II. Combattenti per la libertà e consigli operai

 

Nella notte tra il 23 ed il 24, mentre i rivoluzionari armati attaccano gli Avos dappertutto, il comitato centrale del PC delibera. Non sappiamo nulla di preciso sui suoi dibattiti, all’infuori del fatto che vi si sono opposte due tendenze in merito al modo più efficace per far tornare l’ordine: attraverso la repressione brutale o per mezzo di alcune concessioni. Conosciamo soltanto le decisioni adottate, segnate dalla politica di Gero e dei suoi padroni moscoviti. Poco importa che siano state o meno il frutto di una telefonata con Krusciov. E’certo invece che, comportando la decisione dell’entrata in scena delle truppe russe per schiacciare l’insurrezione, esse non possono essere state prese senza l’accordo di Mosca.

 

L’astuzia della GPU: Nagy sostiene l’intervento russo
Mentre i militanti comunisti di Budapest sparano contro gli Avos, quando solo gli Avos si battono per difendere dalla gioventù rivoluzionaria il detestato regime di Gero e dei suoi burattinai del Cremino, il comitato centrale del partito continua ad essere lo strumento fidato della GPU. Quando le masse, armate, si sollevano contro il regime dei gendarmi e dei burocrati, l’azione dell’organismo “dirigente” del partito mostra quante illusioni nutrissero nei suoi confronti quei comunisti fiduciosi che una sua convocazione anticipata avrebbe portato un “cambiamento di linea” e un “cambiamento di direzione”.
In seguito alla defezione dell’esercito e della polizia, la grande decisione presa in nottata è l’appello alle truppe russe per “mantenere l’ordine” e proclamare la legge marziale. I burocrati del Cremino ed i loro agenti dell’apparato ungherese sono decisi a conservare ad ogni costo il controllo della situazione e ad affogare nel sangue la rivoluzione nascente. Dalle 4,30 di mattina i blindati sovietici si dirigono verso Budapest di cui bloccano le uscite. I soldati russi sono stati informati di dover andare a combattere una “controrivoluzione fascista appoggiata dalle truppe occidentali”[i]. Gli Avos ricevono rinforzi considerevoli: blindati, artiglieria e fanteria si riversano nella capitale insorta.
Qualche ora prima il comitato centrale ha deciso di fare appello a Imre Nagy per formare un nuovo governo: Geza Losonczy, Ferenc Donath, Gyorgy Lukacs, Zoltan Szanto, tutti seguaci di Nagy, entrano nel CC. Donath, Nagy, Szanto diventano membri del nuovo Politburo di 11 membri da cui sono stati allontanati alcuni stalinisti più noti. Ma nulla di fondamentale è cambiato. Gero mantiene la carica di segretario generale del partito nonché il controllo dell’apparato. I comunisti oppositori sono semplici ostaggi in seno alla nuova direzione. Nagy è la copertura all’ombra della quale Gero, padrone dell’apparato, continua a portare avanti la politica dei burocrati del Cremino. Ma c’è di più: il decreto che istituisce la legge marziale e l’appello alle truppe russe sono decisioni che si suppone siano state prese dal governo Nagy. Nagy ha le mani legate, legate nel sangue dei lavoratori. E’ in suo nome che russi ed Avos si apprestano a mitragliare gli insorti che hanno chiesto e domandano ancora la sua ascesa al potere. La parabola dei sostenitori della “riforma” del partito si precisa: la burocrazia si serve della loro popolarità per disorientare e disarmare i rivoluzionari; ostaggi dell’apparato, portano assieme ad esso la responsabilità dei suoi crimini.

 

Nagy parla
Imre Nagy, che aveva rifiutato di prendere la parola alla manifestazione della mattina del 23, che aveva rifiutato di parlare – malgrado l’intervento insistente del suo amico Geza Losonczy – la sera del 23 per lanciare un appello alla calma, questa volta è invitato a parlare dagli stessi dirigenti, dal comitato centrale. Su richiesta del Politburo, in tarda serata, ha cercato di arringare i manifestanti che stazionavano davanti al Parlamento, in piazza Kossuth, prima di recasi al palazzo del comitato centrale dove è informato della decisione presa nel frattempo a suo proposito. Quel palazzo, circondato di carri armati russi, Nagy non lo abbandonerà per diversi giorni, isolato materialmente non solo dalla realtà, di fronte al movimento rivoluzionario che deborda, della repressione che lo colpisce in suo nome, ma anche dai suoi amici che riusciranno a riprendere contatto con lui solo alcuni giorni dopo, mescolandosi alle delegazioni operaie che Nagy sarà autorizzato a ricevere.
Eppure, nel corso della notte, all’indomani della sua “nomina”, sulle onde di Radio-Kossuth-Budapest egli si rivolge al popolo ungherese: “Su ordine del comitato centrale, sono stato nominato presidente del Consiglio. Ungheresi, amici e compagni, vi parlo in un’ora grave… posso garantirvi che ho la possibilità di realizzare il mio programma politico basato sul popolo ungherese guidato dal partito comunista… Sono presidente del Consiglio ed avremo presto la possibilità di realizzare la democrazia in tutto il paese. Prego tutti gli uomini e le donne ed ogni giovane di non perdere la testa” [ii]. La battaglia continua e si estende senza tregua. La radio lancia appelli impauriti agli operai, agli studenti, ai giovani. Ai microfoni di Radio-Kossuth passano rappresentanti della Chiesa, dei vecchi partiti – il “piccolo proprietario” Zoltan Tildy, il socialdemocratico Szakasits -, dei sindacati. I dirigenti del circolo Petofi dichiarano di non aver voluto il “bagno di sangue” e chiedono ai giovani di gettare le armi. Il governo promette un’amnistia completa a chi abbandonerà le armi prima delle ore 14. Poi vengono concesse nuove scadenze e si alternano promesse e minacce. La radio diffonde gli appelli delle madri ai figli combattenti, invita ad aprire le finestre perché gli insorti possano ascoltare dalla strada le promesse che il governo fa alla radio. Nessuna manovra modifica alcunché. Tutta Budapest si batte.

 

Quelli che si battono: gli operai
Le trasmissioni di Budapest su Radio-Kossuth e Radio Petofi sono significative: il grosso dei combattimenti si svolge attorno alle fabbriche. I loro nomi tornano in tutti gli appelli ed i comunicati governativi: Csepel, Csepel-la-Rossa, le fabbriche di Ganz, Lang, le fabbriche “Klement Gottwald”, “Jacques Duclos”, i quartieri di Ujpest, Angyafold. I quartieri proletari sono i bastioni dell’insurrezione. Come dichiara ad un corrispondente dell’Observer un “combattente della libertà” rifugiato in Austria: “Gli studenti hanno cominciato la lotta ma, quando si è sviluppata, non avevano né il numero né la capacità di battersi così duramente come i giovani operai” [iii]. Lasciamo la parola a uno di loro, 21 anni, che racconta le vicende di mercoledì vissute nella sua fabbrica di Ujpest: “Mercoledì mattina (24 ottobre) è iniziata la rivolta nella nostra fabbrica. Era spontanea e non organizzata. Se fosse stata organizzata, l’AVH avrebbe saputo e l’avrebbe schiacciata prima che esplodesse. I giovani operai hanno rotto il ghiaccio e gli altri li hanno seguiti… Di solito iniziamo il turno di lavoro alle sette. Chi di noi viene in treno dai quartieri periferici aspetta l’arrivo degli altri operai in fabbrica. Appena prima delle sette, un camion carico di giovani operai armati è arrivato davanti alla porta. Quando uno di loro ha iniziato a sparare contro la stella rossa al di sopra della fabbrica un membro dell’amministrazione ha dato l’ordine di chiudere le porte. Eravamo divisi in due gruppi, quelli all’interno e quelli all’esterno. Noi che eravamo dentro abbiamo sfondato le porte del locale della Mohosz e preso le carabine. Una responsabile comunista, una donna, ha cercato di fermarci piazzando una guardia davanti alle armi. Non poteva funzionare perché tutti – compresi i capireparto – erano uniti. Siamo usciti dalla fabbrica coi fucili ed abbiamo marciato verso la città. Quando abbiamo iniziato la nostra azione non avevamo contatti con nessuno. Non avevamo collegamenti con nessuna fabbrica. Però, mentre avanzavamo, eravamo raggiunti da altri operai, sempre più numerosi, alcuni in armi. All’angolo di via Rakoczih, uno studente universitario ha cominciato ad organizzarci in piccoli gruppi ed a spiegarci le parole d’ordine che bisognava lanciare” [iv].
Si forgiava così, nelle strade, la fusione dei giovani combattenti rivoluzionari. Contemporaneamente, il Comitato rivoluzionario degli studenti, diventato “Comitato rivoluzionario degli studenti in armi”, si allargava. Un postino del comitato racconta: “All’inizio era formato da studenti delle scuole di eccellenza e dell’università ma in seguito vi entrarono soldati e giovani operai. Penso che tutti fossero eletti da comitati di base, a loro volta espressione di singole organizzazioni di studenti, operai e soldati” [v]. Pare che nelle prime ore della mattinata l’Accademia Kossuth, scuola militare con 800 allievi, si sia unita all’insurrezione, coi suoi quadri tecnici e le sue armi.

 

Le fucilate davanti al Parlamento
Le fucilate in piazza del Parlamento sono state giovedì. Questo episodio dimostrava ai lavoratori di Budapest ancora esitanti, con chiarezza e in modo definitivo, che per ottenere la realizzazione delle loro rivendicazioni non c’era alternativa alla lotta rivoluzionaria armata, e che deporre le armi sarebbe stato un suicidio a favore di Gero. Migliaia di operai e studenti disarmati si recarono al Parlamento per esigere la deposizione di Gero, la liberazione dei loro dirigenti arrestati a partire dal 23 ed un incontro immediato con Imre Nagy. In piazza i giovani accerchiavano i carri armati russi fraternizzando coi soldati. Gli Avos, nascosti sui tetti del palazzo del ministero degli Interni, in faccia al Parlamento, aprirono il fuoco. Anche i blindati iniziarono a sparare; così, i manifestanti si trovarono presi tra due fuochi e trecento cadaveri restarono sul terreno. Proprio in quel momento alla radio, il capo del futuro governo – Nagy senza potere, Nagy ostaggio dell’apparato, Nagy prigioniero – moltiplicava gli appelli alla calma ed alla resa … Portando sulle spalle i cadaveri dei loro compagni, brandendo bandiere impregnate del loro sangue, chi riuscì a sfuggire si sparse in tutta la città al grido di “uccidono gli operai” [vi]. Non era più possibile dubitare, ormai: agli occhi dei giovani rivoluzionari di Budapest era chiaro che Nagy era senza potere, fosse o meno prigioniero, ed altresì che Gero deteneva il potere reale e, dietro di lui, i Russi, e, non ultimo, che ci si doveva battere, qualsiasi cosa Nagy affermasse, contro gli Avos ed i Russi. Niente sintetizza meglio questo stato d’animo che il volantino diffuso nel pomeriggio, dopo il massacro, firmato “Gli studenti e gli operai rivoluzionari”: “Facciamo appello a tutti gli ungheresi allo sciopero generale. Finché il governo non soddisfa le nostre rivendicazioni, finché gli assassini non sono chiamati a rendere conto, risponderemo al governo con lo sciopero generale. Viva il nuovo governo sotto la direzione di Imre Nagy!” [vii]. Nello stesso frangente, in nome del governo, Radio-Kossuth proclamava che lo sciopero sarebbe stato un atto controrivoluzionario…
In nome del Comitato rivoluzionario degli studenti sono stampati e diffusi ai soldati sovietici 100mila volantini in lingua russa. Questi volantini dicono ai soldati dell’Armata Rossa che sono stati chiamati ad intervenire contro i lavoratori, i giovani ed i soldati ungheresi, i quali non sono né reazionari né controrivoluzionari né fascisti ma combattono per il socialismo democratico.
“Non sparate contro di noi, non sparate sui vostri fratelli di classe!” concludeva il volantino.

 

Nuove concessioni
Di fronte alla nuova fiammata di collera scatenata dal massacro della piazza del Parlamento, di fronte allo sciopero generale insurrezionale esteso a tutto il paese, l’apparato decide di orientarsi a nuove concessioni. La decisione peraltro non è presa in autonomia ma in seguito a discussioni serrate con due emissari del governo di Mosca, Michail Suslov e Ananstase Mikoyan, precipitatisi in Ungheria per cercare di salvare una situazione ai loro occhi compromessa dagli errori di Gero. Quest’ultimo, esonerato dal suo incaricato di segretario generale del partito, conserva ancora per settimane il suo ufficio … Janos Kadar è nominato al suo posto. Kadar è popolare: vecchio militante operaio, ha lottato in Ungheria durante la guerra, nella clandestinità, mentre Rakosi e Gero erano a Mosca. Beninteso, Rajk è stato torturato e assassinato mentre egli era ministro degli Interni, ma poi Kadar è stato a sua volta arrestato e torturato con ferocia in base all’accusa di “titismo”. Riabilitato in tempi recenti, si è battuto per la “riforma” del partito ripartendo in un quartiere operaio di Budapest dove è stato nominato segretario locale. Eppure ha accettato di partecipare al governo Hegedus, dopo il crollo di Rakosi, ed ha accompagnato Gero a Belgrado. Kadar parla alla radio giovedì 25 ottobre: “Sono stato nominato in un momento reso molto difficile da un’accozzaglia di soggetti che hanno lavorato contro di noi. Il governo ed il partito hanno deciso che dobbiamo sconfiggere quest’accozzaglia con ogni mezzo a nostra disposizione … Facciamo appello agli operai ed ai giovani perché sostengano il nostro punto di vista.” [viii]. Non è convincente. Parlando ancora alla vigilia di “controrivoluzionari” in lotta contro il “potere della classe operaia”, minacciando “i provocatori che lavorano nell’ombra”, salutando “gli alleati e fratelli sovietici”, e sottolineando quel giorno in cui “la direzione del partito ha preso posizione all’unanimità riguardo alla necessità di usare ogni mezzo per stroncare l’aggressione armata contro il potere della nostra repubblica popolare”, senza neppure menzionare le rivendicazioni degli insorti, presenta a chi lo ascolta un discorso appena diluito rispetto alle minacce di Gero che hanno suscitato il sollevamento. Imre Nagy, invece, sembra aver compreso meglio la situazione quando interviene a sua volta alla radio: “il suo discorso del 25 ottobre mostra che pare capire la determinazione dei combattenti e la necessità di fare concessioni politiche per ottenere la fine dei combattimenti: “Dichiaro che il governo ungherese intraprenderà tra poco dei negoziati con l’Unione Sovietica per: i) ottenere il ritiro delle truppe sovietiche dall’Ungheria; ii) fondare l’amicizia sovietico-ungherese sulla base dei principi di uguaglianza e di indipendenza nazionale.
[…] Promettiamo di trattare con magnanimità coloro che – giovani, civili e membri dell’esercito – cesseranno da subito di combattere… La legge colpirà soltanto chi continuerà…” [ix].

 

Quelli che si battono: gli studenti
Oggi sappiamo in che modo si sono battuti i giovani ungheresi contro i blindati russi. E’ importante chiarire l’atteggiamento dei giovani “Combattenti per la libertà” – nome che si sono dati essi stessi, mutuandolo dalla rivoluzione democratica e dalla guerra d’indipendenza del 1848. A quell’epoca i “Combattenti per la libertà” costituirono l’esercito di Kossuth, la Honvédség, “esercito dei difensori della patria”, per contrastare l’invasione delle armate di Jelachich, degli eserciti imperiale e zarista. Due giovani, con la loro mitraglietta – la “chitarra” – in mano, due studenti, Ferko e Pista, hanno risposto durante i combattimenti di Budapest alle domande di un giornalista britannico che conosceva l’ungherese: “I Combattenti della libertà, dicono loro, hanno arrestato tutti gli Avos che sono riusciti a scovare. In questa operazione molti membri della polizia politica sono stati uccisi, ma ben pochi a titolo di rappresaglia: la maggior parte sono stati uccisi in azione. L’apparato del partito è stato completamente disintegrato sin dal primo giorno dell’insurrezione ma non c’è stato alcun massacro dei quadri del partito. Abbiamo invaso i locali del partito, sequestrato le armi e detto a tutti di tornare a casa. Ne abbiamo catturati alcuni. Molti si sono uniti a noi.” [x].
Giovedì il “Comitato rivoluzionario degli studenti in armi”, rappresentato dal suo presidente Ferenc Merey, si incontra con Nagy [xi]. Si mantiene il programma presentato dagli studenti alla vigilia della rivoluzione aggiungendo alcune condizioni necessarie per deporre le armi: “Governo provvisorio comprendente tutti i propri dirigenti”, “ritiro immediato delle truppe russe”, “processo pubblico per i responsabili dei massacri”, “libertà per tutti i prigionieri politici”, “scioglimento dell’AVH” [xii]. Inoltre Merey precisa: “Non siamo insorti per cambiare la base della società ungherese, ma vogliamo un socialismo ed un comunismo che corrispondano a ciò che veramente vuole l’Ungheria. Su questo punto siamo tutti d’accordo.” [xiii].

 

Quelli che si battono: l’esercito
Dalla sera del 24 non si trova più nessuna unità militare ungherese che obbedisca al governo. Non se ne trova neanche una che combatta contro gli insorti al fianco degli Avos e dei Russi. Il 25 ottobre molte accademie militari, dopo aver costituito comitati rivoluzionari di ufficiali e soldati, si battono con gli insorti contro gli Avos. Una di esse strappa alla polizia politica il palazzo della stamperia del giornale dell’esercito. Nella serata del 25 camionette militari diffondono il seguente volantino:
“Giuriamo davanti ai cadaveri dei nostri martiri che in queste ore critiche conquisteremo la libertà per il nostro paese. I dirigenti del partito e del governo si sono preoccupati soltanto di conservare il loro potere. Che direzione politica è quella che prende misure timide soltanto sotto la pressione delle masse?
I loro atti arbitrari ci sono costati troppi sacrifici in questi ultimi dieci anni. Ora hanno chiamato l’esercito sovietico con l’obiettivo di reprimere il popolo ungherese.
Cittadini, noi chiediamo:
Un nuovo esercito rivoluzionario provvisorio e un nuovo governo nazionale rivoluzionario provvisorio, in cui siano inclusi i dirigenti della gioventù insorta.
L’abolizione immediata della legge marziale.
L’annullamento immediato del Patto di Varsavia ed il ritiro immediato e pacifico delle truppe sovietiche dalla nostra patria.
La testa dei veri responsabili del bagno di sangue, la liberazione dei prigionieri politici e un’amnistia generalizzata.
Una base autenticamente democratica per il socialismo ungherese; nel frattempo l’esercito ungherese porterà la responsabilità per il mantenimento dell’ordine ed il disarmo della polizia politica, l’AVH.”
Lo stesso volantino prosegue affermando che “i compagni Imre Nagy e Janos Kadar sono membri del nuovo governo rivoluzionario dell’esercito” [xiv], confermando ancora una volta la volontà dei rivoluzionari di dissociare Nagy dall’apparato.

 

La provincia: sciopero generale e nascita dei consigli operai
A Budapest le organizzazioni studentesche erano il motore dell’agitazione politica. E’ al loro comitato rivoluzionario che si sono unite le delegazioni operaie che si lanciavano nella battaglia. In provincia la rivoluzione è iniziata con uno sciopero generale insurrezionale scatenato dall’intervento russo. La rivoluzione ha immediatamente preso la forma di consigli operai che hanno preso il potere. Così, per la prima volta dopo alcuni decenni, i lavoratori ungheresi, in lotta contro la burocrazia, ritrovavano spontaneamente le forme di organizzazione e di potere proletarie. Ritrovavano la tradizione dei soviet (la parola russa che significa consiglio) del 1905 e del 1917 ed anche della prima Repubblica ungherese dei consigli (marzo 1919). I consigli, eletti dal basso, con delegati revocabili in ogni momento e responsabili davanti alla propria base, sono la realizzazione autentica e concreta della democrazia proletaria e del potere degli operai armati. Per descrivere i consigli ungheresi possiamo riprendere un passaggio di Trotsky sul soviet di Pietrogrado del 1905:
“Il soviet è il potere organizzato della stessa massa, al di sopra di tutte le sue frazioni. E’ la democrazia autentica e non falsificata, senza le due Camere, senza burocrazia di mestiere ma che garantisce agli elettori di sostituire, quando lo decidono, i deputati da loro eletti. Il soviet, per mezzo dei suoi membri, attraverso i deputati che gli operai hanno eletto, presiede direttamente a tutte le attività sociali del proletariato nel suo insieme o nei suoi gruppi, organizza la sua azione, gli dà una parola d’ordine ed una bandiera.”

 

Il Consiglio di Miskolc
Situata nella regione nord-occidentale dell’Ungheria, nella zona industriale di Borsod, vicina alle miniere di carbone ed alle acciaierie, nel cuore dell’industria siderurgica e metalmeccanica, Miskolc, città di 100mila abitanti, è la prima in cui si annuncia la costituzione di un consiglio operaio. Nella notte tra il 24 ed il 25 ottobre gli insorti, padroni della radio, annunciano che hanno preso il potere ed esigono un “nuovo governo nello spirito di Bela Kun e Laszlo Rajk” [xv]. Il riferimento a questi due dirigenti comunisti, entrambi assassinati da Stalin – Kun presidente nel 1919 della Repubblica dei consigli assassinato durante i processi di Mosca, Rajk impiccato in quanto “titista” nel 1949 – è significativa dell’orientamento politico del movimento. Il 25 ottobre i Comitati operai delle fabbriche hanno eletto un Consiglio operaio della città, il cui programma è diffuso dalla radio locale: “Noi chiediamo che ai posti di maggior responsabilità del partito e dello Stato siano messi dei comunisti devoti al principio dell’internazionalismo proletario, che siano innanzi tutto ungheresi e rispettino le nostre tradizioni nazionali ed il nostro passato millenario. Chiediamo l’apertura di un’inchiesta sull’istituzione che garantisce la sicurezza dello Stato (l’AVH) e l’eliminazione di tutti quelli che, dirigenti o funzionari, siano in qualche misura compromessi. Chiediamo che i crimini di Farkas e dei suoi sgherri siano esaminati in un processo pubblico davanti ad un tribunale indipendente, anche qualora si dovessero chiamare in causa alti dirigenti. Chiediamo che i responsabili della cattiva direzione ed amministrazione del piano economico siano subito sostituiti. Chiediamo un aumento dei salari reali. Vogliamo ottenere la garanzia che il Parlamento non resti ancora a lungo una camera di registrazione coi parlamentari ridotti a mero pezzo di quell’ingranaggio.” [xvi]. Il 25 il consiglio operaio ed il “Parlamento studentesco” prendono il potere nell’agglomerazione urbana di Miskolc e dall’indomani l’autorità del consiglio operaio è riconosciuta in tutta la provincia di Borsod.
Il 26 Rudolf Foldvari, segretario regionale del PC, membro del consiglio operaio, dichiara su Radio-Miskolc che il governo Nagy ha accettato le rivendicazioni del Consiglio. Miskolc fa un appello ai lavoratori della regione per eleggere consigli in tutte le fabbriche senza considerare l’affiliazione politica dei candidati [xvii]. Lo stesso giorno si forma, attraverso la federazione dei consigli locali, il consiglio operaio della provincia di Borsod. Il consiglio operaio controlla la regione. La sua delegazione a Budapest reclama da Nagy: aumento immediato dei salari, delle pensioni e degli assegni familiari, la fine del rialzo dei prezzi, l’abolizione della tassa sulle famiglie senza bambini, il processo a Farkas e un Parlamento che non sia una assemblea di yes man, il ritiro delle truppe sovietiche e la pubblicazione del Trattato di commercio sovietico-ungherese, la correzione degli “errori” del piano economico [xviii]. La mattina del 28 la radio annuncia che i consigli operai hanno sciolto tutte le organizzazioni comuniste della regione di Borsod. Nelle campagne i contadini, sottomessi ad una collettivizzazione forzata, hanno cacciato i responsabili dei kolchoz ed hanno proceduto alla distribuzione delle terre. I consigli operai approvano la loro azione [xix]. Primo a costituirsi, il Consiglio operaio di Miskolc è consapevole delle proprie responsabilità. Cerca di estendere a tutto il paese ciò che ha stabilito nella regione di Borsod, il potere dei consigli. Il 28 Radio Miskolc “chiede ai consigli operai delle città della provincia di coordinare i propri sforzi nell’obiettivo di forgiare un solo e potente movimento” [xx]. Il programma seguente è proposto come base comune:
“Edificazione di un’Ungheria libera, sovrana, indipendente, democratica e socialista.
Una legge che istituisca elezioni libere a suffragio universale.
Partenza immediata delle truppe sovietiche.
Elaborazione di una Costituzione.
Soppressione dell’AVH, il governo dovrà appoggiarsi su due forze in armi: l’esercito nazionale e la polizia.
Amnistia completa per chi ha imbracciato le armi e processo per Gero e i suoi complici.
Elezioni libere entro due mesi con la partecipazione di più partiti.” [xxi].
I Consigli di Gyor e di Transdanelia sono i primi a rispondere all’appello.

 

Il Consiglio di Gyor
Gyor è una città di 100mila abitanti. E’ la città della gigantesca fabbrica di vagoni e locomotive “Wilhelm-Pieck (Gyori-Mavag)”. L’insurrezione ha avuto inizio con uno sciopero generale. La guarnigione russa ha accettato di buon grado di ritirarsi senza combattere. Un Comitato nazionale rivoluzionario, eletto nelle fabbriche, dirige la regione assieme ad un Comitato militare ai suoi ordini. Il Comitato comprende 20 membri di differente provenienza politica. Il presidente è un metalmeccanico, in passato responsabile del partito socialdemocratico, Gyorgy Szabo, ma la personalità più in vista è Attila Szigeti, un vecchio dirigente del Partito nazionale contadino [xxii], deputato e amico di Imre Nagy. Nel Comitato si sviluppa anche un’opposizione, diretta dal vecchio sindaco della città, Ludwig Pocsa, eletto nella fabbrica in cui lavora [xxiii]. Sulle rivendicazioni immediate, però, il Comitato è compatto: esige che sia fissata una data per elezioni libere entro 2-3 mesi ed il ritiro delle truppe russe dall’Ungheria [xxiv]. I delegati dei minatori chiedono “la garanzia che l’esercito sovietico abbandoni immediatamente il paese, come pure l’assicurazione che vengano autorizzate elezioni libere con la partecipazione di tutti i partiti” [xxv]. Radio-Gyor dichiara solennemente il 28:
“Agli insorti si sono mescolati elementi bacati con tendenze fasciste e controrivoluzionarie. Noi non vogliamo che ritorni il vecchio sistema capitalista; vogliamo un’Ungheria libera e indipendente.” [xxvi].

 

Il Consiglio di Sopron
Nella cittadina industriale di Sopron, Ungheria occidentale, il consiglio operaio è stato eletto a scrutinio segreto nelle imprese e nella scuola forestale. Il socialista austriaco Peter Strasser ha assistito alle riunioni e assicura: “Sono decisamente opposti alla restaurazione del vecchio regime di Horthy (dittatore del paese fra le due guerre mondiali, ndt).” [xxvii]. Il consiglio ha organizzato il controllo dell’ordine pubblico mediante la formazione di pattuglie miste composte da un operaio, un soldato e uno studente [xxviii]. Il consiglio ha inviato in Austria due delegazioni di giovani comunisti per sviluppare una campagna di solidarietà orientata verso il movimento operaio internazionale [xxix].

 

Il Consiglio di Magyarovar
Il Consiglio di Magyarovar è stato anch’esso eletto a scrutinio segreto. Comprende 26 membri, tra cui 4 comunisti, dei senza partito e alcuni rappresentanti dei vecchi partiti riformisti – socialdemocratici, nazional-contadini e piccoli proprietari. Il suo presidente è un operaio comunista, Gera, il quale dichiara: “Ci sono sostanzialmente due grandi problemi: i Russi devono andarsene e si devono tenere elezioni democratiche.” Al giornalista americano, stupito, precisa: “I comunisti che sono nel Consiglio sono brave persone. Non opprimono nessuno ed il popolo ungherese lo sa.” [xxx]. Il programma del Consiglio di Magyarovar chiede elezioni libere e democratiche sotto il controllo dell’ONU, la libertà dei partiti democratici, la libertà di stampa e di riunione, l’indipendenza dei sindacati, la liberazione dei carcerati, lo scioglimento dell’AVH, la partenza dei Russi, lo scioglimento delle aziende agricole collettive imposte con l’uso della forza, la soppressione delle differenze di classe [xxxi].

 

Il programma dei consigli
Non è possibile continuare l’elenco. In ogni città industriale dell’Ungheria si sono formati consigli operai: a Dunapentele, la vecchia Sztalinvaros, perla dell’industrializzazione del periodo Rakosi, a Szolnok, nodo ferroviario del paese, a Pecs, nelle miniere del sud-ovest, a Debreczen e a Szeged. Entro il 1° novembre si sono formati in tutto il paese, in ogni località, consigli che assumono il compito di salvaguardare le conquiste socialiste e assicurare il rifornimento della capitale in lotta. Tutti hanno le stesse caratteristiche: eletti dai lavoratori nel fuoco dello sciopero generale insurrezionale, essi garantiscono il mantenimento dell’ordine e la lotta contro i Russi e gli Avos con milizie composte di operai e studenti armati; hanno sciolto gli organismi del PC ed epurato le amministrazioni ora sottoposte alla loro autorità. Sono l’espressione del potere degli operai in armi. Ecco uno dei tanti esempi possibili dello spirito della popolazione di cui esprimono la volontà. Il 29 ottobre alle 10.20 radio Gyor-libera annuncia:
“Comunichiamo il messaggio delle donne del villaggio Gyirmot alla radio di Gyor libera:
‘Le contadine di Gyirmot fanno appello alle donne dell’area di Gyor. Ieri abbiamo saputo, da una di noi che tornava dal mercato di Gyor, un fatto vergognoso che ci ha disgustate. Eccolo: alcune contadine presenti al mercato, davanti alla domanda smisurata, hanno venduto il latte destinato alla distribuzione ordinaria a 6 fiorini al litro invece di 3. Dunque, non soltanto esse non hanno adempiuto ai loro doveri, e ci sarà meno latte per gli operai di Gyor, ma in più ne hanno approfittato per fare profitto. Analogamente siamo scandalizzate per l’aumento del prezzo dell’anatra, venduta da una contadina a 30 fiorini al chilo… Una donna siffatta non è un’ungherese!
Donne, non permettete che cose del genere possano accadere di nuovo! Non dimenticate che chi compra è il combattente in lotta per il nostro futuro!”.
Il programma dei consigli, malgrado alcune formulazioni differenti, è straordinariamente coerente: tutti esigono la partenza immediata dei Russi, la dissoluzione dell’AVH, la promessa di elezioni libere, la libertà per i partiti democratici, l’indipendenza dei sindacati ed il diritto di sciopero, la libertà di stampa e di riunione, la revisione del piano e l’aumento dei salari, la libertà in campo artistico e culturale. Tutti, per la loro stessa esistenza, rivendicano il diritto dell’operaio ungherese di prendere in mano la sua vita. Tutti esigono un governo rivoluzionario che includa i rappresentanti degli insorti. Col loro esempio, con la loro azione, sono un pericolo mortale per la burocrazia come per l’imperialismo. Nell’immediato sono i primi responsabili delle rivolte antiburocratiche che si verificano nell’esercito russo.

 

L’esercito russo si squaglia al fuoco della rivoluzione
I soldati russi intervenuti contro la rivoluzione ungherese, come abbiamo ricordato, erano stati precedentemente informati che avrebbero combattuto una “controrivoluzione fascista appoggiata da truppe occidentali”. Però, di stanza nel paese da mesi, si sono velocemente resi conto del lavoro che veniva loro richiesto. Non hanno visto eserciti occidentali, non hanno visto fascisti o controrivoluzionari ma un intero popolo insorto: operai, studenti, soldati. Dal secondo giorno dell’insurrezione un corrispondente britannico sottolinea che alcuni equipaggi dei carri armati hanno tolto dalla loro bandiera lo stemma sovietico e si battono, così, a fianco dei rivoluzionari ungheresi sotto la “bandiera rossa del comunismo” [xxxii]. Un testimone dichiara di aver visto carri russi unirsi agli insorti: “Di solito l’equipaggio di un carro prendeva una decisione collettiva. I soldati abbassavano la bandiera sovietica ed issavano al suo posto la bandiera ungherese. Gli ungheresi li coprivano di fiori.” [xxxiii]. Il 28 ottobre il giornale dei sindacati ungheresi, Nepszava, esigeva il diritto di asilo per i soldati russi passati nelle file dei rivoluzionari. In altre zone molte unità rimasero neutrali; abbiamo visto che la guarnigione di Gyor si ritirò… Un testimone britannico ha visto nella periferia di Budapest insorti che portavano latte negli accampamenti russi: “Latte per i bambini russi”, spiegavano. “Hanno stipulato un accordo. Ogni giorno i patrioti portano 50 litri di latte per i bambini russi.” [xxxiv]. Il fatto è che i rivoluzionari ungheresi ogni volta che possono circondano i soldati russi, gli mostrano le loro mani callose di operai: “Guarda le mie mani, compagno… Sono le mani di un operaio. Mi sono battuto contro i vostri carri. Ho mani da fascista?” [xxxv].
In tali condizioni, davanti alla resistenza determinata dei rivoluzionari ungheresi, l’utilizzo dell’esercito russo per fini repressivi diventava sempre più pericoloso. La repressione aveva bisogno di truppe fresche e sicure. Ciò basta a spiegare la svolta del 28 ottobre, quando chiaramente Imre Nagy ha riconquistato la sua libertà d’azione e ha smesso di essere un ostaggio in mano ai Russi. E’ nei giorni seguenti che si concluderà la chiarificazione politica, mentre sarà confermato dall’entourage stesso di Nagy che dal suo arrivo al “potere” egli era stato un ostaggio dei Russi.
Il 27, in effetti, Imre Nagy riceve una delegazione degli operai di Angyafold a cui si sono uniti molti dei suoi amici politici, tra cui Miklos Gimes e Jozsef Szilagyi, a cui egli garantisce di non aver fatto appello alle truppe russe anche se Gero – dopo la sua sostituzione del 25 – ha cercato di fargli firmare un documento in questo senso. Nagy inoltre promette loro che il giorno seguente, il 28, farà una dichiarazione sul significato della rivoluzione, “democratico-nazionale e non controrivoluzione”, sul ritiro delle truppe russe da Budapest e su altre importanti misure.

 

 

 Note

[i] United Press, 24 ottobre 1956.

 

[ii] United Press, 24 ottobre 1956.

 

[iii] Citato dal Demain, 1 novembre 1956.

 

[iv] The Observer, 1 novembre.

 

[v] Ibidem.

 

[vi] Ibidem.

 

[vii] New York Times, 27 ottobre.

 

[viii] Radio-Kossuth e Petofi, 25 ottobre, ore 15.18: “I compagni Janos Kadar e Imre Nagy al microfono”.

 

[ix] Ibidem.

 

[x] United Press, 25 ottobre 1956.

 

[xi] The Observer, 25 novembre 1956.

 

[xii] Coutts, su The Daily Worker, 26 novembre 1956.

 

[xiii] New York Times, 28 ottobre 1956.

 

[xiv] The Times, 27 ottobre 1956.

 

[xv] New York Herald Tribune, 27 ottobre 1956.

 

[xvi] United Press, 26 ottobre 1956.

 

[xvii] Ibidem.

 

[xviii] Times, 27 ottobre 1956.

 

[xix] Le Monde, 29 ottobre 1956.

 

[xx] Ibidem, 30 ottobre 1956.

 

[xxi] Franc Tireur, 29 ottobre 1956.

 

[xxii] Il Partito nazionale contadino si è formato nel 1939 sotto la direzione di scrittori “populisti”; raggruppava braccianti, contadini poveri, intellettuali, maestri di paese. Si dichiarò fin dalla costituzione a favore di una riforma agraria. Partecipò al governo provvisorio del dicembre ’44, a fianco del PC, del PSP e del partito dei piccoli proprietari; prese l’iniziativa nella direzione di una radicale riforma agraria. Era parte del governo di coalizione del 1945-1948 e venne sciolto dopo la “svolta” del 1948. Rinasce il 31 ottobre 1956.

 

[xxiii] New York Times, 29 ottobre 1956.

 

[xxiv] Ibidem.

 

[xxv] Le Monde, 30 ottobre 1956.

 

[xxvi] Le Franc-Tireur, 30 ottobre 1956.

 

[xxvii] Demain, 1 novembre 1956.

 

[xxviii] New York Times, 2 novembre 1956.

 

[xxix] Demani, 1 novembre 1956.

 

[xxx] New York Times, 31 ottobre 1956.

 

[xxxi] Franc-Tireur, 30 ottobre 1956.

 

[xxxii] Daily Mail, 26 ottobre 1956.

 

[xxxiii] Notizia Reuter, 27 ottobre 1956.

 

[xxxiv] Daily Telegraph, racconto di Rhodes, 24 novembre 1956.

 

[xxxv] Gordey, su France-Soir, 12 novembre 1956.