Le «Giornate di Aprile»

 

Il 23 marzo gli Stati Uniti entravano in guerra. Quel giorno Pietrogrado celebrava i funerali delle vittime della rivoluzione di febbraio. La manifestazione di cordoglio, pur tuttavia animata da una solenne gioia, fu il poderoso accordo finale della sinfonia delle cinque giornate. Tutti parteciparono ai funerali: coloro che avevano combattuto fianco a fianco con i morti, coloro che avevano predicato la moderazione, probabilmente coloro che avevano colpito le vittime, e, ancor più numerosi, coloro che erano rimasti al di fuori della lotta. Accanto agli operai, ai soldati, al popolino della città c’erano studenti, ministri, ambasciatori, ricchi borghesi, giornalisti, oratori, dirigenti di tutti i partiti.

I feretri rossi trasportati a spalla da operai e soldati, confluirono da tutti i quartieri al Campo di Marte. Quando si cominciò a calare le bare nelle tombe, la fortezza di Pietro e Paolo fece risuonare una prima salve di addio, provocando una forte commozione tra le sterminate masse popolari. I cannoni tuonavano con una voce nuova: i nostri cannoni, la nostra salva di addio. Il quartiere di Vyborg portava cinquantun feretri rossi. Era solo una parte delle vittime di cui andava orgoglioso. Nel suo corteo, di tutti il più compatto, si notavano molte bandiere bolsceviche, che tuttavia ondeggiavano pacificamente al vento, accanto alle altre. Proprio sul Campo di Marte restarono solo i membri del governo, del Soviet e della Duma dell’impero, già morta, ma ostinata nel sottrarsi al funerale.

Per tutta la giornata sfilarono dinanzi alle tombe, con bandiere e musica, almeno ottocentomila persone. E benché, secondo i calcoli preliminari delle più alte autorità militari, una simile massa umana non avrebbe potuto in nessun caso sfilare entro i limiti previsti senza provocare il più gigantesco caos e tumulti disastrosi, la manifestazione si svolse con un ordine perfetto, caratteristico delle dimostrazioni rivoluzionarie in cui prevale la coscienza soddisfatta di aver compiuto per la prima volta opere grandi unitamente alla speranza che tutto andrà per il meglio nel futuro. Solo questo stato d’animo faceva sì che l’ordine fosse mantenuto, poiché l’organizzazione era ancora debole, inesperta e poco sicura di sé.

Di fatto, questi funerali avrebbero dovuto bastare a confutare la leggenda di una rivoluzione pacifica. Ma lo stato d’animo che regnava durante le esequie, riproduceva in parte l’atmosfera di quei primi giorni in cui era nata tale leggenda.

Venticinque giorni più tardi — nel frattempo i soviet avevano acquistato molta esperienza e fiducia in se stessi — fu festeggiato il 1° maggio, secondo il calendario occidentale (era il 18 aprile vecchio stile). In tutto il paese si organizzarono comizi e manifestazioni. Non solo le aziende industriali, ma anche le istituzioni dello Stato, i servizi municipali, gli zemstvo sospesero il lavoro. A Mogilev, dove si trovava il gran quartier generale, alla testa della manifestazione sfilarono i cavalieri di S. Giorgio. La colonna dello stato maggiore che non aveva destituito i generali dello zar, avanzava con il suo cartello per il 1° maggio. La festa dell’antimilitarismo proletario si confondeva con una manifestazione di patriottismo imbellettata di colori rivoluzionari. I diversi strati della popolazione partecipavano alla solennità con il loro spirito particolare, ma il tutto si confondeva ancora in una specie di insieme inconsistente, in parte menzognero, eppure, nel complesso, maestoso.

Nelle due capitali e nei centri industriali, gli operai avevano nella festa la parte preponderante e nelle loro file si distinguevano già nettamente — con le loro bandiere, i loro cartelli, i loro discorsi e le loro esclamazioni — le solide formazioni del bolscevismo. Sull’immensa facciata del palazzo Marinsky, rifugio del governo provvisorio, era appeso un insolente striscione rosso con la scritta: « Viva la Terza Internazionale! » Le autorità, che non si erano ancora liberate dalla loro timidezza amministrativa, non osavano strappare quel cartello sgradevole e allarmante. Sembrava che tutti prendessero parte alla festa: e gli uomini del fronte vi partecipavano come potevano. Giungevano notizie di riunioni, di discorsi, di bandiere e di canti rivoluzionari nelle trincee: e vi fu un’eco anche da parte tedesca.

La guerra non volgeva ancora alla fine: al contrario, la sua sfera d’azione non faceva che allargarsi. Di recente, proprio il giorno delle esequie delle vittime della rivoluzione, era stato spedito sul fronte un nuovo contingente per dare nuovo impulso alla guerra. Tuttavia, in tutte le regioni della Russia, assieme ai soldati partecipavano ai cortei prigionieri di guerra, con bandiere comuni, a volte con lo stesso inno cantato in lingue diverse. In questa incomparabile solennità simile a una piena di acque primaverili, che cancellava i contorni delle classi, dei partiti e delle idee, le manifestazioni in comune tra soldati russi e prigionieri austriaci e tedeschi erano un fatto clamoroso, che alimentava innumerevoli speranze e consentiva di pensare che, nonostante tutto, la rivoluzione recava in sé la certezza di un mondo migliore.

Come i funerali di marzo, la festa del 1° maggio si svolse con perfetto ordine, senza tumulti né vittime, come una solennità «nazionale». Tuttavia, un orecchio attento avrebbe già potuto cogliere senza difficoltà nelle file degli operai e dei soldati una nota di impazienza e anche di minaccia. La vita era sempre più difficile. Infatti, i prezzi salivano in modo allarmante, gli operai rivendicavano un salario minimo, gli imprenditore resistevano, il numero dei conflitti nelle fabbriche aumentava di continuo. I rifornimenti alimentari erano sempre più insufficienti, la razione del pane era stata ridotta, ci volevano le tessere anche per la semola.

Il malcontento cresceva anche nella guarnigione. Lo stato maggiore della regione militare, nei suoi preparativi di repressione contro i soldati, allontanava da Pietrogrado i reparti più rivoluzionari. Il 17 aprile, all’assemblea generale della guarnigione, i soldati, che avevano indovinato i disegni ostili, chiesero che si mettesse fine alle partenze di reparti: in seguito, questa rivendicazione sarà avanzata in modo sempre più deciso a ogni nuova crisi della rivoluzione. Ma la radice di tutti i mali era la guerra, di cui non si vedeva la fine. Quando dunque la rivoluzione porterà la pace? Che intenzioni hanno Kerensky e Tseretelli? Le masse prestavano sempre più attenzione ai bolscevichi, osservandoli nell’attesa, chi con una certa ostilità, chi già con fiducia. Dietro la disciplina delle manifestazioni solenni si nascondeva già una tensione degli spiriti e un fermento si diffondeva tra le masse.

Nessuno però, neppure gli autori della scritta sullo striscione appeso sul palazzo Marinsky, supponeva che già i due o tre giorni successivi avrebbero lacerato senza pietà l’involucro dell’unità nazionale della rivoluzione. Avvenimenti minacciosi, da molti previsti come inevitabili, ma da nessuno attesi così presto, si produssero improvvisamente. L’impulso venne dalla politica estera del governo provvisorio, cioè dal problema della guerra. E fu proprio Miljukov ad accendere il fiammifero per dare fuoco alla miccia.

La storia del fiammifero e della miccia è che il giorno in cui entrava in guerra l’America, il ministro degli Esteri del governo provvisorio, riconfortato, esponeva il suo programma dinanzi ai giornalisti: annessione di Costantinopoli, annessione dell’Armenia, smembramento dell’Austria e della Turchia, annessione della Persia settentrionale e inoltre, beninteso, diritto delle nazioni all’autodecisione. « In tutti i suoi atti pubblici — così lo storico Miljukov spiega il Miljukov ministro — sottolineava risolutamente gli scopi di pace della guerra liberatrice, ma li metteva sempre in relazione stretta con i problemi e gli interessi nazionali della Russia ».

L’intervista allarmò i conciliatori: « Ma quando la politica estera del governo lascerà da parte ogni ipocrisia? — esclamava indignato il giornale dei menscevichi. — Perché il governo provvisorio non esige che i governi alleati rinuncino apertamente e definitivamente alle annessioni? ». Per costoro era ipocrisia il franco linguaggio del rapace, mentre erano disposti a considerare il camuffamento pacifista degli appetiti come un bando alla menzogna. Spaventato dalla sovraeccitazione dei democratici, Kerensky si affrettava a dichiarare tramite l’ufficio stampa che il programma di Miljukov esprimeva la sua opinione personale.

Il fatto che l’opinione personale fosse quella del ministro degli Esteri, era evidentemente considerato come un puro caso.

Tseretelli, che aveva la capacità di ridurre tutto a un luogo comune, cominciò a insistere sulla necessità di una dichiarazione governativa, che affermasse che per la Russia la guerra sarebbe stata unicamente difensiva. La resistenza di Miljukov e in parte di Guckov venne spezzata e il 27 marzo il governo partorì una dichiarazione che diceva che « il fine dalla Russia libera non era affatto di dominare gli altri popoli, né di togliere loro il patrimonio nazionale, né di impadronirsi con la violenza dei territori altrui » ma « di rispettare pienamente gli impegni assunti nei confronti degli alleati », Così i re e i profeti del dualismo di poteri proclamavano l’intenzione di entrare nel regno dei cieli assieme ai parricidi e ai libertini. A parte tutto il resto, questi signori non avevano il senso del ridicolo.

La dichiarazione del 27 marzo fu accolta favorevolmente non solo da tutta la stampa conciliatrice, ma anche dalla Pravda di Kamenev e di Stalin, che scriveva in un editoriale quattro giorni prima dell’arrivo di Lenin : « Chiaramente e nettamente, il governo provvisorio... ha dichiarato dinanzi a tutto il popolo che il fine della Russia libera non è di dominare gli altri popoli ecc. ». La stampa inglese, immediatamente e con soddisfazione, interpretò la rinuncia della Russia alle annessioni come una rinuncia a Costantinopoli, senza naturalmente essere disposta ad adottare per parte sua la formula dell’astinenza. L’ambasciatore russo a Londra diede l’allarme ed esigette da Pietrogrado delle spiegazioni nel senso che il principio « della pace senza annessioni sarebbe stato adottato dalla Russia non incondizionatamente, ma nella misura in cui non sarebbe andato contro i nostri interessi vitali ». Ma era appunto questa la formula di Miljukov : promettere di non saccheggiare ciò di cui non avevano bisogno. Al contrario di Londra, Parigi non solo appoggiava Miljukov, ma lo stimolava, suggerendogli, tramite Paléologue, una politica più decisa nei confronti del Soviet.

Il presidente del Consiglio, che era allora Ribot, esasperato dai meschini temporeggiamenti di Pietrogrado, chiese a Londra e a Roma « se non credessero necessario invitare il governo provvisorio a porre fine a ogni equivoco ». Londra rispose che era più ragionevole « lasciare che i socialisti francesi e inglesi inviati in Russia agissero direttamente sui loro compagni di idee ».

L’invio in Russia di socialisti dei paesi alleati era avvenuto per iniziativa del gran quartier generale russo, cioè dei vecchi generali zaristi. « Contiamo su di lui — scriveva Ribot, a proposito di Albert Thomas — per assicurare una certa fermezza alle decisioni del governo provvisorio ». Ma Miljukov si lagnava che Thomas stava troppo a contatto con i dirigenti del Soviet. Ribot rispondeva che Thomas « si sforzava sinceramente » di sostenere il punto di vista di Miljukov, ma, tuttavia, prometteva di esortare il proprio ambasciatore a un appoggio ancor più attivo.

La dichiarazione assolutamente vuota del 27 marzo preoccupava lo stesso gli alleati che la consideravano una concessione al Soviet. Da Londra si minacciava di perdere la fiducia « nella potenza combattiva della Russia ». Paléologue si lagnava della « timidezza e dell’ambiguità » della dichiarazione. Era proprio quello che occorreva a Miljukov. Nella speranza di essere aiutato dagli Alleati, si lanciò in un grande gioco, del tutto sproporzionato alle sue forze. La sua idea base era di indirizzare la guerra contro la rivoluzione, il suo obiettivo più immediato in questa direzione era di demoralizzare la democrazia. Ma i conciliatori, proprio in aprile, cominciarono a dar segni di nervosismo e a tergiversare sempre più sulle questioni di politica estera, perché subivano una continua pressione da parte della base. Il governo aveva bisogno di un prestito. E le masse, nonostante la loro disposizione favorevole alla difesa nazionale, erano pronte ad appoggiare solo un prestito di pace e non un prestito di guerra. Bisognava far loro intravedere almeno l’apparenza di una prospettiva di pace.

Ricorrendo alla sua politica di salvataggio grazie ai luoghi comuni, Tseretelli propose di esigere che il governo provvisorio trasmettesse agli Alleati una nota analoga alla dichiarazione interna del 27 marzo. In cambio, il Comitato esecutivo si impegnava a ottenere dal Soviet un voto in favore del « prestito della libertà ». Miljukov accettò il baratto: il prestito in cambio di una nota, ma volle trarre un duplice vantaggio dall’operazione. Fingendo di interpretare la dichiarazione, la nota la sconfessava. Esigeva che la fraseologia pacifista del nuovo potere non offrisse « il minimo pretesto per pensare che la rivoluzione avrebbe comportato un’attenuazione del ruolo della Russia nella comune lotta degli Alleati. Al contrario, la decisione di tutto il popolo di condurre la guerra mondiale sino alla vittoria definitiva non ha fatto che rafforzarsi... ».

La nota esprimeva poi la convinzione che i vincitori « avrebbero trovato il modo di ottenere le garanzie e le sanzioni indispensabili per prevenire in futuro nuovi conflitti sanguinosi ». Data la connessione con le esigenze di Thomas, le parole « garanzie » e « sanzioni », nel linguaggio fraudolento della diplomazia, in particolare della diplomazia francese, significavano solo annessioni e riparazioni. Il giorno della festa del 1° maggio Miljukov trasmise per telegrafo ai governi dell’Intesa la nota scritta sotto dettatura dei diplomatici alleati e solo dopo la nota stessa fu inviata al Comitato esecutivo e contemporaneamente ai giornali. Il governo evitò di passare attraverso la Commissione di contatto e i dirigenti del Comitato esecutivo si trovarono nelle stesse condizioni dei semplici cittadini.

Pur non trovando nella nota nulla che non avessero udito in precedenza da Miljukov, i conciliatori non potevano tuttavia fare a meno di considerarla un atto di premeditata ostilità. La nota li lasciava disarmati di fronte alle masse ed esigeva da loro una scelta diretta tra bolscevismo e imperialismo. Non era proprio questa l’intenzione di Miljukov? Tutto lascia pensare che questo non fosse il suo unico scopo: le sue intenzioni andavano oltre.

Già dal mese di marzo, Miljukov faceva del suo meglio per far resuscitare il progetto abortito di una presa dei Dardanelli con uno sbarco russo e conduceva varie trattative con il generale Alexejev, cercando di persuaderlo a impegnarsi con energia in una operazione che, a suo avviso, avrebbe dovuto mettere di fronte al fatto compiuto la democrazia ostile alle annessioni. La nota di Miljukov, datata 18 aprile, era uno sbarco parallelo sulle rive mal difese della democrazia. Le due azioni — una militare, l’altra politica — si completavano a vicenda e, in caso di successo, si sarebbero giustificate reciprocamente. In genere, i vincitori non incorrono in condanne. Ma Miljukov non era destinato a vincere. Per uno sbarco ci voleva un esercito di due-trecentomila uomini. E l’affare fallì per una sciocchezza: gli uomini non volevano marciare. Il colpo di Miljukov contro i Dardanelli veniva meno. E tutte le sue iniziative erano in anticipo destinate al fallimento. Ma bisogna ammettere che non erano calcolate male... purché potessero riuscire.

Il 17 aprile ebbe luogo a Pietrogrado una manifestazione patriottica di invalidi, una visione da incubo. Un’immensa folla di feriti, usciti dagli ospedali della capitale, privi delle gambe, delle braccia, tutti fasciati, avanzava verso il palazzo di Tauride. Coloro che non potevano camminare erano trasportati su autocarri. Sulle bandiere si leggeva : « Guerra sino in fondo ». Era una manifestazione di disperazione di relitti umani della guerra imperialista che volevano dalla rivoluzione il riconoscimento che i loro sacrifici non erano stati vani. Ma dietro la manifestazione c’era il partito cadetto e più precisamente Miljukov, che il giorno dopo si preparava a sferrare il suo gran colpo.

Nella notte del 19, il Comitato esecutivo discusse in seduta straordinaria la nota inviata il giorno prima ai governi alleati. « Dopo una prima lettura — racconta Stankevic — tutti, unanimemente e senza contestazioni, riconobbero che non era quello che il Comitato si aspettava ». Ma la nota impegnava tutto il governo, Kerensky compreso. Bisognava quindi, prima di tutto, salvare il governo. Tseretelli si mise a « decifrare » la nota non cifrata e a scoprirvi meriti sempre maggiori. Skobelev, con aria intelligente, si dava da fare per dimostrare che in generale non si poteva esigere una « perfetta concordanza » di intenti tra la democrazia e il governo. Questi sapientoni si affaticarono sino all’alba, ma senza trovare una soluzione. Alle prime ore del mattino si lasciarono dopo aver deciso di incontrarsi di nuovo qualche ora dopo. Contavano evidentemente che il tempo cicatrizzasse le ferite.

Al mattino, la nota fu pubblicata su tutti i giornali. La Rjec la commentò in un modo provocatorio, a lungo premeditato. La stampa socialista si esprimeva con grande eccitazione. La menscevica Rabocaja Gazeta, che non aveva avuto il tempo, come Tseretelli e Skobelev, di far sbollire l’indignazione notturna, scriveva che il governo provvisorio aveva pubblicato « un documento che si prendeva gioco delle intenzioni della democrazia » ed esigeva che il Soviet prendesse misure risolute per « prevenire le terribili conseguenze ». Si avvertiva nettamente in queste espressioni la pressione crescente dei bolscevichi.

Il Comitato esecutivo riaprì la seduta; ma solo per convincersi ancora una volta della propria incapacità di arrivare a una qualsiasi decisione. Si stabilì di convocare una seduta plenaria straordinaria del Soviet « per informazione», in realtà per sondare il grado di malcontento della base e allo scopo di guadagnar tempo per superare la perplessità in cui ci si trovava. Nel frattempo si prospettavano riunioni di contatto di tutti i tipi che avrebbero dovuto ridurre a nulla la questione.

Ma nella rituale confusione del dualismo di poteri si intromise inopinatamente una terza forza. Le masse scesero sulle piazze, con le armi in mano. Tra le baionette dei soldati si intravedevano le lettere dei cartelli: “ Abbasso Miljukov! ” Su altri cartelli figurava con la stessa fortuna Guckov. In queste colonne esasperate era difficile riconoscere i manifestanti del 1° maggio.

Gli storici presentano questo movimento come un movimento di « forze spontanee » nel senso convenzionale che nessun partito aveva preso l’iniziativa della manifestazione. L’appello diretto a scendere nelle piazze era venuto da un certo Linde che iscrisse così il suo nome nella storia della rivoluzione. « Scienziato, matematico, filosofo », Linde era al di fuori dei partiti, era un convintissimo fautore della rivoluzione e desiderava ardentemente che la rivoluzione stessa mantenesse quanto prometteva. La nota di Miljukov e il commento della Rjec lo avevano indignato. « Senza consigliarsi con nessuno — scrive il suo biografo — si mise immediatamente all’opera... si recò al reggimento di Finlandia, convocò il comitato e propose che il reggimento marciasse immediatamente su palazzo Marinsky... ».

« La proposta di Linde fu accettata e alle tre nelle vie di Pietrogrado si svolgeva già una imponente manifestazione dei “ finlandesi ” con cartelli di sfida ». Dopo il reggimento di Finlandia marciavano i soldati del 180° della riserva, dei reggimenti moscovita, Pavlovsky, Keksgolmsky, i marinai della seconda divisione degli equipaggi del Baltico, complessivamente da venticinque a trentamila uomini, tutti armati. Nei quartieri operai, cominciava l’agitazione, il lavoro si arrestava e per gruppi di fabbriche si scendeva nelle strade dietro i reggimenti.

« La maggior parte dei soldati non sapevano perché fossero venuti » assicura Miljukov, come se avesse avuto il tempo di interrogarli. « Oltre alle truppe partecipavano alla manifestazione operai adolescenti che dichiaravano ad alta voce (!) di esser stati pagati da dieci a quindici rubli ». La provenienza dei fondi è chiara: « L’obiettivo di eliminare i due ministri (Miljukov e Guckov) era indicato direttamente dalla Germania ». Miljukov ha fornito questa spiegazione non nel vivo della lotta di aprile, ma tre anni dopo gli avvenimenti di ottobre che hanno dimostrato a sufficienza come nessuno avesse bisogno di pagare a giornata e a caro prezzo l’odio che le masse popolari nutrivano contro Miljukov.

L’inattesa violenza della manifestazione di aprile era determinata dall’immediata reazione delle masse di fronte all’impostura dall’alto. « Sinché il governo non otterrà la pace, bisognerà difendersi». Questo era detto senza entusiasmo, ma con persuasione. Si supponeva che in alto si facesse di tutto per accelerare la pace. È vero che da parte bolscevica si affermava che il governo voleva la continuazione della guerra, a scopi di rapina. Ma era forse possibile? E Kerensky? « Conosciamo i dirigenti sovietici dal febbraio, sono venuti per primi nelle caserme, sono per la pace. Inoltre Lenin è arrivato da Berlino e Tseretelli era ai lavori forzati. Bisogna aver pazienza... ». Nello stesso tempo, le fabbriche e i reggimenti più avanzati sostenevano con sempre maggior decisione le parole d’ordine bolsceviche per una politica di pace: pubblicazione dei trattati segreti e rottura con i piani di conquista dell’Intesa, aperta proposta di pace immediata a tutti i paesi belligeranti.

La nota del 18 aprile giunse mentre esistevano uno stato d’animo così complesso e una simile incertezza. Come? Che cosa?... Lassù non si è dunque per la pace, si mantengono i vecchi obiettivi di guerra? Ma allora stiamo aspettando e pazientando inutilmente? Abbasso!... Ma abbasso chi? È possibile che i bolscevichi abbiano ragione? Non è possibile. Sì, ma la nota? Comunque, c’è forse qualcuno che vende la nostra pelle agli alleati dello zar? Un semplice confronto tra la stampa cadetta e quella dei conciliatori mostrava che Miljukov, ingannata la fiducia generale, si disponeva a condurre una politica di conquista, in accordo con Lloyd George e Ribot. Eppure Kerensky aveva dichiarato che l’idea di una aggressione contro Costantinopoli era un’« opinione personale » di Miljukov. Così scoppiò il movimento.

Ma non si trattava di un movimento omogeneo. Certi elementi sovraeccitati dell’ambiente rivoluzionario tanto più sopravvalutavano l’ampiezza e la maturità politica del movimento quanto più vivacemente e improvvisamente il movimento stesso si scatenava. I bolscevichi sviluppavano una energica campagna tra i soldati e nelle fabbriche. Alla rivendicazione: «Cacciate via Miljukov!» che era una specie di programma minimo del movimento, aggiungevano nei loro cartelli appelli contro tutto il governo provvisorio; e, per di più, ciò era interpretato da elementi diversi in diverso modo: per gli uni si trattava di una parola d’ordine di propaganda, per gli altri di un obiettivo da raggiungere il giorno stesso. Lanciata sulle piazze dai soldati e dai marinai armati, la parola d’ordine: « Abbasso il governo provvisorio! » introduceva fatalmente nella manifestazione una tendenza insurrezionale. Gruppi consistenti di operai e di soldati erano abbastanza disposti a far saltare immediatamente il governo provvisorio e furono questi gruppi a tentare di penetrare nel palazzo Marinsky, di occuparne le uscite e di arrestare i ministri. Skobelev fu incaricato di salvare questi ultimi e assolse il suo compito con tanto maggiore successo in quanto il palazzo Marinsky era vuoto.

Guckov era malato e il governo si riuniva quel giorno nel suo appartamento privato. Ma non fu questa circostanza fortuita a risparmiare ai ministri un arresto da cui non erano seriamente minacciati. Un esercito da venti a trentamila uomini, scesi nelle strade per combattere coloro che facevano continuare la guerra, era perfettamente sufficiente per rovesciare un governo anche più solido di quello presieduto dal principe Lvov. Ma i manifestanti non si prefiggevano questo scopo. Volevano solo mostrare minacciosamente i pugni sotto le finestre per indurre quei signori là in alto a rinunciare ai loro appetiti per Costantinopoli e ad occuparsi come si doveva della questione della pace. In questo modo, i soldati pensavano di aiutare Kerensky e Tseretelli contro Miljukov.

Alla riunione del governo partecipò Kornilov che diede notizie sulle manifestazioni armate in corso e dichiarò che come comandante delle truppe della regione militare di Pietrogrado, disponeva di forze sufficienti per schiacciare la sedizione a mano armata: per marciare gli occorreva solo un ordine. Presente per caso alla riunione, Kolciak raccontò più tardi, durante il processo che precedette la sua esecuzione, che il principe Lvov e Kerensky si erano pronunciati contro un tentativo di reprimere militarmente la manifestazione. Miljukov non si era espresso chiaramente, ma aveva riassunto la situazione dicendo che i signori ministri avrebbero potuto naturalmente ragionare come meglio credevano, ma ciò non avrebbe evitato il loro trasferimento in prigione. Era fuori dubbio che Kornilov agiva in connivenza con il centro cadetto.

I dirigenti conciliatori riuscirono senza fatica a persuadere i soldati che manifestavano a lasciare la piazza del palazzo Marinsky e persino a farli rientrare nelle caserme. L’emozione diffusasi in città non era tuttavia contenuta. Si creavano assembramenti di folla, i comizi continuavano, si discuteva agli incroci, nei tram ci si divideva in sostenitori e in avversari di Miljukov. Nei sobborghi, nei quartieri operai, i bolscevichi cercavano di far sì che l’indignazione provocata dalla nota e dal suo autore coinvolgesse tutto il governo provvisorio.

Alle sette di sera si riunì la seduta plenaria del Soviet. I dirigenti non sapevano che cosa dire a un uditorio tutto fremente di passione intensa. Cheidze riferiva verbosamente che dopo la seduta avrebbe avuto luogo un incontro con il governo provvisorio. Cernov agitava lo spauracchio della guerra civile imminente. L’operaio metallurgico Fedorov, membro del comitato centrale dei bolsceviche rispondeva che la guerra civile esisteva già e che al Soviet non restava che valersene per prendere in mano il potere. « Erano parole nuove e allora terrificanti — scrive Sukhanov —. Corrispondevano perfettamente allo stato d’animo generale e questa volta avevano un’eco quale i bolscevichi nel Soviet, mai avevano avuto in precedenza né avranno successivamente per lungo tempo ».

Il momento cruciale della riunione fu tuttavia, tra la sorpresa generale, il discorso di un confidente di Kerensky, il socialista liberale Stankevic: « Perché dunque dovremmo “ manifestare ”, compagni? — chiedeva —. Contro chi impiegare la forza? In fin dei conti, la forza siete voi e le masse che stanno dietro di voi... Ecco, guardate, ora sono le sette meno cinque (Stankevic indica l’orologio e tutta la sala si gira dalla stessa parte). Decidete che il governo provvisorio non esiste più, che deve dare le dimissioni. Noi faremo una telefonata ed entro cinque minuti rinuncerà ai suoi poteri. A che servono dunque le violenze, le manifestazioni, la guerra civile? ». Nella sala, un uragano di applausi, acclamazioni entusiastiche. L’oratore voleva spaventare il Soviet, tirando dalla nuova situazione le conclusioni estreme, ma fu lui a rimanere spaventato dall’effetto ottenuto con il suo discorso. La verità che gli era sfuggita a proposito della forza del Soviet, sollevò l’assemblea al di sopra dei miserabili intrighi dei dirigenti, che si preoccupavano soprattutto di impedire al Soviet di prendere una qualsiasi decisione. « Chi sostituirà il governo? », replicava agli applausi uno degli oratori. « Noi? Ma le nostre mani tremano... ». Era una caratterizzazione incomparabile dei conciliatori, dirigenti enfatici dalle mani tremanti.

Il primo ministro Lvov, quasi completando per parte sua quanto aveva detto Stankevic, fece il giorno dopo la seguente dichiarazione: « Sinora, il governo provvisorio era invariabilmente appoggiato dall’organismo dirigente del Soviet. Da quindici giorni... il governo è considerato con sospetto. In una situazione del genere... è meglio che il governo provvisorio se ne vada ». Qui constatiamo ancora una volta quale fosse la vera costituzione della Russia di febbraio!

A palazzo Marinsky ebbe luogo un incontro tra il Comitato esecutivo e il governo provvisorio. Il principe Lvov, in un discorso introduttivo, si lamentò della campagna iniziata contro il governo dai circoli socialisti e con un tono in parte offeso in parte minaccioso parlò di dimissioni. I ministri, uno dopo l’altro, illustrarono le difficoltà che con tutte le loro forze avevano contribuito ad accumulare. Miljukov, volgendo le spalle a queste interminabili discussioni di contatto, parlava da un terrazzo dinanzi a una manifestazione di cadetti: «Vedendo i cartelli con la scritta: "Abbasso Miljukov!”, non avevo paura per Miljukov, avevo paura per la Russia! ». Così lo storico Miljukov riferisce le modeste parole che il Miljukov ministro pronunciava dinanzi alla folla riunita sulla piazza.

Tseretelli esigeva dal governo una nuova nota. Cernov trovò una geniale via d’uscita proponendo a Miljukov di passare al ministero della Pubblica Istruzione: Costantinopoli come oggetto di studi geografici era, comunque, meno pericolosa che come obiettivo diplomatico. Ma Miljukov rifiutò recisamente sia di ritornare alla carriera scientifica sia di scrivere una nuova nota. I dirigenti del Soviet non si fecero pregare molto e accettarono una « spiegazione » della vecchia nota. Restava da trovare qualche frase la cui falsità sarebbe stata sufficientemente camuffata alla maniera democratica e si sarebbe potuto credere di aver salvato la situazione e anche il portafoglio di Miljukov!

Ma il terzo potere inquieto non voleva saperne di calmarsi. Il 21 aprile vide una nuova ondata del movimento, più potente di quella del giorno prima. Quel giorno, la manifestazione fu provocata dal Comitato dei bolscevichi di Pietrogrado. Nonostante l’agitazione in senso contrario dei menscevichi e dei socialrivoluzionari, masse enormi di operai si diressero verso il centro, partendo da Vyborg e successivamente da altri quartieri. Il Comitato esecutivo mandò incontro ai manifestanti autorevoli pacificatori con Cheidze in testa. Ma gli operai avevano la ferma intenzione di dire la loro parola e avevano qualcosa da dire.

Un noto giornalista liberale descriveva sulla Rjec la manifestazione degli operai sulla prospettiva Nevsky: « In testa, circa un centinaio di uomini armati; dietro file ordinate di uomini e di donne non armati, migliaia di persone. Catene viventi ai due lati. Dei canti. Fui colpito dall’espressione delle facce. Quelle migliaia di persone avevano un solo volto, estasiato, il volto monacale dei primi secoli del cristianesimo, irriducibile, implacabile, pronto all’omicidio, all’inquisizione e alla morte ». Il giornalista liberale aveva guardato negli occhi la rivoluzione e per un momento ne aveva avvertito la risoluta decisione. Quegli operai non rassomigliavano affatto agli adolescenti che secondo Miljukov sarebbero stati reclutati da Ludendorff a quindici rubli al giorno!

Quel giorno, come il giorno prima, i manifestanti non andavano a rovesciare il governo, benché la maggior parte di loro dovesse già riflettere al problema: alcuni erano pronti già allora a spingere la manifestazione assai al di là dei limiti imposti dallo stato d’animo della maggioranza. Cheidze propose ai manifestanti di tornare a casa, nei quartieri. Ma i dirigenti risposero duramente che gli operai sapevano bene quello che dovevano fare. Era un accento nuovo e Cheidze avrebbe dovuto farci l’abitudine nel corso delle settimane successive.

Mentre i conciliatori esortavano e calmavano, i cadetti provocavano e soffiavano sul fuoco. Benché il giorno avanti non avesse avuto l’autorizzazione di usare le armi, Kornilov non solo non rinunciava al suo piano, ma proprio quella mattina prendeva misure per contrapporre ai manifestanti reparti di cavalleria e di artiglieria. Contando fermamente sull’audacia del generale, i cadetti, con un volantino speciale, invitarono i loro seguaci nelle strade, cercando chiaramente di spingere verso un conflitto decisivo. Pur non essendo riuscito nel suo sbarco sulle rive dei Dardanelli, Miljukov continuava a sviluppare la sua offensiva con Kornilov come avanguardia, con l’Intesa come riserva pesante. La nota inviata all’insaputa del Soviet e l’editoriale della Rjec dovevano fungere da dispaccio di Ems del cancelliere liberale della rivoluzione di febbraio. « Tutti coloro che sono dalla parte della Russia e della sua libertà devono serrare le file attorno al governo provvisorio e sostenerlo » così diceva l’appello del Comitato centrale dei cadetti che invitava tutti i bravi cittadini a scendere nelle piazze per lottare contro i fautori di una pace immediata.

La prospettiva Nevsky, principale arteria della borghesia, si trasformò in un immenso comizio cadetto. Una notevole dimostrazione, con alla testa i membri del Comitato centrale cadetto, si dirigeva verso il palazzo Marinsky. Dovunque si vedevano cartelli ancora freschi: « Completa fiducia nel governo provvisorio!». «Viva Miljukov!». I ministri erano ai sette cieli: avevano trovato il « loro » popolo, tanto più visibile in quanto emissari del Soviet facevano tutti gli sforzi possibili per disperdere i comizi rivoluzionari, respingendo le manifestazioni di operai e di soldati dal centro verso i sobborghi e dissuadendo dall’azione le caserme e le fabbriche.

Dietro l’insegna della difesa del governo aveva luogo una prima larga mobilitazione, apertamente dichiarata, delle forze controrivoluzionarie. Al centro della città comparvero autocarri carichi di ufficiali, di junkers e di studenti armati. Uscirono fuori anche i cavalieri di S. Giorgio. La jeunesse dorée organizzò sulla prospettiva Nevsky un pubblico tribunale che incriminava sul posto i leninisti e le « spie tedesche ». Ci furono tumulti e vittime. Il primo scontro sanguinoso, a quanto si è raccontato, iniziò in seguito al tentativo di alcuni ufficiali di strappare ad alcuni operai una bandiera con una scritta contro il governo provvisorio. Ci si affrontava con accanimento sempre crescente, iniziava una sparatoria che nel pomeriggio divenne quasi incessante. Nessuno sapeva esattamente chi sparasse e con quale scopo. Ma c’erano già delle vittime di questa sparatoria disordinata, causata in parte intenzionalmente, in parte dal panico. La temperatura diventava incandescente.

No, quel giorno non si trattava affatto di una manifestazione di unità nazionale. Due mondi si levavano l’uno contro l’altro. Le colonne di patrioti, chiamate nelle strade dal partito cadetto contro gli operai e i soldati, erano composte unicamente da elementi borghesi, da ufficiali, da funzionari, da intellettuali. Due torrenti umani, uno per Costantinopoli, uno per la pace, dilagavano in parti diverse della città: diversi per composizione sociale, del tutto dissimili nelle manifestazioni esteriori, con cartelli in cui esprimevano la reciproca ostilità, si scontravano battendosi a pugni, a colpi di bastone e persino con armi da fuoco.

Al Comitato esecutivo giunse la notizia inaspettata che Kornilov faceva istallare i cannoni sulla piazza del Palazzo. Iniziativa autonoma del comandante del corpo d’armata? No, il carattere e la successiva carriera di Kornilov dimostrano che il bravo generale era sempre guidato da qualcuno e questa volta erano i dirigenti cadetti a farlo. Solo contando sull’intervento di Kornilov e allo scopo di rendere questo intervento indispensabile, avevano fatto scendere nelle strade le loro masse. Un giovane storico nota giustamente che il tentativo fatto da Kornilov per radunare le scuole militari sulla piazza del Palazzo coincideva non con una necessità effettiva o immaginaria di difesa del palazzo Marinsky contro una folla ostile, ma con la punta massima della manifestazione dei cadetti.

Ma il piano Miljukov-Kornilov fallì, e in modo vergognoso. Per quanto fossero ingenui, i leaders del Comitato esecutivo non potevano non rendersi conto che erano in gioco le loro teste. Già alle prime informazioni sugli scontri sanguinosi sulla prospettiva Nevsky, il Comitato esecutivo inviava a tutti i contingenti militari di Pietrogrado e dintorni un ordine telegrafico: non mandare alcun distaccamento nelle strade della capitale senza ingiunzione da parte del Soviet. Ora che le intenzioni di Kornilov si erano manifestate, il Comitato esecutivo, nonostante tutte le solenni dichiarazioni, afferrava la ruota del timone non solo esigendo che il comandante del corpo ritirasse immediatamente le sue truppe, ma incaricando Skobelev e Filipovsky di far rientrare i soldati, per ordine del Soviet. « Salvo che per appello del Comitato esecutivo, in queste giornate di torbidi non uscite nelle strade con le armi. Solo il Comitato esecutivo ha il diritto di darvi disposizioni ». Ormai ogni ordine di far uscire le truppe, tranne che per il servizio ordinario, doveva essere trasmesso su carta ufficiale del Soviet e firmato da almeno due membri autorizzati a farlo.

Sembrava che il Soviet avesse interpretato in modo non equivoco le azioni di Kornilov come un tentativo della controrivoluzione di provocare la guerra civile. Ma, per quanto l’ordinanza riducesse a zero l’autorità del comando del corpo d’armata, il Comitato esecutivo neppure pensò a destituire lo stesso Kornilov: come si sarebbero potute violare le prerogative del governo? « Le mani tremano ». Il nuovo regime era pieno di finzioni, come un malato è pieno di cuscini e di compresse. Dal punto di vista dei rapporti di forza, l’elemento più significativo fu che non solo i soldati, ma anche le scuole ufficiali, prima ancora di aver ricevuto l’ordinanza di Cheidze, si erano rifiutate di marciare senza una approvazione da parte del Soviet. I dispiaceri imprevisti che piovevano sui cadetti, uno dopo l’altro, erano la conseguenza inevitabile del fatto che la borghesia russa si dimostrava una classe antinazionale nel periodo della rivoluzione nazionale, e ciò poteva essere nascosto per un breve lasso di tempo dal dualismo di poteri, ma non poteva essere annullato.

In apparenza la crisi di aprile stava per concludersi con un nulla di fatto. Il Comitato esecutivo era riuscito a trattenere le masse sulle soglie del dualismo di poteri. Per parte sua, il governo riconoscente spiegava che per « garanzie » e « sanzioni » bisognava intendere i tribunali internazionali, una limitazione degli armamenti e altre belle cose. Il Comitato esecutivo si affrettava ad aggrapparsi a queste concessioni terminologiche e dichiarava chiuso l’incidente con trentaquattro voti contro diciannove. Per calmare la base inquieta, la maggioranza adotta pure altre decisioni: il controllo sull’attività del governo provvisorio deve essere rafforzato; nessun atto politico importante deve essere compiuto senza che il Comitato esecutivo ne venga informato in precedenza; la composizione del corpo diplomatico dev’essere mutata radicalmente. Il dualismo di poteri che di fatto esisteva, era tradotto nel linguaggio giuridico proprio di una costituzione. Ma con ciò nulla mutava nella natura delle cose. L’ala sinistra non poté neppure ottenere dalla maggioranza conciliatrice le dimissioni di Miljukov. Tutto doveva restare come prima. Al di sopra del governo provvisorio esisteva il controllo assai più efficace da parte dell’Intesa, che il Comitato esecutivo non si sognava affatto di intaccare.

La sera del 21, il Soviet di Pietrogrado faceva il punto della situazione. Nella sua relazione, Tseretelli menzionava la nuova vittoria dei saggi dirigenti che poneva termine a tutte le false interpretazioni della nota del 27 marzo. Kamenev proponeva a nome dei bolscevichi la formazione di un governo puramente sovietico. La Kollontai, una rivoluzionaria molto popolare che durante la guerra era passata dai menscevichi ai bolscevichi, proponeva di organizzare un referendum nei distretti di Pietrogrado e dintorni sul tipo di governo provvisorio da sostenere. Ma queste proposte passavano quasi inosservate: la questione sembrava risolta. A enorme maggioranza, contro tredici voti, fu adottata la confortante risoluzione del Comitato esecutivo. È vero che la maggior parte dei deputati bolscevichi si trovava ancora nelle fabbriche, sulle strade, alle manifestazioni. Tuttavia, è fuori dubbio che nel grosso della massa sovietica non c’era stato nessuno spostamento verso i bolscevichi.

Il Soviet ordinò di astenersi per due giorni da qualsiasi manifestazione nelle strade. La decisione fu presa all’unanimità. Nessuno dubitò minimamente che tutti avrebbero accettato la risoluzione. E infatti, né operai, né soldati, né giovani della piccola borghesia, né Vyborg, né la prospettiva Nevsky, nessuno osò disobbedire all’ordinanza del Soviet. La calma fu rispettata senza nessuna misura coercitiva. Bastava che il Soviet si sentisse padrone della situazione perché lo divenisse effettivamente.

Alle redazioni dei giornali di sinistra affluivano in quel periodo decine e decine di risoluzioni di fabbriche e di reggimenti, che esigevano le dimissioni immediate di Miljukov, a volte di tutto il governo provvisorio. Pietrogrado non fu la sola ad agitarsi. A Mosca gli operai abbandonavano le macchine, i soldati uscivano dalle caserme, invadendo le strade con tempestose manifestazioni di protesta. Nei giorni successivi affluirono al Comitato esecutivo decine di telegrammi di soviet locali contro la politica di Miljukov, per un pieno appoggio al Soviet. Le stesse voci giungevano dal fronte. Ma tutto doveva restare come prima.

«Nella giornata del 21 aprile — affermava più tardi Miljukov — prevaleva sulle piazze uno stato d’animo favorevole al governo ». Parla evidentemente delle piazze che poteva osservare dal suo terrazzo, quando la maggior parte degli operai e dei soldati erano rientrati. In realtà, il governo si era trovato completamente scoperto. Non aveva dietro di sé nessuna forza consistente. L’abbiamo appena udito da Stankevic e dallo stesso principe Lvov. Che cosa significavano dunque le assicurazioni di Kornilov che affermava di avere forze sufficienti per schiacciare i sediziosi? Niente, dimostravano solo la stoltezza del rispettabile generale. La sua leggerezza si manifesterà con tutta chiarezza nel mese di agosto, quando il cospiratore Kornilov farà marciare contro Pietrogrado truppe inesistenti. Kornilov cercava ancora di giudicare i contingenti militari secondo la composizione del comando. Il corpo degli ufficiali, nella sua maggioranza, era indubbiamente con lui, cioè era pronto a spezzare la schiena ai soviet con il pretesto di difendere il governo provvisorio. I soldati erano dalla parte del Soviet, pur avendo opinioni assai più a sinistra di quelle del Soviet. Ma siccome il Soviet stesso sosteneva il governo provvisorio, ne seguiva che Kornilov, per difendere questo governo, poteva far marciare soldati sovietici con alla testa ufficiali reazionari. Grazie al regime di dualismo di poteri, tutti giocavano a mosca cieca. Ma, non appena i dirigenti del Soviet ebbero ordinato alle truppe di non uscire dalle caserme, Kornilov si trovò appeso in aria, e con lui tutto il governo provvisorio.

E, nonostante questo, il governo non crollò. Le masse che avevano iniziato l’attacco, non erano affatto pronte a svilupparlo sino in fondo. I dirigenti conciliatori potevano quindi tentare ancora di far ripiegare il regime di febbraio sino al punto di partenza. Avendo dimenticato o volendo far dimenticare agli altri che il Comitato esecutivo si era visto costretto a mettere la mano sull’esercito, apertamente e contro le autorità « legali », le Izvestia, organo del Soviet, si lamentavano il 22 aprile: « I soviet non cercavano affatto di impadronirsi del potere. Ora, su molte bandiere dei sostenitori del Soviet, c’erano scritte che esigevano il rovesciamento del governo e il trapasso di tutti i poteri al Soviet... ». Non è forse un abominio che gli operai e i soldati abbiano cercato di sedurre i conciliatori offrendo loro il potere, cioè abbiano pensato seriamente che questi signori fossero in grado di fare del potere stesso un uso rivoluzionario?

No, i socialrivoluzionari e i menscevichi non volevano il potere. La risoluzione bolscevica che chiedeva il trapasso del potere ai soviet aveva raccolto al Soviet di Pietrogrado, come abbiamo visto, un numero di voti insignificante. A Mosca la mozione di sfiducia nei confronti del governo provvisorio, proposta dal bolscevichi il 22 aprile, aveva raccolto settantaquattro voti su parecchie centinaia. È vero che il Soviet di Helsingfors, dove pure prevalevano i socialrivoluzionari e i menscevichi, aveva votato nello stesso giorno una risoluzione, molto audace per quel periodo, in cui si offrivano al Soviet di Pietrogrado delle forze armate per aiutarlo a eliminare « il governo provvisorio imperialista ». Ma questa risoluzione, votata sotto la pressione diretta dei marinai della flotta da guerra, costituiva un’eccezione. Nella sua schiacciante maggioranza, la rappresentanza sovietica delle masse, che il giorno avanti erano state così vicine a un’insurrezione contro il governo provvisorio, rimaneva senz’altro sul piano del dualismo di poteri. Che cosa significava?

La stridente contraddizione tra l’audacia offensiva delle masse e le tergiversazioni della loro rappresentanza politica non è casuale. In un periodo rivoluzionario, le masse oppresse sono spinte all’azione diretta più facilmente e più rapidamente di quanto non imparino a dare ai loro desideri e alle loro rivendicazioni un’espressione adeguata tramite i loro rappresentanti. Quanto più il sistema di rappresentanza è astratto, tanto più è in ritardo rispetto al ritmo degli avvenimenti determinati dalle azioni delle masse. Il sistema rappresentativo sovietico, il meno astratto di tutti, ha, in una situazione rivoluzionaria, vantaggi incomparabili; basti pensare che le Dume democratiche, elette sulla base del regolamento interno del 17 aprile, e non disturbate da nessuno in nessun modo, erano assolutamente incapaci di fare concorrenza ai soviet. Ma, con tutti i vantaggi del loro legame organico con le fabbriche e con i reggimenti, cioè con le masse attive, i soviet restano pur sempre un sistema rappresentativo e non si sottraggono quindi alle convenzioni e alle deformazioni del parlamentarismo.

La contraddizione, anche in una rappresentanza di tipo sovietico, consiste nel fatto che da una parte la rappresentanza è necessaria all’azione delle masse, dall’altra diviene facilmente un ostacolo conservatore per l’azione stessa. Il superamento pratico della contraddizione è nel rinnovo continuo della rappresentanza. Ma un’operazione del genere, che non è poi tanto semplice, è, soprattutto durante una rivoluzione, una conseguenza dell’azione diretta, rispetto alla quale si trova quindi in ritardo. In ogni caso, all’indomani della mezza insurrezione di aprile, o meglio del quarto di insurrezione, poiché la mezza insurrezione avrà luogo in luglio, si vedevano alla seduta del Soviet gli stessi deputati del giorno prima che, ritrovandosi nel consueto ambiente, votavano per le proposte dei soliti dirigenti.

Ma ciò non significa che la tempesta di aprile sia passata senza lasciare traccia sul Soviet e sul sistema di febbraio in generale e, a maggior ragione, sulle masse stesse. Il grandioso intervento degli operai e dei soldati negli avvenimenti, benché non spinto sino in fondo, modifica la situazione politica, dà un impulso al movimento generale della rivoluzione, accelera gli inevitabili raggruppamenti e costringe i politici da gabinetto e da corridoio a dimenticare i loro piani della vigilia e ad adattare i loro atti alle circostanze nuove.

Dopo che i conciliatori ebbero liquidato l’esplosione di guerra civile, immaginandosi che tutto si sarebbe sistemato sulle vecchie posizioni, la crisi di governo era solo al suo inizio. I liberali non volevano più governare senza una partecipazione diretta dei socialisti al potere. Questi ultimi, costretti dalla logica del dualismo di poteri ad accettare questa condizione, esigettero da parte loro una esplicita liquidazione del programma dei Dardanelli, il che portò ineluttabilmente alla liquidazione di Miljukov. Il 2 maggio, costui si vide costretto a uscire dal governo. La parola d’ordine della manifestazione del 20 aprile si realizzò con dodici giorni di ritardo e contro la volontà dei dirigenti del Soviet.

Ma le difficoltà e gli indugi non fecero che sottolineare maggiormente l’impotenza dei dirigenti. Miljukov, che, con l’aiuto del suo generale, si era predisposto a determinare una brusca svolta nei rapporti di forza, fu proiettato fuori dal governo rumorosamente, come un tappo di spumante. L’intraprendente generale si vide costretto a dare le dimissioni. I ministri non avevano più un’aria festosa, in nessun modo. Il governo supplicava il Soviet di accettare una coalizione. Tutto questo perché le masse avevano fatto forza sul braccio più lungo della leva.

Ciò non voleva dire che i partiti conciliatori si fossero avvicinati agli operai e ai soldati. Al contrario, gli avvenimenti di aprile, che avevano rivelato possibilità impreviste, latenti tra le masse, avevano spinto i dirigenti democratici ancor più verso destra, verso un maggiore riavvicinamento alla borghesia. A partire da quel momento, la linea patriottica prende definitivamente il sopravvento. La maggioranza del Comitato esecutivo diventa più compatta. Amorfi radicali come Sukhanov, Steklov e altri, che ancora di recente ispiravano la politica sovietica e tentavano di conservare qualcosa delle tradizioni socialiste, vengono messi in disparte. Tseretelli assume una posizione decisamente conservatrice, una specie di adattamento della politica di Miljukov al sistema rappresentativo delle masse lavoratrici.

L’atteggiamento del partito bolscevico durante le giornate di aprile non fu uniforme. Gli avvenimenti avevano colto il partito di sorpresa. La crisi interna stava appena terminando, ci si preparava attivamente alla conferenza del partito. Sotto la pressione dell’estrema agitazione che regnava nei quartieri, certi bolscevichi si pronunciavano per il rovesciamento del governo provvisorio. Il comitato di Pietrogrado, che ancora il 5 marzo aveva votato una mozione di fiducia condizionata in favore del governo, restava perplesso. Si era deciso di organizzare una manifestazione per il 21, ma lo scopo della manifestazione non era stato precisato con chiarezza sufficiente. Una parte del comitato di Pietrogrado fece scendere sulle piazze gli operai e i soldati con l’intenzione, per la verità non del tutto chiara, di cercar di rovesciare di passata il governo provvisorio. Nello stesso senso operavano certi elementi di sinistra, al di fuori del partito. Verosimilmente si frammischiarono anche certi anarchici, attivi, anche se poco numerosi. Alle truppe si rivolgevano individui disparati, chiedendo autoblinde o rinforzi in genere, sia per procedere all’arresto del governo provvisorio sia per combattere il nemico nelle strade. La divisione delle autoblinde, vicina ai bolscevichi, aveva tuttavia dichiarato che non avrebbe messo le sue macchine a disposizione di nessuno senza un ordine del Comitato esecutivo. I cadetti cercavano con tutti i mezzi di imputare ai bolscevichi i conflitti sanguinosi che si erano verificati. Ma una commissione speciale del Soviet stabilì in modo irrefutabile che la sparatoria non era cominciata dalla strada, ma dai portoni e dalle finestre. Sui giornali fu pubblicato un comunicato del procuratore: « La sparatoria è stata una iniziativa di elementi dei bassifondi della società, che si prefiggevano di provocare disordini e tumulti sempre vantaggiosi ai furfanti ».

L’ostilità dei partiti sovietici dominati nei confronti dei bolscevichi era ancora ben lungi dal raggiungere il grado di violenza che, due mesi più tardi, nel luglio, doveva definitivamente ottenebrare gli intelletti e le coscienze. La magistratura, benché avesse mantenuto i suoi vecchi quadri, stava sull’attenti di fronte alla rivoluzione e non si permetteva ancora di usare contro l’estrema sinistra i metodi dell’Okhrana zarista. Anche su questo punto l’attacco di Miljukov fu respinto senza difficoltà. Il Comitato centrale richiamò severamente la sinistra e dichiarò il 21 aprile che, a suo avviso, il Soviet aveva avuto perfettamente ragione di proibire le manifestazioni e che bisognava obbedire incondizionatamente. « La parola d’ordine: “ Abbasso il governo provvisorio! ” — diceva la risoluzione del Comitato centrale — ora non è giusta perché, in mancanza di una solida maggioranza popolare (cioè cosciente e organizzata) in favore del proletariato rivoluzionario, questa parola d’ordine o è una espressione vuota o può portare a tentativi avventuristici ». Come compiti del momento, la risoluzione indicava la critica, la propaganda e la conquista della maggioranza nei Soviet come premessa per la conquista del potere.

Agli occhi degli avversari questa dichiarazione parve come un ripiegamento dei dirigenti spaventati o come una abile manovra. Ma noi conosciamo già la posizione fondamentale di Lenin a proposito del problema del potere: allora, stava insegnando al partito ad applicare le « tesi di aprile » sulla base dell’esperienza degli avvenimenti.

Tre settimane prima, Kamenev si dichiarava « felice » di votare con i menscevichi e con i socialrivoluzionari un’unica risoluzione sul governo provvisorio e Stalin sviluppava la teoria della divisione del lavoro tra cadetti e bolscevichi. Quanto erano lontane, ormai, quelle giornate e quelle teorie! Dopo la lezione delle giornate di aprile, Stalin si pronunciò infine, per la prima volta, contro la teoria del « controllo » benevolo sul governo provvisorio, abbandonando con circospezione la sua opinione del giorno prima. Ma la manovra passò inosservata.

In che consisteva lo spirito avventuristico nella politica di certi elementi del partito? — chiedeva Lenin alla conferenza apertasi immediatamente dopo le giornate minacciose. Questo spirito si manifestava nei tentativi di azione violenta dove per la violenza rivoluzionaria non c’era ancora o non c’era più posto. « Si può rovesciare chi è riconosciuto dal popolo come un oppressore. Ma, nel momento attuale, non ci sono affatto oppressori, i cannoni e i fucili sono nelle mani dei soldati e non dei capitalisti; i capitalisti prevalgono ora non con la violenza, ma con l’inganno e attualmente non si può parlare di violenza: è un non senso... Abbiamo dato la parola d’ordine di manifestazioni pacifiche. Volevamo solo fare una pacifica ricognizione, vedere le forze del nemico, ma non impegnare battaglia; mentre il Comitato di Pietrogrado ha spinto un po’ troppo a sinistra... Assieme a una parola d’ordine giusta: “ Viva i soviet! ” ne è stata lanciata una che non è giusta: “ Abbasso il governo provvisorio!” Nel momento dell’azione non era opportuno “ spingere un po’ troppo a sinistra”. La consideriamo come una colpa molto grave, come un elemento di disorganizzazione ».

Che cosa c’è alla base degli avvenimenti drammatici di una rivoluzione? Ci sono dei mutamenti nei rapporti di forza. Da che cosa sono provocati? Principalmente dalle oscillazioni delle classi intermedie, dei contadini, della piccola borghesia, dell’esercito. Tra l’imperialismo dei cadetti e il bolscevismo l’arco è formidabile. Le oscillazioni si verificano simultaneamente in due opposte direzioni. La rappresentanza politica della piccola borghesia, i suoi vertici, i dirigenti conciliatori tendono tutti piuttosto verso destra, dalla parte della borghesia. Le masse oppresse, invece, spingono sempre più nettamente e decisamente verso sinistra. Pronunciandosi contro la mentalità avventuristica manifestata dai dirigenti dell’organizzazione di Pietrogrado, Lenin fa una riserva: se le classi intermedie inclinassero dalla nostra parte seriamente, profondamente, inflessibilmente, non esiteremmo un minuto a far sloggiare il governo di palazzo Marinsky. Ma non siamo ancora a questo punto. La crisi di aprile esplosa nelle strade « non è né la prima né l’ultima oscillazione della massa piccolo-borghese e semiproletaria». Per il momento il nostro compito è di «spiegare pazientemente», di preparare il successivo, più profondo, più consapevole, movimento delle masse verso di noi.

Per quanto riguarda il proletariato, la sua evoluzione verso i bolscevichi assunse nel corso del mese di aprile un carattere del tutto esplicito. Certi operai si presentavano ai comitati del partito e chiedevano di poter passare dal partito menscevico a quello bolscevico. Nelle fabbriche cominciavano a interrogare insistentemente i loro deputati sulla politica estera, sulla guerra, sul dualismo di poteri, sul rifornimento alimentare e il risultato di questi esami era che i deputati socialrivoluzionari o menscevichi erano sempre più spesso soppiantati dai bolscevichi. La svolta brusca ebbe inizio con i soviet di quartiere, più vicini alle fabbriche. Nei soviet del quartiere di Vyborg, di Vassilevsky-Ostrov, del rione di Narva, verso la fine di aprile i bolscevichi si trovarono improvvisamente in maggioranza. Era un fatto estremamente significativo, ma i dirigenti del Comitato esecutivo, tutti presi dall’alta politica, consideravano con disdegno i movimenti dei bolscevichi nei quartieri operai.

Ma i distretti cominciavano a esercitare una pressione sempre più sensibile sul centro. Nelle fabbriche, indipendentemente dal comitato di Pietrogrado, si iniziò un’energica e fruttuosa campagna per un rinnovo dei rappresentanti al Soviet dei deputati operai della capitale. Sukhanov ritiene che ai primi di maggio i bolscevichi avessero con loro un terzo del proletariato di Pietrogrado. In ogni caso, non meno di un terzo e si trattava della parte più attiva.

L’amorfismo del marzo svaniva, le linee politiche si precisavano, le tesi « fantasiose » di Lenin prendevano corpo nei quartieri operai.

Ogni passo avanti della rivoluzione è provocato o determinato da un diretto intervento delle masse, nella maggior parte dei casi del tutto inatteso per i partiti sovietici. Dopo l’insurrezione di febbraio, dopo che gli operai e i soldati ebbero rovesciato la monarchia senza chiedere nulla a nessuno, i dirigenti del Comitato esecutivo ritennero che la funzione delle masse fosse terminata. Ma commisero un fatale errore. Le masse non si accingevano affatto ad abbandonare la scena. Già ai primi di marzo, al momento della campagna per la giornata di otto ore, gli operai avevano strappato una concessione al capitale, benché fossero sotto la pressione dei menscevichi e dei socialrivoluzionari. Il Soviet aveva dovuto registrare una vittoria riportata in sua assenza e suo malgrado. La manifestazione di aprile provocò un secondo riaggiustamento dello stesso tipo. Ogni manifestazione di massa, indipendentemente dall’obiettivo immediato, è un avvertimento alla direzione. L’ammonimento è sulle prime moderato, ma diviene poi sempre più audace. In luglio, diviene una minaccia. In ottobre, siamo alla conclusione.

 

In tutti i momenti critici le masse intervengono come « forze spontanee », in altri termini obbedendo agli insegnamenti tratti dalla loro diretta esperienza e dai loro dirigenti non ancora riconosciuti ufficialmente. Assimilando questo o quell’elemento dell’agitazione, le masse traducono spontaneamente le conclusioni nel linguaggio dell’azione. I bolscevichi come partito non dirigevano ancora la campagna per la giornata di otto ore. I bolscevichi non avevano chiamato le masse neppure alla manifestazione di aprile. I bolscevichi non chiameranno le masse armate a scendere sulle piazze neppure ai primi di luglio. Solo in ottobre il partito riuscirà a regolare il passo e marcerà alla testa delle masse, ormai non più per una manifestazione, ma per la rivoluzione.