina dei comandanti doveva essere ratificata dal soviet di zona. I comandanti, se non avevano un’istruzione militare, erano tenuti a frequentare dei corsi speciali.

È bene ricordare, a proposito di questa grande iniziativa del proletariato di Pietrogrado, che essa non faceva che seguire i desideri e le istruzioni esplicite – ma segrete – di Lenin. In una delle sue Lettere da lontano, scritta da Zurigo l’11-24 marzo 1917, e che solo più tardi sarebbe stata pubblicata come documento storico, Lenin, parlando della “milizia proletari”, scongiurava gli operai di “non lasciare ritornare la polizia!ii non abbandonare le istituzioni locali!”, e di costituire senza perdere tempo una milizia che comprendesse anche le donne e i giovani. “Occorrono, – egli terminava – dei prodigi di organizzazione”.

A Mosca, la formazione della guardia rossa fu assai più faticosa. Le autorità – alla cui testa si trovavano menscevichi e socialisti rivoluzionari – erano quasi riuscite a disarmare gli operai e una parte della guarnigione. Bisognò fabbricare di nascosto delle granate, procurarsi degli esplosivi in provincia. L’organizzazione del comando e dei collegamenti subì deplorevoli ritardi.

Queste insufficienze e questi ritardi, al momento dell’insurrezione, costarono al proletariato di Mosca una sanguinosa battaglia di strada di sei giorni.

L’organizzazione militare del partito comprendeva oltre centomila soldati e un certo numero di ufficiali. Essa si preparava a costituire ovunque dei comitati militari rivoluzionari, organi dirigenti dell’insurrezione.

Vigilia d’armi

A Pietrogrado il conflitto tra i due poteri – il governo provvisorio presieduto da Kerenskij, e il soviet – entra in una fase acuta a partire dal 16 ottobre, dal momento della creazione presso il soviet di un comitato militare rivoluzionario composto da Antonov-Ovseenko, Podvojskii e Cudnovskij. La guarnigione di Pietrogrado era conquistata al bolscevismo. Il governo, col pretesto dell’eventualità di una offensiva tedesca, tentò di allontanare dalla capitale i reggimenti più rivoluzionari. Per mezzo dei suoi servizi di collegamento, d’informazione e di armamento il comitato militare rivoluzionario cominciò a designare dei commissari presso tutte le unità di truppa; dall’altra parte, anche la borghesia si armava; la nomina di commissari presso gli arsenali le impediva di continuare; i delegati del comitato militare rivoluzionario furono accolti bene dai soldati, che sapevano che il comitato era deciso a impedire il loro invio al fronte. In effetti il comitato rifiutò di controfirmare l’ordine di partenza dei reggimenti rossi, avendo l’accortezza di giustificarlo con il desiderio di informarsi prima sulle forze della difesa… Il comitato militare rivoluzionario assunse le funzioni di quartier generale della guardia rossa. Infine, esso ordinò alle truppe di non obbedire ad alcun ordine che provenisse dal comando della piazza. Da questo momento l’insurrezione era allo stato latente. Due poteri si fronteggiavano e due autorità militari di cui una – quella insurrezionale – annullava deliberatamente gli ordini dell’altra.

Il II congresso panrusso dei soviet doveva riunirsi a Pietrogrado il 15 ottobre. I menscevichi riuscirono ad aggiornarne la riunione fino al 25 ottobre- 7 novembre, concedendo così al governo provvisorio della borghesia una dilazione di dieci giorni. Nessuno dubitava che il congresso che avrebbe avuto una maggioranza bolscevica, si sarebbe pronunciato per la presa del potere. “Voi fissate la data della rivoluzione!”, dicevano i menscevichi ai bolscevichi. Perché la decisione – ormai certa – non rimanesse un fatto platonico, era necessario appoggiarla con la forza delle armi. Sulla data dell’insurrezione vennero espresse due opinioni diverse: Trockij voleva legarla al congresso dei soviet, pensando che una iniziativa insurrezionale del partito avrebbe avuto minori possibilità di trascinare le masse; Lenin riteneva “criminale” aspettare fino al congresso dei soviet, temendo che il governo provvisorio prevenisse l’insurrezione con una vigorosa offensiva. I fatti non giustificarono questo timore, tuttavia legittimo; il nemico si rivelò assai più debole di quanto non si pensasse. Ai nostri occhi si scontravano due concezioni altrettanto giuste ma poste su due piani differenti; la prima, di carattere strategico si ispirava alla necessità di legare l’azione del partito alle rivendicazioni più elementari e comprensibili delle masse (“tutto il potere ai soviet”), che è una delle condizioni del successo; la seconda, di carattere politico generale, tendeva a eliminare ogni illusione sulla possibilità di costituire un vero potere proletario prima dell’insurrezione. Infatti, una volta ammessa questa possibilità teorica, perché non si sarebbe potuto dire senza insurrezione? Era una china pericolosa. Dal 1906 Lenin denunciava la tendenza a “velare o nascondere la parola d’ordine dell’insurrezione dietro a quella dell’organizzazione del potere rivoluzionario”. La sua dottrina potrebbe essere così definita: vaincre d’abord, prima vincere.

Lenin voleva che l’insurrezione precedesse il congresso; quest’ultimo, messo davanti al fatto compiuto, non avrebbe fatto che sanzionarlo. Precisò queste idee in una conferenza personale con gli organizzatori dell’azione. Egli si interessava con passione a tutti i particolari dell’insurrezione, deciso a evitare a tutti i costi che l’offensiva venisse rinviata. Nevskij e Podvojskij avevano un bel dirgli che una preparazione di qualche giorno in più non avrebbe fatto che aumentare le possibilità di successo.. Egli rispondeva invariabilmente: “Anche il nemico ne approfitterebbe”. Antonov-Ovseenko ci ha dato la ricostruzione di un colloquio con Lenin, due giorni prima della battaglia, in una casa del quartiere operaio di Vyborg. Lenin, ricercato dalla polizia di Kerenskij, Lenin che in caso di cattura sarebbe stato probabilmente ucciso da qualche pallottola vagante, era irriconoscibile. “Ci trovammo in presenza di un piccolo vecchio dai capelli grigi, con il pince-nez, ma con un buon portamento e un aspetto piuttosto bonario; lo si sarebbe detto un musicista, o un libraio antiquario. Egli si levò la parrucca e riconoscendo il suo sguardo ardente, come al solito pieno di humour: “Cosa c’è di nuovo?” Era pieno di fiducia. Si informò sulla possibilità di chiamare la flotta a Pietrogrado. All’obiezione che ciò avrebbe significato sguarnire il fronte del mare, egli replicò perentoriamente: ” Ebbene ! I marinai devono ben comprendere che la rivoluzione è più minacciata a Pietrogrado che sul Baltico”.

La fortezza di Pietro e Paolo, situata nel centro della città su un isolotto della Neva e ben munita di cannoni, un grosso motivo di preoccupazione per il comitato militare rivoluzionario. Le sue artiglierie minacciavano il Palazzo d’Inverno. Il suo arsenale conteneva 10000 fucili. La sua guarnigione sembrava fedele al governo provvisorio. Trockij propose di prendere la cittadella dall’interno attraverso un comizio. Ci riuscì (insieme a Lasevic).

Il 22 ottobre fu la grande giornata del soviet di Pietrogrado; fu il grandioso plebiscito della rivoluzione. Come spesso capita quando si compiono avvenimenti di immensa grandezza, la causa immediata pare di secondaria importanza: perché spesso non c’è nella catena delle cause che l’ultima debole maglia. Il comitato esecutivo centrale dei soviet, ancora dominato dai socialisti della pace sociale, aveva in sue mani la cassa del soviet di Pietrogrado. Quest’ultimo aveva bisogno di un giornale.

Si decise di organizzare una serie di grandi comizi al fine di raccogliere i fondi necessari alla creazione di un organo di stampa. La stampa borghese, terrorizzata da questa mobilitazione delle masse, gridò alla sommossa. Kerenskij tenne un linguaggio che parve energico, ma che non era che quello di un fanfarone. “Tutta la Russia è con noi! Non abbiamo nulla da temere”. Egli minacciava “di liquidare in modo decisivo e completo gli elementi, i gruppi, i partiti che osano attentare alla libertà del popolo russo, e rischiano, nello stesso momento, di aprire il fronte ai tedeschi”. Un Galiffet! Un Cavaignac! Vane minacce. Era troppo tardi. La giornata del 22 vide una formidabile mobilitazione delle masse. Tutte le sale straboccarono. Alla Casa del Popolo (Narodnyj Dom) migliaia di persone riempirono i corridoi, le gallerie, le sale; nella grande hall grappoli umani erano appollaiati, frementi, sull’armatura metallica dell’edificio… John Reed era tra essi; le sue note su questa assemblea, nella quale la voce di Trockij scatenò l’entusiasmo della folla, meritano di essere citate:

“Intorno a me la gente sembrava in estasi. Mi sembrava che la folla fosse sul punto di intonare, improvvisamente, senza intesa né segnale, un inno religioso. Trockij lesse una risoluzione il cui senso generale era che si doveva versate fino l’ultima goccia di sangue per la causa degli operai e dei contadini… ‘Chi è favorevole?’ La folla innumerevole alzò le mani come un sol uomo. Vedevo queste mani alzate e gli occhi ardenti degli uomini, delle donne, degli adolescenti, degli operai, dei soldati, dei mugiki…Trockij continuava a parlare. Le mani, innumerevoli, rimanevano alzate.

Trockij scandiva le parole: “Che questo voto sia il vostro giuramento! Voi giurate di consacrare tutte le vostre forze, di non indietreggiare davanti a qualunque sacrificio per sostenere il soviet che si accinge a portare a termine la vittoria della rivoluzione e a darvi la vostra parte”. Le mani, innumerevoli, rimanevano alzate. La folla approvava. La folla prestava giuramento.. E la stessa cosa avveniva in tutta Pietrogrado. Ovunque si facevano gli ultimi preparativi; si pronunciavano ovunque gli ultimi giuramenti. Migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia di uomini. Era già l’insurrezione”.

Kronstadt e la flotta

Le forze rivoluzionarie di Kronstadt, il mattino del 25, ricevettero l’ordine di prepararsi a prendere la difesa del congresso dei soviet (tutta l’offensiva, infatti, si svolgeva con una pazienza formale di azione difensiva). Fermiamoci un istante sui preparativi a Kronstadt, sui quali uno dei protagonisti, I. Flerovskij, ci ha lasciato un eccellente racconto. L’elemento razionale, coordinato, la perfetta organizzazione dell’insurrezione, concepita come un’operazione militare condotta secondo le regole dell’arte della guerra, appare con la massima evidenza, in stridente contrasto con i movimenti spontanei e mal organizzati così frequenti nella storia del proletariato.

“ La preparazione per l’intervento a Pietrogrado si fece esclusivamente di notte… Il circolo navale era straboccante di soldati, di marinai e di operai, tutti in tenuta da combattimento, pronti… Lo stato maggiore rivoluzionario stabiliva con precisione il piano delle operazioni, designava le unità e gli equipaggi, faceva le assegnazioni di viveri e di munizioni, procedeva alla nomina dei comandanti. La notte trascorse in un intenso lavoro. I seguenti bastimenti furono designati per partecipare all’operazione: il lancia torpediniere Amore,la vecchia corazzata Alba detta Libertà (ex Alessandro III), il monitore Avvoltoio. L’Amore e l’Avvoltoio dovevano portare a Pietrogrado un carico di truppe. La corazzata doveva disporsi all’ingresso del canale marittimo per tenere sotto i suoi cannoni la ferrovia costiera. Un’attività intensa, ma silenziosa, proseguiva per le strade. I distaccamenti dell’esercito e gli equipaggi della flotta si dirigevano verso il porto. Alla luce delle torce non si potevano distinguere che i visi seri, concentrati, delle prime file. Non si udivano né risa, né voci. Il silenzio era solo interrotto dal martellare dei passi degli uomini in marcia, dai brevi comandi, dal passaggio dei camion rombanti. Nel porto i battelli venivano caricati in fretta. I distaccamenti, allineati sul molo, attendevano pazientemente il momento dell’imbarco.

“È mai possibile – pensavo – che questi siano gli ultimi minuti che precedono la più grande delle rivoluzioni? Tutto avveniva con una tale semplicità e precisione che si sarebbe potuto pensate alla vigilia di una qualunque operazione militare. Assomigliava così poco alle scene di rivoluzione che conosciamo dalla storia..”. Questa rivoluzione, – mi diceva il mio compagno di strada – si farà con le buone maniere”.

Questa rivoluzione si faceva con le buone maniere proletarie: con l’organizzazione. Per questo essa ha vinto – a Pietrogrado – in modo così facile e completo. Traiamo da queste memorie un’altra scena significativa. A bordo di un vascello in marcia verso l’insurrezione, il delegato dello stato maggiore rivoluzionario si presenta alla mensa degli ufficiali.

“Qui lo stato d’animo è diverso. Si è inquieti, sospettosi, disorientati. Al mio ingresso, al mio saluto, gli ufficiali si alzano in piedi. Essi ascoltano in piedi le mie brevi spiegazioni e l’ordine: “Andiamo a rovesciare il governo provvisorio, le armi alla mano. Il potere passa ai soviet. Noi non contiamo sulla vostra simpatia; non ne abbiamo alcun bisogno. Ma esigiamo che restiate ai vostri posti, adempiendo con puntualità ai vostri doveri e obbedendo ai nostri ordini. Vi risparmieremo le prove superflue. È tutto”. “Inteso!”, risponde il capitano. Gli ufficiali si recarono all’istante ai loro posti. Il capitano salì al posto di comando”.

La flotta giunge numerosa alla riscossa del proletariato e della guarnigione. Gli incrociatori Aurora, Oleg, Zabiiaka, Samson, due torpediniere, e ancora altri bastimenti risalgono la Neva.

La presa del palazzo d’Inverno

Tre compagni, Podvojskij, Antonov-Ovseenko e Lasevic, erano stati incaricati di organizzare la presa del Palazzo d’Inverno. Assieme a loro Cudnovskij, grande militante dei primi giorni, che sarebbe presto morto in Ucraina, L’antica residenza imperiale è situata nel centro della città, sulle rive della Neva; sulla riva opposta di fronte, a seicento metri, è la fortezza di Pietro e Paolo. A mezzogiorno, la facciata del palazzo guarda il selciato di una grande piazza su cui si erge la colonna di Alessandro I. Luogo storico. Al fondo, in semicerchio, i vasti edifici regolari del vecchio grande stato maggiore e del vecchio ministero degli Affari esteri. Su questa piazza, nel 1879, crepitarono i colpi dello studente Solov’èv, davanti al quale si vide fuggire correndo a zig-zag, pallido, la testa bassa, l’autocrate Alessandro Il. Nel 1881 la dinamite del falegname Stepan Chalturin esplodeva sotto gli appartamenti imperiali danneggiando il cupo edificio. Sotto le sue finestre il 22 gennaio 1905, la truppa apriva il fuoco su una folla di operai che portavano una petizione allo zar, il piccolo padre del popolo, recando li sacre icone e cantando inni religiosi, Ci furono qui una cinquantina di morti e più di un migliaio di vittime in totale; e l’autocrazia fu colpita dalle proprie palle,..

Il 25 ottobre, fin dalla mattina, i reggimenti conquistati dai bolscevichi incominciarono a circondare il Palazzo d’Inverno, sede del ministero Kerenskij. L’assalto doveva essere dato alle 9 della sera, nonostante l’impazienza di Lenin, che esigeva che si finisse più presto. Mentre il cerchio di ferro si stringeva lentamente intorno al palazzo, il congresso dei soviet si riuniva allo Smol’nyj, un vecchio istituto delle figlie della nobiltà. Ancora clandestino, poche ore prima di incarnare la dittatura del proletariato, ancora truccato da vecchio, Lenin cammin ava avanti e indietro, a passi nervosi, per una cameretta dell’istituto. A tutti quelli che arrivavano domandava: “E il palazzo? Non è ancora preso?”. Era sempre più furente contro gli incerti, i temporeggiatori, gli indecisi. Minacciava Podvojskij: “Bisogna farli fucilare, farli fucilare!”.

I soldati, accampati intorno ai bracieri, condividevano la stessa impazienza. Li si udiva mormorare che “anche i bolscevichi si mettevano a fare della diplomazia”. Ancora una volta il sentimento di Lenin s’identificava, perfino nei particolari, con quello della massa. Podvojskij, sicuro di aver in pugno la vittoria, rimandava l’assalto. L’agitazione demoralizzava un nemico condannato. Ogni goccia di sangue rivoluzionario, che si fosse potuta risparmiare, era preziosa.

Una prima intimazione di resa è rivolta ai ministri alle 6 del pomeriggio; alle 8 un secondo ultimatum; un bolscevico inviato per parlamentare arringa i difensori del palazzo; i soldati di un battaglione scelto si arrendono agli insorti; un formidabile urrah li accoglie sulla piazza trasformata in campo di battaglia. Il battaglione femminile si arrende qualche minuto dopo. I ministri, terrorizzati, in una vasta sala senza luci, scortati da un pugno di giovani allievi, esitano ancora a capitolare. Kerenskij li ha abbandonati, promettendo un pronto ritorno alla testa di truppe fedeli. Essi si aspettano di essere linciati da una folla furibonda. Il cannone dell’Aurora – che spara a salve! – finisce di demoralizzare i difensori. L’assalto dei rossi non incontra che una debole resistenza. Delle granate scoppiano sui grandi scaloni di marmo, dei corpo a corpo si formano nei corridoi. Nella penombra di una vasta anticamera una fila di allievi lividi incrociano le baionette davanti a una porta decorata. È l’ultimo bastione dell’ultimo governo borghese della Russia. An’tonov-Ovseenko, Cudnovskii, Podvojskij spostano queste baionette inerti. Un giovane sussurra loro: “Sono con voi”. Il governo provvisorio è qui: tredici signori tremanti, lamentosi, tredici visi sconvolti, nascosti nell’ombra. Come escono dal palazzo, scortati dalla guardia rossa da tutte le parti si levano grida di: “a morte”. Soldati e marinai vorrebbero massacrarli. La guardia operaia li trattiene, “Non macchiate con degli eccessi la vittoria proletaria”.

I ministri di Kerenskij vanno a raggiungere nella fortezza di Pietro e Paolo, la vecchia fortezza dove erano passati tutti gli eroi della libertà russa, i ministri dell’ultimo zar. È finito.

Nei quartieri vicini la circolazione era proseguita normale. Nei corsi dei curiosi guardavano tranquilli…

Un particolare sull’organizzazione dell’offensiva. Perché un successo momentaneo del nemico non potesse interrompere il loro lavoro, i capi militari dell’insurrezione avevano predisposto due quartieri generali di riserva.

Il congresso dei soviet

Mentre i rossi circondano il Palazzo d’Inverno, si riunisce il soviet di Pietrogrado. Lenin esce dall’ombra. Lenin e Trockij annunciano la presa del potere. I soviet offrono a tutti i paesi una pace giusta; i trattati segreti saranno pubblicati. La prima parola di Lenin sottolinea l’importanza dell’unione degli operai e dei contadini, non ancora suggellata:

“All’interno della Russia, l’immensa maggioranza dei contadini ha detto: Abbiamo giocato troppo con i capitalisti, noi marciamo con gli operai! un decreto unico, che abolisca la proprietà fondiaria, ci procurerà la fiducia dei contadini. essi comprenderanno che la loro unica salvezza è nell’unione con gli operai. noi istituiremo il controllo operaio sulla produzione…”.

Il congresso panrusso dei soviet si apre solo alla sera nella grande sala delle feste dello Smol’nyj, tutta bianca, che enormi lampadari inondano di luce. 562 delegati sono presenti: 382 socialdemocratici bolscevichi, 70 socialisti-rivoluzionari di sinistra, 36 socialisti-rivoluzionari di centro, 16 socialisti-rivoluzionari di destra, 3 socialisti-rivoluzionari nazionali, 15 socialdemocratici internazionalisti uniti, 21 socialdemocratici menscevichi partigiani della difesa nazionale, 7 delegati socialdemocratici di organizzazioni nazionali, 5 anarchici. Sala affollatissima, febbrile. Il menscevico Dan apre il congresso a nome del vecchio esecutivo panrusso, mentre si elegge la presidenza si sente tuonare il cannone sulla Neva. La resistenza al Palazzo d’Inverno sta per terminare. Kamenev “felice e con l’aria della festa” sostituisce Dan alla presidenza. Propone un ordine del giorno di tre punti: “1) organizzazione del potere; 2) la guerra e la pace; 3) assemblea costituente”. L’inizio della seduta è monopolizzata dagli interventi dell’opposizione menscevica e socialista-rivoluzionaria. A nome dei primi, Martov, il leader più probo e dotato, Martov, la cui estrema debolezza fisica sembrava manifestare, nonostante il suo grande coraggio personale,la debolezza della sua causa, “Martov, con il suo solito atteggiamento, con la mano sul fianco, una mano tremante, esangue, lui stesso contorto e bizzarro, dondolando la sua testa arruffata, chiede che si ricerchi una soluzione pacifica al conflitto…”. E’ proprio il momento! Mstislavskij prende la parola a nome dei socialisti-rivoluzionari di sinistra. Il suo partito disprezzava il governo provvisorio, era favorevole alla presa del potere da parte dei soviet, ma aveva rifiutato di prendere parte al colpo di forza. Il suo discorso era tutto una sfumatura. Tutto il potere ai soviet, certo! Tanto più che era un fatto compiuto. Ma che si arrestino subito le operazioni militari. Come si può deliberare con il rombo del cannone? A questo replicò vivamente Trockij: “Chi è che s’impressiona per il rombo del cannone? Al contrario, si può lavorare meglio!”

Il cannone fa tintinnare i vetri. Ai menscevichi e ai socialisti-rivoluzionari di destra che denunciano “il crimine che si sta compiendo contro la patria e la rivoluzione” risponde un marinaio dell’Aurora, che sale alla tribuna.

“Figura bronzea – riferisce Mstislavskij, – gesto corto che percuote senza esitare, parola che fende l’aria come un coltello, con la destra tesa, così appariva quest’uomo. Era appena salito alla tribuna, elastico ed energico, con il petto villoso incorniciato da un colletto che ondulava graziosamente intorno alla sua testa ricciuta, che tutta la sala scoppiò in applausi clamorosi… “Il Palazzo d’Inverno è finito, – egli dice – L’Aurora gli spara sopra, quasi a bruciapelo”. “Oh!”, gemette, ai suoi piedi, il menscevico Abramovic, stravolto, torcendosi le mani. “Oh!”. E rispondendo a questo lamento, con un gesto magnanimo, ma con un’inimitabile disinvoltura, L’uomo dell’Aurora lo tranquillizzò subito sussurrando forte e lasciando trapelare un riso interiore: “Si spara a salve. Ce n’è più che a sufficienza per i ministri e le donne del battaglione scelto.”. Tumulto. I menscevichi della difesa nazionale e i socialisti-rivoluzionari di destra, una sessantina di delegati, se ne vanno, per “morire insieme al governo provvisorio”.

Non andranno lontano. Il loro esile corteo, trovando le strade sbarrate dalle guardie rosse, si disperse da solo…

A tarda notte, i socialisti-rivoluzionari di sinistra si decisero finalmente a seguire i bolscevichi e a rimanere al congresso.

Lenin non salì alla tribuna che alla seduta del giorno dopo, il 26, nella quale furono votati i grandi decreti sulla terra, la pace, il controllo operaio sulla produzione. Egli apparve, accolto da un immensa acclamazione. Ne attese la fine, guardando fisso, con calma, questa folla vittoriosa. Poi disse semplicemente, senza un gesto, con le mani appoggiate al pulpito, con le spalle leggermente inclinate verso l’uditorio: “Noi cominciamo a costruire la società socialista”.