L'offensiva

 

Nell’esercito, come nel paese, aveva luogo un continuo spostamento di forze: gli strati inferiori evolvevano verso sinistra, gli strati superiori verso destra. Mentre il Comitato esecutivo diveniva uno strumento dell’Intesa per domare la rivoluzione, i comitati dell’esercito, sorti come organi rappresentativi dei soldati contro il corpo degli ufficiali, divenivano strumenti del corpo degli ufficiali contro i soldati.

La composizione dei comitati era molto variopinta. C’erano un buon numero di elementi patriottici che identificavano sinceramente la guerra con la rivoluzione, marciavano coraggiosamente all’offensiva imposta dall’alto e sacrificavano la vita per una causa che non era la loro. Accanto ad essi c’erano gli eroi della retorica, i Kerensky di divisione e di reggimento. Infine, un buon numero di piccoli intriganti e profittatori che, sempre in cerca di privilegi, si imboscavano nei comitati per sfuggire alle trincee. Ogni movimento di massa, soprattutto nella sua prima fase, porta inevitabilmente alla superficie tutti questi tipi umani. Ma il periodo dei conciliatori fu particolarmente ricco di chiacchieroni e di camaleonti. Se gli uomini fanno i programmi, anche i programmi fanno gli uomini. La scuola della politica di contatto diventa, in un periodo di rivoluzione, una scuola di manovre e di intrighi.

Il regime di dualismo di poteri escludeva la possibilità della creazione di una forza militare. I cadetti, oggetto dell’odio delle masse popolari, nell’esercito erano costretti a mascherarsi da socialrivoluzionari. Quanto alla democrazia, non poteva rigenerare l’esercito per la stessa ragione che le impediva di prendere in mano il potere: l’una cosa era connessa all’altra. Come fatto singolare, che tuttavia getta una viva luce sulla situazione, Sukhanov annota che il governo provvisorio non organizzò a Pietrogrado una sola rivista militare: i liberali e i generali non volevano che il Soviet partecipasse alla rivista, ma si rendevano ben conto che senza il Soviet la rivista non sarebbe stata realizzabile.

Gli ufficiali superiori si legavano sempre di più ai cadetti, in attesa che i partiti più reazionari rialzassero la testa. Gli intellettuali piccolo-borghesi potevano fornire all’esercito un numero considerevole di ufficiali subalterni, come avevano fatto ai tempi dello zarismo. Ma non erano in grado di creare un comando a loro immagine e somiglianza, perché non avevano una fisionomia propria. Come è stato dimostrato dal corso ulteriore della rivoluzione, il comando non poteva che essere preso così com’era, dalla nobiltà e dalla borghesia (come fecero i Bianchi) o reclutato ed educato sulla base di una selezione proletaria, e così agirono i bolscevichi. Per i democratici piccolo-borghesi non erano possibili né l’una né l’altra cosa. Dovevano persuadere, sollecitare, ingannare tutti e, quando non ottenevano risultati, per disperazione rimettevano il potere agli ufficiali reazionari perché ispirassero al popolo giuste idee rivoluzionarie.

Una dopo l’altra erano messe a nudo le ulcere della vecchia società, che minavano l’organismo dell’esercito. La questione delle nazionalità, in tutti i suoi aspetti — e la Russia abbondava di nazionalità — penetrava sempre più profondamente nella massa dei soldati di cui più della metà non erano grandi russi. Gli antagonismi nazionali si univano e si intrecciavano, su diversi piani, agli antagonismi di classe. La politica del governo sul piano delle nazionalità, come su tutti gli altri, era esitante, confusa e sembrava quindi doppiamente menzognera. Certi generali civettavano con formazioni nazionali tipo il « corpo mussulmano con disciplina francese », che si trovava sul fronte rumeno. I nuovi contingenti nazionali, infatti, erano di solito più resistenti di quelli del vecchio esercito, perché erano uniti da nuove idee, sotto una bandiera nuova. Ma questo cemento nazionale non resse a lungo: cedette rapidamente con lo sviluppo ulteriore della lotta di classe. Tuttavia, già lo stesso processo di formazione dei contingenti nazionali che minacciava di estendersi a metà dell’esercito, riduceva l’esercito allo stato fluido, disgregando le vecchie unità, mentre le nuove non si erano ancora costituite. Così le sventure giungevano da ogni parte.

Miljukov scrive nella sua storia che l’esercito era devastato « dal conflitto tra le concezioni della disciplina rivoluzionaria e quelle della normale disciplina militare, tra la “democratizzazione” dell’esercito » e il « mantenimento della sua capacità combattiva » e per disciplina normale intende quella esistente ai tempi dello zarismo. Lo storico avrebbe dovuto sapere, pare, che tutte le grandi rivoluzioni hanno provocato la rovina del vecchio esercito come risultato di un conflitto non tra principi astratti di disciplina, ma tra classi vive. La rivoluzione non solo ammette una severa disciplina nell’esercito, ma addirittura la crea. Però questa disciplina non può essere imposta da rappresentanti della classe rovesciata dalla rivoluzione.

« È del tutto evidente — scriveva il 26 settembre 1851 un saggio tedesco a un altro — che la disorganizzazione degli eserciti e il completo rilassamento della disciplina è sia la condizione che il risultato di ogni rivoluzione vittoriosa ». Tutta la storia dell’umanità ha comprovato questa legge, semplice e inconfutabile. Ma, analogamente ai liberali, i socialisti russi, che avevano dietro di loro il 1905, non lo comprendevano, pur avendo spesso riconosciuto come loro maestri i due tedeschi, di cui uno era Friedrich Engels, l’altro Karl Marx. I menscevichi erano davvero convinti che l’esercito che aveva fatto la insurrezione avrebbe continuato la guerra agli ordini dei vecchi capi. E costoro chiamavano utopisti i bolscevichi!

Il generale Brussilov definì nettamente ai primi di maggio, in una conferenza al gran quartier generale, gli orientamenti del comando: una percentuale dal 15 al 20 % si era adattata al nuovo ordine di cose per convinzione; una parte degli ufficiali aveva cominciato ad adulare i soldati e a eccitarli contro il comando: quanto alla maggioranza, circa il 15%, non era capace di adattarsi, si affliggeva, si rinchiudeva nel proprio guscio e non sapeva che fare. D’altronde la schiacciante maggioranza del corpo degli ufficiali non valeva assolutamente niente dal punto di vista strettamente militare.

Durante una conferenza con i generali, Kerensky e Skobelev si scusavano per la rivoluzione che, ahimè!, « continuava » e di cui bisognava tener conto. A queste dichiarazioni dei ministri, il generale Gurko, favorevole ai Cento Neri, rispondeva facendo la morale: «Voi dite che la rivoluzione continua. Ascoltateci bene... Arrestate la rivoluzione e lasciate che noi militari facciamo il nostro dovere sino in fondo ». Kerensky diede tutto se stesso per venire incontro ai generali sinché uno di essi, il valoroso Kornilov, per poco non lo soffocava dagli abbracci.

La politica di conciliazione in periodo rivoluzionario è una politica di oscillazioni febbrili tra le classi. Kerensky era l’oscillazione personificata. Messo alla testa dell’esercito — e in genere un esercito non può essere concepito senza un regime ben definito —, Kerensky divenne lo strumento diretto della sua disgregazione. Denikin fornisce una curiosa lista di personaggi dell’alto comando revocati per non essersi saputi adattare alla linea, benché, per la verità, nessuno, e Kerensky meno di qualsiasi altro, sapesse quale fosse questa linea. Alexejev destituì il comandante in capo del fronte, Ruzsky, e il comandante d’armata Radko-Dmitrev per debolezza ed eccessiva tolleranza verso i comitati. Brussilov allontanò per gli stessi motivi l’impaurito Judenic, Kerensky congedò lo stesso Alexejev e i comandanti di fronti Gurko e Dragomirov perché si erano opposti alla democratizzazione dell’esercito. Per la stessa ragione, Brussilov allontanò il generale Kaledin e successivamente fu cacciato via a sua volta per eccessiva indulgenza verso i comitati. Kornilov abbandonò il comando della regione militare di Pietrogrado per la sua incapacità a intendersi con la democrazia. Ciò non impedì che fosse nominato comandante al fronte e poi generalissimo. Denikin fu eliminato dal posto di capo dello stato maggiore di Alexejev per tendenze schiavistiche pronunciate, ma fu ben presto nominato comandante in capo del fronte occidentale. Questo gioco a cavallina che dimostrava che in alto non si sapeva che cosa si volesse, scendeva per gradi sino in basso, sino alle compagnie dei reggimenti, e accelerava la disorganizzazione dell’esercito.

Pur esigendo dai soldati l’obbedienza agli ufficiali, i commissari stessi non avevano fiducia in questi ultimi. Al culmine dell’offensiva in una seduta del Soviet a Mogilev, sede del gran quartier generale, uno dei membri del Soviet dichiarò alla presenza di Kerensky e di Brussilov: « L’88 per cento degli ufficiali del gran quartier generale costituiscono, con i loro atti, un pericolo di manifestazioni contro-rivoluzionarie ». Per i soldati, non era un segreto. Avevano avuto tutto il tempo di conoscere i loro ufficiali prima della insurrezione.

Nel corso del mese di maggio, i rapporti del comando, a tutti i livelli, esprimono con varianti una sola idea: «In genere, soprattutto nella fanteria, c’è un atteggiamento contrario all’offensiva». Talvolta si aggiungeva: «Un po’ meglio nella cavalleria e abbastanza bene nell’artiglieria».

Alla fine di maggio, quando le truppe già si schieravano per l’offensiva, il commissario presso la VII armata telegrafava a Kerensky: «Nella 12° divisione, il 48° reggimento ha marciato al completo, il 45° e il 46° reggimento hanno marciato solo con la metà delle loro compagnie di linea; il 47° si è rifiutato di marciare. Tra i reggimenti della 13° divisione, il 50° reggimento ha marciato quasi al completo. Il 51° promette di marciare domani; il 49° non ha marciato, non essendo di servizio; il 52° si è rifiutato di marciare e ha arrestato tutti gli ufficiali». Lo stesso quadro si ripete quasi dovunque. Al rapporto del commissario il governo rispondeva: «Sciogliere i reggimenti 45°, 46°, 47° e 52°, processare gli ufficiali e i soldati che hanno istigato l’insubordinazione». Il tono era minaccioso, ma non faceva paura. I soldati che non avevano voglia di battersi, non temevano né lo scioglimento dei loro reggimenti né il tribunale. Per allineare il fronte, era necessario spesso inviare certi contingenti contro certi altri. Il più delle volte erano i Cosacchi a fungere da strumenti di repressione, come ai tempi dello zar; ora, però, erano diretti da socialisti: non si trattava, infatti, di difendere la rivoluzione?

Il 4 giugno, meno di quindici giorni prima dell’inizio dell’offensiva, il capo di stato maggiore del gran quartier generale inviava il seguente rapporto: « Il fronte settentrionaie si trova ancora in uno stato di fermento, continua la fraternizzazione con il nemico, l’atteggiamento della fanteria verso l’artiglieria è negativo... Sul fronte occidentale, la situazione è fluida. Sul fronte sud-occidentale, si nota un certo miglioramento dello stato d’animo... Sul fronte rumeno, nessun particolare miglioramento, la fanteria non vuole marciare...».

L’11 giugno 1917, il colonnello comandante il 61° reggimento scrive: « A me e agli ufficiali non resta altro che metterci in salvo, poiché da Pietrogrado è giunto un soldato della 5a compagnia, un leninista... Molti tra i migliori soldati e ufficiali sono già scappati...». La comparsa di un solo leninista in un reggimento era sufficiente perché gli ufficiali si mettessero a scappare. È chiaro che il soldato appena arrivato aveva la funzione del primo cristallo in una soluzione satura. Del resto, non c’è da pensare che fosse necessariamente un bolscevico. In quel periodo, il comando chiamava leninista qualsiasi soldato che alzasse la voce contro l’offensiva più arditamente degli altri. Tra questi « leninisti » ce n’erano molti che credevano sinceramente che Lenin fosse stato inviato da Guglielmo II. Il comandante del 61° reggimento tentò di intimorire i suoi soldati minacciandoli di repressioni da parte del governo. Uno dei suoi uomini replicò: « Abbiamo rovesciato il vecchio governo, butteremo all’aria anche Kerensky ». Era un linguaggio nuovo. I soldati si nutrivano dell’agitazione dei bolscevichi, ma andavano più avanti.

Già alla fine di aprile la flotta del Mar Nero, che era sotto la direzione dei socialrivoluzionari ed era considerata, contrariamente agli equipaggi di Kronstadt, come la cittadella del patriottismo, aveva inviato in tutto il paese una delegazione speciale di trecento uomini, con alla testa lo sbrigativo studente Batkin, travestito da marinaio. Questa delegazione aveva proprio l’aria di una mascherata; ma vi si intravedeva pure un sincero entusiasmo. Essa diffondeva nel paese l’idea della guerra sino alla vittoria, ma, da una settimana all’altra, gli ascoltatori divenivano più ostili. Mentre quelli del Mar Nero abbassavano sempre più il tono nella loro predica per l’offensiva, arrivava a Sebastopoli una delegazione del Baltico per predicare la pace. Gli uomini del Nord avevano nel Sud più successo che gli uomini del Sud nel Nord. Sotto l’influenza dei marinai di Kronstadt, l’8 giugno quelli di Sebastopoli prendevano l’iniziativa di disarmare il comando e di arrestare gli ufficiali più detestati.

Alla seduta del Soviet del 9 giugno, Trotsky domandava come mai « si fosse verificata una simile esplosione in un momento così critico nella flotta modello del Mar Nero che aveva inviato in tutto il paese delegazioni patriottiche, nel covo del patriottismo organizzato. Che cosa significava tutto ciò?». Non ebbe risposta. Nell’esercito, la mancanza di autorità e lo smarrimento erano una tortura per tutti, soldati, ufficiali e membri dei comitati. Tutti sentivano il bisogno immediato di una via d’uscita. Quelli che stavano in alto supponevano che l’offensiva avrebbe posto fine alla confusione e avrebbe chiarito le cose. In un certo senso, era giusto. Se a Pietrogrado Tseretelli e Cernov si pronunciavano in favore dell’offensiva, adattandosi a tutte le modulazioni della retorica democratica, sul fronte i membri dei comitati dovevano, di concerto con gli ufficiali, iniziare la lotta contro il nuovo regime nell’esercito, senza di cui la rivoluzione era inconcepibile, ma che era incompatibile con la guerra. I risultati dell’evoluzione si manifestarono rapidamente. « I membri dei comitati si orientavano ogni giorno di più verso destra — racconta un ufficiale di marina —, ma nello stesso tempo perdevano di tutta evidenza la loro autorità tra i marinai e i soldati ». E per la guerra c’era appunto bisogno dei soldati e dei marinai.

Con l’approvazione di Kerensky, Brussilov si accinse a formare battaglioni d’assalto costituiti da volontari, riconoscendo così apertamente l’incapacità combattiva dell’esercito. Aderirono immediatamente alla iniziativa gli elementi più disparati, il più delle volte avventurieri tipo quel capitano Muraviev che, in seguito, dopo la rivoluzione d’ottobre, si buttò dalla parte dei socialrivoluzionari di sinistra per tradire alla fine il potere sovietico, dopo alcune prodezze brillanti nel loro genere, ed essere ucciso da una pallottola dei bolscevichi o da una sua stessa pallottola. Inutile dire che gli ufficiali controrivoluzionari si impadronirono avidamente dei battaglioni d’assalto che costituivano per loro una forma legale di raggruppamento delle forze. Ma l’idea non ebbe quasi nessuna eco tra la massa dei soldati. Certe donne in cerca di avventure costituivano battaglioni femminili, « gli ussari neri della morte ». Uno di questi battaglioni costituì in ottobre l’ultima forza armata di Kerensky per la difesa del palazzo d’inverno. Ma tutto ciò non aiutava molto ad abbattere il militarismo tedesco. E proprio questo era il problema.

L’offensiva promessa dal gran quartier generale agli Alleati per l’inizio della primavera, era rinviata da una settimana all’altra. Ma ormai l’Intesa si rifiutava categoricamente di accettare nuovi rinvii. Nell’esigere una offensiva immediata, gli Alleati non si preoccupavano della scelta dei mezzi. Accanto alle patetiche suppliche di Vandervelde, c’erano le minacce di sospensione dei rifornimenti di munizioni. II console generale d’Italia a Mosca dichiarava non alla stampa italiana, ma a quella russa, che in caso di pace separata da parte della Russia, gli Alleati avrebbero concesso al Giappone piena libertà di azione in Siberia. I giornali liberali, non quelli di Roma, ma quelli di Mosca, stampavano con entusiasmo patriottico queste minacce insolenti, riferendole non alla pace separata ma al rinvio dell’offensiva. Gli Alleati non facevano tanti complimenti neppure sotto altri aspetti: per esempio, inviavano materiale di artiglieria evidentemente di scarto: il 35 % dei pezzi da campagna ricevuti dall’estero non resistevano quindici giorni a un fuoco moderato. L’Inghilterra sollevava difficoltà per i prestiti. In compenso, l’America, la nuova protettrice, accordava al governo provvisorio, all’insaputa dell’Inghilterra, un credito di 75 milioni di dollari come anticipo sulla offensiva che si preparava. Pur dando il suo consenso alla intimazione degli Alleati e sviluppando una furiosa agitazione per l’offensiva, la borghesia russa per parte sua non aveva la minima fiducia nell’offensiva stessa, e si rifiutava di sottoscrivere al prestito della libertà. La monarchia rovesciata approfittò dell’occasione per ritornare sulla scena: in una dichiarazione indirizzata al governo provvisorio, i Romanov manifestavano l’intenzione di sottoscrivere il prestito, aggiungendo tuttavia che « l’entità della sottoscrizione sarebbe dipesa dal fatto che il Tesoro desse o no del denaro per il mantenimento della famiglia reale». Tutto ciò era letto nell’esercito che sapeva che la maggioranza del governo provvisorio, come la maggioranza degli ufficiali superiori, continuava a sperare nella restaurazione della monarchia.

È giusto notare che in campo alleato non tutti erano d’accordo con i Vandervelde, i Thomas e i Cachin che spingevano l’esercito russo verso l’abisso. Si udivano certi avvertimenti. «L’esercito russo è una semplice facciata — diceva il generale Pétain — se si muove, crolla». Negli stessi termini si pronunciava, per esempio, la missione americana. Ma altre considerazioni ebbero il sopravvento. Bisognava strappare il cuore stesso della rivoluzione. « La fraternizzazione russo-tedesca — diceva più tardi Painlevé — operava tali devastazioni che, lasciando l’esercito russo immobile, si rischiava di assistere alla sua rapida disgregazione ».

La preparazione dell’offensiva sul piano politico fu fatta da Kerensky e da Tseretelli, all’inizio di nascosto anche dai più intimi collaboratori. Mentre certi dirigenti informati solo a metà continuavano a perorare in favore della difesa della rivoluzione, Tseretelli insisteva sempre più risolutamente sulla necessità che l’esercito fosse pronto ad agire. Cernov resistette più a lungo degli altri, per meglio dire, fece qualche civetteria. Alla seduta del governo provvisorio del 17 maggio, il « ministro dei contadini », come si autodefiniva, fu incalzato di domande: gli fu chiesto se fosse vero che in un comizio aveva parlato dell’offensiva senza pronunciarsi a favore, com’era necessario. Risultò che Cernov aveva detto che « l’offensiva, come uomo politico, non lo riguardava: era una faccenda che interessava gli strateghi del fronte ». Quella gente giocava a nascondino con la guerra, come con la rivoluzione. Ma non poteva farlo indefinitamente.

La preparazione dell’offensiva era naturalmente accompagnata da un inasprirsi della lotta contro i bolscevichi, accusati sempre più di tendere a una pace separata. La possibilità di una pace separata come la sola via d’uscita era iscritta nella situazione stessa, cioè era connessa alla debolezza e all’esaurimento della Russia in confronto agli altri paesi belligeranti. Ma nessuno aveva ancora valutato la forza del nuovo fattore: la rivoluzione. I bolscevichi ritenevano che non era possibile sottrarsi alla prospettiva di una pace separata se non contrapponendo audacemente e sino in fondo alla guerra la forza e l’autorità della rivoluzione. Per questo bisognava anzitutto rompere l’alleanza con la propria borghesia. Il 9 giugno Lenin dichiarava al congresso dei soviet: « Quando si dice che noi tendiamo a una pace separata, non è vero. Noi diciamo: nessuna pace separata, con nessun capitalista, in primo luogo con i capitalisti russi, mentre il governo ha fatto una pace separata con i capitalisti russi. Abbasso questa pace separata! ». Il verbale registra « applausi ». Erano gli applausi della piccola minoranza del congresso e per questo erano tanto più calorosi.

Al Comitato esecutivo gli uni mancavano ancora di decisione, gli altri volevano essere coperti da un organo più autorevole. All’ultimo momento, si decise di informare Kerensky che l’ordine dell’offensiva non era auspicabile prima di una decisione del congresso dei soviet. La dichiarazione proposta alla prima seduta del congresso dalla frazione bolscevica diceva: «L’offensiva non può che disorganizzare definitivamente l’esercito contrapponendo certi suoi contingenti a certi altri», e «il Congresso deve opporre immediata resistenza alla spinta controrivoluzionaria oppure prendersi la responsabilità di una simile politica, interamente e apertamente».

La decisione del congresso dei soviet a favore dell’offensiva non era che una formalità democratica. Tutto era già pronto. Gli artiglieri erano pronti da tempo a far fuoco sulle posizioni nemiche. Il 16 giugno, in un ordine del giorno all’esercito e alla flotta, Kerensky, dopo essersi riferito al comandante in capo come a un « grande capitano », « cinto da un’aureola di vittoria », dimostrava la necessità di sferrare un colpo « immediato e decisivo » e terminava dicendo: «Io ve lo ordino: avanti! ».

In un articolo redatto alla vigilia dell’offensiva e di commento alla dichiarazione della frazione bolscevica al congresso dei soviet, Trotsky scriveva: «La politica del governo distrugge completamente le possibilità di successo di un’azione militare... Le condizioni materiali per un’offensiva sono del tutto sfavorevoli. L’organizzazione dei rifornimenti dell’esercito è un riflesso del collasso economico generale, contro cui il governo, nella sua attuale composizione, non può prendere nessuna misura radicale. Le condizioni morali per un’offensiva sono ancora più sfavorevoli. Il governo... ha messo a nudo di fronte all’esercito... la sua incapacità a definire la politica della Russia indipendentemente dalla volontà degli Alleati imperialisti. Il risultato non poteva essere che una progressiva disgregazione dell’esercito... Le diserzioni in massa..., nella situazione attuale, non sono più il frutto di perverse volontà individuali, ma divengono espressione della completa incapacità del governo di fondere l’esercito rivoluzionario in un’intima unità di vedute ». Dopo aver sottolineato che il governo non si decideva ad « abolire immediatamente la proprietà fondiaria dei nobili, cioè a prendere la sola misura che dimostrerebbe anche al contadino più arretrato che questa rivoluzione è la sua rivoluzione », l’articolo concludeva: « In queste condizioni materiali e morali, l’offensiva assume necessariamente il carattere di un’avventura ».

Il comando riteneva quasi unanimemente che l’offensiva, senza speranza dal punto di vista militare, era determinata esclusivamente da un calcolo politico. Denikin, dopo aver percorso il suo fronte, diceva a Brussilov: « Non credo affatto a un successo dell’offensiva». Per di più, gli elementi di incertezza erano accresciuti dall’incompetenza del comando stesso. Stankevic, ufficiale e patriota, testimonia che la preparazione tecnica dell’operazione escludeva ogni possibilità di vittoria, anche prescindendo dal morale delle truppe: «L’offensiva fu organizzata come peggio non si poteva». I dirigenti del partito cadetto ricevettero la visita di una delegazione di ufficiali con alla testa il presidente dell’Unione degli ufficiali, il cadetto Novosiltsev, che li avvertì che l’offensiva era condannata all’insuccesso e avrebbe solo portato allo sterminio delle truppe migliori. Dinanzi a simili avvertimenti, le alte autorità si traevano d’impaccio con generiche affermazioni: « Restava una piccola speranza — diceva il capo di stato maggiore del gran quartier generale, il generale reazionario Lukomsky — forse un felice inizio dei combattimenti avrebbe modificato la psicologia delle masse e i capi avrebbero avuto la possibilità di riprendere le redini sfuggite loro di mano ». Questo era l’obiettivo fondamentale: riprendere le redini.

Secondo un piano elaborato da lunga data si contava di sferrare un gran colpo in direzione dì Lvov (Leopoli) con le forze del fronte sud-occidentale: il fronte settentrionale e quello occidentale avrebbero avuto una funzione di appoggio. L’offensiva doveva cominciare simultaneamente su tutti i fronti. Fu presto chiaro che questo piano andava molto al di là delle forze del comando. Si decise di far avanzare i fronti uno dopo l’altro, cominciando dai meno importanti. Ma neppure questo si dimostrò realizzabile. « Allora l’alto comando — dice Denikin — decise di rinunciare a qualsiasi strategia sistematica e fu costretto a lasciare l’iniziativa ai fronti, via via che erano pronti ». Ci si rimetteva completamente alla Provvidenza. Non mancavano che le icone della zarina. Si tentò di sostituirle con le icone della democrazia. Kerensky faceva viaggi, esortava, benediceva. L’offensiva cominciò il 16 giugno sul fronte sud-occidentale, il 7 luglio sul fronte occidentale, l’8 nel Nord, il 9 sul fronte rumeno. L’avanzata degli ultimi tre fronti, sostanzialmente fittizia, coincise con l’inizio della disfatta del fronte principale, quello sud-occidentale.

Kerensky comunicava al governo provvisorio: « La giornata odierna segna una grande vittoria della rivoluzione. Il 18 giugno, l’esercito rivoluzionario russo è passato all’offensiva tra un enorme entusiasmo ». « L’avvenimento atteso da tempo si è verificato — scriveva la Rjec, organo dei cadetti —, un avvenimento che di colpo ha riportato la rivoluzione russa ai suoi giorni migliori ». Il 19 luglio, il vecchio Plekhanov declamava dinanzi a una manifestazione patriottica: « Cittadini! Se vi domando in che giorno siamo, mi direte che è lunedì. Ma è un errore: oggi è domenica, giorno di resurrezione per il nostro paese e per la democrazia del mondo intero. La Russia, dopo essersi liberata dal giogo dello zarismo, ha deciso di liberarsi dal giogo del nemico». Lo stesso giorno Tseretelli diceva al congresso dei soviet: « Si apre una nuova pagina nella storia della grande rivoluzione russa... I successi del nostro esercito rivoluzionario devono essere salutati non solo dalla democrazia russa, ma anche... da tutti coloro che cercano effettivamente di combattere l’imperialismo ». La democrazia patriottica aveva aperto tutte le sue chiuse.

Nel frattempo i giornali davano una lieta notizia: « La Borsa di Parigi festeggia l’offensiva russa con un rialzo di tutti i valori russi ». I socialisti cercavano di valutare la saldezza della rivoluzione sulla base della quotazione dei titoli. Ma la storia insegna che quanto meglio si sente la Borsa, tanto peggio sta la rivoluzione.

Gli operai e la guarnigione della capitale non si lasciarono trascinare neppure per un istante dall’ondata di patriottismo suscitata artificialmente. Solo campo di azione del patriottismo restava la prospettiva Nevsky. «Uscimmo sulla prospettiva Nevsky — racconta nei suoi ricordi il soldato Cinenov — e cercammo di fare un’agitazione contro l’offensiva. Immediatamente i borghesi si precipitarono su di noi a colpi di ombrello... Noi afferravamo i borghesi, li trascinavamo nelle caserme... e dicevamo loro che il giorno dopo sarebbero stati spediti al fronte». Erano già sintomi di un’imminente esplosione della guerra civile: le giornate di luglio si avvicinavano.

Il 21 giugno il reggimento dei mitraglieri di Pietrogrado prendeva in un’assemblea generale la seguente decisione: «Ormai, invieremo contingenti al fronte solo nel caso che la guerra assuma un carattere rivoluzionario...». Poiché era minacciato di scioglimento, il reggimento rispondeva che per parte sua non avrebbe esitato a sciogliere «il governo provvisorio e le altre organizzazioni che lo sostenevano». Di nuovo, sentiamo note minacciose che precedono di molto l’agitazione dei bolscevichi.

La cronaca degli avvenimenti annota il 23 giugno: «Reparti della II armata si sono impadroniti della prima e della seconda linea di trincee avversarie...». E subito dopo « Nella fabbrica Baranovsky (seimila operai) hanno avuto luogo nuove elezioni al Soviet di Pietrogrado. Al posto di tre socialrivoluzionari sono stati eletti tre bolscevichi ».

Verso la fine del mese la fisionomia del Soviet di Pietrogrado era già mutata considerevolmente. Per la verità, il 20 giugno il Soviet aveva adottato un indirizzo di saluto all’esercito passato all’offensiva. Ma con quale maggioranza? Con quattrocentosettantadue voti contro centosettan- tuno e trentanove astensioni. Erano rapporti di forza del tutto nuovi, non riscontrati in precedenza. I bolscevichi, assieme ai piccoli gruppi di sinistra dei menscevichi e dei socialrivoluzionari sono già i due quinti del Soviet. Ciò significa che nelle fabbriche e nelle caserme gli avversari dell’offensiva costituiscono una maggioranza incontestabile.

Il Soviet del quartiere di Vyborg adottò il 24 giugno una risoluzione in cui ogni parola sembra colpire come una martellata: «Noi... protestiamo contro l’avventura del governo provvisorio che conduce l’offensiva per vecchi trattati di rapina... e facciamo ricadere tutta la responsabilità di questa offensiva sul governo provvisorio come pure sui partiti che lo sostengono, menscevichi e socialrivoluzionari». Relegato in secondo piano dopo l’insurrezione di febbraio, il gruppo di Vyborg ritornava ora in primo piano con baldanza. Nel Soviet di Vyborg, i bolscevichi dominavano completamente.

Ormai, tutto dipendeva dall’esito dell’offensiva, cioè dai soldati. Quali mutamenti provocava l’offensiva nella coscienza di coloro che dovevano condurla? Essi tendevano irresistibilmente verso la pace. Ma proprio questa tendenza i dirigenti riuscirono in una certa misura, almeno per un certo numero di soldati e per un brevissimo periodo, a trasformare in volontà offensiva.

Dopo l’insurrezione, i soldati si attendevano dal nuovo potere una rapida conclusione della pace e, nel frattempo, erano disposti a reggere il fronte. Ma la pace non veniva. I soldati facevano tentativi di fraternizzazione con i tedeschi e con gli austriaci, in parte sotto l’influenza dell’agitazione dei bolscevichi, ma soprattutto cercando direttamente la strada della pace. Ma le persecuzioni contro la fraternizzazione cominciavano da ogni parte. Inoltre ci si rendeva conto che i soldati tedeschi erano ancora ben lungi dal sottrarsi agli ordini dei loro ufficiali. Non avendo portato alla pace, la fraternizzazione diminuì.

Frattanto, sul fronte si era stabilita una tregua di fatto. I tedeschi ne approfittavano per trasferire moltissime unità sul fronte occidentale. I soldati russi notavano che le trincee nemiche si spopolavano, che i cannoni venivano ritirati. Proprio su questo era costruito il piano di preparazione psicologica dell’offensiva. Sistematicamente, si cercava di persuadere i soldati che il nemico era completamente indebolito, che non aveva più forze sufficienti, che, da Occidente, l’America faceva sentire il suo peso, e, da parte nostra, sarebbe bastato un piccolo scossone perché il fronte avversario crollasse, dopo di che avremmo avuto la pace. I dirigenti non ci credevano affatto. Ma contavano che l’esercito, una volta messo il dito nell’ingranaggio della guerra, non avrebbe più potuto toglierlo.

Non essendo stato raggiunto lo scopo né con la diplomazia del governo provvisorio né con la fraternizzazione, una parte dei soldati inclinava senza dubbio per la terza soluzione: sferrare un colpo che avrebbe provocato il dissolversi della guerra. Proprio così uno dei delegati del fronte al congresso dei soviet esprimeva lo stato d’animo dei soldati: «Ora, abbiamo dinanzi a noi un fronte tedesco meno compatto, non abbiamo dinanzi dei cannoni, se marciamo e rovesciamo il nemico, ci avviciniamo alla pace desiderata».

Agli inizi, l’avversario si dimostrò effettivamente molto debole e ripiegò senza accettare una battaglia che, del resto, gli attaccanti non avrebbero potuto dargli. Ma, invece di disgregarsi, l’avversario si raggruppava e riconcentrava le sue forze. Penetrando in profondità per una ventina o trentina di chilometri, i soldati russi scoprivano una situazione che conoscevano abbastanza bene grazie all’esperienza degli anni precedenti: l’avversario li attendeva su nuove posizioni fortificate. Allora divenne chiaro che, se i soldati acconsentivano ancora a compiere un balzo verso la pace, non volevano affatto la guerra. Trascinati alla lotta da un’azione combinata della violenza, della pressione morale e, soprattutto, dell’inganno, si ritrassero indietro con tanto maggiore indignazione.

« Dopo una preparazione di artiglieria da parte russa, inaudita per potenza e violenza — dice uno storico russo della guerra mondiale, il generale Zaionckovsky — le truppe occuparono quasi senza perdite la posizione nemica e non vollero proseguire. Dovunque cominciarono le diserzioni e le posizioni furono abbandonate da intere unità ».

L’uomo politico ucraino Doroscenko, ex-commissario del governo provvisorio in Galizia, racconta che dopo la presa delle città di Halicz e di Kalusz, « ci fu immediatamente a Kalusz uno spaventoso pogrom che colpì esclusivamente gli ucraini e gli ebrei, ma non toccò i polacchi. Il pogrom fu diretto da non si sa quale mano esperta che indicava specialmente gli istituti locali ucraini di cultura e di istruzione ». Al pogrom parteciparono « i contingenti migliori, meno pervertiti dalla rivoluzione », accuratamente selezionati per l’offensiva. Ma in questa faccenda si mostrarono più apertamente, con il loro vero volto, i dirigenti dell’offensiva, gli ufficiali dello zar, ricchi di esperienza nell’organizzazione di pogrom.

Il 9 luglio i comitati e i commissari della II armata telegrafavano al governo: « L’offensiva tedesca, iniziata il 6 luglio, sul fronte della II armata volge a un incalcolabile disastro... Nello stato d’animo delle truppe che hanno recentemente avanzato grazie agli eroici sforzi della minoranza, si è verificato un capovolgimento brusco e disastroso. Lo slancio dell’offensiva è stato rapidamente annullato. La maggior parte dei reparti si trovano in uno stato di crescente disgregazione. Non è ormai più il caso di parlare di autorità e di subordinazione, gli ammonimenti e la persuasione hanno perduto ogni valore: vi si risponde con minacce e persino con sparatorie ».

Il comandante in capo del fronte sud-occidentale, con il consenso dei commissari e dei comitati, diramava l’ordine di sparare sui fuggiaschi.

Il 12 luglio, il comandante del fronte occidentale, Denikin, rientrava al suo stato maggiore «con la morte nel cuore e con piena consapevolezza del crollo completo dell’ultima speranza… di un miracolo che ancora brillava».

I soldati non volevano combattere. Le truppe di retroguardia cui si erano rivolti per il cambio i contingenti indeboliti dopo l’occupazione delle trincee nemiche, rispondevano: « Perché siete passati all’offensiva? Chi ve lo ha ordinato? Bisogna farla finita con la guerra e non attaccare ». Il comandante del 1 ° corpo siberiano, che era considerato uno dei migliori, comunicava che al calar della notte i soldati si allontanavano in massa, per compagnie intere, dalla prima linea non ancora attaccata. « Compresi che noi capi eravamo impotenti a mutare la psicologia elementare della massa dei soldati, e con amarezza, con amarezza, singhiozzai a lungo ».

Una delle compagnie si rifiutò persino di far pervenire all’avversario un volantino sulla presa di Halicz sinché non si fosse trovato un soldato capace di tradurre in russo il testo tedesco. Questo fatto dimostra tutta la diffidenza della massa dei soldati nei confronti dei dirigenti, dei vecchi come dei nuovi, quelli di febbraio. Secoli di oltraggi e di violenze provocavano una eruzione vulcanica.

I soldati si sentivano di nuovo ingannati. L’offensiva portava, non alla pace, ma alla guerra. E i soldati non volevano la guerra. I patrioti imboscati nelle retrovie perseguitavano e vilipendevano i soldati come se fossero codardi. Ma i soldati avevano ragione. Li guidava un giusto istinto nazionale, rifratto nella coscienza di gente oppressa, ingannata, torturata, sollevata dalla speranza nella rivoluzione e immersa di nuovo nell’intruglio sanguinoso. I soldati avevano ragione. La continuazione della guerra non poteva arrecare al popolo russo se non nuove vittime, umiliazioni, calamità, se non un ribadimento della servitù interna ed esterna.

La stampa patriottica del 1917, non solo quella dei cadetti, ma anche quella dei socialisti, non si stancava di sottolineare il contrasto tra i soldati russi, disertori e vili, e gli eroici battaglioni della grande rivoluzione francese. Questi paralleli rivelano non solo una incomprensione della dialettica del processo rivoluzionario, ma anche una completa ignoranza della storia.

Gli insigni capitani della Rivoluzione e dell’impero francese cominciarono, quasi sempre, violando la disciplina, come disorganizzatori: come bolscevichi, direbbe Miljukov. Il futuro maresciallo Davout, quando era il tenente Davout, per lunghi mesi, nel 1789-1790, distrusse la disciplina «normal » nella guarnigione di Aisdenne, cacciando via i comandanti. In tutta la Francia, sino alla metà del 1790, si verificò un processo di totale disgregazione del vecchio esercito. I soldati del reggimento di Vincennes costringevano i loro ufficiali a sedere a tavola con loro. La flotta espelleva gli ufficiali. Una ventina di reggimenti sottoponevano il loro comando a violenze di vario genere. A Nancy, tre reggimenti gettavano in prigione gli ufficiali. A partire dal 1790, i tribuni della rivoluzione francese non si stancano di ripetere, a proposito degli eccessi dell’esercito: « È il potere esecutivo che ha la colpa di non aver destituito gli ufficiali ostili alla rivoluzione ». È degno di nota che per lo scioglimento del vecchio corpo degli ufficiali si pronunciassero sia Mirabeau che Robespierre. Il primo mirava a ristabilire al più presto una forte disciplina. Il secondo voleva disarmare la controrivoluzione. Ma tutti e due capivano che il vecchio esercito non poteva più durare.

È vero che la rivoluzione russa, a differenza di quella francese, avveniva in tempo di guerra. Ma non è una buona ragione perché venga meno la legge storica segnalata da Engels. Al contrario, le condizioni di una guerra lunga e sfortunata non potevano che accelerare e aggravare il processo di disgregazione rivoluzionaria dell’esercito. L’offensiva fallita e criminale della democrazia fece il resto. Ormai, tutti i soldati dicevano: « Basta spargimenti di sangue! A che ci servono la terra e la libertà se non esistiamo più? ». Quando certi colti pacifisti cercano di abolire la guerra con argomenti razionalisti, sono semplicemente ridicoli. Ma quando le masse annate da parte loro mettono in opera contro la guerra gli argomenti della ragione, ciò significa che la guerra volge alla fine.