L'agonia della monarchia

La dinastia cadde alla prima scossa come un frutto marcio, ancor prima che la rivoluzione avesse avuto il tempo di affrontare l’esame dei problemi più urgenti. Il quadro della vecchia classe dirigente non sarebbe completo se non cercassimo di mostrare come la monarchia giungesse all’ora della sua caduta.

Lo zar si trovava al gran quartier generale, a Mogilev, dove si era recato non perché ci fosse bisogno di lui, ma per sottrarsi alle inquietudini di Pietrogrado. Il generale Dubensky, memorialista della Corte, che aveva accompagnato lo zar al gran quartier generale, annotava nel suo diario: «Qui, la vita si svolge tranquilla. Tutto continuerà come in passato. Non c’è da attendersi niente da lui [dallo zar]. Salvo fattori esterni che potrebbero, per caso, provocare qualche mutamento...». Il 24 febbraio la zarina scriveva (in inglese, come al solito) a Nicola, al gran quartier generale: «Spero che quel Kedrinsky della Duma [si trattava di Kerensky] sarà impiccato per i suoi discorsi spaventosi: è indispensabile [la legge marziale] e sarà un esempio. Tutti desiderano vivamente dar prova di fermezza e ti supplicano di farlo». Il 25 febbraio, il gran quartiere riceveva un telegramma del ministro della Guerra, che annunciava che nella capitale erano stati proclamati scioperi, che tumulti erano cominciati negli ambienti operai, ma che erano state prese certe misure e non accadeva niente di grave. In una parola, se n’erano viste tante e se ne sarebbero viste ancora!

La zarina, che aveva sempre esortato lo zar a non cedere, cercava ancora di mantenersi ferma. Il 26 febbraio, nell’evidente intento di ridare coraggio all’esitante Nicola, gli telegrafa che «in città tutto è tranquillo». Ma in un telegramma della sera è già costretta a riconoscere che «in città le cose non vanno affatto bene». Per lettera, dice: «Bisogna dichiarare fermamente agli operai che è proibito scioperare e, in caso di infrazione, inviarli al fronte per punizione. Le sparatorie sono del tutto inutili: occorre solo mantenere l’ordine e impedire agli operai di passare i ponti». Sì, non ci voleva davvero molto: solo mantenere l’ordine! E soprattutto non lasciare che gli operai arrivino al centro, lasciarli soffocare nella rabbiosa impotenza dei loro sobborghi.

Il mattino del 27, il generale Ivanov è inviato dal fronte verso la capitale con un battaglione di cavalieri di S. Giorgio e con poteri dittatoriali, di cui tuttavia egli non farà parola prima dell’occupazione di Tsarkoje Selo. «È difficile immaginare un personaggio meno adatto alla situazione — scriverà il generale Denikin, che più tardi si eserciterà anche lui alla dittatura militare — un vecchio cadente, che non si rendeva ben conto della situazione politica, che non aveva più né forza, né energia, né volontà, né severità». La scelta era caduta su Ivanov sulla base dei ricordi della prima rivoluzione: undici anni prima, aveva represso l’insurrezione di Kronstadt. Ma gli anni non erano trascorsi senza lasciare tracce: i castigatori si erano logorati, i castigati erano divenuti uomini maturi. I fronti del Nord e dell’Ovest ricevettero l’ordine di preparare truppe per una spedizione su Pietrogrado. Evidentemente, si pensava di aver del tempo a disposizione. Ivanov personalmente riteneva di farla finita presto con successo e non trascurò neppure di incaricare uno dei suoi aiutanti di comperare a Mogilev provviste per le conoscenze che aveva a Pietrogrado.

Il 27 febbraio, in mattinata, Rodzjanko inviava allo zar un nuovo telegramma che terminava in questo modo: «L’ultima ora è suonata: le sorti della patria e della dinastia sono in gioco». Lo zar disse al conte Frederiks: «Ancora quel grassone di Rodzjanko che mi scrive tutta una serie di sciocchezze alle quali neppure risponderò». Eppure, non erano affatto sciocchezze! E sarebbe stato il caso di rispondergli.

Verso mezzogiorno dello stesso 27 febbraio, il gran quartier generale riceveva dal generale Khabalov un rapporto sulla rivolta dei reggimenti Pavlovsky, Voljnsky, Litovsky e Preobrazhensky e sulla necessità di inviare al fronte truppe sicure. Un’ora dopo arriva dal ministro della Guerra un telegramma completamente rassicurante: «I tumulti iniziatisi stamane in certe unità della guarnigione sono stati repressi con forza ed energia da compagnie e battaglioni fedeli al loro dovere... Sono fermamente convinto di un pronto ristabilimento della calma... ». Ma, dopo le sette di sera, lo stesso Bolyev riferisce già che «le poche truppe rimaste fedeli al loro dovere non riescono a venire a capo dell’ammutinamento », e chiede rinvio d’urgenza di truppe veramente sicure e per di più in quantità sufficiente «da poter agire simultaneamente nei diversi settori della città».

Quel giorno il Consiglio dei ministri ritenne opportuno eliminare, di propria autorità, quello che era considerato il responsabile di tutte le sventure, lo squilibrato Protopopov, ministro degli Interni. Nello stesso tempo il generale Khabalov faceva circolare un documento preparato all’insaputa del governo che dichiarava Pietrogrado in stato d’assedio, d’ordine di sua maestà. Così si cercava di combinare il caldo con il freddo, ma verosimilmente senza premeditazione e comunque senza speranza di successo. Non si riuscì neppure a fare affiggere in città i manifesti annunciami lo stato d’assedio: il prefetto della città, Balka, non trovò né colla né pennelli. In generale, «non si affìggeva» più niente per ordine di autorità che appartenevano già al regno delle ombre.

La principale di queste ombre, nell’ultimo ministero dello zar, era un settuagenario, il principe Galicyn, che in precedenza aveva diretto certe opere filantropiche della zarina e che costei aveva promosso capo del governo durante il periodo della guerra e della rivoluzione. Quando gli amici chiedevano a «questo signore russo bonaccione», a questo «vecchio rammollito» (per usare l’espressione del liberale barone Nolde), perché avesse accettato un incarico che gli avrebbe dato tante preoccupazioni, Galicyn rispondeva: «Per avere un bel ricordo in più». Ma non ottenne questo risultato. Sullo stato d’animo del governo dello zar durante quelle ore, abbiamo la testimonianza del seguente racconto di Rodzjanko: «Alla prima notizia di un movimento di massa verso il palazzo Marinsky, dove il Consiglio dei ministri teneva le sue sedute, tutte le luci dell’edificio vennero immediatamente spente». I governanti volevano una cosa sola: non essere notati dalla rivoluzione. Ma la voce che era corsa si rivelò falsa, il palazzo non venne attaccato e, quando le luci vennero riaccese, uno dei membri del governo dello zar fu scoperto, «con sua stessa sorpresa» nascosto sotto un tavolo. Quali ricordi si accumulassero in quell’ambiente, davvero non sappiamo.

Ma lo stato d’animo dello stesso Rodzjanko non era verosimilmente all’altezza delle circostanze. Con lunghi, ma vani appelli telefonici, il presidente della Duma cerca di avere all’apparecchio il principe Galicyn. Questi risponde: «Vi prego di non rivolgervi più a me. Ho dato le dimissioni». A questa notizia, secondo il racconto del suo fedele segretario Rodzjanko ricadde pesantemente sulla poltrona e si coperse il viso con tutte e due le mani: «Signore! È spaventoso! Non abbiamo più potere!... È l’anarchia!... È il sangue!...». E pianse dolcemente. Mentre svaniva il fantasma senile del potere zarista, Rodzjanko si sentiva infelice, abbandonato, orfano. Quanto era lungi dal pensare in quel momento che all’indomani avrebbe dovuto «mettersi alla testa» della rivoluzione!

La risposta di Galicyn al telefono si spiega a questo modo: nella serata del 27, il Consiglio dei ministri si riconobbe definitivamente incapace di dominare la situazione e invitò lo zar a porre alla testa del governo una personalità che godesse della fiducia generale. Lo zar rispose a Galicyn: «Per quanto riguarda mutamenti di personale in queste circostanze, li giudico inammissibili. Nicola». Ma quali altre circostanze aspettava? Allo stesso tempo, esigeva che si prendessero «le misure più decise» per schiacciare la rivolta. Era più facile dirlo che farlo.

L’indomani, 28, l’indomabile zarina, a sua volta, si perde di coraggio. Telegrafa a Nicola: «Sono indispensabili concessioni. Gli scioperi continuano. Molte truppe sono passate dalla parte della rivoluzione. Alice». C’era voluto la rivolta dell’intera guardia, dell’intera guarnigione per costringere questa donna dell’Assia, zelatrice dell’autocrazia, a riconoscere che «erano necessarie concessioni». Allora lo zar comincia a intravvedere che «quel grassone di Rodzjanko» non gli aveva comunicato delle sciocchezze. Nicola decide di raggiungere la sua famiglia. È possibile che fosse dolcemente spinto fuori dai generali del gran quartier generale che avvertivano un senso di malessere.

Il treno imperiale procedette sulle prime senza incidenti: come di consueto, i capi della polizia e i governatori venivano a salutarlo alle stazioni. Lontano dal vortice rivoluzionario, nel suo solito vagone, circondato dal suo seguito familiare, lo zar sembrava aver perduto di nuovo la sensazione di una conclusione imminente. Il 28, alle 3 del pomeriggio, mentre la sua sorte è già decisa dal corso degli avvenimenti, da Viazma invia alla zarina il seguente telegramma: «Tempo bellissimo. Spero che vi sentiate bene e siate tranquilla. Molte truppe sono state inviate dal fronte. Con affettuosa tenerezza. Niki». Invece delle concessioni richieste con insistenza dalla stessa zarina, Nicola invia truppe dal fronte, con affettuosa tenerezza. Ma benché «il tempo fosse bellissimo», entro qualche ora lo zar si sarebbe trovato di fronte a una tempesta rivoluzionaria. Il treno imperiale raggiunge la stazione di Viscera: i ferrovieri non lo lasciano proseguire: «un ponte in cattive condizioni». La cosa più probabile è che questo pretesto fosse inventato dal seguito imperiale per far apparire migliore la situazione. Nicola tentava di passare — o meglio si tentava di farlo passare — per Bologoe, che è sulla linea Mosca-Pietrogrado: ma neppure per questa via il suo treno fu accettato. La dimostrazione diveniva più eloquente di tutti i telegrammi ricevuti da Pietrogrado. Lo zar, isolato dal suo quartier generale, non trovava un accesso verso la capitale. Con i ferrovieri, semplici «pedine», la rivoluzione dava scacco al re!

Lo storiografo della Corte, Dubensky, che accompagnava lo zar sul treno, annota nel suo diario personale: «Tutti riconoscono che la svolta di quella notte, a Viscera, ha un’importanza storica... Per me, è assolutamente chiaro che la questione di una costituzione è decisa: di certo, la costituzione sarà concessa... Tutti dicono che bisogna solo mercanteggiare con loro, con i membri del governo provvisorio». La strada è sbarrata da un semaforo, al di là del quale vi è pericolo di morte e il conte Frederiks, il principe Dolgoruky, il duca di Leuchthenberg, tutti, tutti questi grandi signori, sono ora fautori di una costituzione. Neppure pensano più alla lotta. Bisogna solo mercanteggiare, cioè cercar di ingannare di nuovo la gente, come nel 1905.

Mentre il treno errava senza trovare la strada buona, la zarina inviava allo zar telegrammi su telegrammi, pregandolo di rientrare al più presto. Ma i telegrammi le ritornavano con una scritta in matita bleu: «Recapito del destinatario sconosciuto». Gli impiegati del telegrafo non trovavano più lo zar di Russia...

Vari reggimenti, con le bandiere e la musica in testa, marciavano verso il palazzo di Tauride. Le compagnie della guardia si mettevano in movimento sotto il comando del granduca Cirillo Vladimirovic, che, come testimonia la contessa Kleinmichel, trovò improvvisamente la prestanza di un rivoluzionario. I soldati di fazione si erano dispersi. Gli intimi del palazzo se ne andavano. «Fu un si-salvi-chi-può» — scrive la Vyrubova. Nel palazzo si aggiravano bande di soldati rivoluzionari, che esaminavano tutto con avida curiosità. Prima ancora che le alte sfere avessero deciso le sorti della monarchia, gli elementi di base trasformavano il palazzo in un museo.

Lo zar, il cui recapito è sconosciuto, gira verso Pskov, verso lo stato maggiore del fronte settentrionale, comandato dal vecchio generale Ruszky. I membri del seguito imperiale fanno una proposta dopo l’altra. Lo zar indugia. Calcola sempre in giorni e in settimane, mentre la rivoluzione calcola solo in minuti.

Il poeta Alessandro Blok, negli ultimi mesi della monarchia, dipingeva lo zar nei termini seguenti: «Testardo eppure privo di volontà, nervoso, ma insensibile sotto tutti gli aspetti, senza più fiducia in nessuno, esasperato, ma misurato nelle sue espressioni, non era più padrone di sé. Non era più in grado di capire la situazione e non faceva più alcun passo in modo consapevole, abbandonandosi completamente nelle mani di coloro che egli stesso aveva elevato al potere». Quanto dovettero accentuarsi i suoi tratti particolari — mancanza di volontà, esasperazione, circospezione e diffidenza — alla fine di febbraio e ai primi di marzo!

Alla fine, Nicola si decise a inviare (sembra però che non lo spedisse affatto) un telegramma a quel Rodzjanko che esecrava, dicendo che, per la salvezza della patria, il presidente della Duma era incaricato di costituire un nuovo gabinetto; tuttavia, lo zar si riservava di distribuire lui stesso i portafogli degli esteri, della guerra e della marina. Voleva ancora mercanteggiare con «quella gente»: «truppe numerose» non marciavano forse su Pietrogrado?...

Effettivamente, il generale Ivanov raggiunse senza difficoltà Tsarkoje Selo: evidentemente i ferrovieri non osavano opporre resistenza al battaglione dei cavalieri di S. Giorgio. Il generale ha ammesso più tardi che lungo la strada aveva dovuto tre o quattro volte fare «paterne rimostranze» a semplici soldati che gli avevano rivolto la parola grossolanamente: li aveva fatti mettere in ginocchio. Subito dopo l’arrivo del «dittatore» a Tsarkoje Selo, le autorità locali vennero a informarlo che un conflitto tra il battaglione di S. Giorgio e le truppe ordinarie avrebbe costituito un pericolo per la famiglia imperiale. In sostanza, queste autorità, che avevano paura per loro, consigliavano al «pacificatore» di tornare indietro senza scaricare i suoi vagoni.

Il generale Ivanov pose all’altro «dittatore» Khabalov dieci domande cui venne risposto con precisione. Le riproduciamo integralmente, ne vale la pena.

Domande di Ivanov        Risposte di Khabalov

Ho a mia disposizione, negli edifici dell’Ammiragliato, quattro compagnie della guardia, cinque squadroni e centurie di Cosacchi; due batterie di artiglieria; le altre unità si sono

 

Quali sono le stazioni sorvegliate?

Quali sono i quartieri della città in cui lordine è mantenuto?

Quali sono le autorità che amministrano questi quartieri?

Tutti i ministeri funzionano normalmente?

Quali sono le autorità di polizia di cui disponete in questo momento?

Quali sono le istituzioni tecniche e amministrative del dipartimento della Guerra di cui disponete in questo momento?

Quale è la quantità di rifornimenti alimentari di cui disponete?

È grande la quantità di armi, di pezzi di artiglieria e di munizioni di cui si sono impadroniti i rivoltosi?

schierate con i rivoluzionari oppure, d’accordo con questi ultimi, restano neutrali. Ci sono soldati e bande che si aggirano in città e disarmano gli ufficiali.

Tutte le stazioni sono in mano ai rivoluzionari e rigorosamente sorvegliate da loro.

Tutta la città è in mano ai rivoluzionari, il telefono non funziona, non ci sono più collegamenti con i quartieri.

Non posso rispondere.

I ministri sono stati arrestati dai rivoluzionari.

Nessuna.

Non ne ho affatto.

Non dispongo di nessuna quantità. Il 25 febbraio c’erano in città 5.600.000 pud di farina di riserva.

Tutto quello che riguarda l’artiglieria è in mano ai rivoluzionari.

Quali son le forze miti- 10) Ho a mia personale ditari e gli stati maggiori che sposizione il capo di stato restano ai vostri ordini? maggiore del corpo d’armata; non ho collegamenti con gli altri centri di comando.

 

 

Informato sulla situazione senza possibilità di equivoco, il generale Ivanov «consentì» a ricondurre indietro sino alla stazione di Dno il suo distaccamento di truppe, che non era stato scaricato. «Appunto per questo — conclude il generale Lukomsky, uno dei principali personaggi del gran quartier generale — dalla missione affidata al generale Ivanov con pieni poteri dittatoriali non venne fuori nulla, tranne uno scandalo».

Del resto, questo scandalo ebbe scarsa risonanza, fu sommerso senza lasciar traccia dal flusso degli avvenimenti. Il dittatore, c’è da supporre, inviò provviste ai suoi conoscenti di Pietrogrado ed ebbe una lunga conversazione con la zarina, che ricordò l’abnegazione del suo lavoro negli ospedali militari e si lagnò dell’ingratitudine dell’esercito e del popolo.

Nel frattempo arrivano a Pskov, via Mogilev, notizie sempre più disastrose. Le guardie del corpo di sua maestà, che erano rimaste a Pietrogrado e di cui ciascun soldato, conosciuto con il nome di battesimo, era oggetto dei favori della famiglia imperiale, si erano presentate alla Duma dell’impero chiedendo l’autorizzazione di arrestare i loro ufficiali che non avevano partecipato all’insurrezione. Il vice-ammiraglio Kuros fa sapere di non veder la possibilità di prendere misure per domare la rivolta a Kronstadt, dato che non può rispondere di nessuna unità. L’ammiraglio Nepenin telegrafa che la flotta del Baltico ha riconosciuto il comitato provvisorio della Duma dell’impero. Il capo del corpo d’armata di Mosca, Mrozovsky, comunica: «La maggior parte delle truppe, assieme all’artiglieria, è passata ai rivoluzionari che sono padroni della città: il gradona-calnik e il suo sostituto hanno lasciato la loro residenza». «Hanno lasciato» voleva dire : sono fuggiti.

Lo zar venne a conoscenza di tutto ciò nella serata del 1° marzo. Sino a notte avanzata ci furono conversazioni ed esortazioni a proposito di un ministero responsabile. Infine, verso le due del mattino, lo zar dette il suo consenso e nel suo entourage si tirò un respiro di sollievo. Siccome si supponeva che il problema della rivoluzione avesse così trovato soluzione, fu dato l’ordine di ricondurre al fronte le unità che erano state dirette verso Pietrogrado per soffocare l’insurrezione. Già all’alba Ruszky si affrettava a comunicare la buona notizia a Rodzjanko. Ma l’orologio dello zar era molto indietro. Rodzjanko, che al palazzo di Tauride era già assalito dai democratici, dai socialisti, dai soldati, dai deputati operai, rispondeva a Ruszky: «Quello che pensate di fare è insufficiente e sono in gioco le sorti della dinastia... Dovunque le truppe si schierano dalla parte della Duma e del popolo, esigendo un’abdicazione in favore del principe ereditario sotto la reggenza di Mikhail Aleksandrovic».

Per la verità, le truppe non pensavano affatto a chiedere il principe ereditario né Mikhail Aleksandrovic. Rodzjanko attribuiva semplicemente all’esercito e al popolo una parola d’ordine con cui la Duma sperava ancora di contenere la rivoluzione. Comunque sia, il consenso dello zar, ancora una volta, fu tardivo: «L’anarchia — dichiarava Rodzjanko — ha assunto una tale ampiezza che questa notte sono stato costretto a nominare un governatore provvisorio. Con mio rincrescimento, il manifesto è giunto troppo tardi...». Queste parole solenni indicano che il presidente della Duma aveva già trovato il tempo per asciugare le lacrime versate su Galicyn. Lo zar lesse il resoconto della conversazione tra Rodzjanko e Ruszky, esitò, rilesse il documento e decise di aspettare. Ma allora i capi militari suonarono l’allarme: il fatto è che si sentivano un po’ parte in causa!

Durante la notte il generale Alexejev procedette a una specie di plebiscito tra i comandanti in capo dei diversi fronti. È bene che le rivoluzioni moderne si svolgano con il concorso del telegrafo, di modo che le primissime reazioni e risposte dei detentori del potere restano fissate per la storia su una striscia di carta. Le conversazioni svoltesi tra i feldmarescialli di sua maestà nella notte tra il 1° e il 2 marzo costituiscono un documento umano di valore incomparabile. Lo zar doveva abdicare o no? Evert, comandante in capo del fronte occidentale, non acconsentiva a esprimere il proprio avviso se non dopo aver conosciuto l’avviso dei generali Ruszky e Brussilov. Il generale Sakharov, comandante del fronte rumeno, esigeva che gli si comunicassero prima le conclusioni di tutti gli altri grandi capi. Dopo molte tergiversazioni, questo guerriero valoroso dichiarò che il suo ardente attaccamento al monarca non gli permetteva in coscienza di accettare l’«infame proposta»; ciò nonostante, «singhiozzando» raccomandava allo zar di abdicare al solo scopo di «risparmiarsi sollecitazioni ancora più abominevoli». L’aiutante di campo di Evert sosteneva in modo persuasivo la necessità della capitolazione: «Prendo tutte le misure affinché le informazioni sull’attuale situazione nelle capitali non penetrino nell’esercito, allo scopo di prevenire tumulti che si produrrebbero inevitabilmente. Non esiste alcun mezzo per arrestare la marcia della rivoluzione nelle capitali». Il granduca Nikolaj Nikolajevic, del fronte caucasico, supplicava in ginocchio lo zar di prendere una «decisione straordinaria» e di abdicare: le stesse suppliche da parte dei generali Alexejev e Brussilov e dell’ammiraglio Nepenin. Quanto a Ruszky, formulava verbalmente le stesse richieste. Sette grandi capi puntavano rispettosamente le pistole alle tempie dell’adorato monarca. Preoccupati di lasciarsi sfuggire l’occasione di una conciliazione con il nuovo potere, e temendo inoltre in eguale misura le loro truppe, questi grandi capi, abituati a cedere terreno, davano allo zar generalissimo un consiglio unanime: sparire dalla scena senza colpo ferire. Così parlava non più la lontana Pietrogrado contro la quale, sembrava, sarebbe stato possibile inviare truppe, ma il fronte da cui si sarebbero dovuti prelevare i contingenti.

Dopo aver ascoltato un rapporto così convincente, lo zar si decise ad abbandonare un trono che già non aveva più. Fu preparato un telegramma adatto alle circostanze, da inviare a Rodzjanko. « Non c’è sacrificio che non possa accettare per il bene autentico e per la salvezza della madre Russia. Per conseguenza sono disposto ad adbicare a favore di mio figlio, a condizione che resti accanto a me sino alla maggiore età, sotto la reggenza di mio fratello, granduca Mikhail Aleksandrovic. Nicola». Ma, ancora una volta, il telegramma non fu spedito, perché si era appreso che dalla capitale stavano venendo a Pskov i deputati Guckov e Sciulghin. Era un’altro motivo per differire la decisione. Lo zar ordinò di rendergli il telegramma. Temeva evidentemente di fare un passo falso e attendeva ancora notizie confortanti o, più esattamente, contava su un miracolo. I deputati erano arrivati, Nicola li ricevette a mezzanotte tra il 2 e il 3 marzo. Il miracolo non si era verificato ed era ormai impossibile eludere la questione. Lo zar dichiarò inopinatamente di non potersi separare dal figlio (quali vaghe speranze gli frullavano nel capo?) e firmò il manifesto di abdicazione a favore del fratello. Contemporaneamente firmava un ukase per il Senato, nominando il principe Lvov presidente del Consiglio dei ministri e Nikolaj Nikolajevic generalissimo. I sospetti familiari della zarina si trovarono confermati : l’esecrato Nikolaj tornava al potere assieme ai cospiratori. Assai probabilmente Guckov pensava sul serio che la rivoluzione si sarebbe rassegnata ad avere un augusto capo militare: e anche Nikolaj Nikolajevic prese questa nomina come oro colato. Per qualche giorno si sforzò pure di dare ordini e di lanciare appelli al compimento del dovere patriottico. Ma la rivoluzione procedette alla sua espulsione in modo indolore.

Per salvare le apparenze di una libera decisione, il manifesto di abdicazione fu datato alle 3 del pomeriggio, con il pretesto che la decisione originaria dello zar era stata presa a quell’ora. Ma di fatto la « soluzione », adottata nella giornata, di trasmettere il trono al figlio e non al fratello, era stata ritirata nella speranza che gli avvenimenti prendessero una piega più favorevole. Tuttavia, nessuno denunciò apertamente il falso. Lo zar tentava un’ultima volta di salvare la faccia dinanzi agli odiati deputati, che, d’altra parte, accettarono la falsificazione di un atto storico, cioè un inganno ai danni del popolo. La monarchia abbandonava la scena conservando il suo stile peculiare. Ma anche i suoi eredi rimanevano fedeli a se stessi. È anzi probabile che considerassero la loro connivenza come un gesto di magnanimità del vincitore verso il vinto.

Scostandosi un po’ dallo stile impersonale del suo diario intimo, Nicola annota il 2 marzo : « Stamane è venuto Ruszky e mi ha letto il testo di una lunghissima conversazione telefonica con Rodzjanko. Secondo lui, la situazione a Pietrogrado è tale che un ministero composto da membri della Duma dell’impero non sarebbe in grado di far niente, perché combattuto dal partito socialdemocratico, rappresentato da un comitato operaio. La mia abdicazione è necessaria. Ruszky ha trasmesso il testo della conversazione al gran quartiere generale di Alexejev e a tutti i comandanti d’armata. Per la salvezza della Russia e il mantenimento dell’esercito sul fronte, mi sono deciso a fare questo passo. Ho acconsentito e un progetto di manifesto è stato inviato al gran quartier generale. In serata sono giunti da Pietrogrado Guckov e Sciulghin con cui ho avuto alcune conversazioni e cui ho rimesso il manifesto modificato e firmato. All’una del mattino, partito da Pskov, con il cuore gonfio: attorno a me tutto è tradimento, viltà, inganno ».

L’amarezza di Nicola, bisogna riconoscerlo, non era senza fondamento. Ancora recentemente, il 28 febbraio, il generale Alexejev aveva telegrafato a tutti i comandanti in capo sui fronti: «Abbiamo il sacro dovere, dinanzi al sovrano e alla patria, di mantenere la fedeltà delle truppe sul fronte al dovere e al giuramento prestato ». Due giorni dopo, Alexejev invitava i capi a venir meno al loro « dovere », a violare il loro «giuramento ». All’alto comando non ci fu nessuno che intervenisse a favore del suo zar. Tutti si affrettavano a imbarcarsi sulla nave della rivoluzione, contando di trovarvi confortevoli cabine. Generali e ammiragli si liberavano delle insegne zariste e si adomavano con nastri rossi. Successivamente, si verificava l’unico caso di un uomo giusto; un capo di corpo d’armata morì di un embolo nel momento di prestare il nuovo giura-* mento. Ma non è provato che l’attacco cardiaco fosse provocato dall’offesa recata al suo sentimento monarchico e non da qualche cos’altro. I dignitari civili, per la loro stessa posizione, non erano tenuti a dar prova di coraggio più dei militari. Ciascuno se la cavava come poteva.

Decisamente, l’orologio della monarchia non era regolato su quello della rivoluzione. Ili 3 marzo, all’alba, Ruszky fu chiamato di nuovo, con il filo diretto, dalla capitale. Rodzjanko e il principe Lvov esigevano che venisse ritirato il manifesto che ancora una volta arrivava troppo tardi. L’avvento di Alessio, dicevano evasivamente i nuovi detentori del potere, avrebbe potuto essere accettato — da chi? —, ma l’ascesa al trono di Michele era assolutamente inaccettabile. Ruszky, non senza un certo sarcasmo, espresse il rincrescimento che i deputati della Duma, giunti il giorno prima, non fossero sufficientemente informati sullo scopo e sull’oggetto del loro viaggio. Ma i deputati tro-varono la giustificazione : « Del tutto inaspettatamente per tutti, è scoppiata una rivolta di soldati quale io non ho mai visto », disse a Ruszky il ciambellano, come se in vita sua non avesse fatto altro che osservare rivolte di soldati. « Proclamare Michele imperatore, vorrebbe dire gettar l’olio sul fuoco e allora comincerebbe lo sterminio di tutto quello che può essere sterminato ». Come sono tutti sconvolti, affranti, scossi, tormentati!

Il corpo dei generali manda giù senza profferir verbo questa nuova « infame pretesa » della rivoluzione. Solo Alexejev sgrava un po’ la sua coscienza telegrafando ai comandanti d’armata: «Il presidente della Duma subisce la pressione costante dei partiti di sinistra e dei deputati operai; nelle comunicazioni di Rodzjanko non c’è franchezza né sincerità ». La sola cosa, di cui i generali sentissero in quelle ore la mancanza, era proprio la sincerità!

Ma lo zar cambiò opinione un’altra volta. Arrivato da Pskov a Mogilev, consegnò al suo ex-capo di stato maggiore Alexejev un foglio di carta da trasmettere a Pie- trogrado: dichiarava di acconsentire a lasciare il trono al figlio. Evidentemente, questa combinazione, alla fine, gli era sembrata più promettente. Secondo il racconto di De- nikin, Alexejev prese il dispaccio... e non lo spedì. Ritenne che ce ne fosse abbastanza con due manifesti precedentemente indirizzati all’esercito e al paese. L’incoerenza derivava dal fatto che non solo lo zar e i suoi consiglieri, ma anche i liberali della Duma riflettevano più lentamente della rivoluzione.

Prima di lasciare definitivamente Mogilev, l’8 marzo, lo zar, che formalmente era già in stato d’arresto, redasse un appello alle armate che si concludeva in questi termini: « Chiunque in questo momento pensi alla pace, chiunque la desideri, è un fellone, un traditore della patria ». Era un tentativo, compiuto dietro istigazione di qual- cimo, di disarmare i liberali che lo accusavano di sentimenti germanofili. Il tentativo fallì: non si osò pubblicare l’appello.

Così terminava un regno che dal principio alla fine era stato un susseguirsi di errori, di sventure, di calamità e di atti criminosi, a cominciare dalla catastrofe di Kho- dynka il giorno deH’incoronazione, attraverso le sparatorie contro gli scioperanti e i contadini in rivolta, la guerra russo-giapponese, lo spietato soffocamento della rivoluzione del 1905, le innumerevoli esecuzioni, le spedizioni punitive, i pogrom nazionali, sino alla folle e infame partecipazione della Russia alla folle e infame guerra mondiale.

Giunto a Tsarkoje Selo, dove fu internato nel palazzo con la famiglia, lo zar avrebbe detto a bassa voce, secondo la Vyrubova: « Non c’è giustizia tra gli uomini ». Eppure, queste parole erano una testimonianza inconfutabile dell’esistenza di una giustizia della storia che, benché tardiva, pur sempre esiste.

La somiglianza tra rultima coppia dei Romanov e la coppia reale francese dei tempi della grande rivoluzione balza agli occhi. È già stata notata, nella letteratura, ma di passata e senza ricavarne delle conclusioni. Eppure non è affatto così fortuita come può sembrare a prima vista e fornisce preziosa materia di riflessione.

A venticinque lustri di distanza, lo zar e il re appaiono, in certi momenti, come due attori che abbiano sostenuto la stessa parte. Una perfidia passiva, paziente, ma vendicativa, caratterizzava questi due uomini, con la differenza che, in Luigi, la falsità era dissimulata dietro una dubbia bonomia, mentre in Nicola sembrava affabile. L’uno e l’altro davano l’impressione di uomini cui pesasse il loro mestiere e che, tuttavia, non acconsentivano a cedere la benché minima parte di diritti, di cui non sapevano far uso. I loro diari intimi, simili anche nello stile, o per la mancanza di stile, rivelano analogamente un deprimente vuoto spirituale.

L’Austriaca e la donna originaria dell’Assia presentano d’altra parte un’evidente simmetria. Le due sovrane sono più grandi dei loro sovrani, non solo di statura, ma anche moralmente. Maria Antonietta era meno pia di Alessandra Fedorovna e si distingueva da lei per la passione per i divertimenti. Ma l’una e l’altra disprezzavano egualmente il popolo, non tolleravano l’idea di concessioni, non credevano alla virilità dei loro mariti, li guardavano dall’alto in basso, Maria Antonietta con una sfumatura di disprezzo, Alessandra con pietà.

Quando gli autori di memorie che ai loro tempi hanno avuto contatti con la corte di Pietroburgo vogliono dimostrarci che Nicola II, se fosse stato un privato qualsiasi, avrebbe lasciato un buon ricordo, riproducono semplicemente gli stessi clichés dei giudici benevoli verso Luigi XVI, non arricchendo affatto le nostre conoscenze storiche né la nostra conoscenza della natura umana.

Abbiamo già visto che il principe Lvov, nel vivo dei tragici avvenimenti della prima rivoluzione, si era indignato di incontrare non uno zar afflitto, ma « un tipo gioviale e disinvolto, con un camiciotto color lampone». Senza saperlo, il principe riproduceva semplicemente un rapporto su Luigi XVI del governatore Morris, inviato a Washington nel 1790: « Che cosa ci si può aspettare da un uomo che, nella sua situazione, mangia bene, beve bene, dorme bene ed è capace di ridere: cosa ci si può aspettare da questo bravo ragazzo che è Vuomo più allegro che ci sia? ».

Quando, tre mesi prima della caduta della monarchia, si abbandona alle profezie (« tutto si accomoda alla meglio, i sogni del nostro Amico sono così significativi »), Alessandra Fedorovna si identifica semplicemente con Maria Antonietta che, un mese prima del rovesciamento della monarchia, scriveva : « Mi sento piena di slancio e qualcosa mi dice che ben presto saremo felici e fuori pericolo ». Mentre stavano per affogare, tutte e due facevano sogni d’oro.

Certe rassomiglianze sono naturalmente casuali e, dal punto di vista storico, non hanno che un interesse aneddotico. Infinitamente più importanti sono i tratti impressi o direttamente imposti dalla forza delle circostanze, che gettano una viva luce sulle relazioni reciproche tra l’individuo e i fattori oggettivi della storia.

« Non era capace di volere, ecco la caratteristica principale del suo carattere », dichiara, a proposito di Luigi, uno storico reazionario francese. Sembrerebbe scritto a proposito di Nicola. L’uno e l’altro erano incapaci di volere. Per la verità, che cosa avrebbero potuto « volere » gli ultimi rappresentanti di una causa storica irrevocabilmente perduta?

« EH solito, ascoltava, sorrideva, prendeva una decisione. Di solito, la sua prima parola era no». Di che si tratta? Ancora del Capeto. Ma allora il modo di comportarsi di Nicola era un continuo plagio. Tutti e due precipitano verso l’abisso, « mentre la corona cade loro sugli occhi ». Ma sarebbe stato più facile avanzare con gli occhi aperti verso un abisso in ogni caso inevitabile? Che cosa sarebbe cambiato, in verità, se si fossero messi la corona sulla nuca?

Si potrebbe raccomandare ai professionisti di psicologia di preparare un’antologia di giudizi simmetrici di Nicola e di Luigi, di Alessandra e di Maria Antonietta, come pure di giudizi dei familiari sul loro conto. Non è il materiale che manca e il risultato sarebbe una testimonianza storica tra le più edificanti a favore della psicologia materialistica: stimoli dello stesso tipo (naturalmente non identici), in condizioni analoghe, provocano gli stessi riflessi. Quanto più lo stimolo è forte, tanto più rapidamente ha il sopravvento sulle caratteristiche individuali. Al solletico le persone reagiscono in modo diverso; al ferro incandescente, allo stesso modo. Come un maglio trasforma in una lamina indifferentemente una sfera o un cubo, così sotto i colpi di avvenimenti troppo grandi e ineluttabili, coloro che cercano di opporsi vengono schiacciati, perdendo i loro tratti « individuali ».

Luigi e Nicola erano gli ultimi rampolli di dinastie dall’esistenza tempestosa. Nell’uno e nell’altro, un certo equilibrio, una certa calma, una certa « allegria » esprimevano nelle ore difficili la carenza di forza interiore di persone bene educate, la debolezza dei riflessi nervosi, la miseria delle risorse spirituali. Moralmente castrati, l’uno e l’altro, assolutamente privi di immaginazione e di facoltà creative, avevano solo l’intelligenza sufficiente per comprendere la loro volgarità e nutrivano una gelosa ostilità nei confronti di chiunque fosse dotato e meritevole di stima. Entrambi dovettero governare in periodi di profonde crisi interne e di risveglio rivoluzionario dei popoli. Entrambi si difesero contro l’invasione di idee nuove e l’ascesa di forze ostili. L’irresolutezza, l’ipocrisia, la falsità furono, nell’uno e nell’altro, espressione non tanto di una debolezza personale quanto della totale impossi-bilità di mantenere le posizioni ereditate.

Ma come stavano le cose con le loro mogli? Alessandra, più ancora di Maria Antonietta, aveva visto realizzarsi il più bel sogno di una principessa, poiché, lei, semplice provinciale del ducato dell’Assia, aveva sposato il monarca assoluto di un grande paese. Tutte e due furono coscienti al più alto grado della loro elevata missione : Maria Antonietta in forma più frivola, Alessandra con uno spirito di bigotteria protestante tradotto in slavo ortodosso. Le sventure del regno e il crescente malcontento popolare distruggevano senza pietà il mondo fantastico che si erano venuti costruendo cervelli presuntuosi, tutto considerato, cervelli di gallina. Di qui una crescente esecrazione, un odio cieco verso un popolo straniero che non si inchinava dinanzi a loro: di qui l’avversione per ministri che in qualche misura tenevano conto del mondo ostile, cioè del paese: di qui l’isolamento di queste donne nella loro stessa corte e le continue recriminazioni contro i mariti che erano venuti meno alle aspettative create da fidanzati.

Gli storici e i biografi di tendenza psicologica spesso cercano e trovano l’elemento puramente individuale, occasionale, dove si riflettono, tramite i singoli individui, le grandi forze storiche. È una illusione ottica, analoga a quella dei cortigiani che consideravano l’ultimo zar di Russia come un « fallito » dalla nascita. Egli stesso credeva di essere nato sotto cattiva stella. In realtà, le sue sventure derivavano da una contraddizione tra le vecchie mire che gli avevano trasmesso in eredità i suoi antenati e le nuove condizioni storiche in cui si trovava. Quando gli antichi dicevano che Giove, se vuol mandare qualcuno in rovina, innanzi tutto gli toglie la ragione, sintetizzavano, in forma superstiziosa, profonde osservazioni storiche. Quando Goethe parla della ragione che diviene un non senso, Vernunft wird Unsinn, ritroviamo la stessa idea di un Giove impersonale della dialettica storica, che priva della ragione gli istituti superati e condanna a tutte le sventure i loro difensori. I canovacci delle parti di Ro- manov e di Capeto erano stabiliti in anticipo dallo sviluppo del dramma storico. Agli attori non restava che sfumare rinterpretazione. Le delusioni di Nicola e di Luigi derivavano non dal loro oroscopo personale, ma dall’oro-scopo storico di una monarchia burocratica di casta. Entrambi erano, in primo luogo, rampolli deU’assolutismo. La loro nullità morale, determinata dalla condizione di epigoni di dinastie, conferiva a questa posizione un carattere particolarmente sinistro.

Si può obiettare che se Alessandro III avesse bevuto meno, avrebbe vissuto più a lungo: la rivoluzione avrebbe incontrato uno zar di altra tempra e non sarebbe stato possibile nessun accostamento simmetrico con Luigi XVI. Ma questa obiezione non sminuisce per nulla quanto è stato detto. Non abbiamo affatto l’intenzione di negare l’importanza dell’elemento individuale nel meccanismo del processo storico, né il significato dell’elemento accidentale nell’elemento individuale. Ma un personaggio storico, con tutte le sue particolarità, deve essere considerato non come una semplice somma di tratti psicologici, ma come una realtà vivente, scaturita da condizioni sociali ben definite e che a sua volta reagisce su queste condizioni. Come una rosa continua a dare il suo profumo quando un naturalista ha indicato quali ingredienti ricavi dal suolo e dall’atmosfera, così la individuazione delle radici sociali di una personalità non la priva né del suo profumo né del suo lezzo.

Se si fa l’ipotesi di cui sopra, cioè che Alessandro III giungesse sino a un’età avanzata, lo stesso problema si chiarisce da un altro lato. È lecito supporre che nel 1904 Alessandro III non si sarebbe impegnato in una guerra contro il Giappone. Di conseguenza, la prima rivoluzione sarebbe stata ritardata. Sino a quando? É possibile che la « rivoluzione del 1905 », cioè la prima prova di forza, la prima breccia nel sistema dell’assolutismo, sarebbe stata, in questo caso, un semplice preludio della seconda rivoluzione, repubblicana, e della terza, proletaria. In proposito, non si possono fare che supposizioni più o meno in-teressanti. È comunque innegabile che la rivoluzione non era affatto una conseguenza del carattere di Nicola II e che Alessandro III non avrebbe avuto maggiori capacità di risolvere i problemi. Basti ricordare che mai, in nessun paese, il passaggio dal regime feudale al regime borghese si è compiuto senza violente scosse. Lo abbiamo visto ieri in Cina; oggi, lo constatiamo in India. Il massimo che si possa dire è che questa o quella politica della monarchia, questo o quel monarca potevano accelerare

ritardare la rivoluzione e imprimerle una certa impronta superficiale.

Con quanta ostinazione rabbiosa e impotente lo za- rismo tentò di difendersi negli ultimi mesi, nelle ultime settimane, negli ultimi giorni, quando già aveva irrimediabilmente perduto la partita! Se in Nicola mancava la forza di volontà, il compenso venne dalla zarina. Rasputin era lo strumento di una cricca che si dibatteva accanitamente per la propria salvezza. Anche entro questa ristretta cornice, la personalità dello zar è assorbita dal gruppo in cui si concentra il passato e si esprimono le ultime convulsioni. La politica dei circoli dirigenti di Tsarkoje Selo, di fronte alla rivoluzione, fu solo una politica di riflessi,

riflessi della belva incalzata e indebolita. Se un’automobile insegue un lupo nella steppa, l’animale finirà con l’esaurirsi e giacerà impotente. Ma cercate di mettergli un collare: tenterà di farvi a pezzi o almeno di ferirvi. Del resto, che altro potrebbe fare in condizioni simili?

I liberali credevano che restasse qualche cosa da fare. Invece di cercare tempestivamente un accordo con la borghesia censitaria e di prevenire così la rivoluzione (tale era l’atto di accusa del liberalismo contro l’ultimo degli zar), Nicola aveva rifiutato ostinatamente qualsiasi concessione e persino negli ultimi giorni, con il coltello alla gola, indugiava, mercanteggiava con il destino, si lasciava sfuggire le ultime possibilità. Tutto ciò sembra convincente. Peccato però che il liberalismo, che conosceva rimedi così infallibili per salvare la monarchia, non abbia trovato il modo di salvare se stesso!

Sarebbe assurdo affermare che lo zarismo non fece mai concessioni, in nessuna circostanza. Cedette tutte le volte che vi fu costretto dalle sue esigenze di conservazione. Dopo la disastrosa guerra di Crimea, Alessandro II procedette a una semiemancipazione dei contadini e a un certo numero di riforme liberali sul piano degli zemstvo, dei tribunali, della stampa, dell’istruzione ecc. Lo zar stesso precisò la linea ispiratrice delle sue riforme: emancipare i contadini dall’alto per evitare che si emancipassero dal basso. Sotto la spinta della prima rivoluzione, Nicola II concesse una mezza costituzione. Stolypin se la prese con la comunità rurale per allargare il campo d’azione delle forze capitalistiche. Ma tutte queste riforme avevano un senso per la monarchia solo nella misura in cui concessioni parziali salvavano l’essenziale, le basi di una società di casta e della monarchia stessa. Quando le conseguenze delle riforme cominciavano a straripare oltre questi limiti, la monarchia inevitabilmente ripiegava. Alessandro II, nella seconda metà del suo regno, sopprimeva le riforme concesse nella prima metà. Alessandro III spinse più avanti le Controriforme. Nicola II batté in ritirata nell’ottobre 1905, di fronte alla rivoluzione, ma poi decise lo scioglimento delle Dume che egli stesso aveva creato, e, non appena la rivoluzione si indebolì, fece un colpo di stato. In tre quarti di secolo, se si calcola a partire dalle riforme di Alessandro II, si svolge, sia clandestinamente, sia apertamente, la lotta di forze storiche che trascendevano le qualità individuali degli zar, lotta destinata a concludersi con il rovesciamento della monarchia. Solo nella cornice storica di un simile processo si possono collocare gli zar, i loro caratteri, le loro « biografie ».

Anche il despota più autoritario non è affatto una individualità « libera » che possa imprimere a piacere il suo marchio sugli avvenimenti. È sempre l’agente coronato delle classi privilegiate che costruiscono la società a loro immagine. Sinché queste classi non hanno esaurito la loro funzione, la monarchia rimane forte e sicura di sé. Dispone ancora di un apparato di potere sicuro, di una scelta illimitata degli esecutori, perché gli uomini più capaci non sono ancora passati nel campo degli avversari. In queste condizioni, il monarca, personalmente o tramite un favorito, può essere il realizzatore di una grande funzione storica, in senso progressista. Le cose vanno del tutto diversamente quando il sole della vecchia società volge al tramonto: le classi privilegiate, organizzatrici della vita nazionale, si trasformano in escrescenze parassitane: private delle loro funzioni direttive, perdono la coscienza della loro missione e la fiducia nelle proprie forze: il malcontento verso se stesso si trasforma in malcontento verso la monarchia; la dinastia si trova isolata; la cerchia di coloro che le resteranno fedeli sino alla fine, si restringe; il loro livello si abbassa, mentre i pericoli aumentano; forze nuove fanno pressione; la monarchia perde qualsiasi capacità di iniziativa creatrice; resta sulla difensiva, si dibatte, ripiega, i suoi gesti acquistano l’automatismo dei riflessi più elementari. A questo destino non è sfuggito il dispotismo semiasiatico dei Romanov.

Se osserviamo lo zarismo in agonia, per così dire, in sezione verticale, Nicola può costituire l’asse di una cricca le cui assise riposavano su un passato irrimediabilmente condannato. In sezione orizzontale, nella storia della monarchia, Nicola era l’ultimo anello di una catena dinastica. I suoi predecessori più prossimi, che pure avevano appartenuto a una collettività di famiglia, di casta, di burocrazia, anche se più estesa, avevano cercato di prendere varie misure, di adottare vari metodi di governo per difendere il vecchio regime sociale contro il destino che lo minacciava e tuttavia avevano lasciato in eredità a Nicola II un impero caotico, che già portava in grembo la rivoluzione. Se Nicola avesse avuto una scelta, si sarebbe trattato di una scelta tra diverse strade verso la rovina.

liberali sognavano una monarchia di modello britannico. Ma sul Tamigi il parlamentarismo fu forse il frutto di una evoluzione pacifica oppure il risultato della « libera » preveggenza di un monarca? No, il parlamentarismo vi si era stabilito come sbocco di una lotta durata secoli e nel corso della quale un re ci aveva rimesso la testa a un crocevia.

parallelo storico e psicologico abbozzato sopra tra i Romanov e i Capeti può d’altronde estendersi benissimo alla coppia reale che era alla testa della Gran Bretagna ai tempi della prima rivoluzione. In fondo, Carlo I era una combinazione degli stessi tratti essenziali che i memorialisti e gli storici attribuiscono, con maggiore o minore fondamento, a Luigi XVI e a Nicola II. « Carlo rimaneva passivo — scrive Montégut — cedeva controvoglia quando gli era impossibile resistere, ricorreva però all’astuzia; e non seppe guadagnarsi né la popolarità né la fiducia ». « Non era affatto stupido — dice di Carlo Stuart un altro storico — ma mancava di fermezza... La sua fatale sventura fu sua moglie, Henriette, una francese, sorella di Luigi XIII, imbevuta ancor più di lui delle idee dell’assolutismo». Non insistiamo nei dettagli a proposito di questa terza coppia reale — la prima, in ordine crono-logico — schiacciata da una rivoluzione nazionale. Notiamo solo che anche in Inghilterra l’avversione colpiva innanzi tutto la regina, francese e papista, accusata di intrighi con Roma, di relazioni clandestine con gli irlandesi in rivolta e di macchinazioni alla Corte di Francia.

Ma l’Inghilterra aveva dei secoli a disposizione. Era all’avanguardia della civiltà borghese. Non subiva l’oppressione di altre nazioni, al contrario imponeva sempre più il suo dominio all’estero. Esplorava il mondo intero. Ciò attenuava gli antagonismi interni, cristallizzava lo spirito di conservazione, contribuiva alla moltiplicazione e alla stabilità degli strati di profittatori parassitari sotto forma di proprietari terrieri, di rappresentanti della monarchia, della Camera Alta e della Chiesa di Stato. Grazie agli eccezionali privilegi dell’Inghilterra borghese nella sua fase di sviluppo, lo spirito conservatore passava gradualmente dalle istituzioni nei costumi. Il che provoca ancor oggi l’ammirazione dei filistei del continente, di tipi come il professor Miljukov e l’austromarxista Otto Bauer. Ma proprio ora, mentre l’Inghilterra, incalzata nel mondo intero, dissipa le ultime risorse dei suoi privilegi di un tempo, il suo spirito conservatore perde la sua duttilità e diviene persino, per opera dei laburisti, reazione forsennata. Di fronte alla rivoluzione indiana, il « socialista » Mac Donald non trova altri metodi che quelli di cui si serviva Nicola II contro la rivoluzione russa. Bisogna essere ciechi per non vedere che la Gran Bretagna si avvia verso scosse rivoluzionarie formidabili in cui scompariranno definitivamente i resti del suo spirito conservatore, le rovine della sua potenza mondiale e della sua odierna macchina statale. Mac Donald prepara queste scosse con la stessa perizia di Nicola II e non è meno cieco di que^ st’ultimo. Ecco dunque una dimostrazione abbastanza chiara della funzione della « libera » personalità nella storia!

Ma come avrebbe potuto esprimere « un duttile spirito conservatore » nelle forme sociali — certo, soprattutto per le esigenze dei professori liberali e della loro ombra di sinistra, i socialisti riformisti — una Russia dallo sviluppo ritardato, l’ultima delle nazioni europee, costruita su basi economiche insufficienti? La Russia era rimasta indietro troppo a lungo e, quando l’imperialismo mondiale la prese nella sua morsa, si vide costretta a vivere la sua storia politica con ritmo troppo rapido. Se Nicola avesse fatto buon viso al liberalismo e sostituito Stiirmer con Miljukov, il corso degli avvenimenti sarebbe stato un po’ diverso, ma, in fondo, sarebbe rimasto lo stesso. Perché sarebbe stata la via seguita da Luigi XVI nella seconda fase della rivoluzione chiamando al potere la Gironda, che pure non salvò dalla ghigliottina né Luigi né, successivamente, i Girondini. Gli antagonismi sociali accumulati dovevano esplodere e, dopo l’esplosione, far piazza pulita. Di fronte alla spinta delle masse che esprimevano, infine, apertamente la loro irrequietezza, le loro sventure, le ves-sazioni che subivano, le loro passioni, le loro speranze, le loro illusioni e rivendicazioni, le combinazioni superficiali della monarchia con il liberalismo avevano solo un interesse episodico e potevano influire unicamente sull’ordine di successione degli avvenimenti, forse anche sul numero degli atti da recitare; ma in nessun modo sullo svolgimento generale del dramma e, meno, ancora, sulla sua terribile conclusione.