Il proletariato e i contadini

Il proletariato russo ha compiuto i suoi primi passi nelle condizioni politiche di uno Stato dispotico. Scioperi proibiti dalla legge, circoli clandestini, proclami illegali, manifestazioni di piazza, scontri con la polizia e con l’esercito: ecco la scuola creata dalla combinazione di un capitalismo in rapido sviluppo e di un assolutismo che perdeva lentamente terreno. La concentrazione degli operai in aziende gigantesche, la durezza di un’oppressione esercitata dallo Stato, e infine gli slanci impulsivi di un proletariato giovane e ricco di energie fresche fecero dello sciopero politico, così raro in Occidente, il metodo di lotta essenziale per la Russia. I dati sugli scioperi operai dall’inizio del secolo sono tra gli indici più significativi della storia politica della Russia. Per quanto si desideri non appesantire il testo con dati, è impossibile fare a meno di citare le statistiche sugli scioperi politici in Russia nel periodo dal 1903 al 1917. Questi dati, ridotti alla loro più semplice espressione, riguardano solo le aziende di competenza dell’ispettorato delle fabbriche: le ferrovie, le industrie minerarie e metallurgiche, settori vari e in genere le piccole aziende, per non parlare beninteso dell’agricoltura, non rientrano, per ragioni diverse, in questo calcolo. Tuttavia, la curva del movimento degli scioperi si delinea lo stesso nettamente. 

 

 

Anni

Numero dei partecipanti a scioperi politici (in migliaia)

1903

87

1904

25

1905

1843

1906

651

1907

540

1908

93

1909

8

1910

4

1911

8

1912

550

1913

502

1914 (prima metà)

1059

1915

156

1916

310

1917 (gennaio - febbraio)

575

 

 

Abbiamo davanti la curva, unica nel suo genere, della temperatura politica di un paese gravido di una grande rivoluzione. In un paese arretrato, in cui il proletariato non è numeroso — nelle aziende sottoposte all’ispettorato delle fabbriche — circa un milione e mezzo di operai nel 1905 e circa due milioni nel 1917! Il movimento degli scioperi assume un’ampiezza mai raggiunta in nessun altro paese al mondo. Tenuto conto della debolezza della democrazia piccolo-borghese, della dispersione e della cecità politica del movimento contadino, lo sciopero rivoluzionario degli operai diventa l’ariete che il paese ridesto indirizza contro il bastione dell’assolutismo. Un milione e 843 mila partecipanti a scioperi politici nel solo 1905 (gli operai che hanno preso parte a parecchi scioperi sono naturalmente calcolati più di una volta), questa semplice cifra ci permetterebbe di indicare sulla tabella l’anno della rivoluzione, anche se non sapessimo niente di più sul calendario politico della Russia.

Per il 1904, primo anno della guerra russo-giapponese, l’ispettorato delle fabbriche rileva complessivamente solo 25.000 scioperanti. Nel 1905 gli scioperi politici ed economici registrarono insieme due milioni e 863 mila partecipanti, cioè un numero 115 volte superiore a quello dell’anno precedente. Questo balzo prodigioso indica di per sé che il proletariato, costretto dal corso degli avvenimenti ad improvvisare questa inaudita attività rivoluzionaria, doveva a ogni costo esprimere dal suo seno un’organizzazione adeguata all’ampiezza della lotta e all’immensità dei compiti prospettati: nacquero così i Soviet della prima rivoluzione, divenendo gli organismi dello sciopero generale e della lotta per la conquista del potere.

Sconfitto nell’insurrezione del dicembre 1905, il proletariato compie sforzi eroici per mantenere una parte delle posizioni conquistate nel corso dei due anni successivi che, come indicano i dati sugli scioperi, si ricollegano ancora direttamente alla rivoluzione, pur essendo già anni di ripiegamento. I quattro anni successivi (1908-1911) appaiono nello specchio delle statistiche sugli scioperi come un periodo di controrivoluzione vittoriosa. La crisi industriale, che coincide con questo periodo, esaurisce ancor di più il proletariato già dissanguato. La profondità della caduta è simmetrica all’altezza dell’ascesa precedente. Le convulsioni del paese si riflettono in queste semplici cifre.

La vita industriale si rianima a partire dal 1910 e rimette in piedi gli operai, dando un nuovo impulso alle loro energie. Le cifre del 1912-1914 riproducono quasi i dati del 1905-1907, ma in senso inverso: la tendenza non è più verso la caduta, ma verso l’ascesa. Su nuove e più elevate basi storiche — gli operai sono ora più numerosi e hanno maggiore esperienza — si scatena una nuova offensiva rivoluzionaria. Il primo semestre del 1914, per l’ampiezza degli scioperi politici, si avvicina di tutta evidenza all’anno che aveva segnato il punto culminante della prima rivoluzione. Ma la guerra scoppia, interrompendo il processo brutalmente. I primi mesi di guerra sono caratterizzati dalla passività politica della classe operaia. Tuttavia, sin dalla primavera del 1915, questo torpore comincia a dissiparsi. Si apre un nuovo ciclo di scioperi politici che, nel febbraio 1917, porta all’insurrezione degli operai e dei soldati.

Il brusco flusso e riflusso della lotta delle masse rese in pochi anni il proletariato russo pressoché irriconoscibile. Fabbriche che due o tre anni prima erano entrate in sciopero unanimamente per un atto qualsiasi di arbitrio poliziesco, perdevano completamente ogni parvenza di spirito rivoluzionario e lasciavano passare senza protesta i più mostruosi crimini delle autorità. Le grandi sconfitte demoralizzano per molto tempo. Gli elementi rivoluzionari perdono il loro potere sulle masse. Nella coscienza delle masse riaffiorano alla superficie pregiudizi e superstizioni non ancora eliminati. I nuovi venuti dalle campagne, più ignoranti, diluiscono le file operaie. Gli scettici scuotono la testa ironicamente. Questo accadeva dal 1907 al 1911. Ma i processi molecolari nelle masse guariscono le ferite psichiche provocate dalle sconfitte. Una nuova svolta degli avvenimenti o una spinta economica sotterranea inaugurano un nuovo ciclo politico. Gli elementi rivoluzionari ritrovano la loro udienza. La lotta riprende a un livello più elevato.

Per comprendere le due tendenze principali della classe operaia russa, bisogna considerare che il menscevismo ha assunto la sua fisionomia ben definita negli anni di reazione e di ripiegamento, appoggiandosi essenzialmente su un sottile strato di operai che avevano rotto con la rivoluzione, mentre il bolscevismo, terribilmente schiacciato nel periodo di reazione, negli anni che precedettero la guerra salì rapidamente sulla cresta della nuova ondata rivoluzionaria. «L’elemento più energico, più audace, più capace di lottare instancabilmente, di resistere e di organizzarsi senza tregua, si trova nei gruppi e tra coloro che si concentrano attorno a Lenin...». In questi termini il dipartimento della polizia giudicava il lavoro dei bolscevichi negli anni che precedettero la guerra.

Nel luglio 1914, mentre i diplomatici piantavano gli ultimi chiodi sulla croce su cui doveva venir crocefissa l’Europa, Pietrogrado era in piena ebollizione rivoluzionaria. Il presidente della repubblica francese, Poincaré, quando venne a deporre una corona sulla tomba di Alessandro III, dovette udire gli ultimi echi di una battaglia di piazza assieme ai primi scoppi delle manifestazioni patriottiche.

Il movimento offensivo delle masse degli anni 1912-1914 avrebbe potuto portare al rovesciamento dello zarismo se non fosse sopraggiunta la guerra? Non è possibile rispondere con assoluta certezza a una domanda del genere. Il processo portava ineluttabilmente alla rivoluzione. Ma, in questo caso, per quali fasi si sarebbe dovuto passare? Non si sarebbe precipitati verso una nuova sconfitta? Quanto tempo sarebbe stato necessario agli operai per sollevare i contadini e conquistare l’esercito? Su tutto ciò non si possono che esprimere delle congetture. In ogni caso, la guerra sulle prime risospinse indietro il processo, per accelerarlo assai di più nella fase successiva e garantirgli una vittoria schiacciante.

Ai primi rulli di tamburo, il movimento rivoluzionario si arrestò. Gli strati operai più attivi vennero mobilitati. Gli elementi rivoluzionari, strappati dalle fabbriche, vennero gettati al fronte. Gli scioperi furono puniti rigorosamente. La stampa operaia fu spazzata via. I sindacati furono soffocati. Si assunsero negli stabilimenti, a centinaia di migliaia, donne, adolescenti, contadini. Dal punto di vista politico, la guerra, assieme al crollo dell’Internazionale, disorientò al massimo le masse e fornì ai direttori di fabbrica che alzavano la testa, la possibilità di parlare un linguaggio patriottico a nome delle loro aziende, trascinandosi dietro una parte notevole della manodopera e costringendo a un silenzio di attesa gli operai più audaci e risoluti. Il pensiero rivoluzionario si ridusse al lumicino e si limitò a cerchie ristrette divenute silenziose. In quel momento, nelle fabbriche nessuno osava proclamarsi «bolscevico» per timore di essere arrestato o anche malmenato da operai arretrati.

Alla Duma la frazione bolscevica, numericamente limitata, al momento dello scoppio della guerra non si dimostrò all’altezza della situazione. D’accordo con i deputati menscevichi, presentò una mozione in cui dichiarava di impegnarsi a «difendere il patrimonio culturale del popolo contro ogni attacco, da qualunque parte provenisse». La Duma sottolineò questa resa con un applauso. Di tutte le organizzazioni e i gruppi russi del partito neppure uno assunse apertamente la posizione disfattista proclamata all’estero da Lenin. Tuttavia, la proporzione dei patrioti tra i bolscevichi si dimostrò insignificante. Al contrario dei populisti e dei menscevichi, sin dal 1914 i bolscevichi cominciarono a svolgere tra le masse, con la stampa e con la parola, un’agitazione contro la guerra. I deputati alla Duma si ripresero presto dallo smarrimento e ricominciarono il lavoro rivoluzionario su cui le autorità erano informate molto da vicino grazie alle ramificazioni dei loro servizi di provocazione. Basti dire che su sette membri del comitato del partito di Pietrogrado alla vigilia della guerra, tre erano agenti della polizia segreta. Così lo zarismo giocava a mosca cieca con la rivoluzione.

In novembre i deputati bolscevichi furono arrestati. Venne intrapresa la distruzione del partito in tutto il paese. Nel febbraio 1915, si svolse il processo contro la frazione parlamentare. Gli accusati assunsero un atteggiamento di prudenza. Kamenev, come teorico ispiratore della frazione, sconfessava la posizione disfattista di Lenin al pari di Petrovski, attualmente presidente del Comitato Centrale dell’Ucraina. Il dipartimento di polizia notò con soddisfazione che la severa condanna pronunciata contro i deputati non aveva provocato tra gli operai alcun movimento di protesta.

Sembrava che la guerra avesse trasformato compietamente la classe operaia. In larga misura era così: a Pietrogrado, gli effettivi della manodopera furono rinnovati per circa il 40%. La continuità rivoluzionaria era brutalmente spezzata. Tutto quello che era esistito prima della guerra, in primo luogo la frazione bolscevica alla Duma, veniva bruscamente respinto nel passato e precipitava quasi nell’oblio. Ma dietro le ingannevoli apparenze della pacificazione, del patriottismo, persino di certi sentimenti filomonarchici, si venivano creando gli stati d’animo propizi a una nuova esplosione.

Nell’agosto 1915 i ministri dello zar si dicevano l’un l’altro che gli operai «cercavano dovunque di smascherare il tradimento, l’intelligenza con i Tedeschi e il sabotaggio a loro favore e si compiacevano di rintracciare i colpevoli delle nostre disfatte al fronte». Effettivamente in quel periodo il senso critico delle masse si ridestava e, in parte sinceramente, in parte per mascheratura, si richiamava spesso «alla difesa della patria». Ma questa idea non era che un punto di partenza. Il malcontento degli operai penetrava quindi sempre più in profondità, riducendo al silenzio i capi-operai, i Cento Neri dell’ambiente e permettendo agli operai bolscevichi di risollevare la testa.

Dalla critica le masse passano all’azione. L’indignazione trova uno sbocco innanzi tutto nei tumulti causati dall’insufficienza dei rifornimenti alimentari, tumulti che, qua e là, assumono la forma di rivolte locali. Donne, vecchi, adolescenti, al mercato o sulla pubblica piazza, si sentono più indipendenti e più audaci degli operai mobilitati nelle fabbriche. A Mosca, nel mese di maggio, il movimento si trasforma in un saccheggio delle case tedesche. Benché i partecipanti siano soprattutto rifiuti della popolazione urbana sotto la protezione della polizia, il fatto che un pogrom sia possibile nella Mosca industriale prova che gli operai non si erano ancora ridestati al punto da imporre le loro parole d’ordine e la loro disciplina al popolino delle città, che aveva perduto il suo equilibrio. Diffondendosi in tutto il paese, i tumulti causati dai rifornimenti alimentari dissipano l’ipnosi della guerra e aprono la strada agli scioperi.

L’afflusso nelle fabbriche di una manodopera poco qualificata e la corsa sfrenata ai profitti di guerra determinavano, dovunque, un aggravarsi delle condizioni di lavoro e facevano resuscitare i metodi di sfruttamento più grossolani. L’aumento del costo della vita riduceva automaticamente il valore dei salari. Gli scioperi economici furono l’inevitabile riflesso delle masse, tanto più violento quanto più a lungo contenuto. Gli scioperi furono accompagnati da comizi, da risoluzioni politiche, da scontri con la polizia, spesso da colpi d’arma da fuoco, e vi furono delle vittime.

La lotta si sviluppa principalmente nella regione tessile centrale. Il 5 giugno la polizia spara sui tessitori di Kostroma: quattro morti e nove feriti. Il 10 agosto reparti militari tirano sugli operai di Ivanovo-Voznessensk : sedici morti e trenta feriti. Nel movimento degli operai tessili vengono compromessi soldati del battaglione di guarnigione nella zona. Alle fucilate di Ivanovo-Voznessensk rispondono scioperi di protesta in varie parti del paese. Parallelamente si sviluppano le lotte economiche. Gli operai tessili marciano spesso nelle prime file.

In confronto con il primo semestre del 1914, il movimento, dal punto di vista della violenza della pressione e della chiarezza delle parole d’ordine, costituisce un grande passo indietro. Ciò non è affatto sorprendente: nella lotta vengono trascinate, in misura considerevole, masse incolte, mentre gli strati operai d’avanguardia sono in uno stato di completo smarrimento. Ciò nonostante, sin dai primi scioperi del tempo di guerra, si avverte l’imminenza di grandi battaglie. Khvostov, ministro della giustizia, dichiarava il 16 agosto: «Se gli operai non si abbandonano in questo momento a manifestazioni armate, è solo perché non hanno organizzazione». Goremykin si esprimeva in modo ancora più preciso: «Il problema, per gli agitatori degli operai, consiste nell’insufficienza di un’organizzazione, disgregata in seguito all’arresto di cinque membri della Duma». Il ministro degli Interni aggiungeva: «È impossibile amnistiare i membri della Duma (bolscevichi), perché costituiscono il centro organizzativo del movimento operaio nelle sue manifestazioni più pericolose». Questa gente, in ogni caso, sapeva rendersi conto esattamente quale fosse il vero nemico.

Mentre il governo, anche in momenti di sgomento, pur essendo disposto a fare concessioni liberali, riteneva indispensabile continuare a colpire la rivoluzione operaia alla testa, cioè colpire i bolscevichi, l’alta borghesia tentava di stabilire una collaborazione con i menscevichi. Spaventati dalla vastità degli scioperi, gli industriali liberali cercarono di imporre agli operai una disciplina patriottica ammettendo i loro rappresentanti elettivi nei comitati delle industrie di guerra. Il ministro degli Interni si lagnava di non potersi opporre senza gravi difficoltà a questa iniziativa di Guckov: «Tutta questa faccenda è presentata sotto l’insegna del patriottismo e in nome delle esigenze della difesa». Va tuttavia notato che la polizia stessa evitava di arrestare i social-patrioti, intravvedendo in essi degli alleati indiretti nella lotta contro gli scioperi e gli «eccessi» rivoluzionari. Su una eccessiva fiducia nella forza del socialismo patriottico si basava la convinzione della polizia secondo cui, finché fosse durata la guerra, non ci sarebbe stata insurrezione.

Alle elezioni per i comitati delle industrie di guerra, i fautori della difesa nazionale, alla cui testa si trovava l’energico Gvozdev, operaio metallurgico (che ritroveremo ministro del Lavoro in un governo rivoluzionario di coalizione), furono messi in minoranza. Tuttavia approfittarono di diversi appoggi da parte non solo della borghesia liberale, ma anche della burocrazia, per prevalere sui fautori del boicottaggio diretto dai bolscevichi e per imporre al proletariato di Pietrogrado una rappresentanza negli organismi del patriottismo industriale. La posizione dei menscevichi venne formulata chiaramente in un discorso pronunciato più tardi da uno dei loro rappresentanti dinnanzi agli industriali, in seno al comitato: «Dovete esigere che il potere burocratico attualmente esistente abbandoni la scena, cedendo il posto a voi, eredi del regime attuale». Questa amicizia politica di recente data si rafforzava di ora in ora. All’indomani della rivoluzione avrebbe dato i suoi frutti maturi.

La guerra aveva terribilmente devastato le organizzazioni clandestine. I bolscevichi non avevano più un’organizzazione centralizzata dopo l’arresto della frazione parlamentare. I comitati locali vivevano episodicamente e non erano sempre in collegamento con i distretti. L’azione proveniva da gruppi dispersi, da circoli, da individui isolati. Ma il movimento degli scioperi che cominciava a rianimarsi, ridava loro slancio e vigore nelle fabbriche. A poco a poco, si ritrovavano tra loro, creavano collegamenti tra vari gruppi. Il lavoro riprendeva, clandestinamente. Al dipartimento di polizia, più tardi si scriveva: «I sostenitori di Lenin, che dirigono in Russia la maggior parte delle organizzazioni socialdemocratiche clandestine, hanno messo in circolazione dall’inizio della guerra, nei loro centri principali (cioè Pietrogrado, Mosca, Kharkov, Kiev, Tuia, Kostroma, il governatorato di Vladimir, Samara) una notevole quantità di volantini rivoluzionari per la fine delle ostilità, per il rovesciamento del potere attuale e la proclamazione della repubblica: inoltre questa attività ha avuto come risultato tangibile l’organizzazione di scioperi e disordini da parte degli operai».

Il tradizionale anniversario della marcia degli operai verso il Palazzo d’inverno, passato quasi inosservato l’anno prima, provoca un vasto sciopero il 9 gennaio 1916. Nel corso dell’anno il movimento degli scioperi raddoppia di intensità. Scontri con la polizia accompagnano ogni sciopero potente e tenace. Verso la truppa, gli operai assumono un atteggiamento chiaramente amichevole e la polizia segreta sottolinea più di una volta questo fatto allarmante.

Le industrie di guerra si gonfiavano smisuratamente, divorando tutte le risorse attorno ad esse e minando così le loro stesse basi. I settori produttivi di carattere pacifico cominciavano a languire. La regolamentazione dell’economia, nonostante tutti i piani, non dava risultati. La burocrazia, ormai incapace di assolvere a questo compito dinanzi all’ostruzionismo dei potenti comitati delle industrie di guerra, non acconsentiva tuttavia a rinunciare alla funzione di regolatrice a favore della borghesia. Il caos aumentava. Gli operai esperti erano sostituiti da novellini. L’industria carbonifera, le industrie e le fabbriche polacche erano andate perdute rapidamente: nel primo anno di guerra, il paese era stato privato di circa un quinto delle sue risorse industriali. Sino al 50 % della produzione era riservato alle esigenze dell’esercito e della guerra e, per quanto riguarda i tessuti, circa il 15%. I trasporti, sovraccarichi, non erano in grado di consegnare alle fabbriche le quantità indispensabili di combustibile e di materie prime. La guerra non solo assorbiva tutto il reddito nazionale corrente, ma cominciava a intaccare seriamente il capitale di base del paese.

Gli industriali si rifiutavano sempre più di fare concessioni agli operai e il governo continuava a rispondere a ogni sciopero con una repressione rigorosa. Tutto ciò stimolava il pensiero operaio a passare dal particolare al generale, dall’economia alla politica. «Bisogna che proclamiamo lo sciopero tutti insieme». Così rinasce l’idea di uno sciopero generale. Il processo di radicalizzazione delle masse è espresso dalle statistiche nel modo più convincente. Nel 1915, il numero dei partecipanti agli scioperi politici è due volte e mezza inferiore a quello degli operai impegnati in conflitti economici; nel 1916, è inferiore solo di due volte; nel corso dei due primi mesi del 1917, gli scioperi politici coinvolgono un numero di operai sei volte superiore agli scioperi economici. Basta un dato a indicare la funzione di Pietrogrado: durante gli anni di guerra, il 72% degli scioperi politici riguardano la capitale!

Nel fuoco della lotta, molti vecchi dogmi vengono polverizzati. La polizia segreta dichiara «con rammarico» che, se si reagisse secondo le norme di legge, «in tutte le occasioni in cui vengono compiuti insolentemente e apertamente crimini di lesa maestà, il numero dei processi basati sull’articolo 103 sarebbe senza precedenti». Tuttavia la coscienza delle masse è in ritardo rispetto al loro movimento. La pressione terribile della guerra e dello smarrimento accelera talmente il processo della lotta che le larghe masse operaie non hanno il tempo di sbarazzarsi prima della rivoluzione di molte idee e di molti pregiudizi provenienti dalle campagne o, nelle città, dalle famiglie piccolo-borghesi. Questo dato di fatto lascerà la sua impronta sui primi mesi della rivoluzione di febbraio.

Verso la fine del 1916 il costo della vita aumenta a salti. All’inflazione e alla disorganizzazione dei trasporti si aggiunge una vera e propria penuria di merci. In quel periodo, il consumo si è ridotto della metà. La curva del movimento operaio delinea una brusca ascesa. A partire dall’ottobre, la lotta entra in una fase decisiva che unisce insieme tutte le gamme svariate di malcontento: Pietrogrado prende la rincorsa per il grande salto di febbraio. Nelle fabbriche i comizi dilagano. Argomenti trattati: i rifornimenti alimentari, l’alto costo della vita, la guerra, il governo. Vengono distribuiti i volantini dei bolscevichi. Si proclamano scioperi politici. All’uscita dalle fabbriche si svolgono manifestazioni improvvisate. Capita che gli operai di certe aziende fraternizzino con i soldati. Scoppia un violento sciopero di protesta contro il processo ai marinai rivoluzionari della flotta del Baltico. L’ambasciatore francese, venuto a conoscenza di una sparatoria contro la polizia da parte di soldati, attira su questo incidente l’attenzione del presidente del consiglio Sturmer. Sturmer rassicura l’ambasciatore: «La repressione sarà spietata». In novembre, un numero rilevante di soldati soggetti a mobilitazione viene prelevato nelle fabbriche di Pietrogrado e inviato al fronte. L’anno si chiude nel temporale e nella tempesta.

Confrontando la situazione con quella del 1905, il direttore del dipartimento di polizia Vassiliev arriva a conclusioni assai poco confortanti: «Lo spirito di opposizione si è sviluppato enormemente, assai più di quanto non fosse accaduto tra le larghe masse nel periodo di tumulti già menzionato». Vassiliev non conta sulle guarnigioni. E neppure le guardie mobili gli sembrano del tutto sicure. La polizia segreta riferisce che la parola d’ordine dello sciopero generale riguadagna terreno e che c’è il pericolo di una ripresa del terrorismo. Soldati e ufficiali di ritorno dal fronte dicono a proposito della situazione del momento: «Che c’è bisogno di cercare? Non c’è che da infilzare con la baionetta qualche mascalzone. Se fossimo qui noi, non ci vorrebbe molto...».

Sljapnikov, membro del Comitato Centrale bolscevico, ex-operaio metallurgico, racconta che in quei giorni gli operai erano molto nervosi: «Bastava a volte un fischio, un rumore qualsiasi perché gli operai credessero di aver udito il segnale d’inizio di uno sciopero». È un fatto degno di nota sia come sintomo politico che come indizio psicologico: la rivoluzione attende nervosamente di scendere sulle piazze.

Le province passano attraverso le stesse fasi, ma più lentamente. Il carattere massiccio e la crescente combattività del movimento trasferiscono il centro di gravità dagli operai tessili a quelli metallurgici, dagli scioperi economici agli scioperi politici, dalle province a Pietrogrado. Nel corso dei due primi mesi del 1917, si contano 575.000 scioperanti per motivi politici; e la parte del leone spetta a Pietrogrado. Benché la polizia avesse di nuovo infierito duramente alla vigilia del 9 gennaio, per l’anniversario della giornata di sangue 150.000 operai scioperano a Pietrogrado. Gli spiriti sono sovraeccitati, i metallurgici si sono messi in prima fila, gli operai hanno sempre di più la sensazione che non c’è possibilità di ritirata. In ogni fabbrica si costituisce un nuovo nucleo d’azione, per lo più raccolto attorno ai bolscevichi. Gli scioperi e i comizi si succedono senza interruzione nel corso delle due prime settimane di febbraio. L’8 febbraio, alla Putilov i poliziotti vengono accolti da «una grandine di ferraglie e di scarti». Il 14, giorno di apertura della Duma, ci sono circa 90.000 scioperanti a Pietrogrado. Molte fabbriche chiudono anche a Mosca. Il 16, le autorità decidono di introdurre a Pietrogrado le tessere del pane. Questa novità accresce il nervosismo. Il 19, vicino ai negozi di rifornimento, si formano dei gruppi, composti soprattutto da donne, e tutti esigono pane. L’indomani, in certi quartieri della città, vengono saccheggiati i forni. Sono i lampi che preannunciano l’insurrezione destinata a scoppiare qualche giorno dopo.

Il proletariato russo non attingeva solo in se stesso l’audacia rivoluzionaria. La sua condizione di minoranza nel paese indica già che la sua lotta non avrebbe potuto essere tanto ampia, né esso avrebbe potuto, a maggior ragione, assumere la direzione dello Stato, se non avesse avuto un potente appoggio nelle più vaste masse popolari. Questo appoggio gli fu assicurato dalla questione agraria.

La tardiva semi-emancipazione dei contadini del 1861 si era realizzata in un’economia rurale a un livello per niente diverso da quello di due secoli prima. Il mantenimento dei vecchi fondi delle terre comunali, fraudolentemente intaccato al momento della riforma, con metodi di cultura del tutto arcaici, aggravava automaticamente la crisi di sovrappopolazione nelle campagne, che era al tempo stesso la crisi del sistema delle rotazioni triennali. La classe contadina si sentiva tanto più presa in trappola in quanto il processo si svolgeva non nel XVII, ma nel XIX secolo, in una situazione cioè in cui la funzione del denaro nell’economia era già assai pronunciata ed esigeva dal primitivo aratro di legno quello che non avrebbe potuto essere richiesto che al trattore. Ancora una volta constatiamo il coincidere di stadi diversi del processo storico, motivo per cui si delineano contraddizioni di un’acutezza estrema.

Dotti agronomi ed economisti predicavano che, se lavorati razionalmente, i terreni sarebbero stati del tutto sufficienti, cioè invitavano il contadino a portarsi con un solo balzo a un livello superiore di tecnica e di cultura, senza contrariare il nobile proprietario, né il capo della polizia, né lo zar. Ma nessun regime economico — tanto meno un regime agricolo tra i più arretrati — si è mai ritirato dalla scena senza aver prima esaurito tutte le sue possibilità. Prima di vedersi costretto ad adottare metodi di cultura più intensiva, il contadino doveva fare un’ultima esperienza: doveva tentare di estendere la sua azienda a rotazioni triennali. Poteva riuscirvi solo impadronendosi di terre che non gli appartenevano. Sentendosi soffocare, sentendosi compresso sulla terra che occupava, strigliato dal fìsco e dal mercato, il muzhik doveva inevitabilmente cercare di farla finita una volta per tutte con il proprietario nobile.

Alla vigilia della prima rivoluzione, la superficie complessiva delle terre coltivabili, entro i confini della Russia europea, era valutata a 280 milioni di desiatine. Circa 140 milioni costituivano le terre delle comunità contadine; più di 5 milioni erano terre della corona; la Chiesa e i monasteri possedevano pressappoco 2 milioni e mezzo di desiatine. La proprietà privata, rappresentata da 30.000 grossi proprietari che occupavano più di 500 desiatine ciascuno, riguardava 70 milioni di desiatine, cioè una superficie pari a quella posseduta, grossomodo, da 10 milioni di famiglie rurali. Questa statistica agraria era di per sé il programma di una guerra contadina.

La prima rivoluzione non era riuscita a fare i conti con i proprietari nobili. La massa rurale non si era sollevata completamente, il movimento nelle campagne non aveva coinciso con quello delle città, l’esercito, composto da contadini, non osava decidersi e, alla fine, aveva fornito contingenti sufficienti per schiacciare gli operai. Non appena il reggimento della guardia imperiale Semjenovsky ebbe il sopravvento sull’insurrezione di Mosca, la monarchia respinse qualsiasi idea di prelevare terre dei grandi proprietari o di ridurre i propri privilegi autocratici.

Ma la rivoluzione sconfitta non poteva non lasciare tracce nella vita delle campagne. Il governo annullò i vecchi titoli di riscatto delle terre da parte dei contadini e aprì nuove possibilità di immigrazione in Siberia. I proprietari, spaventati, non solo concessero diminuzioni considerevoli degli affitti, ma si affrettarono a vendere a lotti i loro latifondi. Questi risultati della rivoluzione avvantaggiarono i contadini più agiati che erano in condizione di prendere in affitto e di acquistare terre signorili.

Le maggiori possibilità per la formazione tra la classe contadina di una categoria di affittuari capitalisti furono tuttavia concesse con la legge del 9 novembre 1906, principale riforma della controrivoluzione vittoriosa. Attribuendo anche a una piccola minoranza di contadini di un qualsiasi comune il diritto di prelevare, contro il volere della maggioranza, un lotto indipendente sulle terre comunali, la legge del 9 novembre cadeva come un obice lanciato contro la comunità dal campo capitalista. Stolypin, presidente del consiglio, definiva la nuova politica del governo nella questione agraria una «puntata sui più forti». Il che significava: spingere lo strato superiore dei contadini a mettere le mani sulle terre della comunità tramite l’acquisto di lotti «resi autonomi» e trasformare così i nuovi affittuari capitalisti in sostenitori del regime. Era più facile porre questo problema che risolverlo. Nel tentativo di sostituire il problema dei kulak alla questione agraria, la controrivoluzione doveva rompersi il collo.

Al primo gennaio 1916, 2 milioni e mezzo di coltivatori avevano trasformato 17 milioni di desiatine in loro proprietà private. Altri due milioni esigevano che venissero loro ceduti 14 milioni di desiatine. Ciò poteva apparire come un formidabile successo della riforma. Ma, per lo più, le aziende staccate dalle terre comunali erano del tutto prive di vitalità e costituivano elementi condannati alla selezione naturale. Mentre i proprietari più arretrati e i contadini di condizioni modeste vendevano come meglio potevano, gli uni i loro latifondi, gli altri piccoli lotti di terreno, gli acquirenti provenivano soprattutto dalla nuova borghesia rurale. L’economia agricola entrava in una fase di indubbio sviluppo capitalistico. L’esportazione dei prodotti della terra russa era in aumento, passando in cinque anni (dal 1908 al 1912) da un miliardo a un miliardo e mezzo di rubli. Ciò significava che le larghe masse contadine si proletarizzavano, mentre gli elementi ricchi delle campagne gettavano sul mercato quantità di grano sempre maggiori.

Ai vincoli obbligatori del regime delle comunità rurali si sostituiva rapidamente la cooperazione volontaria, che in pochi anni riusciva a penetrare abbastanza profondamente tra le masse contadine, divenendo ben presto oggetto di una idealizzazione liberale e democratica. La forza reale nella cooperazione erano, però, i contadini ricchi, che, in ultima analisi, ne approfittavano. Gli intellettuali populisti, che avevano concentrato sulla cooperazione contadina i loro sforzi principali, finirono col deviare il loro amore per il popolo sui solidi binari della borghesia. Soprattutto in questo modo si preparava il blocco tra il partito socialrivoluzionario «anticapitalista» e il partito dei Cadetti, partito del capitalismo per eccellenza.

Il liberalismo, pur continuando a opporsi in apparenza alla politica agraria della reazione, considerava tuttavia con grandi speranze la distruzione della comunità rurale intrapresa dal capitalismo. «Nelle campagne — scriveva un liberale, il principe Trubeckoj — si viene formando una forte piccola borghesia che, per sua natura e per la sua composizione, è altrettanto estranea agli ideali della nobiltà che alle fantasticherie socialiste».

Ma questa meravigliosa medaglia aveva il suo rovescio. Dalla comunità rurale nasceva non solo «una forte piccola borghesia», ma anche la sua antitesi. Il numero dei contadini che avevano venduto i lotti che non bastavano a farli vivere, all’inizio della guerra era ormai giunto al milione, il che significa che c’erano almeno cinque milioni di abitanti proletarizzati. Come materiale esplosivo sufficientemente potente, c’erano anche milioni di contadini poveri che non potevano far altro che restare sui loro lotti di fame. Di conseguenza, si riproducevano nella classe contadina le contraddizioni che avevano così presto ostacolato in Russia lo sviluppo della società borghese nel suo insieme. La nuova borghesia rurale, che doveva fornire l’appoggio ai proprietari più antichi e più potenti, si trovava già in aperto conflitto con le masse contadine, nella stessa misura dei vecchi proprietari nei confronti di tutto il popolo.

Prima di diventare un elemento d’ordine, la borghesia rurale aveva bisogno di un ordine fortemente stabilito per poter mantenere le posizioni conquistate. In questa situazione, non sorprende che in tutte le Dume dell’impero la questione agraria avesse mantenuto la sua acutezza. Tutti avvertivano che l’ultima parola non era stata detta. Il deputato contadino Petricenko dichiarò un giorno dall’alto della tribuna della Duma: «Potete continuare a discutere quanto volete, non riuscirete a creare un altro globo terrestre. Bisognerà dunque che ci cediate la terra su cui ci troviamo». Questo contadino non era né bolscevico, né socialista-rivoluzionario; tutt’altro, era un deputato di destra, un monarchico.

Il movimento agrario che si era spento verso la fine del 1907, come era cessata l’ascesa degli scioperi operai, si ridesta parzialmente nel 1908 e si rafforza nel corso degli anni successivi. È vero che la lotta si trasferisce, in buona parte, all’interno della vita comunale: e proprio in questo consisteva il calcolo politico della reazione. In occasione delle divisioni di terre comunali non sono rari gli scontri tra contadini armati. Ma la lotta contro il proletariato nobile non si arresta. I contadini continuano a incendiare castelli dei signori, messi, fienili, senza risparmiare lungo la strada i contadini ricchi che si sono costruiti il loro nido contro il volere delle comunità.

Questa era la situazione nelle campagne al momento dello scoppio della guerra. Il governo inviò al fronte circa 10 milioni di contadini e circa 2 milioni di cavalli. Le aziende agricole, già deboli, furono ulteriormente indebolite. Aumentò il numero di coloro che non avevano la possibilità di seminare i loro campi. A partire dal secondo anno di guerra, anche i contadini medi cominciarono a scendere la china. La crescente avversione del contadino per la guerra si accentuava da un mese all’altro. Nell’ottobre 1916, la direzione della gendarmeria di Pietrogrado riferiva che nelle campagne già non si credeva più a un esito favorevole delle ostilità; secondo le affermazioni degli agenti delle assicurazioni, dei maestri di scuola, dei commercianti e di altri: «tutti attendono con grande impazienza la fine di questa maledetta guerra». Di più: «Dovunque si discute di questioni politiche, si votano risoluzioni contro i proprietari nobili e i mercanti; varie organizzazioni costituiscono cellule... Per il momento non esiste ancora un centro unitario, ma si deve ritenere che i contadini troveranno la loro unità tramite le cooperative che si moltiplicano di ora in ora in tutta la Russia». Ci sono qui delle esagerazioni, il poliziotto precorre un po’ gli avvenimenti, ma senza alcun dubbio ha ragione quanto alla sostanza.

Le classi possidenti non potevano non prevedere che le campagne avrebbero presentato il conto, ma si sforzavano di scacciare i cattivi pensieri, sperando di trarsi d’impaccio in qualche modo. In proposito, l’ambasciatore di Francia, Paléologue, che intendeva mantenersi informato, ebbe in tempo di guerra alcune conversazioni con l’ex-presidente del consiglio Kokovtsev, con l’ex-ministro dell’Agricoltura Krivoscein, con il grande proprietario conte Bobrinsky, con il presidente della Duma imperiale Rodzjanko, con il grande industriale Putilov e con altri distinti personaggi. Ecco le conclusioni che ne ricavò: per poter applicare una riforma radicale in campo agrario, si sarebbe dovuto impiegare un esercito permanente di 300 mila agrimensori per almeno quindici anni; ma nel frattempo il numero delle aziende agricole sarebbe arrivato a 30 milioni e quindi tutti i calcoli precedenti non avrebbero avuto più nessun valore. Così, agli occhi dei proprietari nobili, degli alti dignitari e dei banchieri, la riforma agraria appariva come la quadratura del cerchio. Inutile dire che simili scrupoli matematici erano del tutto estranei alla mentalità del muzhik. Il contadino pensava che prima di tutto bisognava cacciar via il padrone: poi si sarebbe visto.

Se tuttavia le campagne rimasero relativamente tranquille durante gli anni di guerra, fu perché le loro forze attive si trovavano al fronte. I soldati non dimenticavano la questione della terra, almeno quando non pensavano alla morte, e le riflessioni del muzhik sull’avvenire si impregnavano nelle trincee dell’odore della polvere. Tuttavia, la classe contadina, anche se educata all’impiego delle armi, non avrebbe mai realizzato con le sue forze una rivoluzione agraria democratica, cioè la rivoluzione cui aspirava. Aveva bisogno di una direzione. Per la prima volta nella storia universale il contadino doveva trovare nell’operaio la sua guida. In ciò consiste essenzialmente e si può dire complessivamente la differenza tra la rivoluzione russa e tutte le rivoluzioni precedenti.

In Inghilterra, la servitù della gleba è scomparsa effettivamente verso la fine del XIV secolo, cioè due secoli prima che venisse istituita in Russia, quattrocentocinquant’anni prima della sua abolizione in questo stesso paese. L’espropriazione della proprietà terriera della classe contadina inglese si prolunga, attraverso la Riforma e due rivoluzioni, sino al secolo XIX. Lo sviluppo del capitalismo, che non era stimolato da nessuna costrizione esterna, ebbe così tutto il tempo necessario per por fine all’autonomia dei contadini molto prima che il proletariato si destasse alla vita politica.

In Francia, la lotta contro la monarchia assoluta, contro l’aristocrazia e contro i principi della Chiesa costrinse la borghesia nei suoi vari strati a compiere a tappe successive, verso la fine del XVIII secolo, una rivoluzione agraria radicale. Dopo di che, i contadini francesi, divenuti indipendenti, costituirono per lungo tempo una solida base dell’ordine borghese e nel 1871 aiutarono la borghesia a schiacciare la Comune di Parigi.

In Germania, la borghesia si dimostrò incapace di dare una soluzione rivoluzionaria alla questione agraria e nel 1848 consegnò i contadini ai proprietari terrieri, allo stesso modo che Lutero, più di tre secoli prima, aveva abbandonato ai principi dell’Impero i contadini poveri in rivolta. D’altra parte, alla metà del secolo XIX, il proletariato tedesco era ancora troppo debole per prendere la direzione della classe contadina. Di conseguenza, lo sviluppo del capitalismo in Germania otteneva una dilazione sufficiente, per quanto meno lunga che in Inghilterra, per subordinare a sé l’economia agricola quale era uscita da una rivoluzione borghese non portata a termine.

La riforma della condizione contadina del 1861 in Russia fu l’opera di una monarchia influenzata da nobili e da funzionari, sotto la pressione delle esigenze della società borghese, anche se la borghesia era del tutto impotente sul piano politico. La natura dell’emancipazione dei contadini era tale che la trasformazione accelerata del paese in senso capitalistico faceva del problema agrario, inevitabilmente, un problema di rivoluzione. I borghesi russi sognavano una evoluzione agraria alla francese, alla danese o all’americana, di un qualsiasi tipo, tranne che alla russa. Ma non pensarono a rifornirsi in tempo nella storia della Francia oppure nella struttura sociale dell’America. Nonostante il loro passato rivoluzionario, gli intellettuali democratici si schierarono nell’ora decisiva a fianco della borghesia liberale e dei proprietari nobili e non dalla parte delle campagne rivoluzionarie. In una situazione del genere, la classe operaia era la sola che potesse mettersi alla testa della rivoluzione contadina.

La legge dello sviluppo combinato dei paesi arretrati — nel senso di una combinazione originale degli elementi di arretratezza con i fattori più moderni — si manifesta qui nella sua forma più compiuta e al tempo stesso fornisce la chiave dell’enigma della rivoluzione russa. Se la questione agraria, eredità della barbarie dell’antica storia russa, fosse stata risolta dalla borghesia, se avesse potuto essere risolta, il proletariato russo non sarebbe mai riuscito a prendere il potere nel 1917. Perché si costituisse lo Stato sovietico erano necessari il combinarsi e il compenetrarsi di due fattori di natura storica del tutto diversa: una guerra contadina, cioè un movimento caratteristico degli albori dello sviluppo borghese, e un’insurrezione proletaria, cioè un movimento che annuncia il declino della società borghese. Questa è la sostanza del 1917.