Spostamenti tra le masse

 

Nel quarto mese di esistenza, il regime di febbraio già soffocava nelle sue contraddizioni. Il mese di giugno cominciò con il congresso panrusso dei soviet che aveva lo scopo di trovare una copertura politica all’offensiva sul fronte. L’inizio dell’offensiva coincise con una grandiosa manifestazione degli operai e dei soldati a Pietrogrado, manifestazione organizzata dai conciliatori contro i bolscevichi, ma trasformatasi in una manifestazione bolscevica contro i conciliatori. La crescente indignazione delle masse provocò quindici giorni dopo una nuova manifestazione scoppiata senza nessun appello dall’alto, sfociò in scontri sanguinosi e passò alla storia con la denominazione di « giornate di luglio ». Inserendosi tra la rivoluzione di febbraio e quella di ottobre, la semi-insurrezione di luglio conclude la prima ed è in un certo senso la prova generale della seconda. Alle soglie delle giornate di luglio termineremo questo volume. Ma prima di ritornare agli avvenimenti di cui Pietrogrado fu teatro in giugno, è indispensabile osservare più da vicino i processi che si svolgevano tra le masse.

A un liberale che diceva ai primi di maggio che quanto più il governo andava a sinistra, tanto più il paese andava a destra, Lenin rispondeva: « Il “ paese ” degli operai e dei contadini poveri, glielo assicuro, cittadino, è mille volte più a sinistra dei Cernov e dei Tseretelli e cento volte più a sinistra di noi. Chi vivrà vedrà ». Lenin riteneva che gli operai e i contadini fossero « cento volte » più a sinistra dei bolscevichi. Poteva sembrare un’ipotesi quanto meno poco fondata: poiché, in fin dei conti, gli operai e i soldati sostenevano ancora i conciliatori e, nella loro maggioranza avevano un atteggiamento riservato nei confronti dei bolscevichi. Ma Lenin scavava più in profondità. Gli interessi sociali delle masse, i loro odi e le loro speranze non avevano ancora trovato il modo di esprimersi. La politica dei conciliatori era per le masse stesse una prima fase. Le masse erano infinitamente più a sinistra dei Cernov e dei Tseretelli, ma non avevano ancora piena coscienza del loro radicalismo. Lenin aveva ragione anche quando diceva che le masse erano più a sinistra dei bolscevichi, perché il partito, nella sua schiacciante maggioranza, non si rendeva ancora conto della forza delle passioni rivoluzionarie che ribollivano nelle viscere del popolo ridestato. La rivolta delle masse era alimentata dal prolungarsi della guerra, dal caos economico e dalla rovinosa inazione del governo.

L’immensa pianura euro-asiatica era divenuta un paese soltanto grazie alle ferrovie. La guerra colpiva nel modo più severo le ferrovie. I trasporti erano sempre più disorganizzati. Il numero delle locomotive in cattivo stato, su certe linee, raggiungeva il 50 %. Al gran quartier generale, dotti ingegneri leggevano relazioni secondo cui al più tardi entro sei mesi i trasporti ferroviari sarebbero stati completamente paralizzati. Questi calcoli, in buona parte deliberatamente, tendevano a seminare il panico. Ma il caos dei trasporti assumeva effettivamente proporzioni minacciose, creava imbottigliamenti sulle linee, disorganizzava la circolazione delle merci e provocava il rialzo del costo della vita.

Il rifornimento alimentare delle città diventava sempre più penoso. Il movimento agrario aveva potuto creare dei focolai già in quarantatré province. Le forniture di grano all’esercito e alle città diminuivano in modo allarmante. Nelle regioni più fertili c’erano ancora, è vero, decine e centinaia di milioni di pud di grano in eccedenza. Ma le operazioni di ammasso ai prezzi di calmiere davano risultati del tutto insufficienti: inoltre, anche il grano ammassato difficilmente perveniva ai grandi centri a causa della disorganizzazione dei trasporti. A partire dall’autunno 1916, il fronte riceveva in media circa la metà dei rifornimenti previsti. La razione di Pietrogrado, di Mosca e degli altri centri industriali non superava il 10 % del necessario. Di riserve non ce n’erano quasi più. Il livello di vita delle masse urbane oscillava tra la sotto-alimentazione e la fame. L’avvento del governo di coalizione fu caratterizzato dalla proibizione democratica di fare il pane bianco. Da quel momento ci vorranno parecchi anni prima che il « pane francese » faccia la sua ricomparsa nella capitale. Il burro mancava. In giugno, il consumo dello zucchero fu limitato in tutto il paese sulla base di determinate norme.Il meccanismo del mercato, spezzato dalla guerra, non era stato sostituito dalla regolamentazione da parte dello Stato cui avevano dovuto ricorrere i paesi capitalisti progrediti e che consentì alla Germania di reggere durante i quattro anni di guerra.

Sintomi inquietanti di sfaldamento economico si manifestavano a ogni passo. La caduta della produzione delle fabbriche era provocata, indipendentemente dal caos dei trasporti, dall’estremo logorio delle attrezzature, dall’insufficienza di materie prime e di accessori, dall’instabilità della manodopera, da un finanziamento irregolare, infine dalla generale incertezza. Le aziende maggiori continuavano a lavorare per la guerra. Le ordinazioni erano fissate con due o tre anni di anticipo: mentre gli operai si rifiutavano di credere che la guerra dovesse prolungarsi. I giornali comunicavano cifre vertiginose di profitti di guerra. La vita rincarava. Gli operai si attendevano dei cambiamenti. Il personale tecnico e amministrativo delle fabbriche si organizzò sindacalmente e formulò le sue rivendicazioni: in questo ambiente prevalevano i menscevichi e i socialrivoluzionari. Il regime delle fabbriche si disgregava. Tutti i bulloni si allentavano.

Le prospettive della guerra e dell’economia in generale si oscuravano, i diritti di proprietà divenivano incerti, i profitti diminuivano, i pericoli aumentavano, in una situazione rivoluzionaria, i padroni perdevano il gusto di produrre. La borghesia nel suo insieme imboccava la strada del disfattismo economico. Le perdite e i danni temporaneamente subiti a causa della paralisi economica erano ai suoi occhi i faux frais della lotta contro la rivoluzione che minacciava le basi della « civiltà ». Nello stesso tempo la stampa benpensante accusava quotidianamente gli operai di sabotare insidiosamente l’industria, di sottrarre materiali, di bruciare sconsideratamente il combustibile per fare ostruzionismo. La falsità delle accuse superava ogni limite. E poiché si trattava della stampa di un partito che di fatto si trovava alla testa del governo di coalizione, l’indignazione degli operai si indirizzava naturalmente verso il governo provvisorio.

Gli industriali non avevano dimenticato l’esperienza della rivoluzione del 1905, in cui una serrata bene organizzata, con l’attiva collaborazione del governo, non solo aveva spezzato la lotta degli operai per la giornata di otto ore, ma aveva reso alla monarchia un servigio inestimabile per il soffocamento della rivoluzione. Anche questa volta, la questione della serrata fu sottoposta all’esame del consiglio dei congressi dell’Industria e Commercio, questa era l’innocente denominazione dello strumento di lotta del capitale organizzato in trusts e in sindacati. Uno dei dirigenti dell’industria, l’ingegner Auerbach, illustrò più tardi nelle sue memorie per quale ragione fosse stata scartata l’idea della serrata: « Ciò avrebbe avuto l’aria di una pugnalata alla schiena dell’esercito... Le conseguenze di una simile misura, vista la mancanza di appoggio da parte del governo, apparivano estremamente negative alla maggioranza». Il guaio era la mancanza di un «vero» potere. Il governo provvisorio era paralizzato dai soviet; i dirigenti più ragionevoli dei soviet dalle masse; gli operai, nelle fabbriche, erano armati; inoltre, quasi tutte le fabbriche avevano nelle vicinanze un reggimento o un battaglione amico. In una situazione del genere, la serrata parve ai signori industriali «odiosa dal punto di vista nazionale». Ma, senza affatto rinunciare all’offensiva, l’adattavano solo alle circostanze, dandole un carattere graduale e non simultaneo. Secondo l’espressione diplomatica di Auerbach, gli industriali «giunsero alla fine alla conclusione che la lezione delle cose sarebbe stata fornita dalla vita stessa: con l’inevitabile, progressiva chiusura delle fabbriche, ciascuno agendo in qualche modo isolatamente, il che ben presto si verificò effettivamente». In altri termini, pur respingendo una serrata dimostrativa perché comportava «una enorme responsabilità», il consiglio dell’Industria unificata invitava i propri membri a chiudere le aziende individualmente, cercando pretesti plausibili.

Il piano della serrata graduale fu applicato con notevole sistematicità. I dirigenti del capitalismo, come il cadetto Kutler, ex-ministro del gabinetto Witte, tenevano grandi conferenze sulla rovina dell’industria, che peraltro attribuivano non ai tre anni di guerra, ma ai tre mesi di rivoluzione. «Ancora due o tre settimane — profetizzava l’impaziente Rjec — e le fabbriche e gli stabilimenti cominceranno a chiudere uno dopo l’altro». Dietro la previsione si nascondeva la minaccia. Ingegneri, professori, giornalisti iniziarono sulla stampa tecnica e sulla grande stampa una campagna tendente a dimostrare che schiacciare gli operai era la condizione essenziale di salvezza. Il ministro Konovalov, che era un industriale, dichiarava il 17 maggio alla vigilia di uscire ostentatamente dal governo: « Se gli spiriti turbati non tornano alla ragione molto presto... saremo testimoni della chiusura di decine e di centinaia di aziende ».

Alla metà di giugno, il congresso del Commercio e dell’Industria esige dal governo provvisorio « una completa rottura con il sistema di sviluppo della rivoluzione ». Abbiamo già sentito la stessa richiesta da parte dei generali: «Arrestate la rivoluzione!». Ma gli industriali sono più precisi: «L’origine del male non è solo nei bolscevichi, ma anche nei partiti socialisti. La Russia può essere salvata solo con un pugno duro, con una mano di ferro».

Dopo aver preparato la situazione politica, gli industriali passarono dalle parole ai fatti. Nel corso dei mesi di marzo e aprile vennero chiuse centoventinove piccole aziende, con un totale di novemila operai, in maggio, centotto aziende con lo stesso numero di operai; in giugno, sono chiuse centoventicinque aziende con un complesso di trentottomila operai; in luglio duecentosedici aziende gettano sul lastrico quarantottomila operai. La serrata si estende in progressione geometrica. Ma è solo un inizio. La Mosca dei tessili si muove dopo Pietrogrado, le province dopo Mosca. Gli imprenditori adducevano la mancanza di combustibile, di accessori, di materie ausiliarie, di crediti. I comitati di fabbrica intervenivano e in molti casi segnalavano con argomenti assolutamente inconfutabili una volontà deliberata di disorganizzare la produzione che mirava a far pressione sugli operai e a estorcere sussidi al governo. Particolarmente impudenti i capitalisti stranieri che agivano tramite le ambasciate. In certi casi, il sabotaggio era talmente evidente che in seguito alle rivelazioni fatte dai comitati di fabbrica, gli industriali si vedevano costretti a riaprire le aziende. Così, mettendo a nudo le contraddizioni sociali una dopo l’altra, la rivoluzione si trovò ben presto di fronte alla contraddizione principale: quella tra il carattere sociale della produzione e la proprietà privata dei mezzi di produzione. Per battere gli operai, l’imprenditore chiude la fabbrica come se si trattasse semplicemente della tabacchiera e non di una azienda indispensabile alla vita del paese.

Le banche, che avevano boicottato con successo il prestito della libertà, assunsero un atteggiamento combattivo contro gli attentati del fisco ai danni del grande capitale. In una lettera indirizzata al ministro delle Finanze, i banchieri « profetizzavano » l’evasione dei capitali all’estero e il trasferimento dei valori nelle casseforti in caso di riforme finanziarie radicali. In altri termini, i patrioti della banca minacciavano una serrata finanziaria a completamento di quella industriale. Il governo si affrettò a cedere: gli organizzatori del sabotaggio era gente rispettabile che a causa della guerra e della rivoluzione aveva dovuto rischiare i propri capitali, e non semplici marinai di Kronstadt che rischiavano solo la loro vita!

Il Comitato esecutivo non poteva non rendersi conto che agli occhi delle masse, soprattutto dopo l’aperta adesione dei socialisti al governo, la responsabilità dei destini economici del paese sarebbe ricaduta sulla maggioranza sovietica dirigente. La sezione economica del Comitato esecutivo elaborò un vasto programma di controllo della vita economica da parte dello Stato. Sotto la pressione di una situazione minacciosa, le proposte di economisti estremamente moderati si rivelarono più radicali dei loro autori. « In molti settori dell’industria — diceva il programma — i tempi sono maturi per un monopolio statale del commercio (pane, carne, sale, cuoio): in altri settori, esistono condizioni abbastanza mature per la costituzione di trusts regolati dallo Stato (carbone, petrolio, metalli, zucchero, carta) e infine, per tutte le branche dell’industria, le condizioni attuali esigono una partecipazione regolatrice dello Stato nella distribuzione delle materie prime, nell’elaborazione dei prodotti come pure nella determinazione dei prezzi... Contemporaneamente conviene stabilire un controllo su tutti gli istituti di credito ».

Il 16 maggio il Comitato esecutivo, i cui dirigenti avevano perduto la testa, adottò le proposte dei suoi economisti quasi senza discussione e le rafforzò con un originale avvertimento al governo: il governo deve assumersi «il compito di organizzare razionalmente l’economia pubblica e il lavoro», ricordandosi bene che, per non aver assolto questo compito, « il vecchio regime è caduto » e « il governo provvisorio ha dovuto trasformarsi ». Per farsi coraggio i conciliatori facevano paura a se stessi.

« Programma magnifico — scriveva Lenin — sia il controllo e la statizzazione dei trusts sia la lotta contro la speculazione sia il servizio del lavoro obbligatorio... Si è costretti ad accettare il programma dell’ “ orribile ” bolscevismo, perché non ci può essere altro programma, altra soluzione dinanzi al collasso spaventoso che incombe effettivamente... ». Ma tutto il problema è: chi realizzerà questo magnifico programma? Forse la coalizione?

La risposta venne immediatamente. Un giorno dopo l’adozione del programma economico da parte del Comitato esecutivo, il ministro del Commercio e dell’Industria, Konovalov diede le dimissioni e se ne andò sbattendo la porta. Venne sostituito provvisoriamente dall’ingegnere Palcinsky, un rappresentante del capitale più energico e non meno fedele. I ministri socialisti non ebbero neppure il coraggio di proporre seriamente ai colleghi liberali il programma del Comitato esecutivo. In fondo, Cernov aveva cercato invano di fare accettare al governo la proibizione della vendita di terre!

In risposta alle difficoltà crescenti, il governo presentò per parte sua un programma di sgombero di Pietrogrado, cioè di trasferimento delle fabbriche e degli stabilimenti all’interno del paese. Il progetto era motivato da considerazione militari — pericolo che la capitale fosse occupata dai tedeschi — come pure da considerazioni economiche:

Pietrogrado era troppo lontana dalle fonti di combustibile e di materie prime. Lo sgombero avrebbe significato la liquidazione dell’industria della capitale per mesi e per anni. Lo scopo politico era di disperdere su tutta la superficie del paese l’avanguardia della classe operaia. Parallelamente, le autorità militari trovavano un pretesto dopo l’altro per allontanare da Pietrogrado le truppe di orientamento rivoluzionario.

Palcinsky fece tutti gli sforzi possibili per persuadere la sezione operaia del Soviet dei vantaggi dello sgombero. Era impossibile procedere all’evacuazione contro la volontà degli operai, ma gli operai non erano d’accordo. Lo sgombero della capitale non progrediva più che la regolamentazione dell’industria. La confusione si aggravava, i prezzi salivano, la serrata graduale si estendeva, e così pure la disoccupazione. Il governo segnava il passo. Miljukov ha scritto più tardi: « Il ministero si abbandonava semplicemente alla corrente e la corrente portava verso l’alveo del bolscevismo ». Sì, la corrente portava al bolscevismo.

Il proletariato era la forza motrice principale della rivoluzione. Contemporaneamente, la rivoluzione formava il proletariato: ed era quello di cui il proletariato aveva bisogno.

Abbiamo visto come fosse stata decisiva la funzione degli operai nelle giornate di febbraio. All’avanguardia della lotta erano i bolscevichi. Ma, dopo l’insurrezione, essi si ritirano improvvisamente passando in secondo piano. Alla ribalta sono i partiti conciliatori, che trasmettono il potere alla borghesia liberale. L’insegna del blocco è il patriottismo. L’assalto sferrato è così violento che la direzione del partito bolscevico, almeno per metà, capitola sotto l’attacco. All’arrivo di Lenin, il corso del partito muta bruscamente e contemporaneamente la sua influenza cresce rapidamente. Nella manifestazione armata di aprile, l’avanguardia degli operai e dei soldati tenta già di spezzare le catene della conciliazione. Ma dopo il primo sforzo batte in ritirata. I conciliatori rimangono al timone.

Più tardi, dopo la rivoluzione di ottobre, è stato scritto molte volte che i bolscevichi dovevano la loro vittoria all’esercito contadino, stanco della guerra. È una spiegazione assai superficiale. Un’affermazione in senso contrario sarebbe più vicina alla verità: se i conciliatori hanno avuto una parte preponderante nella rivoluzione di febbraio, ciò è dovuto, prima di tutto, al peso eccezionale che l’esercito contadino aveva nella vita del paese. Se la rivoluzione fosse scoppiata in tempo di pace, la funzione dirigente del proletariato sarebbe stata molto più accentuata sin dall’inizio.

Senza la guerra, la vittoria rivoluzionaria sarebbe venuta più tardi e, a parte le vittime della guerra, sarebbe stata pagata a più caro prezzo. Ma non ci sarebbe stato posto per un dilagare di opinioni conciliatrici e patriottiche. In ogni caso, i marxisti russi che avevano pronosticato con un grande anticipo sugli avvenimenti la conquista del potere da parte del proletariato nel corso stesso della rivoluzione borghese, si basavano non su uno stato d’animo momentaneo dell’esercito contadino, ma sulla struttura di classe della società russa. Questa previsione fu pienamente confermata. Ma i rapporti fondamentali tra le classi subirono una rifrazione attraverso la guerra e per un certo tempo vennero alterati sotto la pressione dell’esercito, cioè di una organizzazione di contadini declassati e armati. Proprio questa formazione sociale artificiale rafforzò al massimo le posizioni della piccola borghesia conciliatrice e creò la possibilità di certe esperienze che per otto mesi indebolirono il paese e la rivoluzione.

Tuttavia, le radici della politica conciliatrice non sono solo nell’esercito contadino. Nel proletariato stesso, nella sua composizione, nel suo livello politico bisogna ricercare le cause complementari della momentanea prevalenza dei menscevichi e dei socialrivoluzionari. La guerra aveva determinato mutamenti formidabili nella composizione e nello stato d’animo della classe operaia. Se gli anni precedenti erano stati un periodo di ascesa rivoluzionaria, la guerra aveva bruscamente interrotto questo processo. La mobilitazione era stata concepita ed effettuata non solo a scopi militari, ma anche, prima di tutto, da un punto di vista poliziesco. Il governo si era affrettato a epurare le regioni industriali dagli elementi operai più attivi e turbolenti. Si può considerare perfettamente dimostrato che nei primi mesi di guerra la mobilitazione sottrasse all’industria sino al quaranta per cento degli operai, in maggioranza qualificati. La loro assenza, di cui la produzione subì le dolorose conseguenze, aveva provocato proteste da parte degli industriali, tanto più vive quanto più alti erano i profitti delle industrie di guerra. In seguito, la distruzione dei quadri operai era stata interrotta. Gli operai indispensabili all’industria erano stati mobilitati nelle fabbriche. Le brecce aperte dalla mobilitazione erano colmate dai nuovi venuti dalle campagne, dal popolino delle città, da operai scarsamente qualificati, da donne, da adolescenti. La percentuale delle donne nell’industria era salita dal 32 al 40 %.

Il processo di trasformazione e di diluizione del proletariato aveva assunto un’ampiezza eccezionale proprio nella capitale. Durante gli anni di guerra, dal 1914 al 1917, il numero delle grandi aziende con più di cinquecento operai era quasi raddoppiato nel governatorato di Pietrogrado. In seguito alla liquidazione delle fabbriche e degli stabilimenti della Polonia e soprattutto delle province baltiche, in seguito principalmente al generale aumento delle industrie di guerra, verso il 1917 vi era a Pietrogrado una concentrazione di circa quattrocentomila operai nelle fabbriche e negli stabilimenti. Tra questi, trecentotrentacinquemila dipendevano da centoquaranta fabbriche giganti. Gli elementi più combattivi del proletariato di Pietrogrado ebbero al fronte una parte non trascurabile nella formazione di una mentalità rivoluzionaria nell’esercito. Ma coloro che li avevano sostituiti il giorno prima, appena giunti dalle campagne, e che spesso erano contadini agiati e bottegai, imboscatisi nelle fabbriche per non andare al fronte, o donne e adolescenti, erano assai più docili degli operai appartenenti al quadro industriale vero e proprio. Va aggiunto che gli operai qualificati, che si trovavano nella condizione di mobilitati nelle fabbriche — ed erano centinaia di migliaia — si ispiravano alla massima prudenza nel timore di essere spediti al fronte. Questa è la base sociale della mentalità patriottica che aveva prevalso in una parte degli operai già sotto lo zar.

Ma non era un patriottismo stabile. L’implacabile oppressione militare e poliziesca, lo sfruttamento raddoppiato, le sconfitte al fronte e il caos economico spingevano gli operai alla lotta. Gli scioperi, durante la guerra, avevano tuttavia avuto un carattere essenzialmente economico ed erano stati diversi da quelli dell’anteguerra per la moderazione assai maggiore. L’indebolimento della classe era aggravato dall’indebolimento del suo partito. Dopo l’arresto e la deportazione dei deputati bolscevichi, si era proceduto, con l’aiuto di agenti provocatori, organizzati in anticipo secondo un ordine gerarchico, alla generale distruzione delle organizzazioni bolsceviche e il partito non aveva potuto riprendersi sino all’insurrezione di febbraio. Negli anni 1915 e 1916, la classe operaia disgregata aveva dovuto passare attraverso un scuola elementare di lotta: e questo sino al febbraio 1917, quando scioperi economici parziali e manifestazioni di donne affamate poterono fondersi in uno sciopero generale e trascinare l’esercito nell’insurrezione.

Così il proletariato di Pietrogrado entrò nella rivoluzione di febbraio non solo con effettivi estremamente eterogenei che non avevano ancora potuto amalgamarsi, ma per di più con un livello politico più basso anche nei suoi strati più avanzati. Nelle province, le cose andavano ancora peggio. Solo questa ricaduta del proletariato nell’ignoranza o nella semi-ignoranza politica, causata dalla guerra, aveva creato condizioni propizie per la provvisoria egemonia dei partiti conciliatori.

La rivoluzione istruisce, e lo fa rapidamente. Questa è la sua forza. Ogni settimana portava alle masse qualcosa di nuovo. Due mesi costituivano un’epoca. Alle fine di febbraio, l’insurrezione. Alla fine di aprile, la manifestazione a Pietrogrado degli operai e dei soldati armati. Ai primi di luglio, una nuova manifestazione, assai più ampia e con parole d’ordine più decise. Alla fine di agosto, il tentativo di colpo di stato di Kornilov, respinto dalle masse. Alla fine di ottobre, la conquista del potere da parte dei bolscevichi. Con un ritmo degli avvenimenti di una così sorprendente regolarità, si compivano profondi processi molecolari che saldavano in una unità politica gli elementi eterogenei della classe operaia. Ed era ancora lo sciopero ad avere la funzione decisiva.

Atterriti dal colpo di tuono della rivoluzione, che li colpiva in piena orgia di profitti di guerra, gli industriali, nelle prime settimane, fecero concessioni agli operai. I proprietari delle fabbriche di Pietrogrado accettarono persino, sia pure con riserve e limitazioni, la giornata di otto ore. Ma questo non garantiva la calma, visto che il livello di vita si abbassava di continuo. In maggio, il Comitato esecutivo fu costretto a constatare che, in seguito all’incessante rincaro della vita, le condizioni degli operai « erano, per molte categorie, ai limiti della carestia cronica ». Nei quartieri operai, il nervosismo e la tensione degli animi aumentavano sempre. Soprattutto pesava la mancanza di prospettive. Le masse sono capaci di sopportare le privazioni più penose quando capiscono perché. Ma il nuovo regime appariva sempre di più ai loro occhi come una mascheratura dei vecchi rapporti sociali contro cui si erano sollevate in febbraio. Questo, non potevano tollerarlo.

Gli scioperi assumono un carattere particolarmente violento negli strati operai più arretrati e sfruttati. Le lavandaie, le operaie delle tintorie, i bottai, gli impiegati del commercio e dell’industria, gli edili, i lavoratori del bronzo, i pittori, i manovali, i calzolai, gli artigiani del cartone, i salsicciai, i falegnami scioperano gli uni dopo gli altri per tutto il mese di giugno. I metallurgici, invece, cominciano ad avere una funzione moderatrice. Per gli operai avanzati era sempre più chiaro che in una situazione caratterizzata dalla guerra, dal caos e dall’inflazione, scioperi economici parziali non potevano apportare seri miglioramenti, che bisognava cambiare in qualche modo le basi stesse. La serrata non solo predisponeva gli operai alla rivendicazione di un controllo sull’industria, ma suggeriva loro l’idea della necessità di mettere le fabbriche a disposizione dello Stato. Questa deduzione sembrava tanto più naturale in quanto la maggior parte delle fabbriche private lavoravano per la guerra e accanto a queste fabbriche esistevano aziende statali dello stesso tipo. Dall’estate del 1917 cominciano a giungere alla capitale dalle province delegazioni di operai e di impiegati che chiedono che le fabbriche siano messe a disposizione del ministro del Tesoro, visto che gli azionisti hanno cessato i finanziamenti. Ma il governo non voleva neppur sentirne parlare. Bisognava quindi cambiare il governo. I conciliatori si opponevano. Gli operai voltavano le spalle ai conciliatori.

Lo stabilimento Putilov, con i suoi quarantamila operai, sembrò nei primi mesi della rivoluzione la cittadella dei socialrivoluzionari. Ma la sua guarnigione non resistette a lungo ai bolscevichi. Alla testa degli assalitori si poteva scorgere il più delle volte Volodarsky. Ebreo, sarto di professione, vissuto per anni in America e buon conoscitore della lingua inglese, Volodarsky era un ottimo oratore di massa, ragionatore, pieno di inventiva e di decisione. Un certo accento americano conferiva un’espressione del tutto particolare alla sua voce sonora che risuonava nitida nelle riunioni di migliaia di persone. « A partire dal momento in cui fece la sua comparsa nel rione di Narva — racconta l’operaio Minicev — allo stabilimento Putilov il terreno cominciò a franare sotto i piedi ai signori socialrivoluzionari e in due mesi circa gli operai della Putilov erano divenuti seguaci dei bolscevichi ».

Lo sviluppo degli scioperi e, in genere, della lotta di classe accresceva quasi automaticamente l’influenza dei bolscevichi. Tutte le volte che si trattava di vitali interessi, gli operai comprendevano bene che i bolscevichi non avevano riserve mentali, non nascondevano nulla e si poteva contare su di loro. Nelle ore di lotta, tutti gli operai, senza partito, socialrivoluzionari, menscevichi, si rivolgevano ai bolscevichi. Così si spiega come i comitati di fabbrica e di stabilimento che lottavano per la sopravvivenza delle loro aziende contro il sabotaggio dell’amministrazione e dei proprietari, passassero ai bolscevichi molto prima del Soviet. Alla conferenza dei comitati di fabbrica e di stabilimento di Pietrogrado e sobborghi, tenuta ai primi di giugno, trecentotrentacinque voti su quattrocentoventuno andarono alla risoluzione bolscevica. Questo fatto passò completamente inosservato sulla grande stampa. Eppure indicava che, nelle questioni essenziali della vita economica, il proletariato di Pietrogrado, pur senza avere avuto ancora il tempo di rompere con i conciliatori, si era di fatto schierato dalla parte dei bolscevichi.

Alla conferenza di giugno dei sindacati, si seppe che esistevano a Pietrogrado più di cinquanta sindacati con almeno duecentocinquantamila iscritti. Il sindacato dei metallurgici contava circa centomila operai. Nel solo mese di maggio, il numero dei suoi iscritti era raddoppiato. L’influenza dei bolscevichi nei sindacati aumentava ancor più rapidamente.

Tutte le elezioni parziali ai soviet davano la vittoria ai bolscevichi. Il primo giugno, nel Soviet di Mosca c’erano già duecentosei bolscevichi contro centosettantadue menscevichi e centodieci socialrivoluzionari. Gli stessi balzi si verificavano nelle province, anche se più lentamente. Il numero degli iscritti al partito aumentava di continuo. Alla fine di aprile, l’organizzazione di Pietrogrado contava circa quindicimila iscritti, alla fine di giugno più di trentaduemila.

La sezione operaia del Soviet di Pietrogrado aveva già allora una maggioranza bolscevica. Ma nelle riunioni in cui le due sezioni si unificavano, i bolscevichi erano schiacciati dai delegati dei soldati. La Pravda esigeva nuove elezioni con insistenza sempre maggiore: « I cinquecentomila operai di Pietrogrado hanno al Soviet un numero di delegati quattro volte inferiore a quello dei centocinquantamila uomini della guarnigione ».

In giugno, al congresso del soviet, Lenin esigeva severe misure contro la serrata, il saccheggio e lo sconvolgimento della vita economica organizzati dagli industriali e dai banchieri. « Rendete pubblici i profitti dei signori capitalisti, arrestate una cinquantina o un centinaio tra i più grossi milionari. Basta tenerli dentro qualche settimana, magari con un regime di favore come quello riservato a Nicola Romanov, al semplice scopo di costringerli a rivelare le astuzie, le trappole, la canagliate, i mercanteggiamenti che anche sotto il nuovo governo costano milioni al nostro paese ». I dirigenti del Soviet consideravano mostruosa la proposta di Lenin. « È possibile forse mutare le leggi della vita economica esercitando la violenza contro questo o quel capitalista? ». Il fatto che gli industriali dettassero legge complottando contro il paese era accettato come se rientrasse nell’ordine delle cose. Kerensky, che indirizzava contro Lenin gli strali della sua indignazione, non esitò un mese più tardi ad arrestare molte migliaia di operai che non erano d’accordo con gli industriali sul significato delle « leggi della vita economica ».

Il nesso tra economia e politica diveniva trasparente. Lo Stato, abituato ad agire come principio mistico, operava ora sempre più spesso nella forma più primitiva, cioè per mezzo di distaccamenti armati. In diverse località del paese, gli operai portavano di forza al Soviet o mettevano agli arresti a domicilio l’imprenditore che si rifiutava di fare concessioni o persino di iniziare trattative. Non è strano che la milizia operaia divenisse oggetto di particolare avversione da parte delle classi possidenti.

La decisione iniziale del Comitato esecutivo di armare il dieci per cento degli operai non era tradotta in pratica. Ma gli operai riuscivano lo stesso ad armarsi, sia pure parzialmente, e nelle file della milizia si inserivano gli elementi più attivi. La direzione della milizia operaia era concentrata nelle mani dei comitati di fabbrica e la direzione dei comitati di fabbrica passava sempre più nelle mani di bolscevichi. Un operaio dello stabilimento Postavsik di Mosca racconta: «l’11 giugno, non appena eletto il nuovo comitato di fabbrica, composto in maggioranza da bolscevichi, fu formato un distaccamento di circa ottanta uomini che, in mancanza di armi, faceva le esercitazioni con bastoni sotto la direzione di un vecchio soldato, il compagno Levakov ».

La stampa accusava la milizia di violenze, di requisizioni e di arresti illegali. Senza dubbio, la milizia usava la violenza: era stata organizzata appunto per questo. Ma il suo crimine consisteva nel fatto di usare la violenza nei confronti dei rappresentanti di quella classe che non era abituata a subirla e non voleva farci l’abitudine.

Alla Putilov, che aveva una funzione dirigente nella lotta per l’aumento dei salari, il 23 giugno fu convocata una conferenza con la partecipazione dei rappresentanti del Soviet centrale dei comitati di fabbrica e di stabilimento, dell’Ufficio centrale dei sindacati e di sessantatré fabbriche. Sotto l’influenza dei bolscevichi la conferenza riconobbe che lo sciopero della fabbrica, nelle condizioni esistenti, poteva provocare « una lotta politica disorganizzata degli operai di Pietrogrado » e di conseguenza propose agli operai della Putilov «di frenare la loro legittima indignazione» e di preparare le forze per un’azione generale.

Alla vigilia di questa importante conferenza la frazione bolscevica avvertiva il Comitato esecutivo: « Una massa di quarantamila persone... può mettersi in sciopero da un giorno all’altro e scendere nelle piazze. Sarebbe già in movimento se non fosse trattenuta dal nostro partito, ma nulla garantisce che si riesca ancora a trattenerla. E uno scatenarsi degli operai della Putilov — in proposito non è possibile avere dubbi — provocherebbe inevitabilmente l’entrata in azione della maggior parte degli operai e dei soldati ».

I dirigenti del Comitato esecutivo consideravano demagogici simili avvertimenti o, semplicemente, facevano i sordi per non turbare la propria quiete. Per parte loro avevano quasi completamente cessato di frequentare le fabbriche e le caserme, poiché erano divenuti personaggi invisi agli operai e ai soldati. Solo i bolscevichi godevano di un’autorità, che permetteva loro di impedire un’azione in ordine sparso da parte degli operai. Ma già l’impazienza delle masse, a volte, si rivolgeva anche contro i bolscevichi.

Nelle fabbriche e nella flotta fecero la loro comparsa gli anarchici. Come sempre, dimostravano la loro organica inconsistenza dinanzi ai grandi avvenimenti e alle grandi masse. Con tanto maggiore faciloneria respingevano il potere statale in quanto non comprendevano affatto l’importanza del Soviet come organo di un nuovo Stato. D’altronde, storditi dalla rivoluzione, per lo più se ne stavano semplicemente zitti sulla questione dello Stato. Manifestavano la loro autonomia, soprattutto, sul piano dei piccoli putsch. L’impasse economica e la crescente esasperazione degli operai di Pietrogrado, fornivano agli anarchici dei punti di appoggio. Incapaci di valutare seriamente i rapporti di forza su scala nazionale, pronti a considerare ogni spinta dal basso come l’ultimo colpo liberatore, accusavano a volte i bolscevichi di pusillanimità e anche di spirito di conciliazione. Ma di solito si limitavano a brontolare. La reazione delle masse di fronte alle manifestazioni degli anarchici permetteva talvolta ai bolscevichi di misurare il grado di compressione del vapore rivoluzionario. I marinai che avevano salutato l’arrivo di Lenin alla stazione di Finlandia, dichiaravano quindici giorni dopo sotto la pressione dell’ondata di patriottismo dilagante da ogni parte: «Se avessimo saputo... per quali vie ci è arrivato, si sarebbero uditi non i nostri entusiastici evviva, ma grida di indignazione: “ Abbasso! Tornatene al paese da dove sei venuto... ” ». Uno dopo l’altro i soviet di soldati della Crimea minacciavano di opporsi con le armi all’ingresso di Lenin nella penisola patriottica che egli peraltro non aveva nessuna intenzione di visitare. Il reggimento Volynsky, corifeo del 27 febbraio, decise persino, nella sua agitazione, di arrestare Lenin, tanto che il Comitato esecutivo si vide costretto a prendere misure cautelative. Stati d’animo di questo genere si dissiparono completamente solo al momento dell’offensiva di giugno ed ebbero ritorni di fiamma dopo le giornate di luglio. Nello stesso tempo, nelle più sperdute guarnigioni, in settori remoti del fronte, i soldati parlavano sempre più audacemente il linguaggio del bolscevismo, il più delle volte senza rendersene conto. I bolscevichi nei reggimenti si contavano a unità, ma le parole d’ordine del bolscevismo penetravano sempre più profondamente. Nascevano in un certo modo spontaneamente in tutti i punti del paese. Gli osservatori liberali non vi scorgevano che ignoranza e caos. La Rjec scriveva: « La nostra patria si trasforma davvero in una specie di manicomio in cui agiscono e comandano dei pazzi furiosi, mentre coloro che non hanno ancora perduto la ragione, si ritraggono impauriti e si addossano al muro ». Proprio in questi termini i «moderati» si sono consolati in tutte le rivoluzioni. La stampa conciliatrice si consolava dicendo che i soldati, nonostante tutti i malintesi, non volevano saperne dei bolscevichi. Eppure, il bolscevismo inconsapevole delle masse, riflesso della logica degli avvenimenti, costituiva la forza irresistibile del partito di Lenin. Il soldato Pireiko racconta che alle elezioni al fronte per il congresso dei soviet, dopo tre giorni di dibattiti, furono eletti solo socialrivoluzionari, ma subito dopo, nonostante le proteste dei dirigenti, i deputati dei soldati votarono una risoluzione sulla necessità di impadronirsi delle terre dei nobili senza aspettare l’Assemblea costituente. «In generale, nelle questioni a loro accessibili, i soldati erano più a sinistra dei più estremisti tra i bolscevichi». Appunto questo voleva dire Lenin quando affermava che le masse erano « cento volte più a sinistra dei bolscevichi ».

Uno scrivano di uno stabilimento di motociclette, in una località del governatorato di Tauride, racconta che spesso, dopo aver letto un giornale borghese, i soldati lanciavano invettive contro gli ignoti personaggi chiamati bolscevichi e subito dopo cominciavano a chiacchierare sulla necessità di porre termine alla guerra e di confiscare le terre dei nobili. E si tratta degli stessi patrioti che giuravano di non lasciar entrare Lenin in Crimea. I soldati delle formidabili guarnigioni delle retrovie stavano languendo. L’immenso agglomerato di uomini in ozio, che attendevano con impazienza un mutamento nella loro sorte, creava un nervosismo che si esprimeva in continue manifestazioni di malcontento nelle piazze, nelle continue corse su e giù nei tram, masticando, come per effetto di una epidemia, semi di girasole. Il soldato, con il suo pastrano gettato con trascuratezza sulle spalle, con una buccia tra le labbra, divenne per la stampa borghese il più detestabile di tutti i personaggi. Proprio quel soldato che durante la guerra era stato grossolanamente adulato, presentandolo senz’altro come un eroe — il che non impediva che al fronte lo si sottoponesse al supplizio delle verghe —; quel soldato che dopo la insurrezione di febbraio era portato ai sette cieli come un emancipatore, divenne improvvisamente un vigliacco, un traditore, un fautore di violenza e un venduto alla Germania. Davvero non c’è infamia che la stampa patriottica non abbia attribuito ai soldati e ai marinai russi. Il Comitato esecutivo non faceva che giustificarsi, combattere l’anarchia, calmare gli eccessi, distribuire nel suo smarrimento formulari di inchiesta e ammonizioni. Il presidente del Soviet di Tsaritsyn — la città considerata covo dell’« anarco-bolscevismo » — rispose a una domanda del centro sulla situazione, con una frase lapidaria: « Più la guarnigione va a sinistra e più il borghese va a destra ». La formula di Tsaritsyn può essere estesa a tutto il paese. Il soldato verso sinistra, il borghese verso destra.

Qualunque soldato osasse esprimere, più audacemente degli altri, quello che tutti sentivano, si vedeva insultato come bolscevico dai superiori con tale accanimento che finiva col credervi. Dalla pace e dalla terra i pensieri del soldato si spostavano alla questione del potere. L’eco di questa o quella parola d’ordine del bolscevismo si trasformava in simpatia cosciente per il partito bolscevico. Nel reggimento Volynsky che in aprile si predisponeva ad arrestare Lenin, in due mesi lo stato d’animo aveva avuto il tempo di mutare a favore dei bolscevichi. Lo stesso accadeva nei reggimenti Eghersky e Litovsky. I cacciatori lettoni erano stati creati dall’autocrazia allo scopo di sfruttare per la guerra l’odio dei piccoli contadini e dei braccianti agricoli contro i baroni di Livonia. I reggimenti si battevano molto bene. Ma l’odio di classe su cui voleva basarsi la monarchia si faceva strada. I cacciatori lettoni furono tra i primi a rompere con la monarchia e successivamente con i conciliatori. Già il 17 maggio, i rappresentanti di otto reggimenti lettoni avevano adottato quasi all’unanimità la parola d’ordine bolscevica: « tutto il potere ai soviet». Nella marcia ulteriore della rivoluzione ebbero una parte notevole.

Un soldato sconosciuto scriveva dal fronte: «Oggi, 13 giugno, c’è stata nel nostro distaccamento una piccola riunione e si è parlato di Lenin e di Kerensky: i soldati sono in maggioranza per Lenin, ma gli ufficiali dicono che Lenin è un borghese matricolato». Dopo il catastrofico fallimento dell’offensiva, il nome di Kerensky divenne del tutto inviso all’esercito.

Il 21 giugno gli junkers percorsero le vie di Peterhof con bandiere e cartelli che dicevano: « Abbasso le spie! ». « Viva Kerensky e Brussilov! ». Gli junkers, naturalmente, tenevano per Brussilov. I soldati del 4° battaglione si lanciarono contro gli junkers e li malmenarono, disperdendo la manifestazione. La maggiore irritazione era stata provocata dal cartello in favore di Kerensky.

L’offensiva di giugno aveva accelerato enormemente l’evoluzione politica dell’esercito. La popolarità dei bolscevichi, il solo partito che aveva levato la voce contro l’offensiva prima che avesse luogo, cominciò ad aumentare con straordinaria rapidità. Per la verità, i giornali bolscevichi difficilmente arrivavano nell’esercito. La loro tiratura era estremamente limitata, rispetto a quella della stampa liberale e in genere patriottica. « In nessun luogo si trova un solo giornale vostro — scrive a Mosca la callosa mano di un soldato — e ci serviamo del vostro giornale solo per sentito dire. Qui siamo inondati di giornali borghesi gratuiti, vengono distribuiti a pacchi sul fronte ». Ma era appunto la stampa patriottica a procurare ai bol- scevichi un’enorme popolarità. Ogni protesta di oppressi, ogni confisca di terre, ogni caso di rappresaglia contro un ufficiale inviso erano attribuiti dai giornali ai bolscevichi. I soldati ne traevano la conclusione che i bolscevichi avevano ragione.

Il commissario della XII armata inviava a Kerensky ai primi di luglio una relazione sullo stato d’animo dei soldati: « Tutto, in ultima analisi, è imputato ai ministri borghesi e al Soviet venduto ai borghesi. E, insomma, nella massa sterminata sono le tenebre impenetrabili; purtroppo, debbo constatare che anche i giornali sono poco letti in questi ultimi tempi, che si diffida completamente della parola stampata: “fanno delle belle chiacchiere”, “cercano di imbottirci i cervelli” ». Nei primi mesi le relazioni dei commissari politici erano, di solito, ditirambi in onore dell’esercito rivoluzionario, della sua elevata coscienza e della sua disciplina. Ma quando, dopo quattro mesi di continue delusioni, l’esercito tolse la sua fiducia agli oratori e ai pubblicisti governativi, gli stessi commissari scoprivano nell’esercito stesso « tenebre impenetrabili ».

Più la guarnigione va verso sinistra e più la borghesia si orienta verso destra. Sotto la spinta dell’offensiva, le unioni controrivoluzionarie nascevano a Pietrogrado come funghi dopo la pioggia. Assumevano denominazioni l’una più pomposa dell’altra: Unione per l’onore della patria, Unione del dovere militare, Battaglione della libertà, Organizzazione dei valorosi ecc. Dietro questi splendidi simboli si nascondevano le ambizioni e le pretese della nobiltà, degli ufficiali, della burocrazia, della borghesia. Talune di queste organizzazioni come la Lega militare, l’Unione dei Cavalieri di S. Giorgio o la Divisione dei Volontari, formavano cellule bell’e pronte per una congiura militare. Nella loro qualità di ardenti patrioti, i cavalieri dell’« onore » e del « valore » non solo si facevano aprire facilmente le porte delle ambasciate alleate, ma di tanto in tanto ricevevano il sussidio governativo, qualche tempo prima rifiutato al Soviet perché considerato « organizzazione privata ».

Uno dei rampolli della famiglia Suvorin, magnate del giornalismo, iniziò allora la pubblicazione della Malenkaja Gazeta {Il piccolo giornale) che, come organo del « socialismo indipendente » predicava una dittatura ferrea, caldeggiando la candidatura dell’ammiraglio Kolciak. La stampa più seria, pur senza mettere ancora i puntini sulle i, faceva di tutto per creare a Kolciak una popolarità. La sorte successiva dell’ammiraglio dimostra che sin dall’inizio dell’estate del 1917 c’era un vasto piano legato al suo nome e che dietro Suvorin c’erano circoli influenti.

Obbedendo a un semplice calcolo tattico, la reazione, a parte qualche attacco isolato, fingeva di sferrare i suoi colpi solo contro i leninisti. Il termine bolscevico era divenuto sinonimo di essere infernale. Come prima della rivoluzione i comandanti dell’esercito zarista facevano ricadere la responsabilità di tutte le sventure e soprattutto della loro stoltezza sulle spie tedesche, specialmente sui «giudei», così, dopo il collasso dell’offensiva di giugno, gli insuccessi e le sconfitte erano invariabilmente attribuiti ai bolscevichi. Su questo piano, i democratici tipo Kerensky e Tseretelli si confondevano quasi del tutto con liberali come Miljukov, o con aperti fautori della servitù come il generale Denikin.

Come capita sempre quando gli antagonismi hanno raggiunto il grado estremo di tensione, ma non è ancora il momento dell’esplosione, gli schieramenti delle forze politiche si delineavano più apertamente e più nettamente su questioni accidentali e secondarie che non su questioni fondamentali. Uno dei parafulmini delle passioni politiche fu in quelle settimane Kronstadt. La vecchia fortezza che doveva servire da sentinella fedele all’accesso per via mare alla capitale imperiale, in passato aveva levato più di una volta la bandiera dell’insurrezione. Nonostante le repressioni implacabili, la scintilla della rivolta non si era mai spenta a Kronstadt: e dopo l’insurrezione sprizzò minacciosamente. Il nome della fortezza divenne ben presto, sulle pagine della stampa patriottica, sinonimo degli aspetti peggiori della rivoluzione, cioè sinonimo di bolscevismo. In realtà il Soviet di Kronstadt non era ancora bolscevico: in maggio, c’erano centosette bolscevichi, centododici socialrivoluzionari, trenta menscevichi e novantasette senza partito. Ma si trattava di socialrivoluzionari e di menscevichi sottoposti a una forte pressione: la maggioranza di essi seguivano i bolscevichi nelle questioni importanti.

Sul piano politico, i marinai di Kronstadt non erano inclini né alle manovre, né alla diplomazia. Avevano un solo principio: detto, fatto. Non è dunque strano che nei confronti del governo fantomatico fossero portati ad agire con semplicità estrema. Il 13 maggio, il Soviet prendeva la seguente decisione: «Il solo potere a Kronstadt è il Soviet dei deputati operai e soldati».

L’allontanamento del commissario governativo, il cadetto Pepeljaev, che era l’ultima ruota del carro, passò quasi inosservato nella fortezza. Fu mantenuto un ordine esemplare. In città, fu proibito di giocare a carte, si chiusero e si fecero evacuare i bordelli. Con la minaccia di «confisca dei beni e di immediato invio al fronte», il Soviet impedì di circolare per le strade in istato di ubriachezza. La minaccia fu tradotta in pratica più di una volta.

Temprati dal terribile regime della flotta zarista e della fortezza marittima, abituati a un duro lavoro, ai sacrifici e anche alle sevizie, i marinai, nel momento in cui intravedevano una nuova vita in cui sentivano che sarebbero divenuti i padroni, si sottoponevano a una tensione estrema per mostrarsi degni della rivoluzione. A Pietrogrado si lanciavano avidamente su amici e nemici, e li trascinavano a Kronstadt quasi di forza per dimostrare in pratica che cosa fossero dei marinai rivoluzionari. Una tensione morale di questo genere non poteva naturalmente durare indefinitamente, ma si protrasse a lungo. I marinai di Kronstadt costituivano una specie di ordine militante della rivoluzione. Ma di quale rivoluzione? In ogni caso non di quella di cui erano incarnazione il ministro Tseretelli con il suo commissario Pepeljaev. Kronstadt si levava come l’annunciatrice di una seconda rivoluzione imminente. Per questo era talmente detestata da tutti coloro che ne avevano abbastanza già della prima.

L’allontanamento pacifico e inosservato di Pepeljaev fu presentato sui giornali dei partiti dell’ordine quasi come un sollevamento armato contro l’unità dello Stato. Il governo denunciò il fatto al Soviet, che immediatamente designò una commissione per influenzare i marinai. La macchina del dualismo di poteri si mise in moto cigolando. Il 24 maggio il Soviet di Kronstadt, alla presenza di Tseretelli e di Skobelev, dietro richiesta dei bolscevichi, consentì a riconoscere che, pur continuando la lotta per il potere dei soviet, era in pratica costretto a sottomettersi al governo provvisorio sinché il potere dei soviet non venisse stabilito in tutto il paese. Ma il giorno dopo, sotto la pressione dei marinai indignati di questa capitolazione, il Soviet dichiarò che i ministri erano stati semplicemente informati circa il punto di vista di Kronstadt che non era mutato. Era un errore di tattica evidente, dietro il quale, tuttavia, si nascondeva solo un punto d’onore rivoluzionario.

Nelle alte sfere dirigenti si decise di approfittare dell’occasione favorevole per dare una lezione a quelli di Kronstadt, facendo loro pagare allo stesso tempo anche le colpe precedenti. Fu naturalmente Tseretelli a fungere da procuratore. Evocando in termini patetici il tempo da lui trascorso in prigione, accusava soprattutto gli uomini di Kronstadt di tenere sotto custodia nelle casematte della fortezza ottanta ufficiali. Tutta la stampa benpensante lo appoggiava. Ma anche i giornali conciliatori, cioè governativi, dovettero riconoscere che si trattava di «autentici rei di concussione» e di «gente che aveva usato i pugni in modo spaventoso...». I marinai testimoni — secondo le Izvestja, foglio ufficioso dello stesso Tseretelli — «depongono sul soffocamento (da parte degli ufficiali attualmente arrestati) della rivolta del 1906, su fucilazioni in massa, su barconi pieni zeppi di cadaveri di giustiziati che venivano fatti affondare e su altri orrori...; lo raccontano semplicemente, come se si trattasse di cose normali».

Gli uomini di Kronstadt si rifiutavano ostinatamente di consegnare i loro detenuti al governo cui erano infinitamente più vicini i carnefici e i concussori della casta nobile, che i marinai giustiziati nel 1906 e in altre occasioni. Non a caso, infatti, il ministro della Giustizia Pereversev, di cui Sukhanov dice con indulgenza che era « uno dei personaggi più loschi del governo di coalizione », rilasciava sistematicamente i rappresentanti più infami della polizia zarista. I parvenus della democrazia volevano soprattutto dare prova della loro magnanimità alla burocrazia reazionaria.

Alle accuse di Tseretelli gli uomini di Kronstadt rispondevano in un loro manifesto: « Gli ufficiali, i gendarmi e i poliziotti che abbiamo arrestato nelle giornate rivoluzionarie hanno essi stessi dichiarato ai rappresentanti del governo che non hanno affatto da lagnarsi per il trattamento riservato loro dai sorvegliati della prigione. È vero che gli edifici della prigione di Kronstadt sono spaventosi. Ma sono gli edifici costruiti apposta dallo zarismo per gettarci dentro noi. Non ne abbiamo altri. E se teniamo in queste prigioni i nemici del popolo, non è per vendetta, ma per ragioni di vigilanza rivoluzionaria ».

Il 27 maggio gli uomini di Kronstadt vennero giudicati dal Soviet di Pietrogrado. Prendendo le loro difese, Trotsky avvertiva Tseretelli che in caso di pericolo, cioè « se un generale controrivoluzionario avesse cercato di mettere la corda al collo della rivoluzione, i cadetti l’avrebbero insaponata e allora i marinai di Kronstadt sarebbero venuti a lottare e a morire con noi ». Questo avvertimento ebbe la sua giustificazione tre mesi più tardi con imprevedibile esattezza: quando il generale Kornilov organizzò la sedizione e condusse le truppe contro la capitale, Kerensky, Tseretelli e Skobelev chiamarono i marinai di Kronstadt alla difesa del palazzo d’inverno. Ma che importa? In giugno, i signori democratici proteggevano l’ordine contro l’anarchia e nessun argomento, nessuna previsione aveva effetto su di loro. Con una maggioranza di cinquecentottanta voti contro centosessantadue e settantaquattro astensioni, Tseretelli faceva votare dal Soviet di Pietrogrado una risoluzione che dichiarava «l’anarchica» Kronstadt eretica della democrazia rivoluzionaria.

Non appena palazzo Marinsky, che attendeva con impazienza, ebbe appreso della bolla di scomunica, il governo fece immediatamente tagliare le comunicazioni telefoniche private tra la capitale e la fortezza per impedire al centro bolscevico di intervenire presso gli uomini di Kronstadt, ordinò di allontanare immediatamente dalle acque della fortezza tutte le navi-scuola ed esigette dal Soviet « una sottomissione incondizionata ». Il congresso dei deputati contadini che si svolgeva in quei giorni, minacciò di «rifiutare agli uomini di Kronstadt tutti i prodotti di consumo». La reazione che stava dietro i conciliatori cercava una soluzione definitiva e, se possibile, sanguinosa.

« Il gesto sconsiderato del Soviet di Kronstadt — scrive il giovane storico Jugov — poteva avere conseguenze incresciose. Bisognava trovare la maniera opportuna per uscire dalla situazione che si era creata. Proprio a questo scopo Trotsky si recò a Kronstadt, prese la parola al Soviet e redasse una dichiarazione che fu adottata dal Soviet e poi ratificata unanimemente per intervento di Trotsky in un comizio sulla piazza dell’Ancora». Mantenendo le loro posizioni di principio, gli uomini di Kronstadt facevano in pratica qualche concessione.

La conclusione amichevole del conflitto esasperò definitivamente la stampa borghese: l’anarchia regna nella fortezza, vi si stampa carta-moneta speciale — e immaginari fac-simili erano riprodotti sui giornali —, i beni dello Stato vengono saccheggiati, le donne socializzate, ci si abbandona al brigantaggio e a orge di ubriachezza. I marinai, che erano fieri di aver stabilito un ordine severo, stringevano i pugni robusti leggendo i giornali che diffondevano, su milioni di esemplari, in tutta la Russia calunnie sul loro conto.

Ottenuta la consegna degli ufficiali di Kronstadt, le autorità giudiziarie di Pereversev li rilasciavano uno dopo l’altro. Sarebbe assai edificante stabilire quali dei liberati partecipassero più tardi alla guerra civile e quanti soldati, operai e contadini venissero fucilati e impiccati da loro. Purtroppo non abbiamo la possibilità di fare qui calcoli del genere.

L’autorità del governo era salva. Ma i marinai ottennero presto soddisfazione per gli oltraggi subiti. Risoluzioni di congratulazione alla rossa Kronstadt cominciarono ad arrivare da ogni parte: da vari soviet tra i più a sinistra, dalle fabbriche, dai reggimenti, da assemblee. Il 1° reggimento dei mitraglieri al completo espresse nelle vie di Pietrogrado la sua stima per gli uomini di Kronstadt «per il loro fermo atteggiamento di sfiducia verso il governo provvisorio».

Ma Kronstadt si preparava a una rivincita ancor più significativa. Gli insulti della stampa borghese l’avevano trasformata in un fattore di importanza politica generale. «Stabilita a Kronstadt una posizione di forza — scrive Miljukov — il bolscevismo gettava sulla Russia una vasta rete propagandistica per mezzo di agitatori convenientemente istruiti. Gli emissari di Kronstadt venivano spediti sia al fronte, dove minavano la disciplina, sia nelle retrovie, nelle campagne, dove provocavano saccheggi delle proprietà. Il Soviet di Kronstadt muniva gli emissari di speciali certificati: “ Il tale è inviato nella provincia di... per partecipare con voto deliberativo ai comitati di distretto, di circondario e di villaggio, come pure per parlare nei comizi e convocare riunioni a suo criterio in qualunque luogo ” con “ il diritto di porto d’armi, di viaggio gratuito su tutti i treni e tutti i battelli Inoltre, l’inviolabilità della persona dell’agitatore designato è garantita dal Soviet della città di Kronstadt ” ».

Denunciando l’attività sovversiva dei marinai del Baltico, Miljukov dimentica solo di dire come mai e per quale ragione, nonostante 1’esistenza di autorità, di istituzioni e di giornali di grande saggezza, marinai isolati, armati dello strano mandato del Soviet di Kronstadt, percorressero tutto il paese senza incontrare ostacoli, trovassero dovunque da mangiare e da dormire, fossero ammessi in tutte le assemblee popolari, dovunque ascoltati con attenzione, e lasciassero l’impronta della loro ruvida mano sugli avvenimenti storici. Lo storico al servizio della politica liberale neppure si pone questa semplice domanda. Ma il miracolo di Kronstadt era concepibile solo perché i marinai esprimevano le esigenze dello sviluppo storico assai più profondamente di intelligenti professori. Il mandato con errori di ortografia si rivelò, per dirla con Hegel, reale in quanto razionale. Mentre i piani soggettivamente più sagaci si rivelarono illusori perché non avevano traccia di ragione storica. I soviet si lasciavano superare dai comitati di fabbrica. I comitati di fabbrica dalle masse. I soldati dagli operai. In misura ancora maggiore le province erano in ritardo sulla capitale. Questa è la dinamica inevitabile del processo rivoluzionario che provoca migliaia di contraddizioni per poi superarle come per caso, di passata, facendosi gioco, e crearne subito dopo delle altre. Rispetto alla dinamica rivoluzionaria era in ritardo anche il partito, cioè l’organizzazione che meno di qualsiasi altra ha il diritto di lasciarsi superare soprattutto in tempi di rivoluzione. In centri operai come Ekaterinburg, Perm, Tuia, Nizny-Novgorod, Sormovo, Kolomna, Juzovka, i bolscevichi si staccarono dai menscevichi solo alla fine di maggio. A Odessa, Nicolaev, Elisavetgrad, Poltava e in altre località dell’Ucraina, a metà giugno i bolscevichi non avevano ancora organizzazioni autonome. A Baku Zlatoust, Bezck, Kostroma si staccarono definitivamente dai menscevichi solo alla fine di giugno. Questi fatti non possono non sembrare del tutto sorprendenti se si considera che solo quattro mesi dopo i bolscevichi avrebbero conquistato il potere. Quanto grande era divenuto durante la guerra il ritardo del partito sul processo molecolare tra le masse e quanto, nel marzo, la direzione Kamenev-Stalin era inferiore ai grandi compiti posti dalla storia! Anche il partito più rivoluzionario che ci sia stato sinora nella storia degli uomini fu, nonostante tutto, preso alla sprovvista dagli avvenimenti rivoluzionari. Si ricostituiva sotto il fuoco e si allineava sotto la spinta degli avvenimenti. Al momento della svolta, le masse erano « cento volte » più a sinistra del partito di estrema sinistra. Il progredire dell’influenza dei bolscevichi, verificatosi con il vigore di un processo storico naturale, esaminato più da vicino, rivela le sue contraddizioni e oscillazioni, il suo flusso e riflusso. Le masse non sono omogenee e del resto imparano ad attizzare il fuoco della rivoluzione solo bruciandosi le dita e tirandosi indietro. I bolscevichi non potevano far altro che accelerare il processo di apprendistato delle masse. Spiegavano con pazienza. E questa volta la storia non si approfittò della loro pazienza.

Mentre i bolscevichi si impadronivano irresistibilmente delle fabbriche e dei reggimenti, le elezioni alle Dume democratiche davano una prevalenza schiacciante e in apparenza crescente ai conciliatori. Questa fu una delle contraddizioni più acute e più enigmatiche della rivoluzione. È vero che la Duma del quartiere di Vyborg, puramente proletario, ebbe una maggioranza bolscevica. Ma si trattava di una eccezione. In giugno, alle elezioni di Mosca i socialrivoluzionari raccolsero più del 60 % dei voti. Furono anch’essi stupefatti di questa cifra: non potevano non avvertire che la loro influenza stava rapidamente declinando. Per una comprensione dei rapporti tra lo sviluppo reale della rivoluzione e le sue rifrazioni nello specchio della democrazia, le elezioni di Mosca rivestono un interesse straordinario. Gli strati avanzati degli operai e dei soldati si affrettavano già a liberarsi dalle illusioni conciliatrici. Nel frattempo, i più larghi strati di popolino delle città cominciavano appena a muoversi. Per queste masse disperse le elezioni democratiche costituivano forse una prima possibilità e comunque una delle rare occasioni per pronunciarsi politicamente.

Mentre l’operaio, ieri ancora menscevico o socialrivoluzionario, votava per il partito dei bolscevichi, trascinandosi dietro il soldato, il cocchiere, il facchino, il portiere, la venditrice di mercato, il bottegaio e il suo commesso, il maestro, nascevano alla vita politica con un atto eroico come quello di dare il voto ai socialrivoluzionari. Gli strati piccolo-borghesi votavano in ritardo per Kerensky perché Kerensky era ai loro occhi l’incarnazione della rivoluzione di febbraio che giungeva sino a loro. Con la sua maggioranza socialrivoluzionaria pari al 60 % la Duma di Mosca era illuminata dall’ultimo bagliore di una fiaccola che si spegneva. Lo stesso accadeva in tutti gli altri organismi amministrativi della democrazia. Appena costituiti, per il loro ritardo, erano già ridotti all’impotenza. Ciò significava che la marcia della rivoluzione dipendeva dagli operai e dai soldati e non dalla polvere umana sollevata e fatta turbinare dalle raffiche della rivoluzione.

Questa è la dialettica profonda e al tempo stesso semplice del risveglio rivoluzionario delle classi oppresse. La più pericolosa aberrazione di una rivoluzione consiste nel fatto che il contatore automatico della democrazia fa una semplice addizione dei fattori di ieri, di oggi e di domani e induce così i fautori della democrazia formale a cercare la testa della rivoluzione dove si trova in realtà la sua ingombrante coda. Lenin insegnava al suo partito a distinguere la testa dalla coda.