I contadini di fronte all'Ottobre

 

La civiltà ha fatto del contadino una bestia da soma. La borghesia in ultima analisi non ha fatto che cambiare il tipo di basto. Appena tollerata alle soglie della vita nazionale, la classe contadina non può in realtà varcare le soglie della scienza. Di solito, lo storico non se ne interessa più di quanto un critico teatrale non si interessi degli oscuri personaggi che spazzano il palcoscenico, portano sulle spalle il cielo e la terra e puliscono i costumi degli artisti. La partecipazione dei contadini alle rivoluzioni del passato non è stata affatto chiarita sino ad ora.

«La borghesia francese ha cominciato con l’emancipazione dei contadini. Con l’aiuto dei contadini, ha conquistato l’Europa. La borghesia prussiana era così legata ai suoi interessi ristretti e immediati da perdere anche questo alleato e da farne uno strumento nelle mani della controrivoluzione feudale». In questa contrapposizione, quanto si riferisce alla borghesia tedesca è giusto; ma sostenere che «la borghesia francese avrebbe cominciato con l’emancipazione dei contadini» significa riecheggiare la leggenda ufficiale francese, che ai suoi tempi influì anche su Marx. In realtà, la borghesia, nel significato rigoroso della parola, si contrapponeva alla rivoluzione contadina con tutte le forze di cui disponeva. Già nei cahiers de daléances del 1789, i dirigenti provinciali del Terzo Stato respingevano, con il pretesto di una migliore formulazione, le rivendicazioni più violente e più audaci. Le famose decisioni della notte del. 4 agosto, prese dall’Assemblea nazionale sotto il cielo arrossato dai villaggi in fiamme, rimasero a lungo una formula patetica priva di contenuto. I contadini che non volevano rassegnarsi a esser presi in giro, erano invitati dall’Assemblea costituente a «ricominciare ad assolvere i loro compiti e a considerare la proprietà (feudale!) con il rispetto dovuto». La guardia nazionale fu mobilitata più di una volta per reprimere movimenti nelle campagne. Gli operai delle città, prendendo le parti dei contadini insorti, affrontavano la repressione borghese lanciando pietre e pezzi di tegola. Per cinque anni, i contadini francesi insorsero in tutti i momenti critici della rivoluzione, opponendosi al compromesso tra i proprietari terrieri e i proprietari borghesi. I sanculotti di Parigi, versando il loro sangue per la Repubblica, liberarono i contadini dalle catene del feudalesimo. La Repubblica francese del 1792 segnò un mutamento di regime sociale, contrariamente alla Repubblica tedesca del 1918 o alla Repubblica spagnola del 1931 che erano espressione del vecchio regime, meno la dinastia. Alla base di questa contrapposizione non è difficile individuare la questione agraria. Il contadino francese non pensava affatto esplicitamente in termini di repubblica: quello che voleva, era cacciare il signore feudale. I repubblicani parigini di solito si dimenticavano delle campagne. Ma solo la pressione contadina contro i proprietari garantiva la costituzione della repubblica, sgomberando il terreno dal ciarpame feudale. Una repubblica con la nobiltà non è una repubblica. Lo aveva capito perfettamente il vecchio Machiavelli che quattrocento anni prima della presidenza di Ebert, nel suo esilio fiorentino, tra una caccia ai tordi e una partita di «tricche-tracche» con un macellaio, generalizzava le esperienze delle rivoluzioni democratiche: «Colui che vuole fare dove sono assai gentiluomini una repubblica, non la può fare se prima non gli spegne tutti».I contadini russi, in sostanza, la pensavano allo stesso modo e lo fecero capire chiaramente senza nessun «machiavellismo».

Se Pietrogrado e Mosca avevano una funzione dirigente nel movimento degli operai e dei soldati, la parte principale nel movimento contadino deve essere riconosciuta all’arretrata zona agricola centrale della Grande Russia e alla regione centrale del Volga. In quelle regioni, le sopravvivenze del regime del servaggio avevano ancora radici particolarmente profonde, la proprietà agraria dei nobili assumeva la forma più parassitaria, la differenziazione della classe contadina era in ritardo, mettendo così maggiormente in luce la miseria delle campagne. Scoppiato già nel mese di marzo, il movimento fu ben presto accompagnato dal terrore. Ma, grazie agli sforzi dei partiti dirigenti, era incanalato nell’alveo della politica conciliatrice.

Nell’Ucraina industrialmente arretrata, l’agricoltura che lavorava per l’esportazione, aveva assunto un carattere più avanzato e quindi più capitalistico. La differenziazione della classe contadina era qui più profonda che nella Grande Russia. La lotta per l’emancipazione nazionale frenava, almeno per un certo tempo, le altre forme di lotta sociale. Ma la diversità delle condizioni regionali e anche nazionali, in ultima analisi, si concretizzava unicamente in una diversità delle scadenze. Verso autunno, il territorio dell’insurrezione agraria corrisponde a quasi tutto il paese. Su 624 distretti della vecchia Russia, il movimento ne ha raggiunti 482, cioè il 77 % e, se si escludono le regioni di confine caratterizzate da condizioni agrarie particolari, cioè la regione settentrionale, la Transcaucasia, la regione delle steppe e la Siberia, l’insurrezione contadina comprende 439 distretti su 481, cioè il 91 %.

Le forme di lotta sono diverse a seconda che si tratti di terre arate, di foreste o di pascoli, di affitto o di lavoro salariato. E le forme e i metodi mutano nelle varie fasi della rivoluzione. Ma nel complesso il movimento nelle campagne si svolge, con l’inevitabile ritardo, nelle due stesse grandi fasi che caratterizzano il movimento nelle città. Nella prima fase, i contadini si adattano ancora al nuovo regime e cercano di risolvere i loro problemi tramite le nuove istituzioni. Ma anche qui è una questione più dì forma che di contenuto. Un giornale liberale di Mosca che sino alla rivoluzione aveva una tinta populista, esprimeva con lodevole spontaneità lo stato d’animo dei circoli dei proprietari nell’estate 1917: «Il contadino si guarda attorno, per il momento non fa nulla, ma guardatelo bene negli occhi, i suoi occhi dicono che tutta la terra che si estende intorno, appartiene a lui». Una chiave insostituibile di interpretazione della politica «pacifica» della classe contadina la offre un telegramma spedito in aprile da un borgo della provincia di Tambov al governo provvisorio: «Desideriamo conservare la calma nell’interesse delle libertà conquistate, e per questo dovete proibire di affittare le terre dei proprietari sino all’Assemblea costituente, altrimenti faremo scorrere il sangue e non permetteremo a nessun altro di arare ».

Era tanto più facile per il contadino limitarsi a un tono di minaccia rispettosa in quanto, mentre faceva pressione sui diritti storicamente acquisiti, non aveva avuto quasi mai occasione di scontrarsi direttamente con lo Stato. Nelle località non esistevano organi di potere governativo. I comitati di circondario (volosti) disponevano della milizia. I tribunali erano disorganizzati. 1 commissari locali erano impotenti. «Siamo noi che ti abbiamo eletto — gridavano loro i contadini — e saremo noi a mandarti via».

Sviluppando la lotta dei mesi precedenti, nel corso dell’estate i contadini si avviano sempre di più verso la guerra civile e la loro ala sinistra ne varca già la soglia. Secondo una comunicazione dei proprietari terrieri del distretto di Taganrog, i contadini si impadroniscono arbitrariamente del fieno e delle terre, si oppongono all’aratura, stabiliscono a loro piacimento il prezzo di affitto, espellono i padroni e gli amministratori. Secondo un rapporto del commissario di Nizny Novgorod, le violenze e le confische di terre e di boschi sono divenute più frequenti nella provincia. I commissari di distretto hanno paura di apparire agli occhi dei contadini come i difensori dei grandi proprietari. La milizia rurale è poco fidata: «Si sono avuti casi in cui i membri della milizia hanno partecipato alle violenze della folla». Nel distretto di Schliisselburg, il comitato di circondario proibiva ai proprietari di tagliare la legna nelle loro proprietà. L’idea dei contadini era semplice: nessuna Assemblea costituente avrebbe potuto rimettere in piedi con i rimasugli gli alberi abbattuti. Il commissario del ministero della Corte si lagnava della confisca dei prati: si doveva comprare il fieno per i cavalli del palazzo! Nella provincia di Kursk, i contadini si dividevano i maggesi fertilizzati di Terescenko: proprietario è il ministro degli Esteri. Al proprietario di stazioni di monta della provincia di Orel, Schneider, i contadini dichiaravano che non solo si sarebbero recati a falciare il trifoglio sulle sue terre, ma avrebbero spedito lui personalmente a fare il soldato in una caserma. L’amministratore della tenuta di Rodzjanko riceveva dal comitato di circondario l’ordine di cedere i prati ai contadini: «Se lei non obbedisce al comitato agrario, ci comporteremo altrimenti, la arresteremo». Firma e timbro.

Da tutti gli angoli del paese giungono denunce e lamentele da parte dei proprietari colpiti, delle autorità locali, di testimoni degni di rispetto. I telegrammi dei proprietari terrieri costituiscono la più clamorosa confutazione delle grossolane teorie sulla lotta di classe. Personaggi titolati e padroni di latifondi, fautori del servaggio, clericali e laici, si preoccupano esclusivamente del bene generale. I nemici non sono i contadini, ma i bolscevichi e talvolta gli anarchici. Le terre interessano ai proprietari solo dal punto di vista delle fortune della patria.

Trecento membri del partito cadetto della provincia di Cernigov dichiarano che i contadini, sobillati dai bolscevichi, mandano via i prigionieri di guerra e procedono arbitrariamente al raccolto del grano. Di qui una minaccia: «impossibile pagare le tasse». Per i proprietari liberali il significato dalla vita consisteva nell’aiuto da parte del Tesoro! La succursale della Banca di Stato di Podolsk si lamenta degli atteggiamenti arbitrari dei comitati di circondario «di cui sono spesso presidenti prigionieri di guerra austriaci». Qui parla il patriottismo offeso. Nella provincia di Vladimir, nella tenuta del notaio Odintsov, viene portato via il materiale da costruzione «preparato per opere di beneficienza». I notai vivono solo per azioni umanitarie! Il vescovo di Podolsk fa sapere che ci si è impadroniti arbitrariamente di una foresta appartenente al vescovado. L’Alto Procuratore del Sinodo si lagna per la confisca dei prati del monastero Aleksander Nevsky. La badessa del monastero di Kizliar invoca fulmini sui membri del locale soviet: si impicciano nelle faccende del monastero, confiscano per loro conto gli importi degli affitti, «sobillano le religiose contro le autorità». In casi simili erano colpiti direttamente gli interessi della Chiesa. Il conte Tolstoi, uno dei figli di Lev, comunica a nome dell’Unione dei proprietari terrieri della provincia di Ufìm che il passaggio della terra ai comitati locali «senza attendere la decisione dell’Assemblea costituente... provocherà una esplosione di malcontento... tra i contadini proprietari che, nella provincia, sono più di duecentomila». Questo proprietario di alto lignaggio si preoccupa solo dei fratelli minori. Il senatore Belhardt, proprietario della provincia di Tver, è disposto a rassegnarsi al taglio dei suoi boschi, ma è afflitto dallo spettacolo dei contadini «che non vogliono sottomettersi al governo borghese». Veliaminov, un proprietario della provincia di Tambov, chiede di salvare due tenute che «servono alle esigenze dell’esercito». Del tutto casuale il fatto che queste due tenute siano di sua proprietà. Per i filosofi idealisti, i telegrammi dei proprietari del 1917 sono un vero e proprio tesoro. Il materialista li considererà piuttosto una rassegna di cinismo di varie gradazioni. Aggiungerà forse che le grandi rivoluzioni tolgono ai possidenti anche la possibilità di una decente ipocrisia.

Le petizioni delle vittime alle autorità distrettuali e provinciali, al ministro degli Interni, al presidente del consiglio dei ministri, in genere non servono a nulla. A chi dunque chiedere aiuto? A Rodzjanko, presidente della Duma di Stato. Tra le giornate di luglio e la ribellione korniloviana, il ciambellano si sente di nuovo un personaggio influente: molte cose si sistemano in seguito a una sua telefonata.

I funzionari del ministero degli Interni inviano nelle province circolari che ingiungono di processare i colpevoli. Certi proprietari grossolani della provincia di Samara telegrafano in risposta: «Le circolari non firmate dai ministri socialisti non hanno effetto». Così appare Futilità del socialismo. Tseretelli è costretto a vincere la sua modestia: il 18 luglio invia verbose istruzioni che parlano di «misure rapide e decise». Al pari dei proprietari, Tseretelli si preoccupa solo dell’esercito e dello Stato. Ai contadini, sembra invece che Tseretelli abbia preso i proprietari sotto la sua protezione.

Nei metodi repressivi del governo si verificava un mutamento. Sino al mese di luglio, ci si traeva d’impaccio con bei discorsi. Se distaccamenti militari venivano inviati nelle province, era solo per proteggere un oratore governativo. Dopo la vittoria riportata sugli operai e sui soldati di Pietrogrado, gli squadroni di cavalleria, ormai senza oratori, sono messi direttamente a disposizione dei proprietari. Nella provincia di Kazan, una delle più agitate, secondo lo storico Jugov «solo con arresti, con rinvio di distaccamenti militari nei villaggi e persino con la fustigazione... fu possibile costringere i contadini alla rassegnazione... per qualche tempo». In altre località, la repressione non è senza effetto. Il numero delle tenute di proprietari nobili danneggiate scendeva nel luglio da 516 a 503. In agosto, il governo riusciva ad ottenere altri successi: il numero dei distretti colpiti da tumulti scendeva da 325 a 288, cioè dell’11 %, il numero delle proprietà colpite dal movimento diminuiva addirittura del 33 %.

Certe regioni, sino a quel momento tra le più agitate, si calmano o passano in secondo piano. Al contrario, regioni sicure sino al giorno prima, si pongono ormai sul terreno della lotta. Non più tardi di un mese prima, il commissario di Penza tracciava un quadro consolante: «La campagna si occupa della mietitura... Ci si prepara alle elezioni agli zemstvo di circondario. Il periodo di crisi governativa è trascorso nella calma. La formazione del nuovo governo è stata accolta con grande soddisfazione». In agosto, di questo idillio non c’è più traccia»: Si va in massa a saccheggiare i frutteti e a tagliare la legna... Per porre termine ai disordini, bisogna ricorrere alla forza armata».

Per il suo carattere generale, il movimento estivo rientra ancora nella fase «pacifica». Tuttavia, si notano già sintomi indubbi, anche se limitati, di radicalizzazione: se durante i primi quattro mesi gli attacchi diretti contro le case signorili diminuiscono, a partire dal luglio tornano ad aumentare. Gli studiosi stabiliscono, nel complesso, la seguente classificazione dei conflitti del luglio, in ordine decrescente: confische di prati, di messi, di rifornimenti e di foraggi, di terre arabili, di attrezzi agricoli; lotta per i salari; saccheggi di più proprietà. In agosto: confische di messi, di riserve di rifornimenti e di foraggi, di pascoli e di prati, di terre e di boschi; terrore agrario.

Ai primi di settembre, Kerensky, nella sua qualità di generalissimo, ripete in una speciale ordinanza le ancor fresche minacce del suo predecessore Kornilov contro «gli atti di violenza» dei contadini. Alcuni giorni dopo, Lenin scrive: «O tutta la terra ai contadini immediatamente... o i proprietari e i capitalisti spingeranno le cose al punto da provocare una spaventosa rivolta contadina». Nel corso del mese successivo, ciò diviene una realtà.

Il numero delle proprietà cui si estesero i conflitti agrari nel mese di settembre, segnò un aumento del 30 % rispetto al mese di agosto; in ottobre, ci fu un aumento del 43 % rispetto a settembre. In settembre e nelle prime tre settimane di ottobre si registrano più di un terzo di tutti i conflitti agrari dal marzo in poi. La decisione era tuttavia aumentata infinitamente più del numero. Nei primi mesi, anche le confische dirette di fondi assumevano un aspetto di trattative moderate e mascherate dagli organi conciliatori. Ora, la maschera della legalità era caduta. Ogni settore del movimento acquista un carattere più audace. Dalle pressioni di diverso tipo e di diversa intensità i contadini arrivano alla confisca violenta delle parti più importanti delle proprietà, al saccheggio dei nidi dei proprietari nobili, all’incendio delle case signorili, e persino all’uccisione dei proprietari e degli amministratori.

Le lotte per mutare le condizioni di affitto che in luglio erano più numerose dei casi di distruzione, si riducono in ottobre a meno di un quarantesimo dei saccheggi e anche il movimento degli affittuari assume un carattere diverso, non essendo ormai che uno dei modi di cacciare i proprietari. Il divieto della compravendita delle terre e dei boschi è sostituito dalla confisca diretta. Il taglio massiccio dei boschi, l’invio del bestiame sulle terre sono misure che assumono il carattere di una deliberata distruzione delle proprietà. In settembre, si registrano 279 casi di saccheggio di proprietà: più dell’ottava parte di tutti i conflitti complessivamente. Il mese di ottobre fa registrare più del 42 % di tutti i casi di distruzione registrati dalla milizia tra la rivoluzione di febbraio e quella di ottobre.

La lotta assumeva un carattere particolarmente accanito per quanto riguardava i boschi. I villaggi erano spesso distrutti da incendi. Il legno da costruzione era rigorosamente custodito e si vendeva a caro prezzo. Il contadino aveva fame di legno. Inoltre, era giunto il momento di fare provviste per il riscaldamento invernale. Dalle province di Mosca, di Nizny-Novgorod, di Pietrogrado, di Orel, della Volinia, da tutte le parti del paese giungono lagnanze per la distruzione delle foreste e la confisca delle riserve di legno. «I contadini procedono al taglio degli alberi a loro piacimento e senza pietà». «I contadini hanno bruciato duecento desiatine di foreste appartenenti ai proprietari nobili». «I contadini dei distretti di Klimov e di Cerikov distruggono i boschi e devastano le colture autunnali...». Le guardie forestali scappano. Un gemito si leva nei boschi della nobiltà, le schegge volano per tutto il paese; l’ascia del contadino colpisce durante l'autunno al ritmo febbrile della rivoluzione.

Nelle regioni che importano grano, la situazione dei rifornimenti è ancora più grave che nelle città. Mancano non solo i viveri, ma anche le sementi. Nelle regioni esportatrici, la situazione non era affatto migliore: le risorse alimentari erano pompate senza tregua. L’aumento dei prezzi obbligatori per i cereali colpì duramente i poveri. In molte province scoppiarono tumulti per la fame, furono saccheggiati i granai, furono assalite le organizzazioni annonarie. La popolazione ricorreva ai surrogati del pane. Si spargevano notizie di casi di scorbuto e di tifo, di suicidi dovuti a situazioni senza via d’uscita. La fame o lo spettro della fame rendevano particolarmente insopportabile la vicinanza del benessere e del lusso. Gli strati più poveri delle campagne prendevano posto nelle prime file.

Le ondate di esasperazione facevano venir su non poco fango. Nella provincia di Kostroma, «si registra un’agitazione di Cento Neri e di elementi antisemiti. La criminalità aumenta... Si nota una diminuzione di interesse per la vita politica del paese». Le ultime parole del rapporto del commissario significano che le classi colte volgono le spalle alla rivoluzione. Improvvisamente, risuona nella provincia di Podolsk, la voce dei monarchici Cento Neri: il comitato del borgo di Demidovka non riconosce il governo provvisorio e considera l’imperatore Nicola Aleksandrovic «come il capo più fedele del popolo russo»: se il governo provvisorio non se ne va, «ci uniremo ai tedeschi». Ammissioni così audaci erano tuttavia rare: i contadini monarchici avevano già da tempo cambiato colore sull’esempio dei proprietari. In certe località e nella stessa provincia di Podolsk, le truppe, assieme ai contadini, devastano i laboratori di distillazione. Il commissario fa un rapporto sull’anarchia: «I villaggi e gli abitanti stanno andando in rovina; la rivoluzione va in rovina». No, la rivoluzione è ben lungi dall’andare in rovina. Si sta scavando un letto più profondo. Le sue acque impetuose si avvicinano alla foce.

Nella notte dal 7 all’8 settembre, i contadini del borgo di Sycevka, della provincia di Tambov, se ne vanno di casa in casa muniti di bastoni e di fruste e invitano tutti, piccoli e grandi, a demolire tutto in casa del proprietario Romanov. All’assemblea comunale, un gruppo propone di confiscare la tenuta ordinatamente, di dividere i beni tra la popolazione, di conservare gli edifici a scopi culturali. I poveri esigono che venga bruciata la casa signorile, che non venga lasciata pietra su pietra. I poveri sono più numerosi. Nella stessa notte, un mare di fuoco si estende alle tenute di tutto il circondario. Si brucia tutto quello che può essere bruciato, anche una piantagione modello, si sgozza il bestiame di razza, «ci si rimpinza follemente». Il fuoco si estende da una zona all’altra. L’esercito dalle ciabatte di corteccia non si limita più a usare le forche e le falci patriarcali. Il commissario provinciale telegrafa: «I contadini e alcuni sconosciuti, armati di pistola e di granate, saccheggiano le proprietà nei distretti di Ranenburg e di Riajsk». La guerra aveva fornito una tecnica più ricca all’insurrezione contadina. L’Unione dei proprietari segnala che in tre giorni sono state bruciate ventiquattro proprietà. «Le autorità locali sono impotenti a ristabilire l’ordine». Con ritardo giungeva un distaccamento inviato dal comandante militare, era dichiarato lo stato di assedio, erano proibite le riunioni: si arrestavano gli istigatori. I fossati erano pieni dei beni dei proprietari, i fiumi inghiottivano molto di quello che era stato saccheggiato.

Un contadino di Penza, Beghiscev, racconta: «In settembre, tutti si recarono a demolire la tenuta di Logvin (già saccheggiata nel 1905). Sia all’andata che al ritorno c’era una lunga fila di carri, centinaia di muzhiki e di donne cominciarono ad andare a caccia del bestiame, portando via anche il grano e altre cose...». Un distaccamento richiesto dalla direzione dello zemstvo cercò di ricuperare una parte di quanto era stato confiscato, ma circa cinquecento muzhiki e cinquecento donne si erano riuniti nel villaggio e il distaccamento si disperse. I soldati, evidentemente, non avevano molta voglia di ristabilire i diritti calpestati dei proprietari.

A partire dagli ultimi giorni di settembre, nella provincia di Tauride, secondo i ricordi del contadino Gaponenko, «i contadini cominciarono a devastare le aziende, a cacciare gli amministratori, a confiscare il grano nei granai, le bestie da lavoro, il materiale... Anche le imposte, le finestre, i pavimenti e lo zinco dei tetti furono strappati e portati via...». «Sulle prime, si arrivava soltanto a piedi, si prendeva e si portava via — racconta un contadino di Minsk, Grunko —. Ma poi, quelli che li avevano attaccarono i cavalli e cominciarono a portar via tutto a carrettate. Senza soste... si portò via, avanti e indietro, a partire da mezzogiorno per due giorni e per due notti, senza interruzione. In quarantotto ore si fece piazza pulita». Secondo Kuzmicev, contadino della provincia di Mosca, la confisca dei beni era giustificata perché «il proprietario era nostro, lavoravamo per lui, e la sua fortuna doveva spettare solo a noi». Una volta, il nobile diceva ai servi: «Voi siete miei e tutto quello che è vostro, è mio». Ora i contadini rispondevano: «Il signore è nostro e tutti i suoi beni sono nostri».

« In certe località si cominciò a disturbare i proprietari la notte, dice un altro contadino di Minsk, Novikov. Sempre più di frequente venivano incendiate le case dei proprietari nobili. E venne la volta della tenuta del granduca Nikola Nikolajevic, ex-generalissimo. «Quando fu portato via tutto quello che si poteva trasportare, si cominciarono a demolire le stufe e a portar via gli scaldini, i pavimenti, gli assiti e a trasportarli a casa...». Dietro questi atti di distruzione, c’era il calcolo plurisecolare, millenario, di tutte le guerre contadine: minare sino alle fondamenta tutte le posizioni fortificate del nemico, non lasciargli un luogo dove potersi rifugiare. «I più ragionevoli — scrive nei suoi ricordi Tsyngakov, contadino della provincia di Kursk — dicevano: non bisogna distruggere gli edifici, ne avremo bisogno... per le scuole e per gli ospedali, ma la maggioranza era composta da coloro che gridavano che si doveva distruggere tutto, perché, comunque, i nostri nemici non abbiano dove nascondersi...». «I contadini si impadronivano di tutti i beni dei proprietari — racconta un contadino della provincia di Orel, Savcenko — scacciavano i proprietari dalle tenute, distruggevano le finestre, le porte, i pavimenti, i soffitti... I soldati dicevano che se si distruggono le tane dei lupi, bisogna anche strangolare i lupi. In seguito a simili minacce, i proprietari più noti e più ricchi si nascondevano uno dopo l’altro, per questo non ci furono uccisioni di proprietari».

Nel villaggio di Zalesje, nella provincia di Vitebsk, furono bruciati i granai pieni di grano e di fieno di una proprietà del francese Bernard. I contadini erano tanto meno disposti a fare distinzioni di nazionalità tra i proprietari in quanto molti proprietari si affrettavano a trasmettere le loro terre a stranieri privilegiati. «L’ambasciata di Francia chiese che fossero prese delle misure». Ma nella zona del fronte, alla metà di ottobre, era difficile prendere delle «misure», sia pure per far piacere all’ambasciata di Francia.

Il saccheggio di una grande proprietà presso Rjazan continuò per quattro giorni: «al saccheggio presero parte anche i bambini». L’Unione dei proprietari di terre fece sapere ai ministri che se non si fossero prese delle misure, «ci sarebbero stati linciaggi, fame e guerra civile». Non si capisce perché i proprietari nobili parlassero ancora al futuro della guerra civile.

Al congresso della cooperazione ai primi di settembre, Berkenheim, uno dei dirigenti della solida classe dei contadini commercianti, diceva: «Sono convinto che la Russia non si è ancora trasformata completamente in un manicomio, che, per il momento, la follia ha colpito soprattutto la popolazione delle grandi città». Questa voce di una parte solida e conservatrice della classe contadina era irrimediabilmente in ritardo; proprio in quel mese, le campagne strapparono tutte le briglie della saggezza e per l’esasperazione nella lotta si lasciarono notevolmente indietro «i manicomi» delle città.

In aprile, Lenin riteneva ancora possibile che i cooperatori patrioti e i kulaki si trascinassero dietro la grande massa dei contadini sulla strada di un accordo con la borghesia e con i proprietari. Per questo insisteva tanto più instancabilmente sulla formazione di soviet limitati ai salariati agricoli (batraki) e su una organizzazione indipendente dei contadini poveri. Ma ogni mese più che mai si constatava che, sotto questo aspetto, la politica bolscevica non aveva radici. Tranne che nelle province baltiche, di soviet di salariati agricoli non ne esistevano. Neppure i contadini poveri riuscirono a darsi forme di organizzazione indipendenti. Spiegare questo solo con l’arretratezza dei salariati agricoli e degli strati più poveri delle campagne vorrebbe dire trascurare l’elemento essenziale. La causa principale risiedeva nella natura stessa del problema storico: il problema della rivoluzione agraria democratica.

Sulle due questioni più importanti, quella dell’affitto e quella del lavoro salariato, si constata nel modo più convincente come gli interessi generali della lotta contro le sopravvivenze del servaggio abbiano impedito una politica indipendente non solo dei contadini poveri, ma anche dei salariati agricoli. I contadini prendevano in affitto dai proprietari nobili, nella Russia europea, ventisette milioni di desiatine, circa il 60 % di tutte le proprietà private, e pagavano ogni anno un tributo di quattrocento milioni di rubli. La lotta contro le condizioni vessatorie degli affitti divenne, dopo la rivoluzione di febbraio, l’elemento essenziale del movimento contadino. Una parte minore, ma comunque notevolissima, ebbe la lotta dei salariati agricoli non solo contro lo sfruttamento da parte dei proprietari nobili, ma anche contro lo sfruttamento da parte dei contadini. L’affittuario lottava per un miglioramento delle condizioni di affitto, il salariato per un miglioramento delle condizioni di lavoro. L’uno e l’altro partivano a loro modo dallo stesso punto, cioè dal riconoscimento del signore come proprietario e padrone. Ma a partire dal momento in cui divenne possibile andare sino in fondo, cioè impadronirsi delle terre ed installatisi, i contadini poveri non si interessarono più del problema degli affitti e il sindacato cominciò a non attrarre più salariati agricoli. Furono appunto questi ultimi e gli affittuari poveri che, unendosi al movimento generale, conferirono alla guerra contadina un carattere di estrema decisione e di irreversibilità.

La campagna contro i proprietari nobili non mobilitava completamente nelle campagne il polo contrapposto. Sinché non si arrivava alla rivolta aperta, gli strati superiori della classe contadina avevano nel movimento una parte notevole, a volte dirigente. Nella fase autunnale, i contadini ricchi divennero sempre più diffidenti di fronte al dilagare della guerra contadina: non sapevano come sarebbe finita, avevano qualcosa da perdere, si tiravano in disparte. Ma in ogni caso non riuscivano ad appartarsi completamente: il villaggio non lo permetteva.

Più chiusi e più ostili dei kulaki dell’«ambiente», membri della comunità, erano i piccoli proprietari terrieri, estranei alla comunità stessa. I coltivatori che possedevano lotti sino a cinquanta desiatine erano, in tutto il paese, seicentomila. In molte zone erano la spina dorsale delle cooperative e politicamente, specialmente nel Sud, tendevano verso l’Unione contadina conservatrice che ormai costituiva un ponte verso i cadetti. «I contadini al di fuori della comunità e i contadini ricchi — secondo un coltivatore della provincia di Minsk, Gulis — sostenevano i proprietari nobili, cercando di frenare i contadini con i loro ammonimenti». Qua e là, sotto l’influenza di condizioni locali, la lotta interna nella classe contadina assumeva un carattere violento già prima della rivoluzione di ottobre. I contadini al di fuori delle comunità ne soffrivano in modo particolare. «Quasi tutte le aziende private — racconta un contadino della provincia di Nizny-Novgorod, Kuzmicev — furono bruciate, il materiale fu in parte distrutto, in parte confiscato dai contadini». Il contadino al di fuori della comunità era «il servo del proprietario nobile, l’uomo di fiducia che sorvegliava molte riserve forestali; era il favorito della polizia, della gendarmeria e dei suoi padroni». I contadini e i commercianti più ricchi di certe zone del distretto di Nizny-Novgorod scomparvero nel corso dell’autunno e ritornarono solo due o tre anni più tardi.

Ma nella maggior parte del paese i rapporti interni della classe contadina erano ben lungi dal raggiungere un simile grado di tensione. I kulaki si comportavano diplomaticamente, frenavano e resistevano, ma cercavano di non mettersi troppo contro il mir. Il contadino comune, da parte sua, sorvegliava molto attentamente il kulak, non permettendogli di unirsi al proprietario nobile. La lotta tra i nobili e i contadini per influenzare il kulak continuò per tutto il 1917 in varie forme, che andarono dalla pressione «amichevole» al terrore furibondo.

Mentre i proprietari dei latifondi aprivano ossequiosamente ai contadini proprietari la porta d’onore dell’assemblea della nobiltà, i piccoli proprietari si allontanavano costantemente dai nobili per non essere coinvolti nella rovina. In linguaggio politico ciò voleva dire che i proprietari nobili, che sino alla rivoluzione avevano seguito i partiti di estrema destra, assumevano ora una tinta liberale, considerandola, sulla base dei loro ricordi, una tinta protettrice: mentre certi proprietari contadini, che spesso in precedenza avevano seguito i cadetti, si spostavano ora verso sinistra.

Il congresso dei piccoli proprietari della provincia di Penna, svoltosi in settembre, scindeva decisamente le proprie responsabilità dal congresso moscovita dei proprietari terrieri, alla cui testa erano «conti, principi, baroni». Un proprietario di cinquanta desiatine diceva: «I cadetti non hanno mai portato il mantello e le ciabatte di corteccia e perciò non difenderanno mai i nostri interessi». Allontanandosi dai liberali, i proprietari lavoratori andavano in cerca di «socialisti» favorevoli alla proprietà. Uno dei delegati si pronunciava per la socialdemocrazia. «L’operaio?... Dategli la terra, verrà in paese e finirà di sputar sangue. I socialdemocratici non ci porteranno via la terra». Si trattava naturalmente dei menscevichi. «Non cederemo la nostra terra a nessuno. È facile separarsene per chi l’ha ottenuta senza fatica, per esempio per il proprietario nobile. Per il contadino, la terra è stata una penosa conquista».

In quella stagione autunnale, le campagne lottavano contro i kulaki senza respingerli, al contrario, costringendoli a unirsi al movimento generale e a proteggerlo contro le tendenze di destra. Vi furono anche dei casi in cui il rifiuto di partecipazione a un saccheggio fu punito con l’esecuzione del colpevole. Il kulak si barcamenava sinché poteva, ma, all’ultimo momento, dopo essersi grattato la nuca una volta di più, attaccava i cavalli ben pasciuti al carro di ferro dalle solide ruote e se ne andava a prendere la sua parte. Spesso era la parte del leone. «Ad approfittare era soprattutto la gente ricca, che aveva cavalli e uomini a propria disposizione» racconta un contadino della provincia di Penza, Begihicev. Quasi negli stessi termini si esprime Savcenko, della provincia di Orel: «Ne guadagnavano per lo più i kulaki ben pasciuti, che avevano modo di trasportare il legno...».

Secondo i calcoli di Vermenicev, contro 4954 conflitti agrari con i proprietari nobili dal febbraio all’ottobre, ce ne furono 324 con la borghesia contadina. Proporzione estremamente significativa; sufficiente a dimostrare in modo inconfutabile che il movimento contadino del 1917, quanto a base sociale, era diretto non contro il capitalismo, ma contro le sopravvivenze del servaggio. La lotta contro i kulaki si sviluppò solo più tardi, a partire dal 1918, dopo la liquidazione definitiva dei proprietari nobili.

Il carattere puramente democratico del movimento contadino che avrebbe dovuto assicurare alla democrazia ufficiale una forza irresistibile, in realtà ne rivelò più di qualsiasi altra cosa il grado di disfacimento. Se si guardano le cose dall’alto, tutta la classe contadina era sotto la direzione dei socialrivoluzionari, dava loro il voto, li seguiva e quasi si identificava con loro. Al congresso dei soviet contadini, nel maggio, alle elezioni del Comitato esecutivo Cernov ebbe 810 voti, Kerensky 804, mentre Lenin ne ebbe solo 20. Non a torto Cernov si autodefiniva ministro dei contadini. Ma non a torto la strategia dei contadini si differenziò profondamente da quella di Cernov.

La frammentazione economica fa sì che i contadini, tanto decisi nella lotta contro un proprietario ben definito, siano impotenti nei confronti di quel proprietario generalizzato che è lo Stato. Di qui il bisogno organico del contadino di appoggiarsi a un regno favoloso contro lo Stato esistente nella realtà. Nei tempi antichi, i contadini spingevano avanti degli impostori, si univano sulla base di un immaginario editto d’oro dello zar o di una leggenda sulla terra ai giusti. Dopo la rivoluzione di febbraio, si univano attorno all’insegna socialrivoluzionaria «Terra e libertà», in cui vedevano un aiuto contro il proprietario nobile e liberale, divenuto commissario. Il programma populista stava al reale governo di Kerensky come l’editto apocrifo stava all’autocrate reale.

Nel programma dei socialrivoluzionari, vi fu sempre una buona dose di utopismo: pensavano di costruire il socialismo sulla base di una economia mercantile di piccoli contadini. Ma nella sostanza il programma era democratico-rivoluzionario: riprendere le terre ai proprietari nobili. Costretto a mettere in pratica il suo programma, il partito si trovò impastoiato nella coalizione. Contro la confisca delle terre si pronunciavano risolutamente non solo i proprietari nobili, ma anche i banchieri cadetti: le proprietà fondiarie erano state ipotecate dalle banche per almeno quattro miliardi di rubli. Accingendosi all’Assemblea costituente a mercanteggiare sul prezzo con i proprietari nobili, ma a trovare ima soluzione amichevole, i socialrivoluzionari facevano del loro meglio per impedire al contadino di impadronirsi della terra. Così perdevano la loro influenza tra i contadini non per il carattere utopistico del loro socialismo, ma per la loro incoerenza democratica. Perché fosse esperimentato il loro utopismo ci sarebbero voluti degli anni. Il loro tradimento del programma agrario democratico divenne chiaro in pochi mesi: sotto il governo dei socialrivoluzionari, i contadini dovevano imboccare la strada della rivoluzione per realizzare il programma degli stessi socialrivoluzionari.

In luglio, quando il governo esercitò la repressione nelle campagne, i contadini cercarono una protezione alla meno peggio da parte degli stessi socialrivoluzionari: per essere difesi contro il primogenito Pilato si rivolgevano al secondogenito Ponzio. Il mese di maggiore indebolimento dei bolscevichi è il mese di maggiore espansione dei socialrivoluzionari nelle campagne. Come capita sempre, soprattutto in un’epoca rivoluzionaria, la massima influenza organizzativa coincise con l’inizio del declino politico. Schierandosi dietro i socialrivoluzionari per sfuggire ai colpi di un governo socialrivoluzionario, i contadini perdevano sempre di più la fiducia in quel governo e in quel partito.

Così l’ingrossarsi delle organizzazioni socialrivoluzionarie nelle campagne ebbe un effetto mortale per questo partito universale che in basso si ribellava e dall’alto reprimeva.

A Mosca, in una riunione dell’organizzazione militare svoltasi il 30 luglio, un delegato del fronte, anche lui socialrivoluzionario, diceva: benché i contadini si considerino ancora socialrivoluzionari, c’è una rottura tra loro e il partito. I soldati acconsentivano: sotto l’influenza dell’agitazione socialrivoluzionaria, i contadini sono ancora ostili ai bolscevichi, ma risolvono i problemi della terra e del potere alla maniera bolscevica. Un bolscevico che militava nella regione del Volga, Povolsky, riferisce che i più noti socialrivoluzionari che avevano partecipato al movimento del 1905, si sentivano sempre più tagliati fuori: «I contadini li chiamavano i “vecchi”, li trattavano con apparente rispetto, e votavano a modo loro». Erano gli operai e i soldati a insegnare ai contadini a votare e ad agire «a modo loro».

È impossibile misurare l’influenza rivoluzionaria degli operai sui contadini: era continua, molecolare, onnipresente e quindi difficilmente calcolabile. La compenetrazione era facilitata dal fatto che un numero considerevole di aziende industriali si trovavano nelle campagne. Ma anche gli operai di Pietrogrado, la città più europea, conservavano legami diretti con il villaggio natio. La disoccupazione, aumentata nei mesi estivi, e le serrate degli industriali respingevano al villaggio molte migliaia di operai che per lo più divenivano agitatori e dirigenti.

In maggio-giugno, si costituiscono a Pietrogrado organizzazioni operaie regionali, divise secondo le province, i distretti e persino i circondari. Intere colonne sono riservate sulla stampa operaia agli annunci di riunioni di queste organizzazioni regionali, in cui venivano lette relazioni su visite compiute nei villaggi, si stabilivano le istruzioni per i delegati, si cercavano le risorse finanziarie per l’agitazione. Poco prima dell’insurrezione, le organizzazioni regionali si unirono attorno a una segreteria centrale, a direzione bolscevica. Il movimento delle organizzazioni regionali si estese rapidamente a Mosca, a Tver e probabilmente a molte altre città industriali.

Dal punto di vista dell’influenza diretta sulle campagne, i soldati avevano una parte ancora più importante. Solo nelle condizioni artificiali del fronte o delle caserme cittadine, i giovani contadini potevano superare le conseguenze della loro dispersione e affrontare a problemi di portata nazionale. Tuttavia anche in questo caso si faceva sentire la mancanza di autonomia. Pur subendo invariabilmente la direzione degli intellettuali patriottici e conservatori e cercando di sottrarsi, nell’esercito i contadini tentavano di far blocco, distinguendosi dagli altri gruppi sociali. Le autorità si dimostravano ostili a tendenze simili, il ministero della Guerra vi si opponeva, i socialrivoluzionari non le aiutavano — i soviet dei deputati contadini non riuscivano a mettere che deboli radici nell’esercito. Anche nelle condizioni più favorevoli, il contadino non è in grado di trasformare la sua massiccia quantità in qualità politica.

Solo nei grandi centri rivoluzionari, sotto l’influenza diretta degli operai, i soviet dei contadini soldati riuscirono a svolgere un notevole lavoro. Così il Soviet contadino di Pietroburgo, tra l’aprile 1917 e il 1° gennaio 1918, inviò nelle campagne 395 agitatori con speciale mandato: altri, quasi altrettanto numerosi, partirono senza mandato. I delegati percorsero 65 province (governatorati). A Kronstadt, tra i marinai e i soldati si costituirono, seguendo l’esempio degli operai, organizzazioni regionali che consegnavano ai delegati certificati che li autorizzavano a viaggiare gratuitamente sui treni e sui battelli. Le ferrovie private accettavano questi certificati senza proteste, ma sulle ferrovie dello Stato si verificavano conflitti.

I delegati ufficiali delle organizzazioni, in ogni modo, non erano che gocce nell’oceano contadino. Un lavoro enormemente più importante era svolto dalle centinaia di migliaia e dai milioni di soldati che disertavano il fronte e le guarnigioni delle retrovie, continuando ad avere nelle orecchie le decise parole d’ordine dei discorsi dei comizi. Quelli che al fronte se ne stavano silenziosi, a casa loro, nei villaggi, divenivano eloquenti. E la gente avida di ascoltare non mancava. «Tra i contadini attorno a Mosca — racconta uno dei bolscevichi del luogo, Muralov — si verificava un formidabile spostamento a sinistra... I borghi e i villaggi della regione formicolavano di disertori. Anche qui penetrava il proletariato della capitale che non aveva ancora rotto con il villaggio». La sonnolenta campagna della provincia di Kaluga, secondo il contadino Naumcenkov «fu risvegliata dai soldati che arrivavano dal fronte, per una ragione o per un’altra, tra giugno e luglio». Il commissario di Nizny-Novgorod riferiva che «tutte le infrazioni al diritto e alla legge sono provocate dalla comparsa nel territorio della provincia di disertori, di soldati in licenza o di delegati dei comitati di reggimento . Il principale amministratore delle tenute della principessa Bariantiskaja, nel distretto di Zolotonosa si lagna, in agosto, degli atti arbitrari del comitato agrario presieduto da un marinaio di Kronstadt, Gatran. «I soldati e i marinai venuti in licenza — secondo il rapporto del commissario del distretto di Bugulma — fanno un’agitazione per creare anarchia e provocare pogroms». «Nel distretto di Mglinsk, nel borgo di Belogos, un marinaio ha proibito di sua autorità di tagliare nella foresta e di spedire legna e traversine». Erano i soldati, se non a cominciare, a portare a termine la lotta. Nel distretto di Nizny-Novgorod, i contadini facevano gli steccati, non lasciavano in pace le monache. La badessa non cedeva, i miliziani portavano via i contadini per punirli. «Ciò durò sino all’arrivo dei soldati — scrive il contadino Arbekov. — Gli uomini del fronte presero subito il toro per le coma: il convento fu evacuato». Nella provincia di Mogilev, secondo il contadino Bobkov, «i soldati che erano ritornati a casa dal fronte, erano i principali dirigenti dei comitati e dirigevano l’espulsione dei proprietari nobili».

Gli uomini del fronte apportavano la pesante decisione di coloro che hanno preso l’abitudine di servirsi del fucile e della baionetta contro altri uomini. Anche le mogli dei soldati prendevano dai mariti lo spirito combattivo. «In settembre — racconta un contadino della provincia di Penza, Beghicev — vi fu un forte movimento di mogli dei soldati, che nelle assemblee si pronunciavano per il saccheggio». La stessa cosa si verificava in altre province. Spesso, anche nelle città, le «soldatesse» ravvivavano il fermento.

I casi in cui alla testa dei tumulti rurali vi erano dei soldati, secondo i calcoli di Vermenicev, furono pari all’1 % in marzo, all’8 % in aprile, al 13 % in settembre, al 17 % in ottobre. Un calcolo del genere non può certo essere del tutto esatto; ma indica indubbiamente la tendenza generale. La direzione moderatrice dei maestri di scuola, degli impiegati e dei funzionari socialrivoluzionari era sostituita dalla direzione dei soldati che non si arrestavano di fronte a nulla.

Lo scrittore tedesco Parvus, ottimo marxista ai suoi tempi, poi arricchitosi durante la guerra, sacrificando princìpi e perspicacia, paragonava i soldati russi ai lanzichenecchi del Medioevo, saccheggiatori e violatori di donne. Per parlare a questo modo, bisognava non vedere che i soldati russi, nonostante tutti i loro eccessi, non erano, in realtà che l’organo esecutivo della più grande rivoluzione agraria della storia.

Sinché il movimento non usciva dalla legalità, l’invio di truppe nelle campagne aveva un carattere simbolico. In pratica, per la repressione si potevano adoperare solo i Cosacchi. «Sono stati inviati nel distretto di Serdobsk quattrocento Cosacchi... Questa misura ha ristabilito la calma. I contadini dichiarano che attenderanno l’Assemblea costituente», scrive l’11 ottobre il giornale liberale Russkoe Slovo. Quattrocento Cosacchi sono un argomento inconfutabile a favore dell’Assemblea costituente! Ma i Cosacchi mancavano e quelli che c’erano, esitavano. Nel frattempo il governo era costretto a prendere sempre più spesso «misure decisive». Durante i primi mesi, Vermenicev registra diciassette casi di invio di reparti armati contro i contadini; in luglio e in agosto, trentanove, in settembre e ottobre centocinque.

Reprimere il movimento contadino con la forza armata era gettare olio sul fuoco. I soldati, il più delle volte, passavano dalla parte dei contadini. Un commissario distrettuale della provincia di Podolsk riferisce: «Le organizzazioni militari e anche certi reparti risolvono le questioni sociali ed economiche, costringono(?) i contadini a procedere a confische e a tagliare i boschi e spesso, in certe località, partecipano direttamente ai saccheggi... Le truppe del luogo si rifiutano di prendere parte alla repressione di queste violenze...». Così la rivolta delle campagne distruggeva gli ultimi resti di disciplina. In una situazione di guerra contadina diretta dagli operai, non era possibile che l’esercito si lasciasse mobilitare contro la rivoluzione nelle città.

Dagli operai e dai soldati, i contadini imparavano per la prima volta cose nuove; e non le cose che i socialrivoluzionari avevano loro raccontato sui bolscevichi. Le parole d’ordine di Lenin e il suo nome penetravano nelle campagne. Le lagnanze sempre più frequenti contro i bolscevichi sono, tuttavia, in molti casi, invenzioni o esagerazioni: i proprietari nobili sperano cosi di ottenere più sicuramente aiuto. «Nel distretto di Ostrov, regna l’anarchia completa in seguito alla propaganda del bolscevismo». Dalla provincia di Ufim: «Il membro del comitato di circondario Vasilev diffonde il programma dei bolscevichi e dichiara apertamente che i proprietari nobili saranno impiccati». Un proprietario della provincia di Novgorod, Polomnik, cercando «protezione contro il saccheggio», non tralascia di aggiungere: «I comitati esecutivi sono pieni di bolscevichi»: il che significa di gente ostile ai proprietari. «In agosto — scrive nei suoi ricordi un contadino della provincia di Simbirsk, Zumorin — certi operai percorsero i villaggi, facendo un’agitazione per il partito bolscevico, illustrandone il programma». Il giudice istruttore del distretto di Sebez ha aperto un procedimento contro l’operaia tessile Tatiana Mikhailova, di ventisei anni, giunta da Pietrogrado, che nel suo villaggio invitava «a rovesciare» il governo provvisorio e magnificava la tattica di Lenin». Nella provincia di Smolensk, verso la fine di agosto, come riferisce il contadino Kotov, «ci si incominciò a interessare di Lenin, a prestare ascolto alle parole di Lenin»... Eppure, agli zemstvo di circondario vengono eletti in schiacciante maggioranza socialrivoluzionari.

Il partito bolscevico cerca di avvicinarsi al contadino. Il 10 settembre, Nevsky chiede al Comitato di Pietrogrado di iniziare la pubblicazione di un giornale contadino: «Bisogna regolare la faccenda in modo di non dover passare attraverso le prove subite dalla Comune di Parigi, quando i contadini non compresero la capitale e Parigi non comprese i contadini». Il giornale Bednota cominciò ben presto le pubblicazioni. Ma il vero e proprio lavoro di partito tra i contadini era ancora insignificante. La forza del partito bolscevico non consisteva nei mezzi tecnici o nell’apparato, ma in una linea giusta. Come i venti diffondono le sementi, i vortici della rivoluzione seminavano le idee di Lenin.

«Nelle riunioni, verso metà settembre — scrive nei suoi ricordi un contadino della provincia di Tver, Vorobev — prendono ormai posizione a favore dei bolscevichi, sempre più spesso e sempre più coraggiosamente, non solo soldati provenienti dal fronte, ma anche contadini poveri...». «Tra i poveri e tra certi contadini medi — come conferma il contadino Zumorin della provincia di Simbirsk — il nome di Lenin era sulle labbra di tutti, non si parlava che di Lenin». Un contadino di Novgorod, Grigorev, racconta che un socialrivoluzionario della zona trattò i bolscevichi da «saccheggiatori» e da «traditori». I contadini cominciarono a rumoreggiare: «A morte il cane! Prendiamolo a sassate! Non raccontarci storie! Dov’è la terra? Basta! Vogliamo un bolscevico!». È possibile, d’altronde, che questo episodio — e di questo genere ce ne fu più d’uno —- si riferisca già al periodo successivo all’ottobre: nella memoria dei contadini i fatti restano bene impressi, ma scarso è il senso della successione cronologica.

Il soldato Cinenov, che aveva portato a casa sua, nella provincia di Orel, un baule pieno di materiale bolscevico, fu accolto male nel villaggio natio: oro tedesco, si pensava. Ma in ottobre «la cellula locale aveva circa settecento iscritti, molti fucili e accorreva sempre in difesa del potere sovietico». Il bolscevico Vracev racconta che i contadini della provincia esclusivamente agricola di Voronez, «riavutisi dall’ubriacatura socialrivoluzionaria, cominciavano a interessarsi al nostro partito, e grazie a ciò avemmo presto un buon numero di cellule di villaggio e di circondario, di abbonati ai nostri giornali, e ricevevamo molti contadini nell’angusto locale del nostro Comitato». Nella provincia di Smolensk, secondo i ricordi di Ivanov, «i bolscevichi erano rarissimi nei villaggi, molto pochi nei distretti, i giornali bolscevichi non esistevano, di manifestini ne venivano pubblicati solo molto raramente... E tuttavia, più si avvicinava l’ottobre e più le campagne si orientavano verso i bolscevichi...».

«Nei distretti in cui prima di ottobre c’era un’influenza bolscevica nei soviet — scrisse lo stesso Ivanov — non si verificava o si verificava solo molto limitatamente lo scatenarsi del vandalismo contro le tenute di proprietari nobili». Ma le cose non andavano dappertutto allo stesso modo. «Le rivendicazioni bolsceviche sulla distribuzione delle terre ai contadini — racconta, per esempio, Tadeusz — erano assimilate con particolare rapidità dalle masse contadine del distretto di Mogilev che saccheggiavano le tenute, incendiandone una parte, si impadronivano dei prati, dei boschi». In sostanza, queste testimonianze non sono contraddittorie. L’agitazione generale dei bolscevichi alimentava indubbiamente la guerra civile nelle campagne. Ma dove i bolscevichi riuscivano a gettare più solide radici, cercavano di regolare la spinta contadina, pur senza indebolirla e di limitare i danni.

La questione agraria non si poneva isolatamente. Il contadino, soprattutto nell’ultima fase della guerra, aveva sofferto sia come venditore che come compratore: gli si prendeva il grano a prezzi stabiliti dallo Stato, mentre i prodotti industriali erano sempre più inabbordabili. Il problema dei rapporti economici tra città e campagna, che doveva poi divenire come fenomeno delle «forbici» il problema centrale dell’economia sovietica, si poneva già in modo minaccioso. I bolscevichi dicevano al contadino: i soviet devono prendere il potere e distribuire la terra, farla finita con la guerra, riconvertire l’industria, stabilire il controllo operaio sulla produzione, regolare i rapporti tra i prezzi dei prodotti industriali e quelli dei prodotti agricoli. Per quanto sommaria, questa risposta indicava la via: «Il muro di separazione tra noi e i contadini — diceva Trotsky il 10 ottobre alla conferenza dei comitati di fabbrica — sono i consiglieri tipo Avksentev. Bisogna perforare questo muro. Bisogna spiegare alle campagne che tutti gli sforzi dell’operaio per aiutare il contadino fornendo alle campagne macchine agricole, resteranno senza risultato sinché non sarà istituito il controllo operaio su una produzione organizzata». La conferenza pubblicò un manifesto ai contadini redatto in questo senso.

In quel periodo gli operai di Pietrogrado avevano creato nelle fabbriche commissioni speciali che curavano la raccolta dei metalli, degli scarti e dei residui per metterli a disposizione di un centro speciale, «L’operaio al contadino». Gli scarti servivano a fabbricare attrezzi semplicissimi e pezzi di ricambio. Questo primo intervento pianificato dell’operaio nell’andamento della produzione, poco rilevante dal punto di vista quantitativo e a fini più agitatori che economici, apriva tuttavia la prospettiva di un prossimo futuro. Spaventato dall’intrusione dei bolscevichi nel sacro recinto delle campagne, il Comitato esecutivo contadino cercò di impadronirsi della nuova iniziativa. Ma sul piano cittadino competere con i bolscevichi andava ormai al di là delle forze degli stanchi conciliatori, che anche nelle campagne perdevano terreno.

«L’eco dell’agitazione dei bolscevichi — scriveva in seguito un contadino della provincia di Tver, Vorobev — ridestò a tal punto i contadini che si può dire senz’altro: se ottobre non si fosse verificato in ottobre, avrebbe avuto luogo in novembre». Questa colorita definizione della forza politica del bolscevismo non è affatto in contraddizione con la sua debolezza organizzativa. Solo attraverso squilibri così profondi la rivoluzione può aprirsi la strada. Appunto per questo, sia detto en passant, il suo movimento non può essere inserito nel quadro di una democrazia formale. Perché la rivoluzione agraria potesse realizzarsi in ottobre o in novembre, non restava ai contadini che servirsi del tessuto sempre più logoro dello stesso partito socialrivoluzionario. I suoi elementi di sinistra si uniscono in fretta e disordinatamente sotto la pressione della rivolta contadina, seguono i bolscevichi e competono con loro. Nei mesi successivi, lo spostamento politico dei contadini si verificherà principalmente sotto la bandiera rattoppata dei socialrivoluzionari di sinistra. Questo effimero partito diviene una forma riflessa e instabile di bolscevismo rurale, un ponte provvisorio tra la guerra contadina e l’insurrezione proletaria.

La rivoluzione agraria aveva bisogno di propri organi locali. Come si presentavano questi organi? Nei villaggi c’erano organizzazioni di vario genere: organizzazioni statali come i comitati esecutivi di circondario, i comitati agrari e i comitati per i rifornimenti alimentari; organizzazioni sociali come i soviet; infine organi amministrativi autonomi, cioè gli zemstvo di circondario. I soviet di contadini non si erano ancora sviluppati se non su scala provinciale e parzialmente distrettuale: c’erano pochi soviet di circondario. Gli zemstvo di circondario si erano diffusi con difficoltà. Invece i comitati agrari e i comitati esecutivi, concepiti come organi statali, per quanto strano possa sembrare a prima vista, diventavano organi della rivoluzione contadina.

Il Comitato agrario principale, composto da funzionari, da proprietari, da professori, da agronomi diplomati, da uomini politici socialrivoluzionari, e da contadini piuttosto dubbi, costituiva in sostanza il freno fondamentale della rivoluzione agraria. I comitati provinciali continuavano ad applicare la politica governativa. I comitati distrettuali oscillavano tra i contadini e le autorità. I comitati di circondario, eletti dai contadini e in azione sul posto, sotto gli occhi del villaggio, divenivano invece gli strumenti del movimento agrario. Il fatto che i membri dei comitati di solito si dichiarassero socialrivoluzionari, non cambiava nulla: si adattavano all’isbà del muzhik e non alla casa signorile del nobile. I contadini apprezzavano in modo particolare il carattere statale dei comitati agrari, considerandoli una specie di legalizzazione della guerra civile.

«I contadini dicono che al di fuori del comitato di circondario non riconoscono nessuno — dichiara sin dal mese di maggio uno dei capi della milizia del distretto di Saransk — ma tutti i comitati distrettuali e cittadini lavorano per servire i proprietari di terre». Secondo il commissario di Nizny-Novgorod, «i tentativi fatti da certi comitati di circondario per lottare contro gli atti arbitrari dei contadini si concludevano quasi sempre con un insuccesso e portavano alla destituzione di tutto il gruppo...». «I comitati — secondo il contadino Denisov, della provincia di Pskov — erano sempre dalla parte del movimento contadino contro i proprietari, visto che vi erano eletti gli elementi più rivoluzionari tra i contadini e tra i soldati del fronte».

Nei comitati distrettuali e soprattutto in quelli di capoluogo di provincia, a dirigere era l’intellighentia dei funzionari, che cercava di mantenere buoni rapporti con i proprietari nobili. «I contadini — scrive Jurkov, un contadino della provincia di Mosca — si accorsero che era sempre la stessa casacca, sia pure rivoltata, lo stesso potere, sia pure con un altro nome». «Si nota una tendenza… a fare nuove elezioni per i comitati distrettuali che applicano intransigentemente le decisioni del governo provvisorio», scrive il commissario di Kursk. Tuttavia, era molto difficile per il contadino raggiungere il comitato distrettuale: il collegamento politico tra i villaggi e i circondari era assicurato dai socialrivoluzionari, di modo che i contadini erano costretti ad agire tramite il partito il cui compito principale era rivoltare la vecchia casacca.

La freddezza dei contadini verso i soviet di marzo, a prima vista sorprendente, aveva in realtà ragioni profonde. Il soviet è una organizzazione universale della rivoluzione e non un’organizzazione particolare come un comitato agrario. Ma sul piano politico generale il contadino non poteva fare a meno di una direzione. Tutto il problema era da dove sarebbe venuta questa direzione. I soviet contadini provinciali e distrettuali venivano costituiti per iniziativa e, in misura notevole, grazie alle risorse dei cooperatori, non come organi della rivoluzione contadina, ma come strumenti di una tutela conservatrice sulla classe contadina. Le campagne tolleravano i soviet dei socialrivoluzionari di destra considerandoli come uno scudo contro il potere. Ma a casa loro preferivano i comitati agrari.

Per impedire che le campagne si rinchiudessero entro la cerchia «degli interessi puramente rurali», il governo stimolava la creazione di zemtsvo democratici. Già questo aveva costretto il contadino a stare in guardia. Spesso, si era costretti a imporre le elezioni. «Ci sono stati casi di illegalità — riferisce il commissario di Penza — e per questo le elezioni sono state annullate». Nella provincia di Minsk, i contadini arrestarono il presidente della commissione elettorale di circondario, principe Drutsky-Ljubetsky, accusandolo di aver falsificato le liste: i contadini avevano difficoltà a intendersi con il principe su una soluzione democratica di una lotta secolare. Il commissario del distretto di Bugulma, riferisce: «Le elezioni agli zemstvo di circondario del distretto non sono state del tutto regolari... La composizione degli eletti è esclusivamente contadina, si nota l’allontanamento degli intellettuali del luogo, soprattutto dei proprietari di terre». Sotto questo aspetto, gli zemstvo non si distinguevano affatto dai comitati. « Verso gli intellettuali e in particolare verso i proprietari terrieri — si lamenta il commissario della provincia di Minsk — l’atteggiamento della massa contadina è negativo». Su un giornale di Mogilev, si può leggere in data 23 settembre: «Il lavoro degli intellettuali nelle campagne comporta certi rischi, se non si promette categoricamente di collaborare alla immediata distribuzione di tutta la terra ai contadini». Quando un accordo o anche un compromesso tra le classi fondamentali risulta impossibile, il terreno delle istituzioni democratiche diventa scivoloso. Gli zemstvo di circondario nati morti facevano presagire senza possibilità di errore il fallimento dell’Assemblea costituente.

«Tra i contadini di qui — dichiarava il commissario di Nizny-Novgorod — si è creata la convinzione che tutte le leggi civili hanno perduto il loro valore e che tutti i rapporti giuridici ora devono essere regolati dalle organizzazioni contadine». Disponendo della milizia locale, i comitati di circondario emanavano leggi locali, stabilivano i prezzi degli affitti, regolavano i salari, mettevano degli amministratori nelle tenute, prendevano in mano la terra, i prati, i boschi, gli attrezzi, sequestravano le armi nelle case dei proprietari, procedevano a perquisizioni e ad arresti. Sia la voce dei secoli sia la recentissima esperienza della rivoluzione dicevano al contadino che la questione della terra era una questione di forza. Per una rivoluzione agraria, erano necessari gli organi di una dittatura contadina. Il contadino non conosceva ancora questa parola di origine latina, ma sapeva quello che voleva. L’ «anarchia» di cui si lagnavano i proprietari, i commissari liberali e gli uomini politici conciliatori, era in realtà la prima fase di una dittatura rivoluzionaria nelle campagne.

La necessità di creare per la rivoluzione agraria organi specifici, puramente contadini, era stata sostenuta da Lenin sin dagli avvenimenti del 1905-1906: «I comitati rivoluzionari contadini — egli sosteneva al congresso del partito a Stoccolma — sono la sola strada per cui può marciare il movimento contadino». Il contadino non leggeva Lenin. Ma, in compenso, Lenin sapeva legger bene nel pensiero del contadino.

Le campagne mutano atteggiamento nei confronti dei soviet solo verso autunno, quando i soviet stessi mutano la loro linea politica. I soviet bolscevichi e socialrivoluzionari di sinistra nei capoluoghi distrettuali o provinciali ormai non trattengono più i contadini, al contrario, li spingono avanti. Se nei primi mesi le campagne avevano cercato nei soviet conciliatori una copertura legale per giungere poi a un conflitto aperto con questi stessi soviet, ora cominciavano a trovare per la prima volta nei soviet rivoluzionari una vera direzione. Alcuni contadini della provincia di Saratov scrivevano in settembre: «In tutta la Russia il potere deve passare nelle mani... dei soviet dei deputati operai, contadini e soldati. Sarà più sicuro». Solo verso autunno i contadini cominciano a collegare il loro programma agrario con la parola d’ordine del potere ai soviet. Ma anche allora non sanno chi dirigerà i soviet e come.

In Russia le rivolte agrarie avevano una grande tradizione, un programma chiaro, anche se elementare, i loro martiri e i loro eroi locali. La grandiosa esperienza del 1905 aveva lasciato traccia anche nelle campagne. Bisognava poi aggiungere l’influenza delle sette religiose che erano seguite da milioni di contadini. «Ho conosciuto molti contadini che accolsero la rivoluzione d’ottobre come la completa realizzazione delle loro speranze religiose» — scrive un autore bene informato. Di tutte le insurrezioni contadine della storia, il movimento dei contadini russi del 1917 fu indubbiamente quello più fecondato da concezioni politiche. Se non fu in grado di esprimere una direzione autonoma e di prendere in mano il potere, ciò dipese dalla natura stessa di una economia isolata, angusta e abitudinaria; mentre succhiava al contadino la linfa vitale, questa economia non lo compensava dandogli la capacità di generalizzazione.

La libertà politica del contadino, in pratica, è la libertà di scegliere tra i vari partiti cittadini. Ma anche questa scelta non è fatta a priori. Con la sua rivolta, la classe contadina spinge i bolscevichi al potere. Ma solo dopo aver conquistato il potere i bolscevichi potranno conquistare i contadini, traducendo la rivoluzione agraria nella legislazione dello Stato operaio.

Un gruppo di ricercatori diretti da Jakovlev ha stabilito una classificazione quanto mai preziosa dei documenti che caratterizzano l’evoluzione del movimento agrario tra febbraio e ottobre. Considerato pari a 100 il numero delle manifestazioni non organizzate verificatesi ogni mese, questi studiosi hanno calcolato che i conflitti «organizzati» furono 33 in aprile, 86 in giugno, 120 in luglio. Fu quello il momento della maggiore fioritura delle organizzazioni socialrivoluzionarie nelle campagne. In agosto a 100 conflitti non organizzati ne corrispondono solo 62 organizzati e in ottobre ne corrispondono soltanto 14. Da questi dati, assai istruttivi anche se convenzionali, Jakovlev ricava tuttavia una conclusione inaspettata: se prima di agosto il movimento diveniva più «organizzato», in autunno assumeva sempre di più il carattere di una «forza spontanea». Un altro studioso, Vermenicev, giunge alla stessa formula: «Il ridursi della percentuale dei movimenti organizzati nel periodo di ascesa alla vigilia dell’ottobre dimostra il carattere spontaneo del movimento durante quei mesi». Se si contrappone lo spontaneo al cosciente come la cecità alla vista — ed è questa la sola contrapposizione rigorosa — si dovrebbe giungere alla conclusione che il grado di coscienza del movimento contadino si accresce sino ad agosto, ma poi comincia a diminuire per scomparire completamente al momento dell’insurrezione di ottobre. Evidentemente non è questo che volevano dire i nostri studiosi. Se riflettiamo un poco alla questione, non è difficile rendersi conto, per esempio, che le elezioni contadine per l’Assemblea costituente, nonostante l’apparente «organizzazione», avevano un carattere infinitamente più «spontaneo» — cioè non razionale, gregario, cieco — della marcia «non organizzata» dei contadini contro i proprietari nobili, in cui ciascun contadino sapeva bene quello che voleva.

Alla svolta cruciale dell’autunno, i contadini non rompevano affatto con un orientamento cosciente per abbandonarsi alla forza spontanea, ma rompevano con la direzione dei conciliatori per arrivare alla guerra civile. Il declino organizzativo fu, in sostanza, un fenomeno di superficie: le organizzazioni dei conciliatori decadevano, ma quello che si lasciavano dietro aiutava a porsi su una strada nuova, sotto la direzione diretta degli elementi più rivoluzionari: soldati, marinai, operai. Arrivando ad atti decisivi, i contadini convocavano spesso un’assemblea generale, avevano persino cura di far firmare la decisione presa da tutti gli abitanti del villaggio. «Nella fase autunnale del movimento contadino, talvolta devastatore, il più delle volte compare sulla scena la vecchia assemblea comunale dei contadini (skhod) — scrive un terzo studioso, Scestakov — nello skhod i contadini dividono i beni requisiti, nello skhod discutono con i proprietari e con gli amministratori delle tenute, con i commissari distrettuali e vari altri pacificatori...».

Perché scompaiono dalla scena i comitati di circondario che hanno portato i contadini direttamente alla guerra civile? Dai documenti non si può ricavare una risposta chiara. Ma la spiegazione va da sé. La rivoluzione logora con estrema rapidità i suoi organi e le sue armi. Già per il fatto stesso di aver svolto attività semipacifiche, i comitati agrari dovevano sembrare poco adatti all’assalto diretto. A questa ragione generale si aggiungono ragioni particolari non meno rilevanti. Impegnandosi in una guerra aperta con i proprietari, i contadini sapevano anche troppo bene quello che li minacciava in caso di sconfitta. Più di un comitato agrario, già sotto Kerensky, era finito sotto chiave. Far condividere la responsabilità diveniva una esigenza tattica assoluta. La forma più confacente allo scopo era il mir (comunità rurale). Nello stesso senso influiva indubbiamente anche la consueta diffidenza reciproca dei contadini: ora, si trattava di confiscare e di suddividere i beni dei proprietari, tutti volevano partecipare personalmente all’operazione senza affidare a nessun altro la tutela dei propri diritti. Così il continuo aggravarsi della lotta portava alla temporanea eliminazione degli organi rappresentativi a vantaggio della democrazia contadina primitiva sotto forma di skhod e di decisioni del mir.

Errori grossolani nella definizione del carattere del movimento contadino possono sembrare particolarmente sorprendenti da parte degli studiosi bolscevichi. Ma non va dimenticato che si tratta di bolscevichi di nuova formazione. La burocratizzazione del pensiero porta inevitabilmente a una sopravvalutazione delle forme organizzative imposte ai contadini dall’alto e a una sottovalutazione delle forme che i contadini stessi esprimevano. Il funzionario colto, sulla traccia del professore liberale, considera i processi sociali da un punto di vista amministrativo. Come commissario del popolo all’Agricoltura, Jakovlev assunse più tardi lo stesso sommario atteggiamento di burocrate nei confronti dei contadini, ma su un piano infinitamente più ampio e di ben maggiore responsabilità, precisamente nell’applicazione della «collettivizzazione generalizzata». La superficialità teorica si vendica crudelmente quando si passa a una realizzazione pratica su larga scala!

Ma prima degli errori della collettivizzazione generalizzata devono ancora trascorrere ben tredici anni. Per il momento, si tratta solo dell’espropriazione delle terre dei proprietari. Ci sono ancora 134.000 proprietari che tremano su ottanta milioni di desiatine. I più minacciati sono quelli degli strati più elevati, i trentamila padroni della Russia che possiedono 70 milioni di desiatine, in media più di 2000 desiatine a testa. Un membro della nobiltà, Boborykin scrive al ciambellano Rodzjanko: «Sono proprietario e non mi può entrare in testa di essere privato della mia terra, soprattutto per lo scopo più inverosimile, per un’esperienza delle dottrine socialiste». Ma la rivoluzione ha appunto il compito di realizzare quello che non entra nella testa delle classi dominanti.

I proprietari più intelligenti non possono, tuttavia, non rendersi conto che non potranno conservare le loro proprietà. Ormai, non cercano più di conservarle: prima si sbarazzeranno della terra e meglio sarà. L’Assemblea costituente appare loro soprattutto come una stanza di compensazione, in cui lo Stato li indennizzerà non solo della terra, ma anche delle tribolazioni subite.

I contadini proprietari aderivano a questo programma da sinistra. Erano abbastanza propensi a farla finita con la nobiltà parassitaria, ma temevano di minare il principio stesso della proprietà fondiaria. Lo Stato è abbastanza ricco da poter pagare ai proprietari una somma di dodici miliardi di rubli, dichiaravano nel loro congresso. Come «contadini» contavano di approfittare a condizioni vantaggiose della terra dei proprietari nobili che sarebbe stata pagata a spese del popolo.

I proprietari comprendevano che l’ammontare degli indennizzi era una quantità politica che sarebbe stata determinata dai rapporti di forza al momento della resa dei conti. Sino alla fine di agosto, c’era sempre la speranza che l’Assemblea costituente, convocata alla maniera korniloviana, avrebbe tracciato la linea della riforma agraria tra Rodzjanko e Miljukov. Il crollo di Kornilov significava che le classi possidenti avevano perduto la partita.

Nei mesi di settembre e di ottobre, i proprietari attendono la fine, come un malato incurabile attende la morte. L’autunno è la stagione della politica per i contadini. I raccolti sono finiti, le illusioni sono cadute, la pazienza è venuta meno. Bisogna farla finita! Il movimento dilaga; si estende a tutte le regioni, coinvolge tutti gli strati delle campagne, spazza via tutte le considerazioni legalistiche e prudenziali, diventa offensivo, esasperato, feroce, furibondo, si arma di ferro e di fuoco, di pistole e di granate, demolisce e brucia le case signorili, scaccia i proprietari, ripulisce la terra e qua e là la innaffia di sangue.

Vanno in rovina i nidi dei signori cantati da Pushkin, da Turghenev e da Tolstoi. La vecchia Russia si dissolve nel fumo. La stampa liberale raccoglie i lamenti, i gemiti, sulle distruzioni dei giardini all’inglese dei quadri dipinti ai tempi del servaggio, delle biblioteche patrimoniali, dei Partenoni di Tambov, dei cavalli da corsa, delle vecchie incisioni, dei tori di razza. Gli storici borghesi cercano di far ricadere sui bolscevichi la responsabilità del «vandalismo» dei contadini che compiono le loro rappresaglie sulla «cultura dei nobili». In realtà, il contadino russo portava a termine un’azione iniziata molti secoli prima che i bolscevichi venissero al mondo. Assolveva la sua funzione storica di progresso con i soli mezzi a sua disposizione: con la barbarie rivoluzionaria sradicava la barbarie medioevale. Del resto, né lui, né i suoi nonni, né i suoi avi avevano mai conosciuto clemenza o indulgenza.

Quando i feudatari ebbero la meglio sulla jacquerie quattro secoli e mezzo prima della liberazione dei contadini francesi, un pio monaco scriveva nella sua cronaca: «Hanno fatto tanto male al paese che non c’era bisogno dell’arrivo degli Inglesi, per la devastazione del regno: gli Inglesi non avrebbero potuto fare quello che hanno fatto i nobili di Francia». Solo la borghesia, nel maggio del 1871, ha superato in ferocia la nobiltà francese. I contadini russi, grazie alla direzione degli operai, gli operai russi, grazie all’appoggio dei contadini, hanno evitato questa duplice lezione da parte dei difensori della cultura e dell’umanità.

I rapporti reciproci tra le classi fondamentali della Russia si riproducevano nelle campagne. Come gli operai e i soldati si erano battuti contro la monarchia, nonostante i piani della borghesia, i contadini poveri furono i più audaci nel sollevarsi contro i proprietari, senza dare ascolto agli ammonimenti del kulak. Come i conciliatori credevano che la rivoluzione non sarebbe stata salda in gambe se non dopo il riconoscimento di Miljukov, il contadino medio, guardandosi a destra e a sinistra, si immaginava che la firma del kulak legalizzasse le confische. Come, infine, la borghesia ostile alla rivoluzione non esitò ad assumere il potere, i kulaki, ostili alle devastazioni, non rinunciarono a trame vantaggio. Il potere non rimase a lungo in mano al borghese, come i beni del proprietario non rimasero a lungo in mano al kulak: e per ragioni analoghe.

La potenza della rivoluzione agraria democratica, sostanzialmente borghese, fu dimostrata dal fatto che per un certo tempo superò gli antagonismi di classe nelle campagne: il salariato agricolo saccheggiava il proprietario, aiutando il kulak. Il XVII, il XVIII e il XIX secolo della storia russa erano saliti sulle spalle del XX e lo avevano fatto piegare sino a terra. La debolezza della rivoluzione borghese in ritardo fece sì che la guerra contadina non spingesse in avanti i rivoluzionari borghesi, ma li respingesse, invece, definitivamente nel campo della reazione: Tseretelli, condannato ai lavori forzati sino al giorno prima, proteggeva le terre dei proprietari nobili contro l’anarchia! Respinta dalla borghesia, la rivoluzione contadina si univa al proletariato industriale. Con ciò stesso, il XX secolo non solo si liberava dai secoli precedenti che gli erano balzati addosso, ma, sulle loro spalle, raggiungeva una nuova altezza storica. Perché il contadino potesse ripulire la terra e abbattere le barriere, l’operaio doveva porsi alla testa dello Stato: questa è la formula più semplice della Rivoluzione d’Ottobre.