Lo zar e la zarina

Questo libro non intende affatto occuparsi di ricerche psicologiche fini a se stesse del tipo di quelle che oggi si cerca spesso di sostituire all’analisi sociale e storica. Il nostro campo di osservazione si riferisce innanzitutto alle grandi forze motrici della storia che trascendono le singole persone. La monarchia è una di queste forze, che tuttavia operano tramite singoli individui. La monarchia è legata alla singola individualità per il suo stesso principio. Così si giustifica di per sé l’interesse per la persona di un sovrano che lo sviluppo della storia ha messo a confronto con la rivoluzione. Speriamo inoltre di dimostrare, almeno parzialmente, nelle pagine che seguono, quali siano nell’individuo i limiti dell’elemento individuale — spesso più angusti di quanto non possa sembrare — e come, in molte occasioni, le «caratteristiche particolari» non siano altro che l’impronta individuale di una più alta legge generale.

Nicola II aveva avuto in eredità dai suoi antenati non solo un impero immenso, ma anche la rivoluzione. Essi non gli avevano lasciato alcuna qualità che lo rendesse atto a governare l’impero o solo una provincia o un distretto. Al flusso della storia, le cui ondate si avvicinavano sempre più alle porte del palazzo, l’ultimo dei Romanov contrapponeva una sorda indifferenza: sembrava che tra la sua mentalità e i suoi tempi si frapponesse una parete divisoria, sottile, ma assolutamente impenetrabile.

Le persone che frequentavano lo zar hanno riferito più di una volta, dopo la rivoluzione, che nei più tragici momenti del suo regno — nei giorni della resa di Port-Arthur e dell’affondamento della flotta russa a Tsusima — dieci anni dopo, quando le truppe russe battevano in ritirata in Galizia o due anni più tardi, nei giorni precedenti all’abdicazione, mentre tutto il suo entourage era affranto, spaventato, costernato, Nicola era il solo a mantenersi calmo. Continuava a informarsi sul numero di verste percorse nei suoi viaggi in Russia, rievocava incidenti di caccia dei tempi passati, aneddoti relativi a ricevimenti ufficiali e, in genere, si interessava alle futilità della vita quotidiana, mentre il tuono rumoreggiava sopra la sua testa e il cielo era solcato da lampi. «Che significa tutto ciò? — si chiedeva uno dei tanti generali che lo circondavano. — Forse una formidabile, quasi incredibile padronanza di sé, dovuta all’educazione, alla fede nella divina provvidenza, o una scarsa consapevolezza della situazione?». Nella domanda è già contenuta in buona parte la risposta. La cosiddetta educazione dello zar, la sua capacità di dominarsi nelle circostanze più drammatiche, non può essere spiegata unicamente con un superficiale allenamento: la sua personalità era, in fondo, caratterizzata da un’intima indifferenza, da una grande carenza di forza morale, da una scarsezza di impulsi volitivi. La maschera dell’indifferenza, che in certi ambienti viene chiamata «educazione», si confondeva naturalmente con il viso stesso di Nicola.

Il diario dello zar ha più valore di qualsiasi altra testimonianza: un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, si susseguono, in queste pagine, le note deprimenti della sua vacuità morale: «Passeggiato a lungo e uccisi due corvi. Era ancora chiaro quando ho preso il tè». Passeggiate a piedi, giri in barca. Altri corvi uccisi e altro tè. Tutto al limite della pura attività fisiologica. Le cerimonie religiose sono menzionate sullo stesso tono delle bevute.

All’apertura della Duma dell’impero, mentre tutto il paese era sconvolto dalle convulsioni, Nicola scriveva: «14 aprile. Passeggiato con una camicia leggera e ripreso il canottaggio. Preso il tè sulla terrazza. Stana ha cenato e fatto un giro in barca con noi. Poi, lettura». Non una parola su quello che leggeva: era un romanzo sentimentale inglese o un rapporto di polizia?. «15 aprile. Accettate le dimissioni di Witte. Hanno cenato con noi Maria e

Dimitri. Riaccompagnati in vettura al palazzo».

Il giorno in cui si decideva dell’aggiornamento della Duma, mentre sia gli altri dignitari che i circoli liberali erano ossessionati dalla paura, lo zar scriveva nel suo diario: «7 luglio. Venerdì. Mattinata molto occupata. Mezz’ora di ritardo alla colazione degli ufficiali... C’è stato un temporale e un’atmosfera soffocante. Passeggiato insieme. Ricevuto Goremykin: firmato Vukase di aggiornamento della Duma! Cenato da Olga e Petja. Letto tutta la sera». Il punto esclamativo dopo l’annuncio dell’aggiornamento della Duma è la massima espressione delle emozioni dello zar.

I deputati della Duma che era stata sciolta esortavano il popolo a rifiutarsi di pagare le imposte e di fare il servizio militare. Si verificavano parecchie rivolte militari: a Sveaborg, a Kronstadt, sulle navi e fra le truppe: il terrorismo rivoluzionario contro gli alti dignitari riprendeva su scala inaudita. Lo zar scriveva: «9 luglio. Domenica. L’affare è fatto! La Duma è stata chiusa oggi. A colazione, dopo la messa, si vedevano molte facce scure... Tempo bellissimo. Alla passeggiata abbiamo incontrato lo zio Misa, che è venuto a stabilirsi qui ieri, da Gateina. Sino alla cena e tutta la serata, lavorato tranquillamente. Fatto un giro in barca». Che abbia fatto un giro in barca, è chiaro; ma che lavoro ha fatto? Non lo dice. È sempre la stessa cosa.

Procediamo in queste fatali giornate : «14 luglio. Dopo essermi vestito, andato in bicicletta alla capanna, fatto il bagno in mare deliziosamente». «15 luglio. Fatto il bagno due volte. Faceva molto caldo. Cenato noi due soli. Il temporale è passato». «19 luglio. Fatto il bagno stamane. Ricevimento alla fattoria. Lo zio Vladimir e Ciaghin a colazione». Le insurrezione, le esplosioni di dinamite sono appena indicate con un semplice apprezzamento: «Belle cose!». Colpisce la volgare indifferenza che non arriva a un cinismo cosciente.

«Alle nove e mezzo del mattino, siamo andati a visitare il reggimento del Mar Caspio... Fatta una lunga passeggiata. Tempo magnifico. Bagno in mare. Dopo il tè, ricevuti Lvov e Guckov». Non una parola per dire che questa udienza straordinaria, concessa a due liberali, era provocata da un tentativo di Stolypin di includere nel suo ministero uomini politici dell’opposizione. Il principe Lvov, più tardi alla testa del governo provvisorio, diceva già allora a proposito di questa udienza: «Mi aspettavo di vedere il sovrano oppresso dal dolore: invece, venne verso di me, gioviale e disinvolto, un tipo vigoroso con un camiciotto color lampone».

Le vedute dello zar non erano più ampie di quelle di un comune funzionario di polizia, con la sola differenza che un poliziotto, nonostante tutto, conosceva meglio la realtà ed era meno afflitto dalle superstizioni. Il solo giornale che Nicola avesse letto per anni e da cui attingesse le sue idee, era un settimanale pubblicato a spese del Tesoro dal principe Mescersky, uomo vile, corrotto, disprezzato nel suo stesso ambiente, giornalista delle cricche reazionarie della burocrazia. Durante due guerre e due rivoluzioni, lo zar non cambiò affatto le sue idee: tra la sua mentalità e gli avvenimenti si frapponeva sempre la parete divisoria impenetrabile dell’indifferenza.

Non senza ragione si diceva che Nicola fosse un fatalista. Occorre solo aggiungere che il suo fatalismo era esattamente il contrario di una fiducia attiva nella propria «stella». In realtà, Nicola si considerava un fallito. Il suo fatalismo non era che una forma di difesa passiva di fronte allo sviluppo storico, e si accompagnava all’arbitrio, meschino nei moventi psicologici, ma mostruoso nelle conseguenze.

«Voglio così e così deve essere» — scrive il conte Witte. — «Questa espressione si manifestava in tutti gli atti di questo debole sovrano che solo per debolezza ha fatto tutto quello che ha contraddistinto il suo regno, versando sempre sangue più o meno innocente e, il più delle volte, senza alcuna utilità».

Nicola è stato a volte paragonato al suo trisavolo semipazzo, Paolo I, strangolato da una camarilla con il consenso del figlio, Alessandro I, il «benedetto». Effettivamente, questi due Romanov si assomigliavano per la diffidenza verso tutti, derivante dalla diffidenza verso se stessi, per gli atteggiamenti ombrosi da onnipotenti nullità, per lo stato d’animo da reietti e, potremmo dire, per una mentalità da paria coronati. Ma Paolo I era molto più brillante, le sue divagazioni contenevano un elemento di fantasia, anche se folle. Nel suo discendente, tutto è opaco, non c’è un tratto vivo.

Nicola era anche sleale, non solo squilibrato. I suoi adulatori dicevano di lui che seduceva, che incantava, grazie alla cortesia dei suoi rapporti con la corte. Ma si dimostrava particolarmente amabile con i dignitari che aveva deciso di mettere alla porta: un ministro, incantato dell’accoglienza che aveva avuto a Corte, trovava, rientrando a casa, una lettera di destituzione. Era per lo zar un modo di vendicarsi della propria nullità.

Nicola si distoglieva con sentimenti ostili da chiunque fosse dotato di talento e di grandezza. Si sentiva a suo agio solo tra spiriti mediocri, privi di ogni qualità, bigotti in disfacimento che non dovesse guardare dal basso in alto. Aveva il suo amor proprio, anche raffinato, ma non attivo, senza un minimo di iniziativa, sempre su una difensiva da invidioso. Nella scelta dei ministri, il suo principio era di prenderli sempre più in basso. Non chiamava a sé uomini di spirito e di carattere se non nelle situazioni estreme e se non c’era altra via d’uscita, come si fa appello al chirurgo quando si è in pericolo di vita. Avvenne così con Witte e poi con Stolypin. Lo zar nutriva verso l’uno e l’altro un sentimento di avversione mal dissimulato. Non appena la crisi era superata, Nicola si affrettava a disfarsi dei consiglieri troppo grandi per la sua statura. La selezione era tanto sistematica che Rodzjanko, presidente dell’ultima Duma, osò dire allo zar il 7 gennaio 1917, mentre la rivoluzione batteva alla porta: «Sire, attorno a voi non resta un solo uomo sicuro e onesto: i migliori sono stati allontanati o se ne sono andati spontaneamente: restano solo coloro che hanno una cattiva reputazione».

Tutti gli sforzi della borghesia liberale per stabilire un dialogo con la Corte rimasero senza esito. Instancabile e rumoroso, Rodzjanko tentava di scuotere lo zar con i suoi rapporti, ma invano. Nicola non rispondeva, indifferente sia agli argomenti, sia alle chiacchiere, mentre intanto preparava, di soppiatto, lo scioglimento della Duma. Il granduca Dimitri, già favorito dello zar, che avrebbe poi partecipato all’assassinio di Rasputin, si lagnava con il principe Jusupov, complice nella congiura, che al quartier generale lo zar divenisse ogni giorno più insensibile a tutto quello che gli stava attorno. Secondo Dimitri, si intossicava lo zar con qualche mistura che intorpidiva le sue facoltà mentali. «Secondo alcune voci — scrive da parte sua Miljukov, storico liberale — questo stato di apatia intellettuale e morale dello zar era provocato da abusi nel bere». Tutto ciò non era che un’invenzione o un’esagerazione. Lo zar non aveva bisogno di stupefacenti: la «mistura» mortale l’aveva già nel sangue. Ma i segni di intossicazione si manifestavano con evidenza particolare sullo sfondo dei grandi eventi della guerra e della crisi interna che portò alla rivoluzione. Rasputin, che era uno psicologo, diceva in breve dello zar che «gli mancava qualcosa dentro».

Quest’uomo opaco, calmo e «bene educato», era crudele. Non di una crudeltà attiva, che si prefigga certi fini storici, come quella di un Ivan il terribile o di un Pietro — cosa c’era di comune tra Nicola e questi personaggi? —, ma di una crudeltà vile, propria di un rampollo impaurito che si sente condannato. Sin dagli albori del suo regno, egli si congratulava con «i valorosi del reggimento di Fanagoria» che avevano sparato sugli operai. Leggeva sempre «con piacere» come fossero stati frustati con gli scudisci gli studenti «dai capelli corti», come gente indifesa avesse avuto il cranio fracassato nei pogrom contro gli ebrei. Rifiuto coronato della società, si sentiva portato con tutta l’anima verso la spazzatura, verso i banditi Cento Neri, e non solo li pagava lautamente con le risorse del Tesoro, ma amava intrattenersi con loro per farsi raccontare le loro imprese e per farli graziare, quando per caso erano incriminati per aver assassinato deputati dell’opposizione. Witte, che era alla testa del governo durante la repressione contro la prima rivoluzione, ha scritto nelle sue memorie: «Quando inutili sevizie compiute dai capi di questi distaccamenti venivano a conoscenza del sovrano, questi le approvava o, quanto meno, le difendeva». Poiché il generale governatore delle province baltiche chiedeva che si riducesse alla ragione un capitano in seconda, tale Richter, che «procedeva a esecuzioni a suo piacere, senza giudizio, anche ai danni di persone che non avevano opposto nessuna resistenza», lo zar annotava sul rapporto: «Bravo!». Distribuiva simili incoraggiamenti senza parsimonia. Questa «persona incantevole», senza volontà, senza uno scopo, senza fantasia, fu più terribile di tutti i tiranni della storia antica e moderna.

Lo zar subiva moltissimo l’influenza della zarina, influenza che aumentò con gli anni e con le difficoltà. Insieme costituivano un tutto unico. Questa combinazione indica di per se stessa in quale misura, sotto la pressione delle circostanze, l’elemento individuale sia completato dall’elemento di gruppo. Ma prima dobbiamo parlare della zarina.

Maurice Paléologue, ambasciatore francese a Pietrogrado durante la guerra, psicologo raffinato a uso di accademici e di portinai, fornisce un ritratto accuratamente leccato dell’ultima zarina: inquietudine morale — dice in sostanza —, cronica malinconia, angoscia senza limiti, alternarsi di soprassalti di energia e di crisi di astenia, meditazioni dolorose sull’al di là e sull’invisibile, superstizioni, tutti questi tratti, così marcati nella personalità della zarina, non sono forse caratteristici del popolo russo? Per quanto possa sembrare strano, c’è un pizzico di verità in questa fantasia dolciastra. Non a torto lo scrittore satirico russo Saltykov diceva a proposito dei ministri e dei governi provenienti dalle baronie baltiche che erano «tedeschi con l’anima russa». Non c’è dubbio che proprio certi allogeni, senza alcun legame con il popolo, elaboravano la più raffinata cultura dell’amministratore «genuinamente russo».

Ma perché dunque il popolo ripagava con un odio così aperto la zarina, che, secondo Paléologue, aveva così bene assimilato l’anima nazionale? La risposta è semplice: per giustificare la sua nuova posizione, questa tedesca cercava di assimilare con fredda frenesia tutte le tradizioni e le suggestioni del Medioevo russo; il più misero e grossolano di tutti i Medioevi, in un periodo in cui il popolo faceva sforzi enormi per emanciparsi dalla propria barbarie medioevale. Questa principessa dell’Assia era letteralmente posseduta dal demone dell’autocrazia: sollevatasi dal suo buco provinciale sino ai fastigi del dispotismo bizantino, non intendeva a nessun costo ridiscendere. Nella religione ortodossa aveva trovato una mistica e una magia adatte alla sua nuova sorte. Aveva una fiducia tanto più incrollabile nella propria vocazione quanto più l’ancien régime si smascherava. Forte di carattere, capace di una esaltazione arida e dura, la zarina completava, dominandolo, lo zar privo di energia.

Il 17 marzo 1916, un anno prima della rivoluzione, mentre il paese dilaniato già si contorceva nella morsa della sconfitta e dello smarrimento, la zarina scriveva al marito al gran quartier generale: « ...Non devi lasciarti piegare: niente ministero responsabile od altro, niente di tutto quello che essi vogliono. Questa guerra deve essere la tua guerra, e la pace la tua pace, per l’onore tuo e della patria, ma in nessun caso per l’onore della Duma. Quella gente non ha diritto di dire una sola parola su questi problemi». Era in ogni caso un programma organico e che, per l’appunto, aveva sempre la meglio sulle continue tergiversazioni dello zar.

Quando Nicola partì per raggiungere l’esercito nella sua qualità di generalissimo fittizio, fu la zarina a occuparsi apertamente degli affari interni. I ministri si presentavano a lei con i loro rapporti, come se fosse una reggente. Ella complottava con una piccola camarilla contro la Duma, contro i ministri, contro i generali dello stato maggiore, contro tutti, in parte anche contro lo zar. Il 6 dicembre 1916, scriveva a Nicola: «Dal momento che hai detto di voler mantenere Protopopov, come osa [il presidente del consiglio, Trepov] andare contro il tuo volere? Batti il pugno sul tavolo, non cedere, sii il padrone, dà retta alla tua forte donnina e al nostro Amico. Abbi fiducia in noi!». Tre giorni più tardi: «Sai di avere ragione. Tieni la testa alta, ordina a Trepov di lavorare con lui... Batti il pugno sul tavolo...». Queste frasi sembrano inventate, mentre sono tolte da lettere autentiche. E poi sono cose che non si inventano.

Il 13 dicembre la zarina tornava alla carica: «Soprattutto, niente governo responsabile, questa idea fissa di tutti! Tutto si calma e la situazione migliora di continuo, ma vogliono sentire il tuo pugno. Da molto tempo, da lunghi anni mi ripetono sempre la stessa cosa: la Russia ha piacere di essere accarezzata con lo scudiscio: è nella natura di quella gente. Questa ortodossa dell’Assia, educata a Windsor, adomata del diadema bizantino, non solo non «incarna» l’anima russa, ma ha per quest’anima un organico disprezzo: è nella natura di quella gente chiedere lo scudiscio, scrive la zarina di Russia, allo zar di Russia, parlando del popolo russo; e questo dieci settimane prima che la monarchia precipitasse nell’abisso.

Benché più dotata di carattere del marito, la zarina non gli è superiore intellettualmente, anzi gli è alquanto inferiore: ancora più di lui cerca la compagnia dei poveri di spirito. La stretta amicizia che legò per molti anni lo zar e la zarina alla damigella d’onore Vyrubova, dà la misura intellettuale della coppia imperiale. La Vyrubova si autodefiniva stupida e non certo per modestia. Witte, cui non si può negare la capacità di giudizio, la definiva «la più banale, la più stupida damigella di stampo pietro-gradese, sgradevole, simile a una rigonfiatura di pasta frolla». In compagnia di questa persona, corteggiata servilmente da canuti dignitari, da ambasciatori, da finanzieri, che aveva anche abbastanza comprendonio per non tralasciare di riempirsi le tasche, lo zar e la zarina passavano ore ed ore, la consultavano sui loro affari, corrispondevano con lei e si intrattenevano per lettera. La Vyrubova era più influente della Duma dell’impero e persino più influente del ministero.

Ma a sua volta, ella non era che la medium dell’«Amico», la cui autorità dominava queste tre persone. «Questa è la mia opinione personale — scrive la zarina allo zar — ma cercherò di sapere cosa ne pensa il nostro Amico». L’opinione dell’Amico non è un’«opinione personale», è l’opinione decisiva. «Io sono forte — insiste la zarina qualche settimana più tardi — ma ascoltami bene, cioè ascolta il nostro Amico e abbi fiducia in noi in tutto e per tutto... Soffro per te come per un bambino delicato, dal cuore tenero, che ha bisogno di essere guidato, ma che presta orecchio a cattivi consiglieri, mentre c’è un uomo inviato da Dio, che gli dice quello che deve fare».

L’Amico, l’inviato di Dio, è Gregorio Rasputin.

«Con le preghiere e con l’aiuto del nostro Amico, tutto andrà bene». «Se non l’avessimo accanto a noi, tutto sarebbe finito da tempo, ne sono assolutamente convinta».

Per tutta la durata del regno di Nicola e di Alessandra, si fecero venire alla Corte guaritori, maghi, invasati, reclutati non solo in tutta la Russia, ma anche all’estero. Allo scopo esistevano dignitari riconosciuti come fornitori, che si riunivano attorno all’oracolo del momento, costituendo presso il monarca una potente Camera Alta. In quell’ambiente non mancavano vecchie bigotte con il titolo di contesse, né eccellenze ipocondriache in ozio, né finanzieri che affittavano interi ministeri. Geloso della concorrenza non patentata di ipnotizzatori e di stregoni, l’alto clero ortodosso cercava di aprirsi una strada nel santuario dell’intrigo. Witte chiamava «camarilla lebbrosa» questi circoli dirigenti, che per due volte gli avevano spezzato le reni.

Quanto più la dinastia si isolava e quanto più l’autocrate si sentiva abbandonato, tanto più avvertiva il bisogno di un aiuto ultraterreno. Certi selvaggi, per ottenere il bel tempo, fanno girare in aria una tavoletta legata a una cordicella. Lo zar e la zarina si servivano di tavolette per gli scopi più diversi. Nel vagone imperiale c’era un oratorio vero e proprio, con icone grandi e piccole e ogni sorta di oggetti religiosi, contrapposti prima all’artiglieria giapponese e poi all’artiglieria tedesca.

A rigor di termini, il livello intellettuale della Corte non era molto mutato da una generazione all’altra. Ai tempi di Alessandro II soprannominato «l’emancipatore», i granduchi credevano fermamente ai diavoli che frequentano le case e alle streghe. Sotto Alessandro III, le cose non andavano meglio, ma la situazione era più tranquilla. La «camarilla lebbrosa» è sempre esistita, anche se mutava la sua composizione e cambiavano i suoi metodi. Nicola II non ha affatto creato, ma ha ereditato dagli avi l’atmosfera di barbarie medioevale che regnava nel palazzo. Tuttavia, nel corso di quei decenni, il paese veniva trasformandosi, i problemi divenivano più complessi, la cultura si elevava; e la cerchia della Corte si vide ributtare indietro, si trovò di gran lunga superata. Se la monarchia era costretta a fare concessioni alle forze nuove, interiormente non riusciva a innovarsi: al contrario, si rinchiudeva in se stessa e il suo spirito medioevale si infittiva sempre più sotto la pressione dell’odio e del timore, sino a trasformarsi in un incubo incombente sul paese.

In data 1° novembre 1905, cioè nel momento più critico della prima rivoluzione, lo zar scrive nel suo diario: «Fatta conoscenza con un uomo di Dio, Gregorio, della provincia di Tobolsk». Si trattava di Rasputin, contadino siberiano, che aveva sulla testa una cicatrice indelebile per i colpi ricevuti dopo un furto di cavalli. Valorizzato al momento giusto, «l’uomo di Dio» trovò ben presto aiutanti di alto bordo, o più esattamente, furono costoro a trovare lui, e così si formò una nuova cricca dirigente che mise saldamente le mani sulla zarina e, per suo tramite, sullo zar.

A partire dall’inverno 1913-14, nell’alta società pietroburghese si diceva già apertamente che dalla cricca di Rasputin dipendevano tutte le alte nomine, tutte le ordinazioni e tutte le assegnazioni. Il «santo vecchio», lo staretz, era divenuto per parte sua, a poco a poco, una istituzione dello Stato. Si vigilava con cura alla sua sicurezza e con cura non minore i ministri rivali lo facevano spiare. I segugi del dipartimento di polizia tenevano un giornale della sua vita ora per ora e non mancavano di riferire che Rasputin, in visita dai suoi al villaggio di Pokrovskoie, in stato di ubriachezza si era picchiato a sangue con il padre, sulla pubblica via. Lo stesso giorno, il 9 settembre 1915, Rasputin inviava due affettuosi telegrammi, uno all’imperatrice, a Tsarkoje Selo, l’altro allo zar, al quartier generale.

I rapporti scritti giorno per giorno dai poliziotti sulle gozzoviglie dell’Amico hanno un tono epico. «È rientrato a casa alle cinque del mattino, completamente sbronzo». «L’artista V. ha dormito da Rasputin nella notte dal 25 al 26». «È arrivato con la principessa D. [moglie di un ciambellano di corte] all’Hotel Astoria». Poco più avanti si legge: «È rientrato da Tsarkoje Selo verso le undici di sera». «Rasputin è rientrato a casa con la principessa Ch. Era molto ubriaco: sono usciti di nuovo entrambi quasi subito». Il giorno dopo, in mattinata o in serata, visita a Tsarkoje Selo. Un poliziotto, che aveva chiesto con compunzione al santo vecchio perché sembrasse preoccupato, si ebbe questa risposta: «Non so decidermi se convocare o no la Duma». Ancora più in là si legge: «Rientrato a casa alle cinque del mattino, alquanto ubriaco». Così, per mesi e per anni, la stessa melodia suonata su tre toni: «alquanto ubriaco», «ubriaco», «completamente ubriaco». Queste informazioni di grande importanza per lo Stato erano raccolte e firmate dal generale della gendarmeria Globaciov.

Il fiorire dell’influenza rasputiniana si protrasse per sei anni, gli ultimi anni della monarchia. «La sua vita a Pietroburgo   — racconta il principe Jusupov, che partecipò in una certa misura a questa vita di Rasputin, per poi ucciderlo — non era più che una continua gozzoviglia, l’ubriachezza e la corruzione di un rematore da galera che ha trovato la sua fortuna». «Ho a mia disposizione — scriveva Rodzjanko, presidente della Duma — un gran numero di lettere di madri le cui figlie erano state disonorate da questo impudente debosciato». Allo stesso tempo, è a Rasputin che dovevano i loro posti il metropolita di Pietrogrado Pitrim e l’arcivescovo Varnava, che sapeva appena leggere. Su Rasputin si basò a lungo il potere di Sabler, alto procuratore del Santo Sinodo, per volere di Rasputin fu congedato il presidente del consiglio Kokovtsev che non aveva voluto ricevere il «santo vecchio». Rasputin fece nominare Stùrmer presidente del consiglio dei ministri, Protopopov ministro degli Interni, Raev nuovo alto procuratore del Santo Sinodo e molti altri ad altri incarichi. L’ambasciatore della repubblica francese, Paléologue, ebbe udienza da Rasputin, lo abbracciò ed esclamò: «Voilà un véritable illumini!». Pensava di conquistare così il cuore della zarina alla causa della Francia. Un ebreo, di nome Simanovic, agente finanziario del «santo vecchio», sorvegliato dalla polizia come frequentatore di case da gioco e come usuraio, con l’aiuto di Rasputin fece nominare ministro della Giustizia un uomo compietamente corrotto, Dobrovolsky.

«Conservati la piccola lista — scrive la zarina allo zar, a proposito delle nuove nomine — il nostro Amico chiede che tu discuta tutto questo con Protopopov». Due giorni dopo: «Il nostro Amico dice che Sturmer può restare ancora per qualche tempo presidente del consiglio dei ministri». E ancora: «Protopopov venera il nostro Amico e sarà benedetto».

Un giorno, poiché i poliziotti avevano registrato una volta di più il numero delle bottiglie e delle donne, la zarina esprimeva la sua afflizione in una lettera allo zar: «Si accusa Rasputin di aver baciato donne. Leggi gli apostoli, essi pure baciano tutti e tutte a mo’ di benvenuto». C’è da dubitare che questo richiamo agli apostoli abbia convinto i poliziotti. In un’altra lettera, la zarina va oltre: «Durante la lettura del Vangelo della sera — scrive — ho tanto pensato al nostro Amico; vedevo come gli scribi e i farisei perseguitano il Cristo, fìngendosi perfetti... In verità, nessuno è profeta in patria».

In quella cerchia era un’abitudine paragonare Rasputin a Cristo e niente affatto a caso. Lo spavento di fronte alle forze minacciose della storia era troppo grande perché alla coppia imperiale bastasse un dio impersonale e l’ombra immateriale di un Cristo evangelico. Avevano bisogno di un nuovo avvento del «figlio dell’uomo». In Rasputin la monarchia condannata e agonizzante aveva trovato un Cristo a sua immagine e somiglianza.

«Se Rasputin non fosse esistito — ha detto un uomo dell’ancien régime, il senatore Tagantsev — si sarebbe dovuto inventarlo». Questa affermazione ha un significato molto più profondo di quanto il suo autore non pensasse. Se per «teppismo» si intende l’espressione massima del parassitismo sociale nei bassifondi della società, si può a buon diritto definire l’avventura rasputiniana, in ultima analisi, come un affare di teppismo incoronato.