L'esercito e la guerra

 

Già nei mesi che avevano preceduto la rivoluzione, la disciplina nell’esercito era stata fortemente scossa. Si possono raccogliere un gran numero di lagnanze fatte allora dagli ufficiali: i soldati mancano di rispetto agli ufficiali, non si curano affatto dei cavalli e neppure delle armi, il disordine regna nei treni militari. La situazione non era dovunque così grave. Ma dovunque evolveva nella stessa direzione: verso la disgregazione.

Ora si aggiungeva la scossa della rivoluzione. Il sollevamento della guarnigione di Pietrogrado ebbe luogo non solo senza l’adesione degli ufficiali, ma addirittura contro di loro. Nelle ore critiche, i comandanti semplicemente non si facevano vedere. Il deputato ottobrista Sidlovsky si intratteneva il 27 febbraio con certi ufficiali del reggimento Preobrazhensky, evidentemente allo scopo di sedarli circa il loro atteggiamento nei confronti della Duma, ma tra gli aristocratici della Guardia notò una totale incomprensione per quanto accadeva, forse, tutto considerato, in parte simulata: tutti costoro erano monarchici impauriti: « Quale non fu la mia sorpresa — racconta Sidlovsky — quando l’indomani mattina vidi tutto il reggimento Preobrazhensky sfilare in buon ordine per le strade, con la musica in testa, senza un solo ufficiale... ». Per la verità, alcuni contingenti si recarono al palazzo di Tauride con i loro capi o, più esattamente, portarono con sé i capi. Nel corteo trionfale, gli ufficiali avevano in un certo modo la sensazione di essere prigionieri. La contessa Kleinmichel che osservava queste scene in istato di arresto, lo dice esplicitamente: gli ufficiali sembravano montoni portati al macello.

La rivoluzione di febbraio non creò il distacco tra soldati e ufficiali, lo fece solo affiorare alla superficie. Per i soldati il sollevamento contro la monarchia era innanzi tutto un sollevamento contro il corpo degli ufficiali. « Sin dal mattino del 28 febbraio — scrive nelle sue memorie il cadetto Nabokov che in quei giorni vestiva l’uniforme di ufficiale — era divenuto pericoloso uscire di casa, perché già si strappavano le spalline agli ufficiali ». Così si presentava la guarnigione il primo giorno del nuovo regime!

La prima preoccupazione del Comitato esecutivo fu di riconciliare i soldati con gli ufficiali. Ciò significava semplicemente subordinare di nuovo le truppe ai vecchi comandanti. Il ritorno degli ufficiali ai loro reggimenti, secondo Sukhanov, doveva preservare l’esercito da « una anarchia generale o dalla dittatura di una soldatesca grigia e disgregata ». Al pari dei liberali, questi rivoluzionari avevano paura dei soldati, non degli ufficiali. Ma gli operai, d’accordo con la « grigia soldatesca », si rendevano conto che tutti i pericoli venivano appunto da parte degli ufficiali. L’avvenuta riconciliazione non era quindi duratura.

Stankevic descrive come segue l’atteggiamento dei soldati verso gli ufficiali che ritornavano dopo l’insurrezione: « I soldati, violando la disciplina e uscendo dalle caserme non solo senza ufficiali, ma in molti casi contro la volontà degli ufficiali stessi, e persino uccidendone qualcuno che restava al suo posto, compirono un grande atto di emancipazione. Se si tratta di un grande atto e se lo stesso corpo degli ufficiali ora lo afferma, perché i comandanti non hanno preso loro l’iniziativa di far uscire i soldati nelle strade? In fondo, sarebbe stato più facile e meno pericoloso. Ora, a vittoria conquistata si sono uniti ai coraggiosi vincitori. Ma si tratta di un atteggiamento sincero e duraturo?». Queste parole sono tanto più significative in quanto il loro autore apparteneva egli stesso a quegli ufficiali « di sinistra » che non ebbero affatto l’idea di portare i soldati nelle strade.

La mattina del 28, sulla prospettiva Sampsonjevsky, un ufficiale del genio spiegava ai suoi soldati che « il governo da tutti detestato era stato rovesciato », che un nuovo governo era stato formato, con alla testa il principe Lvov e che, di conseguenza, bisognava continuare a obbedire agli ufficiali: « E ora prego ciascuno di voi di riprendere il suo posto in caserma ». Alcuni soldati gridarono la formula d’uso: « Felici di essere ai vostri ordini! ». Ma la maggioranza sembrava sconcertata: e allora, era tutto là? Per caso Kajurov si trovava presente a quella scena. Ne rimase turbato. « Permettete una parola, signor comandante ». E senza attendere l’autorizzazione, Kajurov pose la domanda: « Il sangue degli operai è stato forse versato per tre giorni nelle strade di Pietrogrado per sostituire un proprietario con un altro? » Ancora una volta, Kajurov prendeva il toro per le corna. La domanda da lui posta riassumeva i motivi della lotta dei mesi successivi. L’antagonismo tra il soldato e l’ufficiale era il riflesso dell’ostilità tra il contadino e il proprietario nobile.

Nelle province, i comandanti delle truppe, ricevute le istruzioni a tempo debito, illustravano gli avvenimenti in modo uniforme: il sovrano — dicevano — aveva esaurito le proprie forze nella preoccupazione di difendere il paese ed era stato costretto a trasferire la pesante incombenza al fratello. Guardando i soldati — dichiara lamentosamente un ufficiale in un angolo della Crimea — si vedeva che per loro Nicola o Michele era la stessa cosa. Ma, quando lo stesso comandante fu costretto l’indomani mattina ad annunciare al battaglione la vittoria della rivoluzione, i soldati, secondo le sue stesse parole, si trasfigurarono. Le loro domande, i loro gesti, i loro sguardi erano una chiara testimonianza di « un lungo e tenace lavoro compiuto con insistenza da qualcuno su quei cervelli oscuri, grigi, disabituati a pensare ». Quale abisso tra l’ufficiale il cui cervello si adatta senza difficoltà all’ultimo telegramma da Pietrogrado e quei soldati che, sia pur penosamente, prendono onestamente una loro posizione di fronte agli avvenimenti, soppesandoli con le loro mani callose!

L’alto comando, riconosciuta formalmente l’insurrezione, aveva deciso di non permettere che la rivoluzione arrivasse sino al fronte. Il capo di stato maggiore al gran quartier generale aveva ordinato ai comandanti dei fronti di arrestare immediatamente, nel caso che si presentassero nei loro settori, e di tradurre direttamente dinanzi alla corte marziale le delegazioni rivoluzionarie, che per brevità il generale Alexejev chiamava « bande ». Il giorno dopo, lo stesso generale, in nome di « sua altezza » il granduca Nikolaj Nikolajevic esigeva che il governo « ponesse fine a tutto quello che si verificava nelle retrovie », in altri termini, alla rivoluzione.

Il comando tardava il più possibile a informare dell’insurrezione l’esercito al fronte non tanto per fedeltà alla monarchia quanto per paura della rivoluzione. Su certi fronti fu stabilita una vera e propria quarantena: le lettere da Pietrogrado erano intercettate, coloro che arrivavano erano posti in istato di arresto; così il vecchio regime sottraeva ancora qualche ora all’eternità. La notizia della rivoluzione raggiunse la linea del fuoco solo verso il 5 e il 6 marzo, ma in quale forma? Più o meno lo sappiamo già: il granduca è nominato generalissimo, lo zar ha abdicato in nome della patria, per il resto nessun cambiamento. In molte trincee, forse nella maggior parte, le informazioni sulla rivoluzione provenivano dai tedeschi piuttosto che da Pietrogrado. Potevano ancora esserci dubbi da parte dei soldati, che l’intero comando avesse congiurato per nascondere la verità? E i soldati potevano forse prestar minimamente fede a quegli stessi ufficiali che, uno o due giorni dopo, si adornarono di nastri rossi?

Il capo di stato maggiore della flotta del Mar Nero racconta che la notizia degli avvenimenti di Pietrogrado sulle prime non aveva fatto molta impressione sui marinai. Ma non appena arrivarono dalla capitale i primi giornali socialisti, « in un batter d’occhio lo stato d’animo degli equipaggi mutò, cominciarono i comizi e dalle fessure uscirono strisciando criminali agitatori». L’ammiraglio semplicemente non capiva quello che accadeva sotto i suoi occhi. I giornali non provocarono affatto un mutamento negli stati d’animo, ma solo dissiparono i dubbi dei marinai sulla portata dell’insurrezione e permisero agli equipaggi di manifestare apertamente i loro veri sentimenti, superato il timore di rappresaglie da parte del comando. L’orientamento politico del corpo degli ufficiali del Mar Nero e il suo personale orientamento sono espressi dallo stesso autore in una sola frase: « La maggioranza degli ufficiali riteneva che senza lo zar la patria sarebbe andata in rovina ». I democratici pensavano che la patria sarebbe stata perduta se agli « oscuri marinai » non fossero stati restituiti simili luminari.

Il comando dell’esercito e della flotta si divise in due tendenze: gli uni cercavano di restare ai loro posti, venivano a patti con la rivoluzione, si iscrivevano nel partito socialrivoluzionario e più tardi taluni di essi cercarono anche di infilarsi tra i bolscevichi. Gli altri, invece, reagivano vivacemente, tentavano di opporsi al nuovo ordine, ma rapidamente perdevano la bussola in qualche conflitto acuto ed erano trascinati via dalla marea dei soldati che saliva. Tendenze simili sono naturali, tanto è vero che si sono riprodotte in tutte le rivoluzioni. Gli ufficiali intransigenti della monarchia francese, coloro che, per usare la espressione di uno di essi, «lottarono ad oltranza», soffrirono più del servilismo di certi nobili colleghi che della insubordinazione dei soldati. Alla fine la maggior parte del vecchio comando venne eliminata, schiacciata e solo una piccola parte rieducata e riadattata. Il corpo degli ufficiali condivideva, ma in forma più drammatica, le sorti delle classi in cui era stato reclutato.

L’esercito offre, in genere, un’immagine della società di cui è al servizio, e la sua caratteristica è di esprimere i rapporti sociali in forma concentrata, portando all’estremo i loro tratti positivi e negativi. Non è un caso che la guerra, da parte russa, non abbia messo in luce nessun grande capitano. L’alto comando è definito abbastanza brillantemente da uno dei suoi: « Molto spirito d’avventura, molta ignoranza, molto egoismo, molti intrighi, molto carrierismo, molta cupidigia, molta incapacità, una grande mancanza di perspicacia — scrive il generale Zalevsky — e assai scarse cognizioni, assai poco talento, assai poca preparazione e volontà di rischiare, persino i propri comodi e la propria salute ». Nikolaj Nikolajevic, effe era stato il primo generalissimo, si distingueva solo per l’alta statura e per la sua grossolanità di personaggio serenissimo. Il generale Alexejev, oscura mediocrità, per così dire decano dei furieri dell’esercito, si imponeva per la propria assiduità. Kornilov, comandante risoluto, era considerato anche dai suoi ammiratori come un povero di spirito. Verklovsky, ministro della Guerra di Kerensky, dichiarò più tardi a proposito di Kornilov che era un cuor di leone con una testa di montone. Brussilov e Kolciak, bisogna ammetterlo, erano in un certo modo superiori agli altri sul piano intellettuale, ma niente più. Denikin non era privo di carattere; ma, per il resto, era un comune generale dell’esercito che aveva letto forse cinque o sei libri. Venivano poi gli Judenic, i Dragomirov, i Lukomsky, che parlavano o non parlavano il francese, erano semplicemente dei bevitori o dei grandi bevitori, ma comunque complete nullità.

Il corpo degli ufficiali era in verità rappresentativo non solo della Russia dei nobili, ma anche di quella della borghesia e della democrazia. La guerra aveva gettato nelle file dell’esercito decine di migliaia di giovani della piccola borghesia: ufficiali, funzionari dell’amministrazione militare, medici, ingegneri. Questi ambienti, che erano quasi tutti favorevoli alla guerra sino alla vittoria, sentivano l’esigenza di misure di notevole portata, ma, in ultima analisi, si sottomettevano alle alte sfere reazionarie — per paura, ai tempi dello zarismo, e per convinzione dopo la rivoluzione — allo stesso modo che nelle retrovie la democrazia si sottometteva alla borghesia. Gli elementi conciliatori nel corpo degli ufficiali seguirono poi la sorte funesta dei partiti conciliatori con la differenza che sul fronte la situazione si presentava con assai maggiore gravità. Al Comitato esecutivo si era potuto giocare a lungo sugli equivoci, ma al fronte, dinanzi ai soldati, era più difficile.

La gelosia e le frizioni tra ufficiali democratici e ufficiali aristocratici, senza riuscire a rinnovare l’esercito, vi introducevano solo un nuovo elemento di disgregazione. La fisionomia dell’esercito era determinata dalla vecchia Russia ed era una fisionomia contraddistinta dal marchio della servitù. Come un tempo, gli ufficiali consideravano il miglior soldato il giovane contadino che obbediva senza ragionare e in cui non si era ancora ridestata la coscienza della propria personalità umana. Questa era la tradizione « nazionale », suvoroviana, dell’esercito russo, basato su di un’agricoltura primitiva, sul diritto della servitù e della comunità agricola. Nel XVIII secolo Suvorov faceva ancora prodigi con un materiale simile.

Lev Tolstoi, con la sua predilezione di gran signore, ha idealizzato nel suo Platone Karataev il vecchio tipo del soldato russo che si sottomette senza esitare alla natura, all’arbitrio e alla morte (Guerra e pace). La rivoluzione francese, aprendo una meravigliosa strada alla penetrazione dell’individualismo in tutti i campi dell’attività umana, ha annullato l’arte militare di Suvorov. Nel corso sia del XIX secolo che del XX secolo, nel lasso di tempo che separa la rivoluzione francese dalla rivoluzione russa, l’esercito zarista venne sconfitto invariabilmente. Lo stato maggiore che si era costituito su questo terreno « nazionale » si distingueva per il disprezzo verso la personalità del soldato, per uno spirito di passivo mandarinismo, per ignoranza del mestiere, per totale mancanza di eroismo, e per una buona dose di furfanteria. L’autorità del corpo degli ufficiali si basava sui simboli esteriori di distinzione, sulle rituali manifestazioni di rispetto, sul sistema repressivo e anche su un certo linguaggio convenzionale, ignobile dialetto di schiavi — « capito », « ignoro » — linguaggio che il soldato doveva usare rivolgendosi all’ufficiale.

Accettando a parole la rivoluzione e prestando giuramento al governo provvisorio, i marescialli dello zar facevano semplicemente ricadere le loro colpe sulla dinastia decaduta. Accettavano di buon grado che Nicola II fosse designato come capro espiatorio per tutto il passato. Ma quanto ad andare oltre, alt! Come avrebbero dunque compreso che la sostanza morale della rivoluzione consisteva nell’animare le masse umane sulla cui immobilità spirituale era basato tutto il loro benessere? Designato al comando del fronte, Denikin dichiarava a Minsk: «Accetto la rivoluzione completamente senza riserve. Ma considero pericoloso per il paese rivoluzionare l’esercito e introdurvi la demagogia ». Formula classica del pensiero ottuso di un generale! Per quanto riguarda i generali subalterni, secondo l’espressione di Zalevsky, esigevano una sola cosa: « Non toccateci e per il resto, per noi fa lo stesso! ». Ma la rivoluzione non poteva fare a meno di colpirli. Provenienti dalle classi privilegiate, non avevano nulla da guadagnare e molto avevano da perdere. Erano minacciati di dover abbandonare non solo i privilegi di comandanti, ma anche le proprietà fondiarie. Pur affettando un atteggiamento di lealismo verso il governo provvisorio, il corpo reazionario degli ufficiali lottò con tanto maggiore accanimento contro i Soviet. E quando si convinse che la rivoluzione penetrava irresistibilmente tra le masse dei soldati e nelle loro campagne natie, il comando considerò questo fatto come un tradimento inaudito da parte di Kerensky, di Miljukov e persino di Rodzjanko. E anche dei bolscevichi, c’è forse bisogno di dirlo?

Le condizioni di vita della flotta, più ancora di quelle dell’esercito, racchiudevano germi vivi e permanenti di guerra civile. La vita dei marinai nei cassoni di acciaio in cui venivano ammucchiati a forza per lunghi anni, non si differenziava molto, neppure dal punto di vista dei cibo, da quella dei forzati. Inoltre, gli ufficiali che per lo più appartenevano ai circoli privilegiati e che avevano scelto per vocazione e volontariamente il servizio della marina, identificavano la patria con lo zar, lo zar con se stessi e consideravano il marinaio come il pezzo meno prezioso di una nave da guerra. Due mondi estranei l’un all’altro e chiusi in se stessi vivevano a stretto contatto, non perdendosi mai di vista. Le navi avevano le basi nelle città marittime industriali, che potevano contare su un gran numero di operai, indispensabili per la costruzione e le riparazioni delle navi. Per di più, le squadre addette alle macchine e ai servizi tecnici sulle navi stesse comprendevano un buon numero di operai qualificati. Queste le condizioni che facevano della flotta militare una miniera rivoluzionaria. Nelle insurrezioni e nei sollevamenti militari di tutti i paesi i marinai costituivano l’elemento più esplosivo: quasi sempre, non appena se ne delineasse la possibilità, ricorrevano a severe rappresaglie contro gli ufficiali. I marinai russi non fecero eccezione.

A Kronstadt, l’insurrezione fu accompagnata da una esplosione di sanguinose vendette contro i comandanti che, spaventati dal loro stesso passato, avevano cercato di nascondere ai marinai lo scoppio della rivoluzione. Una delle prime vittime fu il comandante della flotta, l’ammiraglio Viren, che era oggetto di un odio ben meritato. Coloro che furono lasciati in libertà, vennero disarmati.

A Helsingfors e a Sveaborg, l’ammiraglio Nepenin non lasciava trapelare nessuna notizia da Pietrogrado insorta sino alla notte del 4 marzo, cercando di intimidire i marinai e i soldati con minacce di repressione. La rivolta fu tanto più violenta e durò una notte e un giorno. Molti ufficiali vennero arrestati. I più detestati furono gettati sotto il ghiaccio. « A giudicare da quanto racconta Skobelev sulla condotta delle autorità di Helsingfors e della flotta — scrive Sukhanov, pur poco disposto all’indulgenza nei confronti della « oscura soldatesca » — ci si deve solo sorprendere che questi eccessi siano stati cosi insignificanti ».

Ma anche nell’esercito di terra non mancarono le rappresaglie sanguinose che si verificarono a ondate successive. Agli inizi, ci si vendicava del passato, degli infami trattamenti subiti dai soldati. Non mancavano i cattivi ricordi che bruciavano come ulcere. A partire dal 1915, quando era stato ufficialmente introdotta nell’esercito zarista la punizione delle verghe, gli ufficiali facevano fustigare a piacere i soldati, spesso padri di famiglia. Ma non sempre si trattava solo del passato. Alla Conferenza panrussa dei Soviet, il relatore sulla questione dell’esercito comunicava che il 15 e il 17 marzo, nell’esercito al fronte, erano stati ordinati ancora castighi corporali ai danni dei soldati. Un deputato alla Duma, ritornato dal fronte, raccontava che alcuni Cosacchi, in assenza degli ufficiali gli avevano dichiarato: « Ecco, parlate dell’ordine che è stato dato (si tratta verosimilmente del famoso ordine n. 1 di cui parleremo più avanti). Lo abbiamo ricevuto ieri, eppure oggi il comandante mi ha dato un colpo sul muso ». I bolscevichi, non meno dei conciliatori, cercarono di prevenire eccessi dei soldati. Ma le vendette sanguinose erano inevitabili come è inevitabile il rinculo dopo uno sparo. In ogni modo, solo per il fatto che aveva dato il potere a loro, i liberali potevano dire della rivoluzione di febbraio che non era stata sanguinosa.

Certi ufficiali trovavano il modo di provocare violenti conflitti per i nastri rossi che agli occhi dei soldati erano il simbolo della rottura con il passato. Così venne ucciso il comandante del reggimento Sumskoj. Un altro comandante, che aveva preteso che un reparto di complemento si togliesse il nastro rosso, fu arrestato dai soldati e messo agli arresti di rigore. Vi furono pure molti scontri per i ritratti dello zar nei locali degli ufficiali. Si trattava di fedeltà alla monarchia? Nella maggior parte dei casi, si trattava solo di sfiducia nella solidità della rivoluzione e di precauzioni personali per l’avvenire. Ma i soldati non avevano torto di veder dietro il ritratto lo spettro nascosto del vecchio regime.

Misure scarsamente ponderate dall’alto, soprassalti dal basso introducevano il nuovo regime nell’esercito. La autorità disciplinare degli ufficiali non fu né abolita né limitata: semplicemente venne meno nelle prime settimane di marzo. « Era chiaro — dice il capo di stato maggiore del Mar Nero — che se un ufficiale avesse cercato di applicare una punizione a un marinaio, non avrebbe avuto la forza di imporre l’esecuzione ». Questo è uno dei sintomi di una rivoluzione veramente popolare.

Dopo il dissolversi del potere disciplinare, l’incapacità pratica del corpo degli ufficiali non era più mascherata in nessun modo. Stankevic, cui non si può contestare né il senso di osservazione né un interesse per le cose militari, si esprime in termini disastrosi nei confronti del comando, anche da questo punto di vista: l’istruzione veniva fatta ancora sulla base di vecchi regolamenti che non rispondevano più in nessun modo alle esigenze della guerra. « Simili esercizi non erano che prove di sopportazione e di sottomissione da parte dei soldati ». Il corpo degli ufficiali cercava naturalmente di far ricadere sulla rivoluzione la responsabilità della propria incapacità.

Benché pronti a saldare i conti senza pietà, i soldati erano pure inclini a una credulità infantile e a una gratitudine piena di abnegazione. Per brevissimo tempo, il deputato Filonenko, prete e liberale, sembrò ai soldati del fronte come il portatore di idee di emancipazione, come il pastore della rivoluzione. Le vecchie concezioni ecclesiastiche si univano bizzarramente alla nuova fede. I soldati portavano il prete in trionfo, lo sollevavano sopra le loro teste, lo collocavano con molte premure sulla slitta ed egli riferiva poi alla Duma, traboccando di entusiasmo: « I saluti non finivano mai. Ci baciavano le mani e i piedi ». Sembrava a questo deputato che la Duma godesse nell’esercito di una formidabile autorità. In realtà, l’autorità apparteneva alla rivoluzione ed era la rivoluzione a riflettere la sua luce accecante su certe figure venute fuori casualmente.

La simbolica epurazione compiuta da Guckov nell’alto comando, destituendo qualche decina di generali, non dava soddisfazione ai soldati e allo stesso tempo generava presso gli ufficiali superiori uno stato d’incertezza. Ciascuno temeva di non superare la prova, la maggioranza si abbandonava alla corrente, adulava e teneva in tasca il pugno chiuso. Le cose andavano ancora peggio con gli ufficiali intermedi e subalterni che si trovavano faccia a faccia con i soldati. A questo livello il governo non aveva fatto nessuna epurazione. Cercando le vie legali, gli artiglieri di una batteria al fronte scrivevano al Comitato esecutivo e alla Duma di Stato a proposito del loro comandante: «Fratelli... vi preghiamo umilmente di allontanare il nostro nemico interno Vancehaza». Non ricevendo risposta, i soldati agivano a modo loro: insubordinazione, espulsioni e anche arresti. Solo allora il comando si svegliava e faceva sparire dalla circolazione gli ufficiali che erano stati arrestati o malmenati, cercando a volte di punire i soldati, ma il più delle volte lasciandoli impuniti per timore di complicare le cose ulteriormente. Così si veniva creando una situazione intollerabile per il corpo degli ufficiali, senza che però si chiarisse affatto la situazione dei soldati.

Ed erano pure numerosi gli ufficiali combattenti che prendendo del tutto sul serio le sorti dell’esercito insistevano sulla necessità di un’epurazione generale del comando: altrimenti, sostenevano, non sarebbe stato possibile pensare a una ripresa delle capacità combattive della truppa. I soldati avanzavano ai deputati della Duma argomenti non meno convincenti. In precedenza, quando subivano vessazioni, dovevano fare le loro rimostranze dinanzi ai comandanti che, di solito, non vi prestavano troppa attenzione. Ora, come avrebbero dovuto agire? Poiché il comando restava lo stesso di una volta, le rimostranze avrebbero subito sempre la stessa sorte. « A questa domanda era difficile rispondere», riconosce un deputato. Eppure questa semplice domanda implicava il destino stesso dell’esercito e ne predeterminava l’avvenire.

Non si deve pensare che i rapporti nell’esercito siano stati identici in tutto il paese, in tutte le diverse formazioni e nei diversi corpi. No, i contrasti erano assai considerevoli. Se i marinai della flotta del Baltico reagirono alla prima notizia della rivoluzione con rappresaglie contro gli ufficiali, nelle vicinanze, nella guarnigione di Helsingfors, ancora ai primi di aprile gli ufficiali avevano una posizione preminente nel Soviet dei soldati e nelle solennità compariva a nome dei socialrivoluzionari un imponente generale. Simili contrasti tra l’odio e la fiducia non erano rari. Ciò nonostante, l’esercito costituiva un sistema di vasi comunicanti e le inclinazioni politiche dei soldati e dei marinai tendevano a raggiungere un unico livello.

La disciplina fu press’a poco mantenuta sinché i soldati contarono su mutamenti rapidi e decisivi. Ma quando videro — dichiara un delegato al fronte — che tutto continuava come in passato, la stessa oppressione, la stessa schiavitù, le stesse tenebre, le stesse vessazioni, i tumulti cominciarono. La natura, che non ha avuto l’idea di dotare tutti gli esseri umani di una pelle da pachiderma, disgraziatamente ha avuto l’idea di fornire ai soldati un sistema nervoso. Le rivoluzioni servono a ricordare di tanto in tanto questa doppia svista.

Nelle retrovie come al fronte, cause accidentali provocavano facilmente dei conflitti. Si era già concesso ai soldati il diritto di frequentare liberamente « in condizioni di eguaglianza con gli altri cittadini » i teatri, le riunioni, i concerti ecc. Molti soldati interpretarono la cosa come se avessero il diritto di entrare nei teatri gratuitamente. Il ministro fece loro capire che bisognava interpretare « la libertà » in modo trascendentale. Ma le masse popolari insorte non si sono mai dimostrate inclini al platonismo né al kantismo.

Il tessuto logorato della disciplina si strappava pezzo a pezzo, in varie occasioni, nelle diverse guarnigioni e nei diversi corpi. Certi comandanti spesso si immaginavano che nel loro reggimento o nella loro divisione tutto andasse bene, sino all’arrivo dei giornali o di un agitatore dal di fuori. In realtà si sviluppava il lavoro di forze più profonde e irresistibili.

Il deputato liberale Januskevic era tornato dal fronte con l’idea che in generale la disorganizzazione si manifestava soprattutto nei reparti cosiddetti verdi, cioè composti da contadini: « Nei contingenti più rivoluzionari ci si intende benissimo con gli ufficiali ». Di fatto la disciplina si mantenne più a lungo ai due poli: nella cavalleria privilegiata, composta da contadini agiati, e nell’artiglieria: in genere, tra i reparti tecnici che avevano una percentuale elevata di operai e di intellettuali. La resistenza più prolungata fu quella dei cosacchi-proprietari, che temevano una rivoluzione agraria in cui la maggior parte di essi avrebbero avuto solo da perdere e niente da guadagnare. Certi elementi delle truppe cosacche, anche dopo l’insurrezione, eseguirono più di una volta misure repressive. Ma, nell’insieme, la differenza consisteva solo nei gradi di rapidità e nei ritmi di disgregazione.

Nella lotta sorda vi erano flussi e riflussi. Gli ufficiali cercavano di adattarsi. I soldati ricominciavano a sperare. Ma, dopo le temporanee attenuazioni, dopo giorni e settimane di tregua, l’odio sociale, che disfaceva l’esercito del vecchio regime, acquistava una tensione maggiore. Sempre più di frequente si illuminava di tragici lampi. A Mosca, in un circo, fu convocata una riunione di invalidi, di soldati e di ufficiali. Un oratore mutilato, dall’alto della tribuna, parlò vigorosamente a favore degli ufficiali. Si levò un grande strepito di proteste, un rumore di piedi, di bastoni di stampelle. « È forse passato molto tempo da quando voi, signori ufficiali, insultavate i soldati a colpi di verga e a cazzotti? ». Feriti, contusi, storpi, gli uomini si ergevano come una muraglia, gli uni contro gli altri, soldati mutilati contro ufficiali mutilati, maggioranza contro minoranza, stampelle contro stampelle. In questa scena da incubo nell’arena di un circo si preannunciavano i furori della guerra civile.

Su tutti i rapporti e su tutte le contraddizioni, nell’esercito e nel paese, pesava una questione che si riassumeva in una parola breve: la guerra. Dal Baltico al mar Nero, dal mar Nero al Caspio, e più lontano, sino in fondo alla Persia, su di un immenso fronte, si trovavano sessantotto corpi di fanteria e nove di cavalleria. Che cosa sarebbe accaduto di loro? Cosa ne sarebbe stato della guerra?

Dal punto di vista delle forniture di guerra, all’inizio della rivoluzione, l’esercito era considerevolmente rafforzato. La produzione interna per i bisogni del fronte era aumentata: nello stesso tempo, aumentavano gli arrivi di materiale di guerra, soprattutto di artiglieria, provenienti dagli alleati, attraverso Murmansk e Arcangelo. Di fucili, di cannoni, di munizioni, ce n’erano in quantità infinitamente maggiore che nei primi anni di guerra. Si procedeva alla costituzione di nuove divisioni di fanteria. Si sviluppavano le truppe del genio. Basandosi su questo, certi sventurati capitani cercarono più tardi di dimostrare che la Russia era alla vigilia della vittoria e la rivoluzione era stata il solo ostacolo. Dodici anni prima, Kuropatkin e Linevic affermavano con altrettanta ragione che Witte aveva loro impedito di schiacciare i giapponesi. In realtà, agli inizi del 1917, la Russia era più che mai lontana dalla vittoria. Mentre le munizioni aumentavano, si constatava nell’esercito verso la fine del 1916 una grande insufficienza di prodotti alimentari: il tifo e lo scorbuto causavano più vittime dei combattimenti. La confusione dei trasporti ostacolava sempre più i movimenti di truppa, il che annullava le combinazioni strategiche connesse a considerevoli spostamenti di masse militari. Per di più, l’insufficienza estrema del rifornimento di cavalli condannava spesso l’artiglieria all’immobilità.

Ma l’essenziale non era qui: non si poteva contare sul morale dell’esercito. Il che può essere formulato così: l’esercito come esercito non esisteva più. Le sconfitte, le ritirate, le ignominie commesse dai dirigenti avevano completamente scosso il morale della truppa. Non si poteva porvi rimedio con misure amministrative, come non si poteva modificare il sistema nervoso del paese. Il soldato considerava ormai una pila di proiettili con lo stesso disgusto che un mucchio di carne piena di vermi: tutto ciò gli sembrava superfluo, inutile, era un inganno e una truffa. E l’ufficiale non poteva trovare nessun argomento persuasivo né osava più rompergli la faccia. L’ufficiale stesso si considerava ingannato dall’alto comando e allo stesso tempo gli capitava spesso di sentirsi responsabile per i superiori di fronte al soldato. L’esercito era irrimediabilmente malato. Valeva ancora qualche cosa per dire la sua parola nella rivoluzione. Ma per la guerra non esisteva più. Nessuno credeva alla vittoria, gli ufficiali non più dei soldati. Nessuno voleva più combattere, né l’esercito né il popolo.

È vero che nelle alte cancellerie in cui si vive una vita del tutto particolare, si parlava ancora, per inerzia, di grandi operazioni, di una offensiva di primavera, della conquista degli Stretti turchi. Allo scopo, persino si preparava in Crimea un grande contingente. I bollettini annunciavano che si sceglievano i migliori elementi dell’esercito per operare uno sbarco. Da Pietrogrado furono inviati uomini della Guardia. Ma, secondo il racconto di un ufficiale che aveva cominciato ad addestrarli il 25 febbraio, cioè due giorni prima dell’insurrezione, gli effettivi di complemento erano a un livello veramente infimo. Nei loro occhi indifferenti, azzurri, marrone e grigi nessuna voglia di far la guerra « Tutti i loro pensieri, tutti i loro desideri tendevano solo ed esclusivamente alla pace ».

Le testimonianze di questo genere non sono poche. La rivoluzione ha solo fatto affiorare alla superficie quello che si era preparata prima. La parola d’ordine: « Abbasso la guerra! » divenne quindi una delle parole d’ordine fondamentali della rivoluzione di febbraio che si levava dalle manifestazioni di donne, dagli operai del quartiere di Vyborg e dalle caserme della Guardia.

Quando i deputati avevano percorso il fronte ai primi di marzo, i soldati soprattutto i più anziani, chiedevano loro invariabilmente: « È che si dice della terra? ». I deputati rispondevano evasivamente che la questione agraria sarebbe stata risolta dall’Assemblea costituente. Ma allora si levava una voce che tradiva il pensiero segreto di tutti: « Che importa la terra? Se non ci sarò più, non ne avrò più bisogno ». Questo è il punto di partenza del programma rivoluzionario dei soldati: prima la pace, poi la terra.

Alla Conferenza panrussa dei Soviet della fine di marzo, in cui si udirono non poche chiacchiere patriottiche, uno dei delegati, diretto rappresentante dei soldati delle trincee, esponeva con molta precisione come si era comportato il fronte alla notizia della rivoluzione : « Tutti i soldati hanno detto: grazie a Dio, ora, forse avremo presto un po’ di pace ». Le trincee avevano incaricato il delegato di dire alla conferenza: « Siamo pronti a sacrificare la vita per la libertà, ma, compagni, vogliamo che finisca la guerra ». Questa era la voce viva della realtà, soprattutto per quanto riguarda la seconda parte della rivendicazione. Se si tratta di resistere ancora, resisteremo, ma affrettatevi, là in alto, a fare la pace.

Le truppe dello zar in Francia, cioè in un ambiente del tutto estraneo, erano animate dagli stessi sentimenti e attraversavano le stesse fasi di disgregazione dell’esercito rimasto nel paese. « Quando si è sentito dire che lo zar aveva abdicato — diceva in terra straniera a un ufficiale un soldato di età matura, un contadino analfabeta — si è pensato che la guerra sarebbe finita... Perché è lo zar che ci ha mandati in guerra... Che me ne faccio della libertà, se devo continuare a marcire nelle trincee? » Questa era l’autentica filosofia del soldato, non introdotta dal di fuori: nessun agitatore avrebbe potuto inventare parole così semplici e persuasive.

I liberali e i socialisti mezzo-liberali tentarono a posteriori di presentare la rivoluzione come un sollevamento patriottico. L’11 marzo Miljukov dava ai giornalisti francesi questa spiegazione: « La rivoluzione russa è stata fatta per eliminare gli ostacoli che si levavano sul cammino della Russia verso la vittoria». Qui l’ipocrisia si unisce all’illusione, benché, forse, prevalga su tutto l’ipocrisia. Certi sinceri reazionari vedevano più chiaro. Von Struve, panslavista di razza tedesca, ortodosso di origine luterana e monarchico di formazione marxista, definiva con maggiore esattezza le origini vere dell’insurrezione, sia pur nel linguaggio dell’odio reazionario. « Nella misura in cui alla rivoluzione hanno preso parte le masse popolari e in particolare le masse dei soldati — scriveva — il movimento non è stato un’esplosione di patriottismo, ma una smobilitazione spontanea e disastrosa, volta espressamente contro la guerra, cioè tesa ad arrestare le ostilità ».

Accanto a un’idea giusta, queste parole contengono pure una calunnia. La smobilitazione disastrosa derivava in realtà dalla guerra. La rivoluzione non la provocò, al contrario per un istante addirittura l’arrestò. Le diserzioni, estremamente numerose alla vigilia della rivoluzione, diminuirono nelle prime settimane seguite all’insurrezione. L’esercito se ne stava in attesa. Sperando che la rivoluzione avrebbe portato la pace, il soldato non si rifiutava di sostenere il fronte: altrimenti il nuovo governo non avrebbe potuto concludere la pace.

« I soldati — dichiara in un rapporto del 23 marzo il capo di una divisione di granatieri — esprimono nettamente l’opinione che possiamo solo restare sulla difensiva e non prendere l’offensiva ». I rapporti militari e i rapporti politici esprimevano questa idea in diversi modi. Il sottotenente Krylenko, vecchio rivoluzionario e futuro comandante in capo sotto i bolscevichi, conferma che per i soldati la questione della guerra si riduceva alla formula: resistere al fronte, non passare all’offensiva. In un linguaggio più solenne, ma del tutto sincero, ciò significava difendere la libertà.

« Non si devono piantare per terra le baionette! ». In quel periodo sotto l’influenza di opinioni confuse e contraddittorie, spesso i soldati si rifiutavano ancora di ascoltare i bolscevichi. Forse, sotto l’impressione di qualche discorso malaccorto, sembrava loro che i bolscevichi non si preoccupassero della difesa della rivoluzione e potessero impedire al governo di concludere la pace. Più si andava avanti e più i soldati ne erano persuasi dai giornali e dagli agitatori socialpatrioti. Ma, pur senza permettere a volte ai bolscevichi di parlare, sin dai primi giorni della rivoluzione respingevano risolutamente l’idea di un’offensiva. I politici della capitale vi scorgevano una specie di malinteso che poteva essere chiarito con un’opportuna pressione sui soldati.

L’agitazione per il proseguimento della guerra si accentuava al massimo. La stampa borghese, tirata su milioni di esemplari, presentava i compiti della rivoluzione alla luce delle esigenze della guerra sino alla vittoria. I conciliatori sostenevano questa agitazione, sulle prime a mezza voce, poi più arditamente. L’influenza dei bolscevichi, assai debole al momento dell’insurrezione, diminuì ancora quando migliaia di operai, inviati al fronte per avere scioperato, abbandonarono le file dell’esercito. La tendenza alla pace non trovava, per dir così, un’espressione franca e chiara proprio dove era più forte. I comandanti e i commissari alla ricerca di illusioni consolanti avevano qui la possibilità di ingannare se stessi sulla realtà della situazione. Negli articoli e nei discorsi dell’epoca, non è rara l’affermazione che i soldati si rifiutavano di passare all’offensiva solo perché non comprendevano esattamente la formula: « senza annessione e senza riparazioni ». I conciliatori non risparmiavano i loro sforzi per spiegare che una guerra difensiva poteva anche implicare l’offensiva e anzi molte volte esigerla. Come se si trattasse di una questione scolastica di questo genere! Un’offensiva era la ripresa dalla guerra. L’attesa sul fronte era una tregua. La teoria e la pratica della guerra difensiva costituivano per i soldati una forma di intesa, prima tacita e poi aperta, con i tedeschi. «Non toccateci e non vi tocchiamo!». L’esercito non poteva dar più nulla alla guerra. I soldati tanto meno cedevano alle esortazioni bellicistiche in quanto, con il pretesto di preparare l’offensiva, il corpo reazionario degli ufficiali tentava evidentemente di riprendere le redini. Un motto divenne comune tra i soldati: « La baionetta contro i tedeschi, il calcio del fucile contro il nemico interno ». La baionetta era comunque destinata alla difensiva. I soldati delle trincee non pensavano minimamente alla conquista degli Stretti. Il desiderio di pace costituiva una poderosa corrente sotterranea che sarebbe affiorata ben presto alla superficie.

Senza negare che già prima della rivoluzione si notavano nell’esercito fenomeni negativi, Miljukov cercava tuttavia, molto tempo dopo l’insurrezione, di provare che l’esercito sarebbe stato in grado di assolvere i compiti prescrittigli dall’Intesa. « La propaganda bolscevica — egli scrisse come storico — non riuscì a penetrare subito al fronte. Per un mese o sei settimane dall’inizio della rivoluzione, l’esercito era rimasto del tutto sano ». Tutta la questione è vista qui sul piano della propaganda, come se il processo storico si riducesse a questo. Facendo mostra di combattere, con ritardo, i bolscevichi cui attribuisce una forza mistica, Miljukov conduce la lotta contro i fatti. Abbiamo già visto quali fossero in realtà le condizioni dell’esercito. Vediamo ora come i comandanti stessi ne valutassero la capacità combattiva nelle prime settimane e addirittura nei primi giorni dopo l’insurrezione. Il 6 marzo il generale Ruszky, comandante in capo del fronte Nord, fa sapere al Comitato esecutivo che i soldati si rifiutano assolutamente di obbedire alle autorità: è necessario che vengano al fronte personalità popolari per ristabilire almeno la calma nell’esercito.

Il capo di stato maggiore della flotta del mar Nero racconta nei suoi ricordi: «Già i primi giorni della rivoluzione, era per me chiaro che non si poteva continuare la guerra e che la partita era perduta ». Questa era anche l’opinione di Kolciak, che rimase al suo posto di comandante in capo della flotta solo per proteggere il corpo degli ufficiali da atti di violenza.

Il conte Ignatev, che aveva un grado elevato di comandante della Guardia, scriveva nel marzo a Nabokov: « Bisogna proprio rendersi conto che la guerra è finita, che non possiamo continuarla e non la continueremo assolutamente. Gli uomini intelligenti devono trovare il modo di liquidare la guerra in modo indolore; altrimenti, si verificherà una catastrofe ». Nello stesso periodo Guckov diceva a Nabokov di ricevere lettere simili in enorme quantità.

Certe valutazioni in apparenza più favorevoli, estremamente rare, sono di solito annullate dai commenti che le accompagnano. « Tra le truppe il desiderio di riportare la vittoria sussiste — riferisce Danilov, comandante della II Armata — e in certi contingenti si è persino accentuato ». Ma subito dopo, c’è un’osservazione: « La disciplina è venuta meno... È auspicabile rinviare le operazioni offensive sino al momento in cui sarà superata la situazione critica (entro un periodo da uno a tre mesi) ». Poi, un’inattesa aggiunta: « I rinforzi arrivano solo nella misura del 50% : se continuano a dissolversi allo stesso modo e si dimostrano sempre cosi indisciplinati, non si può contare sul successo di un’offensiva ».

« La divisione è del tutto in grado di operare sulla difensiva» riferisce il valoroso comandante della 51“ divisione di fanteria. E aggiunge subito dopo: « È indispensabile eliminare dall’esercito l’influenza dei deputati dei soldati e degli operai ». Ma non era così semplice!

Il capo della 182 divisione riferisce al comandante del corpo d’armata: « Da un giorno all’altro, sempre più spesso, si manifestano malcontenti, in fondo per delle sciocchezze, ma pericolosi: i soldati si innervosiscono sempre di più e a maggior ragione gli ufficiali ».

Sin qui si tratta solo di testimonianze sparse, anche se numerose. Ma ecco che il 18 marzo si svolge al gran quartier generale una conferenza delle autorità supreme a proposito della situazione nell’esercito. Le conclusioni degli organismi dirigenti centrali sono unanimi: « Nei mesi prossimi è impossibile inviare unità di complemento al fronte nella misura necessaria, perché c’è un fermento in tutti i contingenti della riserva. L’esercito è ammalato. Si riuscirà probabilmente ad arrangiare le relazioni tra ufficiali e soldati solo entro due o tre mesi (i generali non capivano che la malattia non poteva che aggravarsi). Per il momento, si nota uno scoraggiamento nel corpo degli ufficiali, un fermento fra le truppe, un notevole movimento di diserzioni. La combattività dell’esercito è diminuita ed è molto difficile contarvi, nella situazione attuale, per una marcia in avanti». Conclusione: «Non è possibile mettere ora in pratica i progetti di operazioni attive formulati per la primavera ».

Nelle settimane successive, la situazione continuava a peggiorare rapidamente e le testimonianze si moltiplicavano senza fine.

Alla fine di marzo, il comandante della 5 armata, generale Dragomirov, scrive al generale Ruszky: « Lo spirito combattivo è venuto meno. Non solo i soldati non hanno alcuna voglia di passare all’offensiva, ma anche la semplice tenacia difensiva si è attenuata in misura pericolosa per l’esito della guerra... La politica, che si è impadronita largamente di tutti gli strati dell’esercito ha fatto sì che tutta la massa delle truppe desideri una cosa sola: la cessazione delle ostilità e il ritorno a casa ».

Il generale Lukomsky, uno dei pilastri del gran quartier generale reazionario, malcontento delle nuove usanze, all’inizio della rivoluzione aveva voluto passare al comando di un corpo d’armata e, secondo il suo stesso racconto, aveva trovato che la disciplina sussisteva solo nella artiglieria e nel genio, dove c’erano molti ufficiali di carriera e soldati che avevano prolungato la ferma. « Per quanto riguarda le divisioni di fanteria, tutte e tre erano sulla via della completa disgregazione ».

Le diserzioni, diminuite dopo l’insurrezione in seguito alle speranze che si erano create, ripresero allegramente dopo le delusioni. In una settimana, dal 1° al 7 aprile, secondo un comunicato del generale Alexejev disertarono circa 8000 soldati del fronte Nord e del fronte Ovest. « Con grande sorpresa — scriveva a Guckov — leggo i rapporti di uomini irresponsabili sul morale ” eccellente ” dell’esercito. A che serve? Non trarremo in inganno i tedeschi e per noi è una fatale fanfaronata ».

Conviene notare che sin qui non si fa quasi mai allusione ai bolscevichi: la maggior parte degli ufficiali avevano appena imparato questa bizzarra denominazione. Se nei rapporti si parla delle cause di disgregazione dell’esercito, si allude ai giornali, agli agitatori, ai soviet, alla « politica », in una parola alla rivoluzione di febbraio.

C’erano ancora certi comandanti ottimisti che speravano che tutto si sarebbe sistemato. Più numerosi erano coloro che deliberatamente chiudevano gli occhi sugli avvenimenti, per timore di provocare noie al nuovo potere. E al contrario un numero considerevole di ufficiali, soprattutto all’alto comando, esageravano di proposito i sintomi di disgregazione per ottenere dal governo misure decisive che neppure essi, però, potevano o osavano chiamare con il loro nome. Ma, nella sostanza, il quadro non ammette discussioni. Trovandosi di fronte un esercito ammalato, la rivoluzione fece assumere al processo di disgregazione irresistibile forme politiche che, ogni settimana che passava, si manifestavano più crudamente. La rivoluzione sollecitava al massimo non solo il desiderio ardente di pace, ma anche l’ostilità della massa dei soldati nei confronti del comando e delle classi dirigenti in generale.

Alla metà di aprile, Alexejev fece un rapporto personale al governo sul morale dell’esercito, senza attenuare le tinte, a quanto pare. « Mi ricordo molto bene — scrive Nabokov — del sentimento di angoscia e di disperazione che si impadroniva di me ». C’è da presumere che alla lettura di questo rapporto che poteva riguardare solo le prime sei settimane della rivoluzione assistesse anche MiIjukov: è assai probabile che sia stato lui a spingere Alexejev, nell’intento di allarmare i suoi colleghi e, tramite loro, gli amici socialisti. Dopo questo rapporto Guckov ebbe effettivamente una conversazione con i rappresen­tanti del Comitato esecutivo. « Si è giunti a fraternizzazioni catastrofiche — gemeva. — Si sono registrati casi di totale insubordinazione. Gli ordini impartiti sono prima discussi nelle organizzazioni dell’esercito e nei comizi. In questi e questi altri contingenti non si è neppure voluto sentir parlare di operazioni attive... Quando gli uomini sperano che domani verrà la pace — notava non a torto Guckov — non si può costringerli oggi a sacrificare la vita ». Poi, il ministro della Guerra concludeva: « Bisogna smetterla di parlare di pace ad alta voce ». Ma, poiché la rivoluzione aveva appunto insegnato alla gente a parlare ad alta voce di tutto quello che prima conservavano nel loro interiore, ciò voleva dire: bisogna farla finita con la rivoluzione.

Sin dal primo giorno di guerra, i soldati non avevano certo voglia di morire né di combattere, al contrario. Ma la loro ripugnanza era simile alla ripugnanza di un cavallo di artiglieria che non desidera affatto trascinare nel fango un pezzo pesante. Come il cavallo, il soldato non credeva possibile liberarsi dal fardello che gli era caduto addosso. Tra la sua volontà e gli avvenimenti bellici non c’era nessuna connessione. La rivoluzione gli rivelò questa connessione. Per milioni di soldati significò diritto a una esistenza migliore e prima di tutto, diritto alla vita in generale, diritto di difendersi dalle pallottole e dagli obici, come di proteggere il viso dai cazzotti degli ufficiali. In questo senso, abbiamo già detto che il processo psicologico essenziale nell’esercito consisteva in un risveglio della personalità. Nell’eruzione vulcanica di individualismo che assumeva spesso forme anarchiche, le classi colte vedevano un tradimento verso la nazione. In realtà, nelle tumultuose manifestazioni dei soldati, nelle loro sfrenate proteste, persino nei loro eccessi sanguinosi, era la nazione che si veniva formando, con materiale greggio, impersonale, preistorico. Lo straripare dell’individualismo delle masse, tanto odioso per la borghesia, era provocato dalla natura della rivoluzione di febbraio, appunto perché era una rivoluzione borghese.

Ma questo non era il suo solo contenuto. Perché indipendentemente dal contadino e dal soldato, figlio del contadino, partecipava alla rivoluzione l’operaio. Da lunga data l’operaio aveva coscienza della propria dignità, era entrato in guerra non solo con un sentimento d’odio per la guerra stessa, ma anche con l’idea di combatterla e rivoluzione significava per lui non una semplice vittoria, ma anche una parziale affermazione delle sue idee. Il rovesciamento della monarchia non era per lui che un primo passo: egli non si arrestava, affrettandosi verso altre mete. Per lui tutta la questione era sapere in quale misura sarebbe stato sostenuto in avvenire dal soldato e dal contadino. «Che mi serve la terra, se non ci sono più? », si chiedeva il soldato. « Che mi serve la libertà? — diceva, ripetendo le parole dell’operaio, dinanzi alle porte chiuse del teatro — se le chiavi della libertà sono in mano dei padroni? ». Così, attraverso l’indescrivibile caos della rivoluzione di febbraio, si intravvedevano i ferrei lineamenti dell’ottobre.