I. Rivoluzione a Budapest

 

Il 20 e 21 ottobre 1956 i lavoratori polacchi, mobilitati all’interno delle loro fabbriche, si preparano a resistere alla minaccia militare russa. La sera del 21 Radio-Varsavia proclama la vittoria della “Primavera d’ottobre”. Mosca ha ceduto. Il suo sgherro Rokossowsky è stato eliminato dal Politburo e diventa segretario il veterano Gomulka, gettato in prigione da Stalin. I lavoratori polacchi festeggiano in un clima di gioia la loro vittoria.
I lavoratori e la gioventù ungherese vengono a conoscenza di questa grande notizia. Lottano già da mesi. Gli intellettuali hanno preso la parola per primi: hanno rivendicato libertà nell’arte e, di fronte all’impatto entusiasmante che si è prodotto, hanno parlato di libertà tout court. La gioventù li ha acclamati. “Non sono stato io ad aver spinto la gioventù verso la libertà”, dichiarerà lo scrittore comunista Gyula Hay, “ma è stata lei a spingermi… Io criticavo gli eccessi della burocrazia, i privilegi, le distorsioni, e più andavo avanti più sentivo di essere assecondato da un’ondata di sentimenti e di affetto… Si orientava verso di noi, scrittori, un desiderio irrefrenabile di libertà. [i] Gli scrittori comunisti hanno formulato le rivendicazioni dei giovani. “E’ ora di finirla con questo regime di gendarmi e di burocrati”, ha proclamato Tibor Déry. [ii] Gyula Hajdu, militante comunista, 74 anni, 50 anni di militanza, ha messo a nudo i burocrati: “Come potrebbero mai sapere quello che succede i dirigenti comunisti? Non vivono mai tra i lavoratori e la gente del popolo, non li incontrano sull’autobus perché tutti posseggono la loro auto, non li incontrano nei negozi o al mercato perché usufruiscono di propri magazzini speciali, non li incontrano all’ospedale perché dispongono di sanatori particolari [iii]. La giovane giornalista Judith Mariassy risponde con fierezza ai burocrati che l’hanno redarguita: “La vergogna non sta nel parlare di questi magazzini di lusso e di queste case circondate dal filo spinato. La vergogna è che questi negozi e queste case esistano. Abolite i privilegi e non ne parleremo più” [iv].
Al circolo Petofi, tribuna di discussione creata alla fine del 1955 dall’organizzazione della gioventù (DISZ), alcuni grandi dibattiti hanno permesso di porre pubblicamente i problemi politici che toccano tutti gli ungheresi e specialmente la gioventù, utilizzando i risultati del XX° congresso del PCUS in cui Krusciov, il 23 febbraio 1956, ha esposto il noto “rapporto segreto”: si inizia con un dibattito sull’economia marxista in marzo, sulla scienza storica e la filosofia marxista a maggio e a giugno, un incontro dei giovani coi vecchi militanti comunisti dell’illegalità usciti in buona parte dalle prigioni di Stalin e Rakosi, il 18 giugno, dibattiti sulla stampa e l’informazione il 28 giugno … dove sono stati coinvolti migliaia di partecipanti. In molti dibattiti il semplice contatto tra militanti di origini sociali, generazione ed esperienza differenti è sufficiente per far emergere la realtà sociale, il castello di menzogne del presunto socialismo staliniano. Il 18 giugno la signora Rajk, vedova del dirigente comunista assassinato nel 1949 come “titista” e “agente dell’imperialismo” dopo un processo costruito da Rakosi per ordine di Stalin, indicando i burocrati che siedono alla tribuna esclama: “Non soltanto avete ucciso mio marito, ma avete anche ucciso il senso della decenza in questo paese. Avete distrutto da cima a fondo la vita politica, economica e morale dell’Ungheria. Non si possono riabilitare gli assassini: bisogna punirli!”. Dopo l’intervento di Gyula Hajdu decine di migliaia di giovani iniziano a dire: “I dirigenti devono andarsene”. Agli occhi degli intellettuali e dei comunisti che animano il circolo Petofi un uomo incarna il cambiamento di politica, la “riforma” del partito: Imre Nagy, veterano del partito, per lungo tempo in URSS ma legato alla tendenza “bukhariniana” e che, dopo il suo breve periodo al potere nel 1953, consolida nel partito e nei circoli di simpatizzanti le speranze degli avversari di Rakosi. Secondo il filosofo Gyorgy Lukacs, per gli animatori del movimento chiamato “comunista liberale” o del “comunismo nazionale”, per i comunisti imprigionati con l’accusa di titismo ai tempi di Stalin e da poco riabilitati, gli Janos Kadar e i Geza Losonczy, ed anche per i giovani che danno loro fiducia, si tratta di cambiare la direzione del partito, sostituendo il gruppo Rakosi-Gero con quello attorno a Nagy: sarà allora possibile mettersi in marcia verso il socialismo autentico, liberato dalle scorie dello stalinismo.
La “destalinizzazione” ha decuplicato le speranze. Ha creato le condizioni perché potessero esprimersi alla luce del giorno. I risultati sono però asfittici. Certo Rakosi è stato allontanato, ma Gero è rimasto segretario generale del partito. Gero, l’uomo della GPU [v]. Rajk è stato riabilitato ma dai suoi assassini, i quali hanno pure portato la sua bara sulle spalle. Déry e Tardos sono stati espulsi dal partito il 30 giugno 1956, ben dopo il rapporto Krusciov. Il tetro Farkas e suo figlio, “il torturatore”, sono liberi. Gero è andato a Belgrado per chiedere a Tito un certificato di “destalinizzazione”. Il “titoista” Kadar lo ha accompagnato. Non è una destalinizzazione di tal genere quella che cercano i giovani ed i loro portavoce, gli scrittori comunisti. Vogliono una destalinizzazione autentica, vogliono finirla con gendarmi e burocrati, vogliono un socialismo veramente democratico. Sanno anche, da qualche tempo, di avere al proprio fianco i lavoratori, più lenti a mettersi in movimento ma che andranno fino in fondo. Nella sede di Irodalmi Ujsag, il giornale dell’Unione degli Scrittori, il tornitore Laszlo Pal dichiara, in nome dei 40mila operai di Csepel, Csepel-la-rossa: “Finora siamo rimasti in silenzio. Durante questi tempi tragici abbiamo imparato ad essere silenziosi e ad andare avanti con molta cautela. In passato bastava una piccola osservazione perché l’operaio fosse punito e perdesse il suo pane quotidiano… Dopo il XX° congresso le porte si sono aperte. Tuttavia, finora, parliamo solo di responsabili minori. Ci chiediamo se non sia giunta l’ora di gettare piena luce sui primi e veri colpevoli. Vogliamo sapere la verità. Non siamo assetati di sangue ma di verità. Siate sicuri, parleremo anche noi” [vi].
Così gli operai uniscono la loro forza tranquilla al movimento degli intellettuali. Csepel ha appena dato la sua cauzione a Irodalmi Ujzag, proprio come a Varsavia la fabbrica di Zeran l’ha portata alla redazione di Po Prostu. In Polonia questa congiunzione ha deciso la vittoria. Ma a Budapest c’è Gero e dietro di lui la polizia politica, l’AVH. I burocrati del Cremino tirano le somme. Hanno appena subito una sconfitta e sono, come sempre, pronti ad ogni tipo di crimine per evitare una seconda vittoria rivoluzionaria che lascerebbe alla burocrazia i giorni contati.

 

21 e 22 ottobre
Il 21 gli studenti del Politecnico di Budapest organizzano un’assemblea. Come a Varsavia gli studenti delle classi superiori dell’insegnamento tecnico sono l’avanguardia del movimento rivoluzionario. Chiedono la libertà di stampa, l’abolizione della pena di morte, l’abolizione dei corsi obbligatori di “marxismo”, un processo pubblico per Farkas. Come i loro compagni di Szeged, che, in più, hanno richiesto la riduzione degli alti salari, quelli dei burocrati, minacciano di sostenere il proprio programma con manifestazioni di piazza se le loro domande non verranno soddisfatte [vii].
Nella città industriale di Gyor si tiene un’assemblea pubblica che il giornale locale del PC ungherese descrive come “il primo dibattito pubblico del tutto libero”. Gyula Hay cita gli esempi cinese e jugoslavo, reclama la “chiusura delle basi sovietiche in Ungheria” come parte integrante di una politica di indipendenza nazionale, afferma che la stampa è diretta “in maniera inetta” e dipinge l’espulsione di Déry e Tardos come un atto intimidatorio destinato a preparare il terreno a nuove misure contro lo stesso Ime Nagy. 2mila persone lo acclamano[viii].
Il 22 all’università Lorand Eotvos di Budapest c’è un’assemblea degli studenti del Politecnico. Alcuni giorni prima, i meeting all’università politecnica di Varsavia sono stati il cuore della rivoluzione. E’ là che sono intervenuti i rivoluzionari di Zeran. E’ là che la gioventù rivoluzionaria di Varsavia ha dato il suo appoggio a Gomulka. I giovani ungheresi riuniti al Politecnico di Budapest sono ansiosi di giocare lo stesso ruolo. La riunione è turbolenta. Gli oratori, tra cui si nota uno studente anziano, Joszef Szilagy, un vecchio comunista amico di Imre Nagy, reclamano il ritorno al potere di Nagy. Anche la gioventù ungherese cerca il suo Gomulka. L’obiettivo della gioventù ungherese è una “società socialista veramente indipendente”; essa pensa di arrivarci attraverso il cambiamento della direzione del partito che richiede a gran voce. Gli obiettivi immediati sono fissati in una risoluzione programmatica di 16 punti – i 16 punti della gioventù – che prova a toccare tutte le rivendicazioni immediate della nazione ungherese.
“ 1) Esigiamo il ritiro immediato dall’Ungheria di tutte le truppe sovietiche, in conformità col trattato di pace siglato nel 1947 tra URSS e Ungheria.
2) Esigiamo l’elezione a scrutinio segreto di tutti i dirigenti del partito, ad ogni livello, dal basso verso l’alto, affinché questi convochino appena possibile un congresso del partito che eleggerà una nuova direzione centrale.
3) Esigiamo la formazione di un governo presieduto dal compagno I. Nagy e che siano sostituiti tutti i dirigenti criminali dell’epoca stalino-rakosista.
4) Esigiamo dibattiti pubblici sul caso Farkas, Mihaly e banda, ed anche il loro rientro nel nostro paese ed un giudizio davanti al tribunale del popolo per Matyas Rakosi, principale responsabile del fallimento del paese e dei crimini commessi nell’ultimo periodo.
5) Esigiamo l’elezione a scrutinio segreto ed uguale, con la partecipazione di più partiti, di una nuova Assemblea nazionale. Esigiamo che sia garantito il diritto di sciopero per i lavoratori.
6) Esigiamo un nuovo accordo e la revisione delle relazioni culturali, economiche e politiche jugoslavo-ungheresi e sovietico-ungheresi, sulla base del principio di non intervento reciproco nelle questioni interne e di una piena uguaglianza economica e politica.
7) Esigiamo la riorganizzazione di tutta la vita economica ungherese con la partecipazione dei nostri specialisti. Esigiamo la riorganizzazione di tutto il sistema economico sulla base del piano, in modo da utilizzare le risorse nazionali per gli interessi vitali del nostro popolo.
8) Esigiamo che siano resi pubblici i trattati riguardanti il commercio con l’estero e i dati reali sull’entità dei danni di guerra. Esigiamo una informazione pubblica e completa sulle concessioni proposte ai russi, sullo sfruttamento e lo stoccaggio dell’uranio del nostro paese. Esigiamo che l’Ungheria possa fissare liberamente, in moneta forte, il prezzo di vendita del suo uranio sulla base del prezzo vigente sul mercato mondiale.
9) Esigiamo la revisione completa delle norme sui ritmi di lavoro nell’industria, come anche il soddisfacimento delle rivendicazioni salariali dei lavoratori manuali e intellettuali. I lavoratori pretendono che sia fissato un minimo vitale.
10) Esigiamo una nuova organizzazione del sistema delle consegne obbligatorie e l’utilizzo razionale dei prodotti agricoli. Esigiamo un trattamento paritario per i piccoli contadini lavoratori.
11) Esigiamo la revisione davanti a Tribunali, realmente indipendenti, di tutti i processi economici e politici e la riabilitazione di tutti gli innocenti condannati. Esigiamo il trasferimento immediato in Ungheria di tutti i cittadini e i prigionieri trasferiti coattivamente in URSS, compresi i condannati.
12) Esigiamo una radio libera, la completa libertà di stampa, di parola e di opinione e l’uscita di un nuovo quotidiano a grande tiratura, organo della MEFESZ (l’organizzazione indipendente degli studenti che si era appena costituita).
13) Esigiamo che la statua di Stalin, simbolo dell’oppressione politica e della dittatura stalinista, sia abbattuta al più presto e che al suo posto sia eretto un monumento ai martiri e agli eroi della lotta per la libertà del 1848-1849.
14) Al posto di simboli del tutto estranei al popolo ungherese, esigiamo il ritorno alle vecchie insegne di Kossuth. Esigiamo una nuova uniforme degna delle tradizioni nazionali della Honved (esercito ungherese, NdT). Esigiamo che il 5 maggio, anniversario della proclamazione dell’indipendenza nel 1848 sia festa nazionale e giorno festivo e che il 6 ottobre, giorno dei funerali solenni di Rajk, sia giorno di lutto e congedo scolastico.
15) La gioventù delle università politecniche di Budapest proclama con entusiasmo unanime la sua solidarietà completa con la classe operaia e la gioventù di Varsavia e della Polonia nella sua relazione col movimento polacco per l’indipendenza.
16) Gli studenti dell’università politecnica delle costruzioni costruiscono da subito le organizzazioni locali della MEFESZ ed hanno altresì deciso di convocare a Budapest per sabato 27 ottobre un Parlamento della Gioventù in cui tutti i giovani del paese saranno rappresentati da propri delegati.”.
La risoluzione è inviata al partito ed al governo. Gli studenti ne chiedono la pubblicazione sulla stampa e la lettura alla radio. In seguito manifestano la “loro simpatia fraterna ai compagni polacchi in lotta per la sovranità e la liberazione” [ix]. Come a Varsavia, dove l’assemblea del Politecnico del 19 ottobre ha parlato a nome di tutta la gioventù rivoluzionaria, gli studenti ungheresi con questo gesto sottolineano la carica di internazionalismo proletario che anima questi giovani. Professori ed allievi dell’Accademia militare “Miklos Zrinyi”, scuola di formazione per ufficiali, adottano i 16 punti. Col medesimo spirito di simpatia militante verso la rivoluzione polacca, il circolo Petofi lancia per l’indomani, 23 ottobre, la parola d’ordine di una manifestazione pubblica in solidarietà con la Polonia. Il circolo vota una risoluzione in cui chiede la convocazione urgente di un comitato centrale, l’esclusione di Rakosi dal CC e dall’Assemblea nazionale, un processo pubblico per Farkas, l’appello a Imre Nagy, reintegrato il 14 ottobre nel partito, perché diriga il paese ed un cambiamento complessivo della politica governativa per mezzo di una informazione completa e di un dibattito pubblico.

 

La manifestazione pacifica del 23 ottobre
L’indomani l’appello del circolo Petofi è riprodotto sulla stampa. Il fatto contribuisce al tempo stesso alla mobilitazione ed all’ottimismo, dimostrando che il cambiamento è possibile. Nel frattempo Imre Nagy, rientrato in fretta e furia dalle rive del lago Balaton dove si stava riposando, apprende dai suoi amici il corso degli avvenimenti: pressato da Miklos Gimes perché prenda la testa della manifestazione onde evitare il peggio, si tira indietro con ostinazione invocando i rischi di una provocazione organizzata contro di lui da Gero. Alle 13 il ministro degli Interni annuncia che la manifestazione è vietata. Il suo portavoce si fa fischiare dagli studenti. Alle 14.30 il divieto è annullato quando si viene a sapere della decisione della Gioventù Comunista di aderire alla manifestazione in solidarietà con i lavoratori polacchi. Il divieto non ha indebolito la manifestazione: in ogni caso, i giovani erano decisi a sfidare il divieto. Il comitato centrale della Gioventù comunista (DISZ) l’ha affermato con nettezza: “Chi chiede che la nostra gioventù esprima il suo punto di vista con prudenza e cautela ignora lo sviluppo storico e l’autentica posizione della gioventù ungherese.” [x].
La manifestazione inizia alle 15. Il suo iniziale divieto, più volte ripetuto alla radio, e poi la decisione improvvisa di autorizzarla, hanno prodotto uno choc. Tutta la popolazione ha sentito l’esitazione dei dirigenti e considera la decisione finale delle autorità come un cedimento davanti alla forza del movimento. Tutta Budapest è in piazza. In testa, alcuni giovani portano immensi ritratti di Lenin[xi]. Ci sono molte bandiere ungheresi ed una sola bandiera rossa, quella degli allievi dell’Istituto Lenin che scandiscono gli stessi slogan dei loro compagni: “Nagy al potere”, “Via i russi”, “Processo per Rakosi”. Gli studenti hanno prodotto striscioni enormi: “Non ci fermiamo a metà strada: liquidiamo lo stalinismo”, “Vogliamo nuovi dirigenti: abbiamo fiducia in Nagy”, “Indipendenza e libertà” e, ovviamente” “Viva i polacchi”. Si canta la Marsigliese, per gli ungheresi canto rivoluzionario, e viene scandito il poema di Sandor Petofi “La libertà o la morte”. A piedi o dalle piattaforme degli autobus, gli studenti diffondono i volantini ciclostilati clandestinamente che riproducono la risoluzione del giorno prima. Ai piedi della statua a Petofi si declama un suo poema, si legge la risoluzione dell’università dopodiché un giovane, solennemente, scrive la data 23 ottobre 1956 sul basamento della statua Ai piedi della statua dedicata al generale Bem, eroe polacco dell’indipendenza ungherese, tiene un discorso Peter Veres, presidente dell’Unione degli Scrittori. Si canta. Sono le 17.45 ed i manifestanti iniziano a defluire. Si potrebbe pensare che sia tutto finito. In realtà, tutto comincia. Uffici e fabbriche si svuotano. Impiegati ed operai si uniscono agli studenti. “Martedì noi abbiamo lavorato”, racconta un giovane elettricista di Ujpest, “ma mentre lavoravamo parlavamo. Abbiamo parlato di salari e dei risultati della riunione degli scrittori. Avevamo delle copie della loro dichiarazione e sapevamo quello che intendevano dire quando affermavano che non poteva continuare così. Non riuscivamo più a vivere del nostro lavoro. Finito il lavoro abbiamo visto gli studenti che manifestavano e li abbiamo raggiunti” [xii].
Allora operai, impiegati e studenti riempiono le strade. Gli autobus si fermano. Tutta Budapest è in strada. Tutta Budapest dice che la misura è colma. Ci vuole un cambiamento. Si formano dei gruppi, si mettono in piedi piccoli cortei. Ci si sparpaglia ovunque. Non c’è una direzione ma una volontà comune di manifestare, una unanimità contro i dirigenti stalinisti ed i loro padroni della burocrazia russa. Alla fine, la massa si dirige verso il Parlamento scandendo ripetutamente “Nagy! Nagy!”. Davanti al Parlamento, la folla è impaziente, sempre più numerosa, scalpita fremente e si irrita. Dopo un po’ viene annunciato che Gero è rientrato da Belgrado e parlerà alla popolazione dalla radio. E’ il momento tanto atteso dalla maggioranza dei manifestanti. Per tutta la giornata si sono visti in mezzo a loro reporter e fotografi. Non ci sono stati incidenti con la polizia. Gero parlerà. Gero cederà, annunciando una riunione del comitato centrale che designerà Nagy alla testa del governo. I lavoratori di Budapest aspettano che Gero sancisca la loro vittoria chinandosi davanti alla loro volontà. Le manifestazioni di piazza avranno imposto il cambiamento nella direzione del PC: i comunisti liberali prenderanno in mano la situazione.
Così, alle 20, Gero parla: parla da burocrate quale egli è, servile verso i suoi padroni, arrogante coi lavoratori. Certo riconosce che il partito ed il governo hanno forse compiuto alcuni errori. Convoca certo il comitato centrale ma per il 31 ottobre, otto giorni dopo: tanta acqua scorrerà sotto i ponti del Danubio. Però, più grave ancora, non si accontenta di temporeggiare ma minaccia e insulta: “Chi pretende che i nostri rapporti economici e politici non sono basati sull’uguaglianza mente spudoratamente”. Il vecchio torturatore dei rivoluzionari di Barcellona afferma senza indugi che non vuole “mescolarsi alle questioni interne polacche”. Parla di “canaglie”, di “manifestazioni nazionaliste”. Domanda:” “Volete aprire la porta ai capitalisti?”. Conclude affermando che le manifestazioni di piazza “non fermeranno il partito ed il governo nel perseguimento degli sforzi che porteranno alla democrazia socialista” [xiii]. Ha parlato il burocrate, l’uomo di Mosca: la “destalinizzazione” sarà guidata dagli stalinisti; se i lavoratori non sono contenti, è che sono controrivoluzionari e gli si risponderà come conviene. Gli sgherri dell’AVH[xiv] avrebbero ben presto mostrato concretamente la natura della sanguinosa risposta di Gero.

 

L’AVH spara: è l’inizio dell’insurrezione
Tutta Budapest aveva ascoltato Gero. Tutta Budapest si sentì insultata dal suo discorso. I lavoratori e gli studenti, decine di migliaia di giovani e di adulti avevano appena manifestato con chiarezza la loro volontà, e Gero li aveva insultati. Hanno però il controllo della strada, lo avvertono e sono intenzionati a mostrarlo e ad approfittarne. Nagy, di fronte al Parlamento, cerca di pronunciare parole di pacificazione, promette che agirà per avvicinare la riunione del CC. Uno studente dà una personale interpretazione della sua tattica: “Non è che un privato cittadino e ha paura di pronunciarsi sulle nostre rivendicazioni a causa di Gero” [xv]. Una parte dei giovani si erano già recati presso la sede della radio per esigere la diffusione della risoluzione approvata in Università. Una delegazione esigeva la lettura dei “sedici punti” e un “microfono in mezzo alla manifestazione” per consentire al popolo di esprimere le sue idee. Migliaia di manifestanti si erano diretti alla piazza dove si ergeva la statua gigantesca di Stalin ed iniziavano ad applicare il loro programma buttandola giù. Siccome la delegazione – accompagnata da Peter Erdos del circolo Petofi – tarda ad uscire dal palazzo della Radio l’ansia si impadronisce dei loro compagni fermi davanti alla porta: forse i delegati sono stati arrestati?
Il discorso di Gero produce l’effetto dell’olio gettato sul fuoco, confermando le paure dei più pessimisti. I giovani manifestanti iniziano a sfondare le porte per liberare i loro compagni. Nella confusione che si genera partono i primi spari. Gli uomini dell’AVH appostati nelle vicinanze del palazzo sparano: ci sono tre morti … E’ un giovane architetto a parlare, era tra i manifestanti: “Fu il colpo finale. Nella massa alcuni avevano delle carabine precedentemente prese ad alcuni ufficiali della MOHOSZ (“Federazione ungherese dei volontari della difesa”, un’organizzazione sportiva para-militare sostenuta dal partito). Risposero al fuoco dell’AVH come meglio poterono. E’ allora che molti camion e carri armati si mossero da Buda ma né gli ufficiali né i soldati spararono sul popolo. Non fu diramato nessun ordine e i militari restarono sui camion. Cominciarono a far scivolare le loro armi nelle mani che si protraevano verso di loro”. Più tardi, nella serata, mentre i combattimenti continuano, due ufficiali dell’esercito ungherese smontano da un carro e, nell’intenzione chiara di interporsi, avanzano disarmati verso l’immobile della Radio. Sono abbattuti dall’AVH.
Le fucilate della Radio sono la scintilla della battaglia generale. I lavoratori si armano: le carabine della MOHOSZ e le armi prelevate dalle armerie servono come capitale di partenza. Si dirigono davanti alle caserme. Come a Barcellona nel 1936, soldati aprono le porte degli arsenali e dei magazzini oppure lanciano fucili e mitragliatrici dalle finestre. Altri portano in strada camion pieni di armi e munizioni e le distribuiscono. Altrove, come alla caserma Hadik, i gruppi di operai che vogliono armarsi trovano una resistenza soltanto formale. Si spara dappertutto nelle strade di Budapest e compaiono le prime barricate. Finora l’esercito è rimasto neutrale ma ora il governo gli dà l’ordine di intervenire contro gli insorti. Il racconto che segue, ripreso da un testimone inglese, descrive il momento altamente drammatico in cui un’unità dell’esercito passa nelle file della rivoluzione: “Le truppe della Honvédség [xvi]. Una donna che canta, uno sconosciuto che alza una bandiera, un esercito che si squaglia sotto il fuoco della rivoluzione, operai e contadini in divisa si uniscono ai loro fratelli di classe … avevano preso posizione in un punto strategico, un incrocio. Una massa d’insorti si era fermata a circa 60 metri da quel punto e un dialogo si aprì tra loro ed un ufficiale – scambio di idee che non era fatto di insulti ma di argomentazioni politiche. L’ufficiale, assicurando loro che le rivendicazioni avrebbero ottenuto soddisfazione, li invitava ripetutamente a tornare nelle loro case. Era evidente che avrebbe fatto tutto per evitare l’uso della forza. Nel lungo silenzio durante la discussione si udì la voce di una donna che intonava l’inno nazionale di Kossuth. L’effetto fu fulmineo. Tutta la massa, operai, tassisti, studenti e ragazzi si tolsero il cappello e si misero in ginocchio: da un istante all’altro tutti si erano messi a cantare l’inno con la donna. I soldati erano anch’essi commossi e terribilmente tesi. Qualcuno alzò la bandiera tricolore ungherese da cui era stata strappata la stella rossa. I soldati abbandonarono i ranghi e corsero ad unirsi ai manifestanti.”
Mentre i combattimenti si inaspriscono in tutta la città, i delegati studenteschi, incontratisi dopo il discorso di Gero, decidono di costituirsi in organismo permanente. Si forma il Comitato rivoluzionario degli studenti presieduto da un militante comunista, Ferenc Merey, professore di psicologia. Il comitato installa il suo quartier generale alla facoltà di lettere ed inizia a funzionare, centralizzando le informazioni, l’attività dei gruppi armati, l’azione dei gruppi che contattano i soldati, diffondendo i volantini, facendo appello al popolo perché si unisca alla rivoluzione ed alla lotta armata contro i poliziotti dell’AVH di Gero. Infatti, contro i giovani ed i lavoratori di Budapest, sono rimasti solo i detestati poliziotti dell’AVH. Verso le 11 Szabad Nep, organo del partito, fa uscire un volantino per annunciare la riunione del CC e dichiara: “La redazione di Szabad Nep assicura al partito e al popolo che essa non sosterrà mai quelli che vogliono rispondere con le fucilate ed il terrore alla voce ed alle richieste del popolo” [xvii]. Il comitato centrale delibera. Tutta Budapest si batte.

 

 

Note

[i] Intervista citata da Bondy. Demain, 8 novembre 1956.

 

[ii] New York Times, 2 luglio 1956.

 

[iii] New York Times, 1 luglio 1956.

 

[iv] Irodalmi Ujzag, 18 agosto 1956.

 

[v] Ghepeu o GPU: polizia politica russa, diventata poi NKVD e poi KGB.

 

[vi] Irodalmi Ujzag, 30 giugno 1956.

 

[vii] New York Times, 22 ottobre 1956.

 

[viii] Ibidem, 23 ottobre 1956.

 

[ix] New York Times, 22 ottobre 1956.

 

[x] Szabad Nep, 23 ottobre 1956.

 

[xi] Sefton Delmer, in Daily Express, 24 ottobre 1956.

 

[xii] Sherman, The Observer, 11 novembre 1956.

 

[xiii] Notizia della United Press, 24 ottobre 1956.

 

[xiv] AVH (o AVO): polizia politica ungherese. Gli “Avos” sono i suoi membri.

 

[xv] The Observer, 11 novembre 1956.

 

[xvi] Anthony Rhodes, Daily Telegraph, 24 novembre 1956.

 

[xvii] Archivi privati.