L’arte dell'insurrezione

 

Gli uomini non fanno la rivoluzione più volentieri di quanto non facciano la guerra. La differenza consiste tuttavia nel fatto che nella guerra la costrizione ha una parte determinante, mentre in una rivoluzione la sola costrizione è quella determinata dalle circostanze. La rivoluzione scoppia quando non c’è altra via. E l’insurrezione, che spicca come una vetta nella catena di montagne degli avvenimenti, non può essere provocata artificiosamente come non può esserlo la rivoluzione nel suo insieme. Le masse attaccano e ripiegano a più riprese, prima di decidersi a sferrare l’ultimo assalto.

La cospirazione viene di solito contrapposta all’insurrezione come l’azione concertata di una minoranza è contrapposta al movimento spontaneo della maggioranza. Ed effettivamente una insurrezione vittoriosa, che può essere opera solo di una classe destinata a porsi alla testa del paese, per il suo significato storico e per i suoi metodi, è profondamente diversa da un colpo di Stato di cospiratori operanti all’insaputa delle masse.

In fondo, in ogni società divisa in classi ci sono contraddizioni sufficienti per poter imbastire un complotto nei suoi interstizi. Ma la esperienza storica dimostra che è necessario, comunque, che la società sia in una certa misura ammalata — come in Ispagna, in Portogallo, nell’America del Sud — perché la politica delle cospirazioni possa alimentarsi di continuo. Una pura e semplice cospirazione, anche in caso di successo, può determinare solo l’avvento al potere di cricche diverse della stessa classa dirigente o, meno ancora, una sostituzione di uomini di governo. Soltanto le insurrezioni di massa hanno determinato nella storia il prevalere di un regime sociale su un altro. Mentre i complotti periodici sono il più delle volte un riflesso della stagnazione e della decadenza della società, l’insurrezione popolare, invece, è di solito lo sbocco di una rapida evoluzione che ha spezzato il vecchio equilibrio del paese. Le «rivoluzioni» croniche delle repubbliche sud-americane non hanno niente a che vedere con la rivoluzione permanente, anzi, ne sono, in un certo senso, la negazione.

Ma quello che si è detto non significa affatto che l’insurrezione popolare e la cospirazione si escludano a vicenda in ogni caso. In una misura o nell’altra, un elemento di cospirazione è sempre presente in una insurrezione. Come fase storicamente condizionata della rivoluzione, l’insurrezione di massa non è mai del tutto spontanea. Anche se scoppia inaspettatamente per la maggioranza dei partecipanti, è stata fecondata dalle idee che rappresentano per gli insorti una via d’uscita dalle miserie della vita. Ma una insurrezione di massa può essere prevista e preparata. Può essere organizzata in precedenza. In questo caso, la cospirazione è subordinata all’insurrezione, la serve, ne facilita la marcia, ne accelera il successo. Quanto più alto è il livello politico di un movimento rivoluzionario e quanto più seria ne è la direzione, tanto maggiore è il posto della cospirazione nell’insurrezione popolare.

È indispensabile comprendere esattamente la relazione tra insurrezione e cospirazione sia per quello che le contrappone sia per quello che le rende complementari: tanto più che l’uso del termine «cospirazione» nella letteratura marxista può apparire contraddittorio, poiché riguarda a volte l’azione indipendente di una minoranza che assume l’iniziativa e a volte la preparazione da parte di una minoranza di un’insurrezione della maggioranza.

La storia dimostra, certo, che una insurrezione popolare, in determinate circostanze, può vincere anche senza cospirazione. Scoppiando «spontaneamente» come risultato di una generale ribellione, di proteste di vario genere, di manifestazioni, di scioperi, di conflitti di strada, l’insurrezione può trascinare con sé una parte dell’esercito, paralizzare le forze dell’avversario e rovesciare il vecchio potere. Così accadde, in una certa misura, nel febbraio 1917 in Russia. Si ebbe pressapoco lo stesso quadro nello sviluppo della rivoluzione tedesca e della rivoluzione austroungarica nell’autunno 1918. Nella misura in cui, nell’un caso e nell’altro, non c’era alla testa degli insorti un partito che comprendesse sino in fondo gli interessi e i fini della rivoluzione, la vittoria della rivoluzione stessa doveva inevitabilmente determinare il trasferimento del potere ai partiti che si erano opposti all’insurrezione fino all’ultimo momento.

Rovesciare il vecchio potere è una cosa. Prendere in mano il potere un’altra. La borghesia può impadronirsi del potere nel corso di una rivoluzione non perché sia rivoluzionaria, ma in quanto borghesia: dispone della proprietà, della cultura, della stampa, di una rete di posizioni strategiche, di una gerarchia di istituzioni. Ben diversa la situazione del proletariato: non godendo naturalmente di nessun privilegio, il proletariato insorto può contare solo sul proprio numero, sulla propria coesione, sui propri quadri, sul proprio stato maggiore.

Come un fabbro non può afferrare a mani nude un ferro incandescente, così il proletariato non può impadronirsi a mani nude del potere: ha bisogno di un’organizzazione adatta allo scopo. La combinazione dell’insurrezione di massa con la cospirazione, la subordinazione della cospirazione all’insurrezione, l’organizzazione dell’insurrezione per mezzo della cospirazione rientrano nella sfera complicata e gravida di responsabilità della politica rivoluzionaria che Marx ed Engels chiamavano «arte dell’insurrezione». Tutto ciò presuppone un giusto orientamento generale delle masse, una linea duttile nelle mutevoli circostanze, un meditato piano offensivo, prudenza nella preparazione tecnica e audacia nello sferrare il colpo.

Gli storici e gli uomini politici definiscono di solito insurrezione spontanea un movimento di massa che, unito da una comune ostilità al vecchio regime, non ha obiettivi chiari, né precisi metodi di lotta, né una direzione che lo guidi in modo cosciente alla vittoria. L’insurrezione delle forze spontanee è considerata benevolmente dagli storici ufficiali, almeno da quelli di tendenza democratica, come una sventura inevitabile la cui responsabilità ricade sul vecchio regime. La vera ragione di una simile indulgenza è che le insurrezioni delle forze «spontanee» non possono infrangere la cornice del regime borghese.

La socialdemocrazia ha una posizione analoga. Non nega la rivoluzione in generale come catastrofe sociale, allo stesso modo come non nega i terremoti, le eruzioni vulcaniche, le eclissi di sole e le epidemie di peste. Quello che nega, come «blanquismo» o peggio come bolscevismo, è la preparazione cosciente dell’insurrezione, il piano, la preparazione. In altri termini, la socialdemocrazia è pronta a riconoscere, a posteriori per la verità, gli sconvolgimenti che assicurano il potere alla borghesia, condannando però con decisione quei metodi che consentono l’avvento al potere del proletariato. Dietro una falsa obiettività si nasconde una politica di difesa della società capitalista.

Dalle sue osservazioni e riflessioni sugli insuccessi delle molte insurrezioni cui aveva preso parte e di cui era stato testimone, Auguste Blanqui ricavò un certo numero di norme tattiche la cui inosservanza rende estremamente difficile, se non impossibile, la vittoria dell’insurrezione. Blanqui esigeva la formazione tempestiva di reparti rivoluzionari regolari, una loro direzione centralizzata, una adeguata riserva di munizioni, un’accorta collocazione delle barricate di cui si sarebbe dovuto pianificare la costruzione e che avrebbero dovuto essere difese sistematicamente e non episodicamente. Tutte queste norme, connesse ai problemi militari dell’insurrezione, devono essere inevitabilmente rettificate in relazione ai mutamenti delle condizioni sociali e della tecnica militare; ma di per se stesse non possono essere considerate «blanquismo» nel senso dell’espressione tedesca «putschismo» o nel senso di «avventurismo» rivoluzionario.

L’insurrezione è un’arte e come ogni arte ha le sue leggi. Le norme di Blanqui corrispondevano alle esigenze di un realismo militare rivoluzionario. L’errore di Blanqui consisteva non nella sua teorizzazione positiva, ma in quella negativa. Dal fatto che l’inconsistenza tattica condannava l’insurrezione al fallimento, Blanqui traeva la conclusione che la pura e semplice applicazione delle norme tattiche insurrezionali poteva assicurare la vittoria. Solo a partire da questo punto è legittimo contrapporre il blanquismo al marxismo. La cospirazione non sostituisce l’insurrezione.

La minoranza attiva del proletariato, per quanto organizzata, non può impadronirsi del potere indipendentemente dalla situazione generale del paese: in questo senso, il blanquismo è condannato dalla storia. Ma solo in questo senso. La teorizzazione in forma positiva conserva tutto il suo valore. Per la conquista del potere non basta al proletariato un’insurrezione di forze spontanee. Ha bisogno di un’adeguata organizzazione, ha bisogno di un piano, ha bisogno della cospirazione. Lenin pone il problema in questi termini.

La critica di Engels, diretta contro il feticismo delle barricate, si basava sull’evoluzione della tecnica militare e della tecnica in generale. La tattica insurrezionale del blanquismo era adeguata alla struttura della vecchia Parigi, di un proletariato per metà composto da artigiani, alle strade strette, e al sistema militare di Luigi Filippo. In linea generale, l’errore di Blanqui consisteva nel ridurre la rivoluzione a insurrezione. Sul piano tecnico, l’errore del blanquismo consisteva nel ridurre l’insurrezione alle barricate. La critica marxista era diretta contro questi due errori. Ritenendo, d’accordo con il blanquismo, che la rivoluzione è un’arte, Engels metteva in luce non solo la funzione secondaria dell’insurrezione nella rivoluzione, ma anche la funzione declinante della barricata nell’insurrezione. La critica di Engels non significava affatto una rinuncia ai metodi rivoluzionari per un parlamentarismo puro, come pretesero di dimostrare ai loro tempi i filistei della socialdemocrazia tedesca con l’aiuto della censura degli Hohenzollern. Per Engels il problema delle barricate era un problema concernente uno degli elementi tecnici dell’insurrezione. I riformisti, invece, dalla negazione del valore decisivo della barricata cercarono di dedurre una negazione della violenza rivoluzionaria in generale. Più o meno, è come se da considerazioni sulla probabile diminuzione dell’importanza delle trincee nella prossima guerra si volesse dedurre il crollo del militarismo.

L’organizzazione grazie alla quale il proletariato può non solo rovesciare il vecchio regime, ma anche prendere il suo posto, sono i soviet. Quello che più tardi fu il dato di un’esperienza storica, sino alla rivoluzione d’Ottobre era solo un pronostico teorico, basato, è vero, sull’esperienza precedente del 1905. I soviet sono gli organi di preparazione delle masse all’insurrezione, gli organi dell’insurrezione, e, dopo la vittoria, gli organi del potere.

Ma i soviet di per se stessi non risolvono la questione. A seconda del programma e della direzione, possono servire a diversi scopi. I soviet ricevono il programma dal partito. Se in una situazione rivoluzionaria — e, se la rivoluzione non c’è, sono in genere impossibili — i soviet controllano tutta la classe, tranne strati del tutto arretrati, passivi o demoralizzati, il partito rivoluzionario è alla testa della classe, il problema della conquista del potere può essere risolto solo con l’azione combinata del partito e dei soviet, o di altri organismi di massa più o meno corrispondenti ai soviet.

Se diretto da un partito rivoluzionario, il soviet tende consapevolmente e tempestivamente alla conquista del potere. Tenendo conto dei mutamenti della situazione politica e dello stato d’animo delle masse, prepara le basi militari dell’insurrezione, stabilisce un piano d’azione coordinato per i reparti d’assalto, elabora in precedenza il piano dell’offensiva e dell’attacco decisivo: il che significa, appunto, introdurre l’elemento della cospirazione organizzata nell’insurrezione di massa.

Più di una volta, anche molto prima della rivoluzione di ottobre, i bolscevichi erano stati costretti a respingere le accuse degli avversari che li accusavano di macchinazioni cospirative e di blanquismo. In realtà, nessuno più di Lenin condusse una lotta intransigente contro il metodo della pura cospirazione. Più di una volta gli opportunisti della socialdemocrazia internazionale presero le difese della vecchia tattica socialrivoluzionaria del terrore individuale contro gli agenti dello zarismo, mentre questa tattica era sottoposta a una critica spietata da parte dei bolscevichi che all’avventurismo individualistico dell’intellighentia contrapponevano la concezione dell’insurrezione di massa. Ma, respingendo tutte le varianti di blanquismo e di anarchismo, Lenin non si inchinava per un solo istante dinanzi alla «sacrosanta» forza spontanea delle masse. Egli aveva riflettuto, prima e più profondamente degli altri, sulla relazione tra fattori oggettivi e fattori soggettivi della rivoluzione, tra movimento delle forze spontanee e politica del partito, tra masse popolari e classe d’avanguardia, tra soviet e partito, tra insurrezione e cospirazione.

Ma se è vero che non si può provocare un’insurrezione a volontà e che per ottenere la vittoria finale è necessario organizzare l’insurrezione al momento giusto, perciò stesso si pone alla direzione rivoluzionaria il problema di una diagnosi corretta: bisogna saper cogliere tempestivamente l’insurrezione che si sviluppa, e completarla con la cospirazione. Benché si tratti di un’immagine abusata, l’intervento dell’ostetrica in un parto continua a essere la più chiara illustrazione di un intervento cosciente in un processo spontaneo. Una volta Herzen accusava il suo amico Bakunin di avere sempre scambiato, nelle sue azioni rivoluzionarie, il secondo mese di gravidanza con il nono. Per parte sua, Herzen era piuttosto incline a negare la gravidanza anche al nono mese. In febbraio, la questione della data del parto non si poneva affatto, nella misura in cui la rivoluzione era scoppiata «in modo inaspettato», senza una direzione centralizzata. Ma appunto per questo il potere era passato non a coloro che avevano fatto la rivoluzione, ma a coloro che l’avevano frenata. Del tutto diverso il caso della nuova rivoluzione che era preparata coscientemente dal partito bolscevico. La responsabilità di cogliere il momento giusto per dare il segnale dell’offensiva spettava così allo stato maggiore bolscevico.

La parola «momento» non dev’essere presa troppo alla lettera, come se si trattasse di un determinato giorno e di una determinata ora: anche per i parti esiste un notevole margine di tempo, che non interessa solo l’ostetrica ma anche la casistica del diritto di successione. Tra il momento in cui un tentativo di provocare un’insurrezione non può che essere prematuro e portare a un aborto rivoluzionario, e il momento in cui un’occasione favorevole deve essere considerata perduta irrimediabilmente, c’è una certa fase della rivoluzione — che può essere di qualche settimana, a volte di qualche mese — nel corso della quale l’insurrezione può essere realizzata con maggiori o minori possibilità di successo. Cogliere questa fase relativamente breve e scegliere poi un momento preciso — dal punto di vista del giorno e dell’ora — per sferrare l’ultimo colpo, è il compito di maggiore responsabilità per una direzione rivoluzionaria. Si può definirlo a giusto titolo il problema nodale, in quanto stabilisce la connessione tra politica rivoluzionaria e tecnica dell’insurrezione. C’è bisogno di ricordare che l’insurrezione, come la guerra, è un prolungamento della politica con altri mezzi?

L’intuizione e l’esperienza sono necessarie per una direzione rivoluzionaria, come sono necessari in tutti gli altri campi dell’attività creatrice. Ma non sono sufficienti. Anche l’arte dei guaritori può basarsi, non senza successo, sull’intuizione e sull’esperienza. L’arte del guaritore politico è tuttavia sufficiente solo nelle epoche e nei periodi di routine. Un’epoca di grandi svolte storiche non ammette l’intervento di guaritori. L’esperienza, anche se ispirata dall’intuizione, non è sufficiente. È necessario un metodo materialistico che permetta di cogliere, dietro le ombre cinesi dei programmi e delle parole d’ordine, il movimento reale dei corpi sociali.

Premessa fondamentale di una rivoluzione è che il regime sociale esistente si dimostri incapace di risolvere i problemi fondamentali dello sviluppo del paese. Ma la rivoluzione diviene possibile solo nel caso in cui, nel tessuto della società, ci sia una nuova classe in grado di porsi alla testa del paese per risolvere i problemi posti dalla storia. Il processo preparatorio di una rivoluzione consiste nel fatto che i problemi oggettivi derivanti dalle contraddizioni economiche e sociali cominciano a porsi nella coscienza viva delle masse umane, mutano questa coscienza, creando così nuovi rapporti di forza sul piano politico.

Per la loro evidente incapacità a far uscire il paese dal vicolo chiuso, le classi dirigenti perdono fiducia in se stesse, i vecchi partiti si disgregano, tra gruppi e cricche si scatena un’accanita lotta, si spera in un miracolo o in un taumaturgo. Questa è una delle premesse politiche della rivoluzione, di estrema importanza, anche se passiva.

Una violenta ostilità nei confronti dell’ordine costitutivo e la volontà di fare gli sforzi e i sacrifici più eroici per avviare il paese verso una ricostruzione: ecco la nuova coscienza politica della classe rivoluzionaria che costituisce la principale premessa tattica dell’insurrezione.

I due campi principali — quello dei grandi proprietari e quello del proletariato — non sono però tutta la nazione. Tra di essi si inseriscono larghi strati della piccola borghesia, con tutte le sfumature del prisma economico e politico. Il malcontento degli strati intermedi, la loro delusione per la politica delle classi dirigenti, la loro impazienza e la loro ribellione, la loro volontà di appoggiare l’iniziativa audacemente rivoluzionaria del proletariato sono la terza condizione politica di una rivoluzione, in parte passiva, in quanto neutralizza gli strati superiori della piccola borghesia, in parte attiva, in quanto spinge gli strati inferiori a partecipare direttamente alla lotta a fianco degli operai.

È ovvio che queste condizioni sono legate l’una all’altra: quanto più il proletariato agisce con decisione e con sicurezza, tanto più ha la possibilità di trascinarsi dietro gli strati intermedi, tanto più si trova isolata e tanto più si demoralizza la classe dominante. E d’altro lato la demoralizzazione dei dirigenti porta acqua al mulino della classe rivoluzionaria.

Il proletariato non può acquistare la fiducia nelle proprie forze indispensabile per una rivoluzione se non ha una chiara prospettiva dinanzi a sé, se non ha la possibilità di verificare attivamente i rapporti di forza che mutano a suo favore, se non si sente guidato da una direzione lungimirante, ferma e coraggiosa. Giungiamo così — last but not least — a un’altra condizione per la conquista del potere, al partito rivoluzionario, temprata e compatta avanguardia della classe.

Grazie a un favorevole concorso di condizioni storiche, sia interne che internazionali, il proletariato russo si trovò ad avere alla sua testa un partito eccezionalmente dotato di chiarezza politica e di una tempra rivoluzionaria senza precedenti: solo per questo fu possibile a una classe giovane e poco numerosa assolvere un compito storico di una portata immensa. In generale, come dimostra l’esperienza storica — della Comune di Parigi, della rivoluzione tedesca e di quella austriaca del 1918, dei soviet in Ungheria e in Baviera, della rivoluzione italiana del 1919, della crisi tedesca del 1923, della rivoluzione cinese degli anni 1925-1927, della rivoluzione spagnola del 1931 —, l’anello più debole della catena delle condizioni necessarie è stato sinora quello del partito: la cosa più difficile per la classe operaia è stata la costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria all’altezza dei suoi obiettivi storici. Nei paesi più vecchi e più avanzati, forze poderose lavorano per indebolire e disgregare l’avanguardia rivoluzionaria. Una parte considerevole di questo lavoro consiste nella lotta della socialdemocrazia contro il «blanquismo», cioè contro la sostanza rivoluzionaria del marxismo.

Per quanto siano state numerose le grandi crisi sociali e politiche, il convergere di tutte le condizioni indispensabili per una rivoluzione proletaria vittoriosa e duratura si è verificato sinora una sola volta nella storia: nell’ottobre 1917 in Russia. Una situazione rivoluzionaria non dura eternamente. Di tutte le condizioni per una rivoluzione, la più instabile è lo stato d’animo della piccola borghesia. Durante le crisi nazionali, quest’ultima segue la classe che le ispira fiducia non solo a parole, ma anche con i fatti. Capace di slanci impulsivi e addirittura di lasciarsi prendere da una febbre rivoluzionaria, la piccola borghesia non è costante, si perde facilmente di coraggio in caso di insuccesso e dalle speranze più ardenti precipita nella delusione. Sono appunto i mutamenti rapidi e violenti dei suoi stati d’animo a rendere tanto instabile una situazione rivoluzionaria. Se il partito proletario non ha la decisione necessaria per tradurre tempestivamente l’attesa e le speranze delle masse popolari in un’azione rivoluzionaria, il flusso è sostituito ben presto dal riflusso: gli strati intermedi distolgono lo sguardo dalla rivoluzione e cercano un salvatore nel campo opposto. Come nei momenti di alta marea il proletariato si trascina dietro la piccola borghesia, nei momenti del riflusso la piccola borghesia si trascina dietro strati considerevoli di proletariato. Questa è la dialettica delle ondate comuniste e fasciste nell’evoluzione politica dell’Europa di questo dopoguerra.

Cercando di basarsi sull’aforisma di Marx secondo cui nessun regime scompare dalla scena prima di aver esaurito tutte le sue possibilità, i menscevichi negavano che si potesse lottare per la dittatura del proletariato nella Russia arretrata in cui il capitalismo era ben lungi dall’esaurimento. C’erano due errori in questo ragionamento, e tutti e due fatali. Il capitalismo è un sistema mondiale e non nazionale. La guerra imperialista e le sue conseguenze hanno dimostrato l’esaurimento del regime capitalista sul piano mondiale: e la rivoluzione russa ha costituito la rottura dell’anello più debole del sistema capitalista mondiale.

Ma l’erroneità della concezione menscevica appare anche dal punto di vista nazionale. Da un punto di vista astrattamente economico, si può effettivamente sostenere che il capitalismo russo non aveva esaurito le sue possibilità. Ma i processi economici si svolgono non nelle sfere eteree, bensì in un ambiente storico concreto. Il capitalismo non è un’astrazione; ma un sistema vivo di rapporti di classe che ha bisogno innanzi tutto di un potere statale. Che la monarchia, sotto la cui protezione si era formato il capitalismo russo, avesse esaurito le sue possibilità, i menscevichi non lo negavano. La rivoluzione di febbraio cercò di istaurare un regime politico intermedio. Ne abbiamo seguito la storia passo a passo: in circa otto mesi, questo regime si era esaurito completamente. In una situazione simile, quale sistema politico avrebbe potuto assicurare lo sviluppo ulteriore del capitalismo russo?

«La repubblica borghese, sostenuta solo dai socialisti di tendenza moderata, che non erano più appoggiati dalle masse... non poteva durare. La sostanza si era completamente volatilizzata, non restava che l’involucro esterno». Questa valutazione corretta è di Miljukov. La sorte del regime che si era volatilizzato doveva essere, secondo lui, la stessa della monarchia zarista: «Entrambi avevano preparato il terreno alla rivoluzione, nessuno dei due poté trovare un solo difensore il giorno della rivoluzione».

Sin da luglio-agosto, Miljukov sintetizzava la situazione nell’alternativa tra due nomi: o Kornilov o Lenin. Ma Kornilov aveva già fatto il suo tentativo, conclusosi con un pietoso fallimento. Per il regime di Kerensky, comunque, non c’era più posto. Per quanto diversi fossero gli stati d’animo, afferma Sukhanov, «in una cosa tutti concordavano, nell’odio per il kerenskismo». Come la monarchia zarista alla fine era divenuta intollerabile anche agli occhi delle alte sfere della nobiltà e persino dei granduchi, il governo Kerensky divenne odioso anche ai diretti ispiratori del regime, ai «granduchi» delle alte sfere dei conciliatori. Il malcontento generale, l’acuto malessere politico di tutte le classi costituisce uno dei sintomi più rilevanti di una situazione rivoluzionaria giunta a maturazione. Allo stesso modo, ogni muscolo, ogni nervo, ogni fibra dell’organismo sono tesi in modo insopportabile prima che scoppi un grosso ascesso.

La risoluzione del congresso bolscevico di luglio che metteva in guardia gli operai contro conflitti prematuri, indicava al tempo stesso che si sarebbe dovuto accettar battaglia «quando la crisi di tutta la nazione e la profonda ribellione delle masse avessero creato condizioni favorevoli per il passaggio dalla parte degli operai degli elementi poveri delle città e delle campagne». Il momento arrivò in settembre-ottobre.

L’insurrezione poteva ormai puntare alla vittoria, perché poteva contare su una effettiva maggioranza popolare. Naturalmente ciò non va interpretato formalmente. Se sulla questione dell’insurrezione si fosse prima fatto un referendum, i risultati sarebbero stati estremamente contraddittori e incerti. L’intima predisposizione ad appoggiare una insurrezione non si identifica completamente con la capacità di rendersi chiaramente conto in precedenza della necessità dell’insurrezione stessa. Inoltre, le risposte sarebbero dipese in larghissima misura dal modo di porre la domanda, dall’organismo che avrebbe diretto la consultazione o, più semplicemente, dalla classe detentrice del potere.

I metodi democratici hanno i loro limiti. Si può chiedere a tutti i viaggiatori di un treno quale tipo di vagone preferiscano, ma non si può chiedere loro se si debba frenare in piena corsa un treno che sta per deragliare. Eppure, se l’operazione di sicurezza è compiuta accortamente e tempestivamente, si è certi di ottenere l’approvazione dei viaggiatori.

Le consultazioni parlamentari del popolo si svolgono tutte contemporaneamente, mentre i vari strati popolari, nel corso di una rivoluzione, arrivano alle stesse conclusioni uno dopo l’altro, a intervalli inevitabili, anche se a volte molto brevi. Mentre l’avanguardia rivoluzionaria bruciava di impazienza rivoluzionaria, gli strati arretrati cominciavano solo a mettersi in movimento. A Pietrogrado e a Mosca tutte le organizzazioni di massa erano sotto la direzione dei bolsceviche nella provincia di Tambov, che aveva più di tre milioni di abitanti, cioè un po’ meno delle due capitali unite insieme, una frazione bolscevica al soviet fu costituita per la prima volta solo poco prima della rivoluzione d’Ottobre.

I sillogismi dello sviluppo obiettivo non coincidono affatto — giorno per giorno — con i sillogismi del pensiero delle masse. E quando una grande decisione pratica diviene urgente in seguito allo sviluppo degli eventi, è proprio il momento in cui è impossibile far ricorso a un referendum. Le diversità di livello e di stato d’animo dei vari strati popolari sono superate nell’azione: gli elementi di avanguardia si trascinano dietro gli esitanti e isolano quelli che si oppongono. L’insurrezione si sviluppa proprio quando l’azione diretta è la sola soluzione delle contraddizioni.

Per quanto incapace di trarre dalla sua guerra contro i proprietari nobili le conclusioni politiche necessarie, la classe contadina, per il fatto stesso di sviluppare la sua rivoluzione agraria, si univa all’insurrezione nelle città, la sollecitava e la esigeva. Essa esprimeva la sua volontà non con una scheda bianca, ma con «il gallo rosso»: ed era una consultazione ben più seria. Nella misura in cui era indispensabile per l’instaurazione della dittatura sovietica, l’appoggio dei contadini c’era già. «Questa dittatura — replicava Lenin agli indecisi — darebbe la terra ai contadini e tutto il potere ai comitati contadini nelle varie località: come si può dubitare se si è sani di mente che i contadini sosterrebbero una simile dittatura?». Perché i soldati, i contadini, le nazionalità oppresse, che erravano nella bufera di neve delle schede elettorali, vedessero all’opera i bolscevichi, bisognava che i bolscevichi prendessero il potere.

Ma quali rapporti di forza erano necessari perché il proletariato si impadronisse del potere? «Nel momento decisivo, nel punto decisivo bisogna disporre di forze preponderanti in misura schiacciante — scriveva più tardi Lenin, illustrando la rivoluzione d’Ottobre — questa legge del successo militare è anche la legge del successo politico, soprattutto in quella guerra di classe aspra e infuocata che è la rivoluzione. Le capitali e in generale i grandi centri commerciali e industriali... decidono in larga misura le sorti politiche del popolo, naturalmente a condizione che i centri siano appoggiati da forze locali, rurali, sufficienti, anche se non immediatamente». In questo senso dinamico Lenin parlava di maggioranza del popolo e precisava il vero significato del concetto di maggioranza.

Gli avversari democratici si consolavano all’idea che il popolo che seguiva i bolscevichi non era che materia greggia, malleabile argilla della storia: a plasmarla sarebbero stati comunque i democratici, in collaborazione con i borghesi colti. «Questa gente non si rende conto — chiedeva il giornale menscevico — che mai il proletariato e la guarnigione di Pietrogrado si erano trovati così isolati da tutti gli altri strati sociali?». Il guaio del proletariato e della guarnigione era di essere «isolati» dalle classi cui si accingevano a togliere il potere.

Si poteva davvero contare sulla simpatia e sull’appoggio delle masse ignoranti della provincia e del fronte? Il loro bolscevismo — scriveva sprezzantemente Sukhanov — «non era che odio per la coalizione e cupidigia di terra e di pace». Come se questo non fosse sufficiente! L’odio per la coalizione significava desiderio di strappare il potere alla borghesia e la cupidigia di terra e di pace era un programma grandioso che i contadini e i soldati si accingevano a realizzare sotto la direzione degli operai. Il nullismo dei democratici, anche di quelli più a sinistra, dipendeva dalla sfiducia degli scettici «colti» nelle masse oscure che considerano i fenomeni in modo sommario, senza entrare nei dettagli e nelle sfumature. Un atteggiamento intellettualistico, falsamente aristocratico, sdegnoso nei confronti del popolo, era estraneo al bolscevismo, contrario alla sua natura stessa. I bolscevichi non erano uomini dalle mani bianche, amici del popolo da salotto, non erano dei pedanti. Non avevano paura degli strati arretrati che per la prima volta emergevano dai bassifondi. I bolscevichi prendevano il popolo come lo aveva fatto la storia, e quale era destinato a fare la rivoluzione. I bolscevichi consideravano loro compito porsi alla testa di questo popolo. Contro l’insurrezione si pronunciavano tutti, tranne i bolscevichi. Ma i bolscevichi erano il popolo.

La forza politica fondamentale della rivoluzione d’Ottobre era costituita dal proletariato, nelle cui file gli operai di Pietrogrado avevano la parte principale. D’altro lato, all’avanguardia della capitale c’era il distretto di Vyborg. Il piano insurrezionale aveva scelto questo quartiere essenzialmente proletario come punto di partenza per lo sviluppo dell’offensiva.

Dopo la rivoluzione, i conciliatori di tutte le sfumature, a cominciare da Martov, cercarono di dipingere il bolscevismo come un movimento di soldati. La socialdemocrazia europea si impadronì con gioia di questa teoria. Così si chiudevano gli occhi sui dati storici fondamentali: che il proletariato era stato il primo a passare dalla parte dei bolscevichi; che gli operai di Pietrogrado avevano indicato la via agli operai di tutto il paese; che le guarnigioni e il fronte avevano sostenuto più a lungo i conciliatori; che i socialrivoluzionari e i menscevichi avevano stabilito nel sistema sovietico privilegi di ogni genere a favore dei soldati e a danno degli operai, avevano lottato contro l’andamento di questi ultimi, avevano sobillato i soldati contro di loro; che solo sotto l’influenza degli operai si era verificato un mutamento fra le truppe; che nel momento decisivo gli operai guidarono i soldati; infine che in Germania, un anno dopo, la socialdemocrazia, seguendo l’esempio dei suoi correligionari russi, si appoggiò sui soldati nella lotta contro gli operai.

In autunno i conciliatori di destra avevano definitivamente perduto ogni possibilità di parlare nelle fabbriche e nelle caserme. Ma i conciliatori di sinistra cercavano ancora di convincere le masse che l’insurrezione era una follia. Martov, che, combattendo in luglio l’offensiva della controrivoluzione, si era aperto uno spiraglio nella coscienza delle masse, lottava di nuovo per una causa perduta. «Non possiamo aspettarci che i bolscevichi ci diano ascolto» riconosceva egli stesso il 14 ottobre, alla seduta del Comitato esecutivo centrale. Tuttavia, considerava suo dovere «mettere in guardia le masse». Ma le masse volevano agire e non ascoltare lezioni di morale. Anche quando ascoltavano il ben noto consigliere con relativa pazienza, per ammissione di Mstilavsky, continuavano «a pensare a modo loro, come prima». Sukhanov racconta di aver cercato, sotto un cielo piovoso, di convincere gli operai della Putilov della possibilità di sistemare la faccenda senza insurrezione. Era stato interrotto da voci impazienti. Lo si ascoltava per due o tre minuti e poi lo si interrompeva nuovamente. «Dopo vari tentativi, rinunciai. Non si approdava a nulla... e la pioggia ci inzuppava sempre di più». Sotto il poco clemente cielo di ottobre, i poveri democratici, secondo le loro stesse descrizioni, avevano l’aria di pulcini bagnati.

L’argomento politico più usato dagli avversari «di sinistra» dell’insurrezione — e ce n’erano anche negli ambienti bolscevichi — era quello della mancanza di slancio combattivo alla base. «Lo stato d’animo dei lavoratori e delle masse dei soldati — scrivevano Zinoviev e Kamenev l’1l ottobre — non è per nulla paragonabile allo stato d’animo esistente prima del 3 luglio». L’affermazione non era del tutto senza fondamento: tra il proletariato di Pietrogrado c’era una certa depressione dovuta all’attesa troppo prolungata. Si cominciava a disperare anche dei bolscevichi: li avrebbero delusi anche loro? Il 16 ottobre, Rakhia, uno dei più combattivi bolscevichi di Pietrogrado, di origine finnica, diceva alla conferenza del Comitato centrale: «Evidentemente, la nostra parola d’ordine comincia già a essere in ritardo, perché si dubita che faremo quello per cui facciamo appello». Ma la stanchezza dell’attesa, simile a un languore, durò solo fino al primo segnale di battaglia.

Il primo obiettivo di qualsiasi insurrezione è di attirare le truppe dalla propria parte. I mezzi principali per realizzarlo sono lo sciopero generale, le dimostrazioni di massa, gli scontri nelle strade, le battaglie sulle barricate. L’elemento del tutto originale della rivoluzione d’Ottobre, mai verificatosi in tale misura in precedenza, consiste nel fatto che, grazie a un felice concorso di circostanze, l’avanguardia proletaria era riuscita a trascinare dalla propria parte la guarnigione della capitale anche prima dell’inizio dell’insurrezione; e non solo a trascinarla, ma a consolidare la propria conquista grazie alla conferenza della guarnigione. Non si può comprendere il meccanismo della rivoluzione d’Ottobre, se non ci si rende perfettamente conto che il problema più importante, che meno si prestava a un calcolo aprioristico, a Pietrogrado era stato sostanzialmente risolto prima dell’inizio della lotta armata.

Ciò non vuol dire tuttavia che l’insurrezione fosse superflua. È vero che dalla parte degli operai c’era la schiacciante maggioranza della guarnigione: ma la minoranza era contro gli operai, contro l’insurrezione, contro i bolscevichi. Questa piccola minoranza era composta dagli elementi più qualificati dell’esercito: il corpo degli ufficiali, gli junkers, i battaglioni d’assalto e forse anche i Cosacchi. Questi elementi, non si poteva conquistarli politicamente: bisognava batterli. Così, per la sua parte conclusiva, il problema della rivoluzione entrata nella storia come rivoluzione d’Ottobre, era un problema di carattere puramente militare. Nell’ultima fase, la soluzione dipendeva dai fucili, dalle baionette, dalle mitragliatrici e forse anche dai cannoni. Su questa strada guidava il partito bolscevico.

Quali erano le forze militari del conflitto che si preparava? Boris Sokolov, che dirigeva l’attività militare del partito socialrivoluzionario, racconta che nel periodo precedente la rivoluzione «tutte le organizzazioni di partito nei reggimenti, tranne quelle bolsceviche, si erano disgregate e le circostanze non erano affatto favorevoli alla costituzione di organizzazioni nuove. Gli orientamenti dei soldati erano abbastanza nettamente favorevoli ai bolsceviche ma il loro bolscevismo era passivo e non avevano nessuna inclinazione ad agire attivamente con le armi». Sokolov non tralascia di aggiungere che «sarebbero bastati uno o due reggimenti assolutamente fedeli e in grado di combattere per tenere in iscacco tutta la guarnigione». Decisamente, tutti, dai generali monarchici sino agli intellettuali «socialisti», tutti avevano bisogno solo di «uno o due reggimenti» contro la rivoluzione proletaria. È vero però che la guarnigione, profondamente ostile al governo nella sua immensa maggioranza, non era in grado di battersi neppure a fianco dei bolscevichi. La ragione consisteva nella rottura definitiva tra la vecchia struttura militare dell’esercito e la sua nuova struttura politica. La spina dorsale di una unità di combattimento è costituita dal comando. Il comando era contro i bolscevichi. Dal punto di vista politico, la spina dorsale delle truppe erano i bolscevichi, che però non solo non sapevano comandare, ma, nella maggior parte dei casi, non sapevano assolutamente servirsi delle armi. La massa dei soldati non era omogenea. Gli elementi attivi, combattivi, erano, come sempre, una minoranza. La maggioranza dei soldati simpatizzava per i bolsceviche votava per loro, li eleggeva, ma non si attendeva da loro una soluzione. Gli elementi ostili ai bolscevichi nell’esercito erano troppo insignificanti per azzardare una qualsiasi iniziativa. L’orientamento della guarnigione era quindi straordinariamente favorevole all’insurrezione. Ma, come era chiaro in partenza, dal punto di vista della lotta il suo peso era limitato.

Non era tuttavia il caso di eliminare completamente la guarnigione dai calcoli delle operazioni militari. Migliaia di soldati pronti a battersi dalla parte della rivoluzione erano dispersi in una massa passiva e appunto per questo potevano trascinarla in misura più o meno grande. Certe unità, di una composizione più indovinata, mantenevano la disciplina e la loro capacità combattiva. Esistevano solidi nuclei rivoluzionari in tutte le formazioni. Nel 6° battaglione della riserva che disponeva di circa diecimila uomini, di cinque compagnie, la prima si era sempre distinta, per la sua fama di bolscevica sin dall’inizio della rivoluzione, e nelle giornate di ottobre fu all’altezza della situazione. È vero che in genere i reggimenti della guarnigione non esistevano come tali, che il loro meccanismo di direzione era disorganizzato, che non erano in grado di produrre un lungo sforzo militare: ma si trattava sempre di gruppi di uomini armati, che in maggioranza avevano avuto il battesimo del fuoco. Tutti i contingenti erano uniti dalla stessa aspirazione: rovesciare al più presto Kerensky, tornare a casa e fare la riforma agraria. Così la guarnigione completamente disgregata dovette ancora una volta stringere le file durante le giornate di ottobre e far risuonare le armi in modo impressionante prima di dissolversi definitivamente.

Quale forza rappresentavano dal punto di vista militare gli operai di Pietrogrado? La domanda riguarda la Guardia rossa. È il momento di parlarne più dettagliatamente, poiché è destinata nelle giornate successive a impegnarsi sulla grande arena della storia.

Ricollegandosi alla tradizione del 1905, la Guardia operaia era risorta con la rivoluzione di febbraio e aveva quindi condiviso le sorti della rivoluzione stessa. Kornilov, allora comandante in capo della regione militare di Pietrogrado, sosteneva che durante le giornate del rovesciamento della monarchia dai depositi di artiglieria erano spariti trentamila pistole e quarantamila fucili. Inoltre, una notevole quantità di armi era caduta nelle mani del popolo in seguito al disarmo della polizia e grazie all’aiuto dei reggimenti amici. Quando si esigette la riconsegna delle armi, nessuno si fece vivo. La rivoluzione insegna ad apprezzare un fucile. Gli operai organizzati non poterono tuttavia godere che in minima parte di questa cuccagna.

Nei primi quattro mesi, gli operai non si ponevano affatto il problema dell’insurrezione. Il regime democratico del dualismo di poteri offriva ai bolscevichi la possibilità di conquistare la maggioranza nei soviet. Le compagnie armate di operai costituivano uno degli elementi della milizia democratica. Ma tutto questo era più formale che sostanziale. Il fucile in mano a un operaio aveva un significato storico ben diverso dello stesso fucile in mano a uno studente.

Il fatto che gli operai possedessero armi allarmava subito le classi possidenti, dato che di conseguenza i rapporti di forza nelle fabbriche subivano un brusco mutamento. A Pietrogrado, dove agli inizi l’apparato statale, appoggiato dal Comitato esecutivo centrale, costituiva senz’altro una forza, la milizia operaia non sembrava ancora troppo minacciosa. Ma nelle regioni industriali della provincia il rafforzarsi della guardia operaia comportava uno sconvolgimento di tutti i rapporti non solo nella fabbrica, ma anche attorno ad essa. Gli operai armati destituivano i capi, gli ingegneri e persino li arrestavano. Spesso, su decisione delle assemblee di fabbrica, le guardie rosse erano pagate con i fondi dell’azienda. Negli Urali, dove esisteva la ricca tradizione della lotta partigiana del 1905, le compagnie di franchi tiratori operai mantenevano l’ordine sotto la direzione dei vecchi militanti. Gli operai armati liquidavano quasi impercettibilmente il potere ufficiale, sostituendolo con organismi sovietici. Il sabotaggio da parte dei proprietari e degli amministratori imponeva agli operai la responsabilità della protezione delle aziende, delle macchine, dei depositi, delle scorte di carbone e di materie prime. Le parti si erano invertite. L’operaio impugnava saldamente il fucile per difendere la fabbrica in cui vedeva la fonte stessa della propria forza. Così nelle aziende e nei distretti si precisavano gli elementi della dittatura operaia prima ancora che il proletariato nel suo insieme si fosse impadronito del potere statale.

Riflettendo come sempre le preoccupazioni dei proprietari, i conciliatori si opponevano con tutte le forze all’armamento degli operai della capitale, cercando di ridurlo al minimo. Secondo Minicev, tutto l’armamento del distretto di Narva consisteva «in una quindicina di fucili e in qualche pistola». In città, intanto, si moltiplicavano le rapine e gli atti di violenza. Da ogni parte giungevano voci allarmanti, che preannunciavano nuovi sconvolgimenti. Alla vigilia della manifestazione di luglio ci si attendeva di veder incendiare il distretto. Gli operai cercavano armi bussando a tutte le porte e talvolta sfondandole.

Dalla manifestazione del 3 luglio gli operai della Putilov erano tornati con un trofeo: una mitragliatrice con cinque nastri di cartucce. «Eravamo contenti come bambini», racconta Minicev. Certe fabbriche erano meglio armate. Secondo Lickov, gli operai della sua fabbrica disponevano di ottanta fucili e venti grosse pistole. Una vera e propria ricchezza! Tramite lo stato maggiore della Guardia rossa ottennero due mitragliatrici: una fu messa nel refettorio, l’altra nella soffitta. «Il nostro capo era Kocerovsky — racconta Lickov — e i suoi più prossimi collaboratori erano Tomciak, ucciso nelle giornate d’Ottobre dalle guardie bianche presso Tsarkoe Selò ed Efimov, fucilato dalle bande dei bianchi vicino a Jamburg». Queste righe scarne permettono di dare un’occhiata nel laboratorio delle fabbriche in cui si formavano i quadri della rivoluzione d’Ottobre e del futuro Esercito rosso, in cui erano selezionati, e si abituavano a comandare e si tempravano i Tomciak, gli Efimov, e centinaia di migliaia di anonimi operai che, dopo aver conquistato il potere, lo difesero intrepidamente contro il nemico e caddero poi su tutti i campi di battaglia.

Gli avvenimenti di luglio mutano immediatamente la situazione della Guardia rossa. Il disarmo degli operai si svolge ormai del tutto apertamente, non con il metodo della persuasione, ma con l’uso della forza. Tuttavia, pur fingendo di consegnare le armi, gli operai non consegnano che roba vecchia. Tutto quello che vale qualcosa è nascosto accuratamente. I fucili vengono distribuiti a militanti del partito ritenuti sicuri. Le mitragliatrici, ricoperte di grasso, vengono sotterrate. I distaccamenti della Guardia chiudono bottega e passano alla clandestinità, legandosi più strettamente ai bolscevichi.

Il compito dell’armamento degli operai spettava in un primo tempo ai comitati del partito di fabbrica e di distretto. Riorganizzatasi dopo la repressione di luglio, l’organizzazione militare bolscevica, che prima aveva lavorato solo nella guarnigione e sul fronte, si occupò per la prima volta dell’istruzione della Guardia rossa procurando agli operai istruttori e, in certi casi, armi. La prospettiva dell’insurrezione armata indicata dal partito preparava gli operai avanzati a una nuova concezione della Guardia rossa. Non si trattava più della milizia delle fabbriche e dei quartieri operai, bensì dei quadri del futuro esercito dell’insurrezione.

In agosto, gli incendi nelle fabbriche e negli stabilimenti divennero più frequenti. Ciascuna delle crisi che si succedono, è preannunciata da una convulsione della coscienza collettiva che è preceduta da un’ondata di allarme. I comitati di fabbrica lavorano intensamente per difendere le aziende contro gli attentati. I fucili che erano stati nascosti, saltano fuori. La rivolta di Kornilov legalizza definitivamente la Guardia rossa. Alle compagnie operaie si iscrivono circa venticinquemila uomini armati — certo non completamente — di fucili e in parte anche di mitragliatrici. Dalla fabbrica di polveri di Schlisselburg, gli operai trasportano sulla Neva una chiatta di granate e di esplosivi: contro Kornilov! Il Comitato esecutivo centrale dei conciliatori respinge il dono dei Danai. Gli uomini della Guardia rossa del sobborgo di Vyborg distribuiscono nottetempo nei quartieri questi regali pericolosi.

«L’istruzione sull’uso del fucile, che prima aveva luogo nelle abitazioni e nei tuguri — racconta l’operaio Skorinko — si svolgeva ora all’aria aperta, nei giardini, nei viali». « Lo stabilimento si trasformò in una piazza d’armi — dice l’operaio Rakitov nei suoi ricordi —. Dinanzi ai banchi di lavoro, i fresatori hanno il tascapane a tracolla e il fucile vicino alla macchina». Ben presto, nello stabilimento dove si fabbricano le bombe, tutti si iscrivono alla Guardia, salvo i vecchi socialrivoluzionari e i menscevichi. Dopo il suono della sirena, tutti si schierano in cortile per le esercitazioni. «L’operaio barbuto e il giovane apprendista sono uno accanto all’altro ed entrambi ascoltano con attenzione l’istruttore». Mentre il vecchio esercito zarista si disgregava definitivamente, nelle fabbriche si gettavano le basi del futuro Esercito rosso.

Non appena scongiurato il pericolo di Kornilov, i conciliatori cominciarono a prendersela comoda nell’assolvimento dei loro impegni: per trentamila operai di Pietrogrado non furono consegnati, in complesso, che trecento fucili. Ben presto si cessò completamente di fornire armi: il pericolo si delineava ora non da destra, ma da sinistra: ormai si doveva chiedere protezione non ai proletari, ma agli junkers.

L’assenza di un obiettivo pratico immediato e l’insufficienza dell’armamento provocarono un riflusso di operai dalla Guardia rossa, ma solo per breve tempo. I quadri essenziali avevano avuto modo di consolidarsi in ogni fabbrica. Tra le varie compagnie operaie si stabilivano stretti collegamenti. I quadri sapevano per esperienza di avere valide riserve da mobilitare nell’ora del pericolo.

Il passaggio del soviet ai bolscevichi muta radicalmente la situazione della Guardia rossa, che, prima perseguitata o tollerata, diviene ora un organismo ufficiale del soviet che già allunga le mani verso il potere. Gli operai trovano spesso il modo di procurarsi delle armi e al soviet domandano solo l’autorizzazione. A partire dalla fine di settembre e soprattutto dal 10 ottobre, i preparativi dell’insurrezione sono apertamente all’ordine del giorno. Un mese prima dell’insurrezione, in parecchie decine di fabbriche e di stabilimenti di Pietrogrado, ci si dedica intensamente alle esercitazioni militari e in particolare alle esercitazioni di tiro. Verso metà ottobre, l’interesse per l’impiego delle armi si accentua ulteriormente. In certe fabbriche, tutti si iscrivono alle compagnie.

Gli operai chiedono armi al soviet con impazienza sempre maggiore, ma ci sono molto meno fucili che mani protese per riceverli. «Venivo tutti i giorni allo Smolny — scrive l’operaio Kozmin — vedevo che prima e dopo la seduta del soviet operai e marinai si avvicinavano a Trotsky, offrendo o domandando armi per gli operai, rendendo conto della distribuzione di queste armi e ponendo delle domande: “Ma quando si comincia?” L’impazienza era grande...».

Formalmente la Guardia rossa resta indipendente dai partiti. Ma quanto più ci si avvicina allo scioglimento, tanto più i bolscevichi emergono in primo piano: costituiscono il nucleo centrale di ogni compagnia, hanno in mano l’apparato di comando, il collegamento con le altre fabbriche e con i distretti. Gli operai senza partito e i socialrivoluzionari di sinistra seguono i bolscevichi.

Tuttavia, alla vigilia stessa dell’insurrezione, gli effettivi della Guardia rossa sono ancora poco numerosi. Il 16 Uritsky, membro del Comitato centrale bolscevico, valutava l’esercito operaio di Pietrogrado a quarantamila baionette. La cifra è alquanto esagerata. Le disponibilità di armi erano ancora molto limitate: per quanto debole fosse il governo, non ci si poteva impadronire degli arsenali se non impegnandosi sulla via dell’insurrezione.

Il 22 si svolse la conferenza della Guardia rossa di tutta la città: un centinaio di delegati rappresentavano circa ventimila combattenti. La cifra non deve essere presa letteralmente: gli iscritti non erano tutti attivi; in compenso, nei momenti di pericolo, i volontari affluivano numerosi ai distaccamenti. Lo statuto adottato all’indomani della conferenza definisce la Guardia rossa «l’organizzazione delle forze armate del proletariato che deve combattere la controrivoluzione e difendere le conquiste della rivoluzione». Prendiamone nota: ventiquattro ore prima dell’insurrezione, il problema è posto in termini difensivi e non offensivi.

La formazione di base è il gruppo di dieci: quattro gruppi di dieci costituiscono un plotone; tre plotoni costituiscono una compagnia, tre compagnie un battaglione. Con il comando e i reparti speciali, il battaglione conta più di cinquecento uomini. I battaglioni di un distretto costituiscono una divisione. Nelle grandi fabbriche come la Putilov si creano divisioni autonome. I reparti tecnici specializzati — guastatori, automobilisti, telegrafisti, mitraglieri, artiglieri — sono reclutati nelle rispettive aziende e aggiunti ai contingenti di fanteria oppure operano in modo indipendente, a seconda dei compiti che devono assolvere. Il comando è interamente elettivo. Ciò non comporta nessun rischio: tutti sono volontari e si conoscono bene tra di loro.

Le operaie costituiscono reparti di infermiere. Nella fabbrica di materiale per gli ospedali militari si annunciano corsi di infermiera. «In quasi tutte le fabbriche — scrive Tatiana Graf — ci sono servizi regolari di operaie che lavorano come infermiere, fornite del materiale di fasciatura necessario». L’organizzazione è estremamente povera di risorse finanziarie e tecniche. A poco a poco, i Comitati di fabbrica inviano materiale per le ambulanze e le squadre volanti. Nelle ore dell’insurrezione questi esigui nuclei si svilupperanno rapidamente e avranno ben presto a loro disposizione mezzi tecnici considerevoli. Il 24, il soviet del quartiere di Vyborg dà l’istruzione seguente: «Requisire immediatamente tutte le automobili... Fare l’inventario di tutto il materiale di fasciatura per ambulanze e costituire dei servizi di guardia nelle ambulanze stesse».

Un numero sempre crescente di operai senza partito frequentava le esercitazioni di tiro e le manovre. Il numero dei corpi di guardia aumentava. Nelle fabbriche c’erano sentinelle giorno e notte. Gli stati maggiori della Guardia rossa si istallavano in locali più spaziosi. In una fabbrica di tubi, il 23 si procedette a un esame delle cognizioni della Guardia rossa. Un menscevico cercò di prendere posizione contro l’insurrezione, ma il suo tentativo naufragò in una tempesta di indignazione: basta, è passato il tempo delle discussioni! Il movimento è irresistibile e travolge anche i menscevichi, che «si arruolano nella Guardia rossa — secondo il racconto di Tatiana Graf —, eseguono tutti gli ordini e prendono anche certe iniziative». Skorinko descrive la scena della fraternizzazione avvenuta nel reparto il giorno 23 tra bolscevichi, socialrivoluzionari e menscevichi, tra giovani e vecchi, e del gioioso abbraccio tra lo stesso Skorinko e il padre, operaio nella stessa fabbrica. L’operaio Peskovoi racconta: nel reparto armato «c’erano giovani operai di circa sedici anni e vecchi sulla cinquantina». Le differenze di età accrescevano «lo slancio e lo spirito combattivo».

Il quartiere di Vyborg si prepara alla lotta con particolare ardore. Ci si impadronisce delle chiavi dei ponti mobili lanciati verso il quartiere, si studiano i punti vulnerabili, si elegge un Comitato militare rivoluzionario, i comitati di fabbrica aprono delle sedi. Con legittima fierezza Kajurov scrive a proposito degli operai di Vyborg: «Sono stati i primi a istituire nel loro distretto la giornata di otto ore, i primi a uscire armati per protestare contro i dieci ministri capitalisti, i primi a protestare il 17 luglio contro le persecuzioni ai danni del nostro partito e non sono stati gli ultimi nella giornata decisiva del 25 ottobre». Quello che è giusto, è giusto!

La storia della Guardia rossa è in larga misura la storia del dualismo di poteri, che, con le sue contraddizioni interne e con i suoi conflitti, offriva agli operai ampie possibilità di costituire una imponente forza armata già prima dell’insurrezione. Calcolare il totale dei contingenti operai in tutto il paese al momento dell’insurrezione è pressoché impossibile, almeno per ora. Comunque, decine e decine di migliaia di operai armati erano i quadri dell’insurrezione. Le riserve erano quasi inesauribili.

L’organizzazione della Guardia rossa era naturalmente ben lungi dalla perfezione. Tutto era fatto frettolosamente, in modo approssimativo, non sempre con accortezza. Le guardie rosse erano per lo più scarsamente preparate, i servizi di collegamento erano poco organizzati, il rifornimento lasciava molto a desiderare, il settore sanitario era in ritardo. Ma, completata con gli operai dotati di maggiore spirito di sacrificio, la Guardia rossa ardeva dal desiderio di lottare, questa volta sino in fondo. E questo fu l’elemento decisivo.

La differenza tra le divisioni operaie e i reggimenti contadini non era determinata solo dalla rispettiva composizione sociale. Molti di questi soldati grossolani, ritornati nei loro villaggi e divisa la terra dei proprietari, combatteranno disperatamente contro le Guardie bianche, prima dei reparti partigiani e poi nell’Esercito rosso. Indipendentemente dalla differenziazione sociale, c’era un altro elemento, più immediato: mentre la guarnigione era un raggruppamento obbligato di vecchi soldati refrattari alla guerra, le divisioni della Guardia rossa si costituiscono di bel nuovo, con una selezione individuale, su una nuova base, e con obiettivi nuovi.

Il Comitato militare rivoluzionario dispone anche di un terzo tipo di forza armata: i marinai del Baltico. Come composizione sociale, essi sono più vicini agli operai che alla fanteria. Tra loro ci sono molti operai di Pietrogrado. Il livello politico dei marinai è infinitamente più alto di quello dei soldati. A differenza dei riservisti poco combattivi che avevano dimenticato tutto sull’uso del fucile, i marinai non avevano mai interrotto le esercitazioni effettive.

Per le operazioni attive si poteva contare con sicurezza sui comunisti armati, sui reparti della Guardia rossa, sull’avanguardia dei marinai e sui reggimenti più efficienti. Gli elementi di questo sistema militare si completavano a vicenda. La numerosa guarnigione non aveva sufficiente volontà combattiva. I contingenti di marinai non erano molto numerosi. La Guardia rossa mancava di esperienza. Gli operai, con i marinai, assicuravano l’energia, l’audacia, l’entusiasmo. I reggimenti della guarnigione costituivano una riserva poco mobile che si imponeva per il numero e schiacciava con la propria massa.

In contatto quotidiano con gli operai, con i soldati e con i marinai, i bolscevichi si rendevano conto molto bene delle profonde diversità qualitative tra gli elementi dell’esercito che dovevano condurre al combattimento. Sulla valutazione di queste diversità fu in larga misura basato il piano stesso dell’insurrezione.

La forza sociale del campo avverso era costituita dalle classi possidenti. Ciò significa che queste classi ne determinavano la debolezza militare. Dove e quando avevano combattuto i grandi personaggi del capitale, della stampa, delle cattedre universitarie? Sui risultati delle battaglie che decidevano del loro destino, avevano l’abitudine di informarsi telefonicamente o telegraficamente. La nuova generazione, quella dei figli, degli studenti? Era quasi tutta ostile alla rivoluzione d’Ottobre. Ma per lo più attendeva in disparte, assieme ai padri, l’esito delle lotte. Una parte si unì più tardi agli ufficiali e agli junkers che già in precedenza erano reclutati in larga misura tra gli studenti. I proprietari non avevano con sé le masse popolari. Gli operai, i soldati, i contadini si erano rivoltati contro di loro. Il crollo dei partiti conciliatori indicava che le classi possidenti erano rimaste senza esercito.

Data l’importanza delle ferrovie nella vita degli Stati moderni, la questione dei ferrovieri aveva larga parte nei calcoli politici dei due campi. La strutturazione gerarchica del personale ferroviario rendeva possibile una differenziazione politica straordinaria, creando così condizioni favorevoli per i diplomatici della conciliazione. Il Vikzel, costituitosi tardivamente, aveva mantenuto tra gli impiegati e anche tra gli operai radici molto più solide, per esempio, dei comitati dell’esercito al fronte. Nelle ferrovie, i bolscevichi erano sostenuti solo da una minoranza, in particolare nei depositi e nelle officine. Secondo la relazione di Schmidt, uno dei dirigenti bolscevichi del movimento sindacale, i ferrovieri più vicini al partito erano quelli delle reti di Pietrogrado e di Mosca.

Ma anche tra la massa degli impiegati e degli operai favorevoli ai conciliatori si verificò una brusca svolta a sinistra a partire dallo sciopero delle ferrovie della fine di settembre. Il malcontento verso il Vikzel, che si era compromesso con il suo barcamenarsi, cresceva sempre più. Lenin osservava che «l’esercito dei ferrovieri e degli impiegati delle poste continua a essere in aspro conflitto con il governo». Dal punto di vista dei problemi immediati dell’insurrezione, era quello che ci voleva o quasi.

La situazione era meno favorevole nell’amministrazione delle Poste e Telegrafi. Secondo il bolscevico Boky «agli apparecchi telegrafici ci sono soprattutto dei cadetti». Ma anche in questo settore il personale più umile aveva un atteggiamento ostile verso i dirigenti conciliatori. Tra i postini c’era un gruppo disposto a impadronirsi delle poste al momento opportuno.

A convincere tutti i ferrovieri e gli impiegati delle poste solo con le parole era comunque inutile pensare. Se i bolscevichi avessero esitato, i cadetti e i dirigenti conciliatori avrebbero avuto il sopravvento. Se la direzione rivoluzionaria era decisa, la base doveva trascinarsi dietro inevitabilmente gli strati intermedi e isolare i dirigenti del Vikzel. Nei calcoli rivoluzionari, la statistica di per sé non basta: ci vuole anche il coefficiente dell’azione.

Gli avversari dell’insurrezione, nelle file stesse del partito bolscevico, trovavano tuttavia modo di trarre conclusioni pessimistiche. Zinoviev e Kamenev ammonivano di non sottovalutare le forze dell’avversario: «Pietrogrado decide, ma a Pietrogrado i nemici dispongono di forze considerevoli: cinquemila junkers perfettamente armati e in grado di battersi, più uno stato maggiore, più i battaglioni d’assalto, più i Cosacchi, più una notevole parte della guarnigione, più postazioni di artiglieria molto consistenti, disposte a ventaglio attorno a Piter. Inoltre, con l’aiuto del Comitato esecutivo centrale, gli avversari cercheranno quasi certamente di far giungere truppe dal fronte...». Questa elencazione è imponente, ma è solo una elencazione. Se, in genere, l’esercito è un riflesso della società, quando si verifica una scissione aperta, i due eserciti che ne derivano sono un riflesso dei due campi contrapposti. E l’esercito dei possidenti recava in sé il tarlo dell’isolamento e della disgregazione.

Dopo la rottura di Kerensky con Kornilov, gli alberghi, i restaurants e le bische erano pieni zeppi di ufficiali ostili al governo. Ma il loro odio verso i bolscevichi era infinitamente maggiore. In linea generale, la maggiore attività a favore del governo era svolta da ufficiali monarchici. «Cari Kornilov e Krymov, quello che voi non avete potuto fare, forse riusciremo a farlo noi, con l’aiuto di Dio...». Questa l’invocazione dell’ufficiale Sinegub, uno dei più valorosi difensori del palazzo d’inverno il giorno dell’insurrezione. Ma, benché il corpo degli ufficiali fosse numeroso, solo poche unità si dimostrarono effettivamente disposte alla lotta. Già il complotto di Kornilov aveva dimostrato che il corpo degli ufficiali, profondamente demoralizzato, non costituiva una forza combattiva.

La composizione sociale degli junkers è eterogenea e tra loro non c’è unanimità. Accanto ai militari per tradizione familiare, figli e nipoti di ufficiali, ci sono molti elementi che vi si trovano per caso, reclutati per le esigenze della guerra già al tempo della monarchia. Il capo della scuola del genio dice a un ufficiale: «Noi due siamo condannati... Non siamo forse dei nobili e possiamo forse pensarla diversamente?». Degli junkers di estrazione democratica, questi signori pieni di spocchia che erano riusciti con successo a sottrarsi a una morte gloriosa, parlano come di gente volgare, di contadini «dai tratti ottusi e grossolani». Una netta linea divisoria è tracciata nelle scuole degli junkers tra uomini di sangue rosso e uomini di sangue bleu e i più zelanti difensori del potere repubblicano sono proprio coloro che maggiormente rimpiangono la monarchia. Gli junkers democratici dichiarano di essere non per Kerensky, ma per il Comitato esecutivo centrale. La rivoluzione aveva aperto per la prima volta agli ebrei le porte delle scuole degli junkers. Cercando di essere all’altezza dei privilegiati, i figli della borghesia ebraica erano animati da uno spirito molto bellicoso nei confronti dei bolscevichi. Ahimè, ciò non bastò non solo a salvare il regime, ma neppure a difendere il palazzo d’inverno. La composizione eterogenea delle scuole militari e il loro completo isolamento nei confronti dell’esercito facevano sì che nelle ore critiche anche gli junkers cominciassero a tenere delle assemblee: come si sarebbero comportati i Cosacchi? Ci sarà qualche altro a marciare con noi? Valeva la pena, in generale, di battersi per il governo provvisorio?

Secondo il rapporto di Podvoisky, ai primi di ottobre, nelle scuole militari di Pietrogrado c’erano circa centoventi junkers socialisti, di cui quarantadue o quarantatré bolscevichi. «Gli junkers dicono che tutto il comando delle scuole è di orientamento controrivoluzionario. Vengono preparati ostentatamente a schiacciare l’insurrezione, in caso di manifestazioni...» Il numero dei socialisti e soprattutto dei bolscevichi, come si vede, è del tutto insignificante. Ma questi junkers offrono allo Smolny la possibilità di conoscere quanto di importante avviene nell’ambiente degli junkers. Per di più, la topografia delle scuole militari è estremamente sfavorevole: gli junkers sono dispersi tra le caserme e, benché parlino con disprezzo dei soldati, li osservano con grande apprensione.

I loro timori sono abbastanza giustificati. Dalle caserme vicine e dai quartieri operai migliaia di occhi guardano gli junkers con ostilità. La sorveglianza è tanto più effettiva in quanto in ogni scuola vi è un reparto di soldati che a parole sono neutrali, ma di fatto si orientano verso gli insorti. Gli arsenali delle scuole sono in mano a soldati semplici. «Questi mascalzoni — scrive un ufficiale della scuola del genio — non solo hanno perduto le chiavi del deposito, in modo da costringermi a sfondare la porta, ma hanno anche tolto e nascosto non so dove gli otturatori delle mitragliatrici». In una situazione del genere non ci si poteva aspettare dagli junkers prodigi di eroismo.

Ma l’insurrezione a Pietrogrado non avrebbe potuto essere minacciata da un colpo dal di fuori, da parte delle guarnigioni vicine? Negli ultimi giorni di esistenza, la monarchia aveva continuato a contare sul piccolo anello di truppe attorno alla capitale. La monarchia aveva fatto male i suoi calcoli. Ma che cosa sarebbe accaduto questa volta? Garantirsi condizioni tali da escludere qualunque pericolo vorrebbe dire rendere inutile qualunque insurrezione: lo scopo dell’insurrezione è appunto di infrangere gli ostacoli che non possono essere eliminati politicamente. Non si può calcolare tutto in anticipo. Ma si calcolò tutto quello che poteva essere oggetto di previsione.

Ai primi di ottobre aveva avuto luogo a Kronstadt la conferenza dei soviet della provincia di Pietrogrado. I delegati delle guarnigioni dei dintorni della capitale — di Gateina, di Tsarkoe Selò, di Krasnoe Selò, di Oranien- baum, della stessa Kronstadt — fecero risuonare le note più alte sull’esempio dei marinai del Baltico. La loro decisione fu condivisa dal soviet dei deputati contadini della provincia di Pietrogrado: i contadini, andando oltre i socialrivoluzionari di sinistra, si orientavano decisamente verso i bolscevichi.

Alla conferenza del Comitato centrale del giorno 16, l’operaio Stepanov tracciava un quadro molto variopinto dello stato delle forze nella provincia, dove tuttavia predominavano nettamente le tinte bolsceviche. A Sestroretsk e a Kolpino, gli operai si armano, lo stato d’animo è combattivo. A Novy-Peterhof è cessato il lavoro nel reggimento disorganizzato, a Krasnoe Selò, il 176° reggimento (lo stesso che aveva montato la guardia dinanzi al palazzo di Tauride il 4 luglio) e il 172° sono dalla parte dei bolscevichi: «e inoltre c’è la cavalleria». A Luga, una guarnigione di trentamila uomini è passata al bolscevismo, una parte esita: il soviet è ancora per la difesa nazionale. A Gdova, il reggimento è bolscevico. A Kronstadt, lo stato d’animo è un po’ depresso: il grado di ebollizione della guarnigione era stato troppo alto nei mesi precedenti e i migliori tra i marinai si trovavano sulla flotta, in operazioni di guerra. A Schlisselburg, a sessanta verste da Pietrogrado, da tempo il soviet era il solo potere costituito: gli operai della polveriera erano pronti ad appoggiare la capitale in qualsiasi momento.

Combinati con i risultati della conferenza dei soviet a Kronstadt, i dati sulle riserve della prima linea potevano considerarsi molto incoraggianti. Le ondate della rivoluzione di febbraio erano state sufficienti a distruggere la disciplina su vasta scala. Con tanta maggiore fiducia si poteva ora guardare alle guarnigioni più vicine alla capitale, le cui inclinazioni erano abbastanza note in partenza.

Tra le riserve di seconda linea c’erano le truppe dei fronti di Finlandia e del Nord, In questo settore, le condizioni erano ancora più favorevoli. Il lavoro di Smilga, di Antonov, di Dybenko aveva dato risultati preziosi. Unitamente alla guarnigione di Helsingfors, la flotta era ormai un potere sovrano sul territorio finlandese. Il governo non aveva più nessuna autorità. Due divisioni di Cosacchi di stanza a Helsingfors — nelle intenzioni di Kornilov avrebbero dovuto sferrare un colpo contro Pietrogrado — avevano avuto il tempo di avvicinarsi molto ai marinai e appoggiavano i bolscevichi o i socialrivoluzionari di sinistra, che nella flotta del Baltico si differenziavano molto poco dai bolscevichi.

Helsingfors tese la mano ai marinai della base di Revai, sino a quel momento meno decisa. Il congresso regionale dei soviet del Nord, di cui probabilmente aveva preso l’iniziativa la flotta del Baltico, riunì i soviet delle guarnigioni attorno a Pietrogrado in senso così largo da comprendere da una parte Mosca e dall’altra Arcangelo. «In questo modo — scrive Antonov — si realizzava l’idea di corazzare la capitale della rivoluzione contro possibili attacchi delle truppe di Kerensky». Dal congresso Smilga rientrò a Helsingfors per preparare un contingente speciale di marina, di fanteria, di artiglieria, destinato a essere spedito a Pietrogrado al primo segnale. L’ala finlandese dell’insurrezione di Pietrogrado era così protetta al massimo.

Da quella parte ci si poteva attendere non un colpo, ma un aiuto.

Anche in altri settori del fronte le cose andavano altrettanto bene, in ogni caso meglio di quanto non si immaginassero i bolscevichi più ottimisti. Durante il mese di ottobre, vi furono nell’esercito nuove elezioni per i Comitati, e dovunque si verificò una svolta decisa verso i bolscevichi. Nel corpo di stanza presso Dvinsk, «i vecchi soldati ragionevoli» furono tutti trombati alle elezioni per i Comitati di reggimento e di compagnia: i loro posti furono presi da «elementi oscuri e ignoranti, con lo sguardo eccitato, infiammato, con il muso da lupi». In altri settori, accadde la stessa cosa. «Dovunque si svolgono nuove elezioni per i comitati e dovunque vengono eletti solo bolscevichi e disfattisti». I commissari governativi cominciavano a evitare le missioni nei reggimenti: «In questo momento, la loro posizione non è migliore della nostra»: stiamo citando il barone Budberg. Due reggimenti di cavalleria del suo corpo degli Ussari e dei Cosacchi degli Urali, che erano rimasti più a lungo sotto il controllo dei capi e non si erano rifiutati di schiacciare degli ammutinamenti, cambiarono improvvisamente, esigendo «di essere esonerati dalla funzione di castigatori e di gendarmi». Per il barone, il significato minaccioso di questo avvertimento era più chiaro che per qualsiasi altro: « Non si può tener testa a un branco di iene, di sciacalli e di montoni suonando il violino — scriveva —... l’unica possibilità di salvezza consiste nell’usare su larga scala il ferro rovente». E segue una tragica ammissione: «Questo ferro non c’è e non si sa dove trovarlo».

Se non riferiamo analoghe testimonianze per altri corpi e altre divisioni, è solo perché i loro capi non avevano lo stesso spirito di osservazione di Budberg o non facevano appunti o gli appunti non sono ancora saltati fuori. Ma il corpo d’armata acquartierato presso Dvinsk non si differenziava sostanzialmente, se non per lo stile colorito del suo capo, dagli altri corpi della 5° armata, che, d’altra parte, aveva solo un leggero vantaggio sugli altri contingenti.

Il comitato conciliatore della 5° armata, già da tempo appeso in aria, continuava a inviare a Pietrogrado telegrammi che minacciavano di ristabilire l’ordine nelle retrovie con le baionette. «È una pura e semplice bravata, è soltanto fiato» scrive Budberg. Il comitato viveva i suoi ultimi giorni. Il 23 ci furono le elezioni. Presidente del nuovo comitato bolscevico fu il dottor Skliansky, giovane ed eccellente organizzatore che ben presto poté dar prova di tutte le sue capacità nell’organizzazione dell’Esercito rosso.

Il vice-commissario governativo del fronte settentrionale comunicava al ministro della Guerra il 22 ottobre che le idee del bolscevismo avevano un successo crescente nell’esercito, che la massa voleva la pace e che anche l’artiglieria, che aveva resistito sino all’ultimo momento, era ormai «accessibile alla propaganda disfattista». Era un altro sintomo importante. «Il governo provvisorio non gode di nessuna autorità» dice in una relazione al governo uno dei suoi agenti diretti nell’esercito, tre giorni prima dell’insurrezione.

È vero che il Comitato militare rivoluzionario non conosceva tutti questi documenti. Ma quello che sapeva era più che sufficiente. Il 23, i rappresentanti di varie unità del fronte sfilarono dinanzi al soviet di Pietrogrado esigendo la pace: in caso contrario, le truppe si sarebbero lanciate nelle retrovie e «avrebbero sterminato tutti i parassiti che si accingevano a continuare la guerra ancora per una decina d’anni». Prendete il potere, dicevano al soviet gli uomini del fronte: «le trincee vi appoggeranno».

Sui fronti più remoti e più arretrati, quello sud-occidentale e quello rumeno, i bolscevichi erano ancora una rarità, degli esseri strani. Ma laggiù le inclinazioni dei soldati erano le stesse. Eugenia Bos racconta che nel 2° corpo della guardia, accampato presso Zmerinka, su sessantamila soldati, c’erano appena un giovane comunista e due simpatizzanti; il che non impedì al 2° corpo di marciare in aiuto della rivoluzione nelle giornate di ottobre.

Le sfere governative sperarono nei Cosacchi sino all’ultima ora. Ma i politici di destra, meno ciechi, si rendevano conto che anche da quella parte le cose andavano molto male. Gli ufficiali cosacchi erano quasi tutti korniloviani. I semplici cosacchi tendevano sempre più a sinistra. Il governo per lungo tempo non lo comprese, ritenendo che la freddezza dei reggimenti cosacchi verso il palazzo d’inverno dipendesse dall’offesa recata a Kaledin. Ma alla fine divenne chiaro anche per il ministro della Giustizia Maliantovic che Kaledin «aveva dietro di sé solo gli ufficiali cosacchi, mentre i Cosacchi di truppa stavano semplicemente diventando bolscevichi, come tutti i soldati».

Di quel fronte, che nei primi giorni di marzo baciava le mani e i piedi al sacerdote liberale, portava in trionfo i ministri cadetti, si inebriava ai discorsi di Kerensky e credeva che i bolscevichi fossero agenti della Germania, non restava più nulla. Le rosee illusioni erano cadute nel fango delle trincee che i soldati si rifiutavano di rimescolare più oltre con le loro scarpe sfondate. «Lo scioglimento si avvicina — scriveva Budberg il giorno stesso dell’insurrezione a Pietrogrado — e l’esito non può essere dubbio: sul nostro fronte ormai non c’è più un solo contingente... che non sia controllato dai bolscevichi».