Prefazione

 

La Russia ha compiuto la sua rivoluzione borghese così tardi da essere costretta a trasformarla in rivoluzione proletaria. In altri termini: la Russia era talmente in ritardo rispetto agli altri paesi da essere costretta, almeno in certi campi, a superarli. Sembra assurdo: ma la storia è piena di paradossi di questo genere. L’Inghilterra capitalista ha talmente superato gli altri paesi da vedersi costretta a cedere il passo. I pedanti pensano che la dialettica non sia che un vano esercizio del pensiero, mentre non fa che riprodurre il processo di sviluppo che vive e si svolge nelle contraddizioni.

Il primo volume di quest’opera doveva illustrare perché il regime democratico, che, storicamente in ritardo, aveva sostituito lo zarismo, si dimostrasse assolutamente privo di vitalità. Il presente volume parla della conquista del potere da parte dei bolscevichi. Anche qui l’esposizione si basa essenzialmente sulla narrazione. Le conclusioni, il lettore deve ricavarle dai fatti stessi.

L’autore non intende dire con ciò di aver evitato le generalizzazioni sociologiche. La storia non avrebbe senso se non ci insegnasse qualche cosa. Il poderoso quadro della rivoluzione russa, il concatenarsi delle sue fasi, l’irresistibilità dello slancio delle masse, il determinarsi di schieramenti politici del tutto definiti, la chiarezza delle parole d’ordine, tutti questi elementi facilitano al massimo la comprensione della rivoluzione in generale e, di conseguenza, della società umana: poiché si può considerare provato da tutto il corso della storia che proprio in una rivoluzione una società, dilaniata dalle sue interne contraddizioni, mette completamente a nudo non solo la propria anatomia, ma anche la propria «anima».

In senso più immediato, la presente opera deve aiutare a comprendere la natura dell’Unione Sovietica. L’argomento che trattiamo è di attualità non perché la rivoluzione di ottobre si è svolta sotto gli occhi di una generazione ancora in vita —il che ovviamente non è senza importanza—, ma perché il regime nato dall’insurrezione è un regime vivo, che si sviluppa e pone l’umanità di fronte a nuovi enigmi. In tutto il mondo il problema del paese dei soviet è sempre all’ordine del giorno. E non si può capire ciò che esiste senza aver chiarito prima come abbia avuto origine. Le grandi valutazioni politiche esigono una prospettiva storica.

Per gli otto mesi della rivoluzione, da febbraio a ottobre, sono stati necessari due volumi. In generale, la critica ci ha accusati di prolissità. L’ampiezza dell’opera è determinata piuttosto dal modo di considerare il materiale. Si può fare la fotografia di una mano: basta una pagina. Ma per esporre i risultati di uno studio microscopico dei tessuti di una mano, occorre un volume. L’autore non si fa illusioni sulla completezza e sul carattere definitivo della ricerca che ha compiuto. Tuttavia, in molti casi, ha dovuto usare metodi propri più del microscopio che della macchina fotografica.

A volte, quando ci sembrava di abusare della pazienza del lettore, cancellavamo abbondantemente dichiarazioni di testimoni, ammissioni di protagonisti, episodi secondari; ma spesso riscrivevamo poi molto di quanto avevamo cancellato. In questa lotta per i dettagli, eravamo mossi dall’intento di mostrare il più concretamente possibile il processo stesso della rivoluzione. Impossibile, soprattutto, non cercare di sfruttare a fondo la possibilità di scrivere una storia che riproducesse una realtà viva.

Migliaia e migliaia di libri sono gettati ogni anno sul mercato per presentare una nuova variante di una vicenda personale, il racconto delle incertezze di un malinconico o della carriera di un ambizioso. Una eroina di Proust ha bisogno di parecchie pagine raffinate per rendersi alla fine conto di non sentir nulla. Pensiamo che almeno con egual diritto si possa esigere un interessamento ai drammi collettivi della storia, che fanno uscire dal nulla centinaia di milioni di esseri umani, trasformano la natura dei paesi e si inseriscono per sempre nella vita dell’umamtà.

L’esattezza dei riferimenti e delle citazioni del primo volume non è stata sinora contestata da nessuno: in realtà, non sarebbe stato facile. Gli avversari si limitano il più delle volte a considerazioni sul fatto che la parzialità può manifestarsi in una scelta tendenziosa e unilaterale di fatti e documenti. Di per sé fuori discussione, questa considerazione non dice nulla sulla presente opera e ancor meno sui suoi metodi scientifici: mentre noi ci permettiamo di insistere senz’altro sul fatto che il coefficiente di soggettivismo è determinato non tanto dal temperamento dello storico quanto dalla natura del suo metodo.

La scuola puramente psicologica, che considera il tessuto degli avvenimenti come un concatenarsi di libere attività dei singoli individui o dei gruppi di individui, lascia il più largo margine all’arbitrio, anche ammesse le migliori intenzioni del ricercatore. Il metodo materialista crea in voi un abito alla disciplina, costringendovi a partire dagli elementi determinati della struttura della società. Le forze essenziali del processo storico sono per noi le classi; su di esse si basano i partiti politici; le idee e le parole d’ordine appaiono come gli spiccioli degli interessi obiettivi. Tutto il modo di procedere dell’indagine consiste nel passare dall’elemento oggettivo a quello soggettivo, dall’elemento sociale a quello individuale, dal fondamentale al congiunturale. Così limiti rigorosi si oppongono all’arbitrio dell’autore.

Se un ingegnere minerario scopre con un sondaggio minerale di ferro magnetico in una regione non sondata, si può supporre sempre che si tratti di un caso fortunato: non è ancora opportuno scavare un pozzo. Se lo stesso ingegnere, basandosi, diciamo, sulle deviazioni dell’ago magnetico, giunge alla conclusione che la terra deve nascondere giacimenti minerari, e se, in varie località della medesima regione, scopre effettivamente minerale di ferro, neppure lo scettico più puntiglioso parlerà più di un caso. La convinzione deriva dal sistema che unisce il particolare al generale.

Le prove dell’obiettività scientifica non vanno ricercate nello sguardo dello storico o nelle inflessioni della sua voce, ma nella logica intrinseca della narrazione: se gli episodi, le testimonianze, i dati, le citazioni coincidono con le indicazioni generali dell’ago magnetico dell’analisi sociale, il lettore ha la più seria garanzia del fondamento scientifico delle conclusioni. Più concretamente: l’autore è scrupolosamente obiettivo nella misura in cui la presente opera mette in luce efficacemente l’ineluttabilità della rivoluzione di ottobre e le cause della sua vittoria.

Il lettore sa che in una rivoluzione cerchiamo soprattutto l’intervento diretto delle masse nei destini della società. Dietro gli avvenimenti cerchiamo di scoprire i mutamenti nella coscienza collettiva. Respingiamo le asserzioni grossolane sulle «forze spontanee», asserzioni che, il più delle volte, non spiegano né insegnano nulla. Le rivoluzioni si sviluppano secondo certe leggi. Ciò non significa che le masse che operano, si rendano chiaramente conto delle leggi della rivoluzione: ma ciò significa che i mutamenti nella coscienza delle masse, lungi dall’essere casuali, sono subordinati a una necessità obiettiva che può essere spiegata teoricamente e crea quindi la base per le previsioni e per una direzione.

Certi storici sovietici ufficiali, per quanto possa sembrare strano, hanno cercato di criticare la nostra concezione come idealista. Il professor Pokrovsky ha insistito, per esempio, sul fatto che avremmo sottovalutato i fattori oggettivi della rivoluzione: «Tra il febbraio e l’ottobre si è verificata una formidabile disorganizzazione economica»; «nel frattempo, i contadini... si sono sollevati contro il governo provvisorio»; appunto in questi «spostamenti oggettivi» e non in processi psicologici mutevoli si sarebbe dovuta individuare la forza motrice della rivoluzione. Grazie alla lodevole chiarezza con cui pone le questioni, Pokrovsky mette meglio in luce l’inconsistenza di una interpretazione volgarmente economicistica della storia che abbastanza spesso si fa passare per marxismo.

I mutamenti radicali che si verificano durante una rivoluzione sono in realtà determinati non dagli sconvolgimenti episodici della economia nel corso degli avvenimenti stessi, ma dai mutamenti fondamentali accumulatisi nelle basi stesse della società durante tutto il periodo precedente. Che alla vigilia del rovesciamento della monarchia, come tra febbraio e ottobre, il caos economico si sia aggravato di continuo, alimentando e stimolando il malcontento tra le masse, è assolutamente incontestabile e non lo abbiamo mai dimenticato. Ma sarebbe un errore grossolano supporre che la seconda rivoluzione ha avuto luogo, otto mesi dopo la prima, perché la razione di pane era nel frattempo diminuita da una libbra e mezza a tre quarti di libbra.

Negli anni che seguirono immediatamente la rivoluzione di ottobre, le condizioni delle masse, dal punto di vista alimentare, continuarono a peggiorare: eppure le speranze dei controrivoluzionari in una nuova rivoluzione ogni volta andavano deluse. Ciò può sembrare misterioso solo a chi concepisca un’insurrezione delle masse come un movimento delle «forze spontanee», cioè come una sommossa di un gregge che i capi sfruttano abilmente. In realtà, le privazioni non bastano a spiegare una insurrezione — altrimenti le masse sarebbero sempre in stato di rivolta —; è necessario che la bancarotta di un regime sociale, ormai definitivamente chiara, abbia reso queste privazioni insopportabili e che nuove condizioni e nuove idee abbiano aperto la prospettiva di uno sbocco rivoluzionario. Divenute consapevoli della grandezza del fine, le masse sono allora in grado di sopportare privazioni due o tre volte maggiori.

L’allusione a una rivolta della classe contadina come secondo «fattore oggettivo» denota un malinteso ancora più evidente. Per il proletariato, la guerra contadina era, si capisce, un elemento oggettivo nella misura in cui, in genere, gli atti di una classe costituiscono degli impulsi esterni per la formazione della coscienza di un’altra classe. Ma la causa immediata dell’insurrezione contadina stessa consisteva nei mutamenti dello stato d’animo delle campagne: uno dei capitoli del libro è dedicato all’analisi della natura di questi mutamenti. Non dimentichiamo che le rivoluzioni sono fatte da uomini, sia pure anonimi. Il materialismo non ignora affatto l’uomo che sente, pensa e agisce, ma lo spiega. Quale altro compito può avere uno storico?1

Certi critici di tendenza democratica, inclini a valersi di prove indirette, hanno creduto di vedere nell’atteggiamento « ironico » dell’autore verso i capi conciliatori l’espressione di un soggettivismo inammissibile che intacca il carattere scientifico dell’esposizione. Ci permettiamo di pensare che questo criterio non sia affatto convincente. Il principio spinoziano: « Non piangere, né ridere, ma comprendere ci mette in guardia solo contro un riso fuori posto e un pianto inopportuno; ma questa massima non toglie affatto all’uomo, anche se è uno storico, il diritto alla sua parte di lacrime e di risa, quando una giusta comprensione della materia le giustifichi. Un’ironia puramente individualistica che si stenda come un sottile velo d’indifferenza su tutte le opere e le concezioni dell’umanità è la peggiore forma di snobismo ed è altrettanto falsa in un’opera d’arte che in uno studio storico. Ma c’è un’ironia che è alla base stessa dei rapporti della vita. Esprimerla apertamente è dovere dello storico, come dell’artista.

La rottura dell’equilibrio tra il soggettivo e l’oggettivo è, generalmente parlando, la fonte essenziale del comico e del tragico, nella vita e nell’espressione artistica. La politica non si sottrae alle conseguenze di questa legge più di una qualsiasi altra attività. Gli uomini e i partiti sono ridicoli non in sé e per sé, ma per il loro atteggiamento di fronte ai fatti. Quando la rivoluzione francese entrò nella fase decisiva, il più eminente girondino faceva una figura ridicola e penosa rispetto a un volgare giacobino. Jean-Marie Roland, personaggio rispettabile come ispettore delle manifatture di Lione, appare una vivente caricatura sullo sfondo del 1792. Al contrario, i giacobini sono all’altezza della situazione. Possono provocare ostilità, odio, terrore, ma in nessun caso l’ironia.

L’eroina di Dickens, che cerca di arrestare la marea con una scopa, è un tipo notoriamente comico per la fatale incompatibilità tra il mezzo e il fine. Se diciamo che questo personaggio simboleggia la politica dei partiti conciliatori nella rivoluzione, ciò può sembrare esagerato. Ma Tseretelli, il vero animatore del regime di dualismo di poteri, confessava dopo l’insurrezione di ottobre a Nabokov, uno dei dirigenti liberali: «Tutto quello che abbiamo fatto allora non era che un vano tentativo di arrestare con alcuni miseri trucioli il torrente devastatore degli elementi scatenati». C’è qui un tono di satira cattiva: ma sono le parole più veritiere dei conciliatori nei propri confronti. Astenersi dal fare dell’ironia quando si descrivono dei «rivoluzionari» che tentano di contenere la rivoluzione con dei trucioli, sarebbe derubare la realtà e venir meno all’obiettività per far piacere ai pedanti.

Pietro Struve, monarchico e un tempo marxista, scriveva nell’emigrazione: «Nella rivoluzione solo il bolscevismo è stato logico e fedele alla sua natura, e per questo ha vinto nella rivoluzione». Press’a poco negli stessi termini parlava dei bolscevichi il leader liberale Miljukov: «Sapevano dove andavano e marciavano in una sola direzione, stabilita una volta per tutte, verso l’obiettivo che, a ogni nuovo fallimento dei conciliatori, si avvicinava maggiormente ». Infine, uno degli emigrati bianchi meno noti, tentando di capire la rivoluzione a modo suo, diceva: «Per marciare su questa strada non ci potevano essere che uomini di ferro... “rivoluzionari di professione”, che non temessero di evocare uno spirito di rivolta che inghiottisse tutto». Dei bolscevichi si può dire, ancor più che dei giacobini: sono stati all’altezza dei tempi e dei loro compiti: le maledizioni sono state lanciate contro di loro in abbondanza, ma l’ironia non li ha colpiti: non avrebbe saputo dove aggrapparsi.

Nella prefazione al primo volume, si spiega perché l’autore abbia ritenuto più opportuno di parlare di sé come protagonista degli avvenimenti in terza e non in prima persona: questo procedimento letterario, mantenuto nel volume successivo, non è naturalmente, di per sé, una garanzia contro il soggettivismo: ma almeno non lo rende indispensabile. Anzi: ricorda il dovere di evitarlo.

In molti casi, abbiamo esitato prima di decidere se citare o no il giudizio di un contemporaneo sulla parte avuta dall’autore di questo libro nella marcia degli avvenimenti. Sarebbe stato facile rinunciare a certe citazioni se non si fosse trattato di qualcosa di più delle regole convenzionali del buon gusto. L’autore di questo libro è stato presidente del Soviet di Pietroburgo dopo la conquista della maggioranza da parte dei bolscevichi, poi presidente del Comitato rivoluzionario militare che organizzò l’insurrezione di ottobre. Dati di fatto di questo genere non possono essere cancellati dalla storia. La frazione attualmente al potere nell’URSS, in questi ultimi anni, ha avuto il tempo di dedicare una quantità di articoli e non pochi libri all’autore di quest’opera, per dimostrare che la sua attività era stata invariabilmente diretta contro gli interessi della rivoluzione: perché il partito bolscevico affidasse a un «avversario» così accanito, negli anni più critici, gli incarichi di maggiore responsabilità resta un problema aperto. Passare del tutto sotto silenzio discussioni retrospettive vorrebbe dire, in una certa misura, rinunciare a ristabilire il vero corso degli avvenimenti. A quale scopo? Può fingersi disinteressato solo chi intenda suggerire, in sordina, al suo lettore conclusioni che non derivino dai fatti. Preferiamo chiamare le cose con il loro nome, secondo il vocabolario.

Non nasconderemo che in questa faccenda per noi non si tratta solo del passato. Come gli avversari colpendo la persona cercano di colpire il programma, così la lotta per un dato programma costringe la persona a ristabilire la sua parte effettiva negli avvenimenti. Se qualcuno in lotta per compiti grandiosi e per il posto dietro la bandiera non sa vedere che una personale vanità, possiamo rammaricarcene, ma non ci prendiamo la briga di convincerlo. Comunque, abbiamo fatto il possibile perché le questioni «personali» non occupino in questo libro un posto maggiore del dovuto.

Certi amici dell’Unione Sovietica —spesso si tratta solo di amici delle autorità sovietiche del momento e che resteranno tali solo sinché ci saranno queste autorità— hanno rimproverato all’autore il suo atteggiamento critico verso il partito bolscevico e qualcuno dei suoi leaders. Nessuno, tuttavia, ha neppure tentato di confutare o rettificare il quadro che abbiamo tracciato della situazione nel partito nel corso degli avvenimenti. Per informazione di questi « amici » che si credono chiamati a difendere contro di noi il ruolo dei bolscevichi nella rivoluzione d’ottobre, avvertiamo che il nostro libro non insegna ad amare a posteriori una rivoluzione vittoriosa, amando la burocrazia che si è formata, ma solo come una rivoluzione sia preparata, come si sviluppi e riporti la vittoria. Il partito non è per noi una macchina la cui infallibilità debba essere tutelata con repressioni da parte dello Stato, ma un organismo complesso che, come ogni cosa viva, si sviluppa nelle contraddizioni. La messa a nudo di queste contraddizioni e, tra queste, delle esitazioni e degli errori dello stato maggiore, non sminuisce in nessun modo, a nostro avviso, l’importanza del gigantesco lavoro storico che il partito bolscevico si è sobbarcato per la prima volta nella storia.

 

L. Trotsky

 

Prinkipo, 13 maggio 1932

 

 

Note:

1 La notizia della morte di M. N. Pokrovsky, con cui abbiamo avuto più volte occasione di polemizzare nel corso di quest’opera, ci è giunta quando il nostro lavoro era terminato. Giunto al marxismo dal campo liberale quando era uno studioso già formato, Pokrovky ha arricchito la produzione storica contemporanea con lavori e iniziative preziose, ma non si è impadronito completamente del metodo del materialismo dialettico. E’ un elementare dovere aggiungere che era un uomo dotato non solo di una erudizione eccezionale e di un grandissimo talento, ma anche profondamente devoto alla causa che serviva.