Il paradosso della Rivoluzione di febbraio

 

L’insurrezione aveva vinto. Ma a chi consegnò il potere strappato alla monarchia? Arriviamo così al problema fondamentale della rivoluzione di febbraio: come e perché il potere finì nelle mani della borghesia liberale?

Quando il 23 febbraio scoppiarono i torbidi, nei circoli della Duma e nella « società » borghese non vi si attribuì importanza. I deputati liberali e i giornalisti patrioti si incontravano come al solito nei saloni e discutevano insieme la questione di Trieste e di Fiume, e ribadivano ancora una volta che la Russia aveva assolutamente bisogno dei Dardanelli. Mentre Vukase di scioglimento della Duma, era già stato firmato, una commissione parlamentare discuteva ancora, frettolosamente, del trasferimento al comune dei servizi di rifornimento alimentare. Meno di dodici ore prima dell’insurrezione del battaglione della Guardia, l’Associazione per i rapporti tra Slavi ascoltava tranquillamente la lettura della relazione annuale. « Solo ritornando a piedi da quella riunione — ha scritto uno dei deputati — solo allora fui colpito dall’angoscioso silenzio e dall’aspetto deserto delle strade, di solito assai animate ». Un vuoto angoscioso si era creato attorno alle vecchie classi dirigenti e faceva stringere il cuore ai loro eredi di domani.

Verso il 26 divenne chiaro sia per il governo sia per i liberali che il movimento era serio. Quel giorno vi furono tra i ministri e certi membri della Duma conciliaboli tendenti a un accordo, su cui i liberali non hanno mai sollevato il velo. Protopopov ha dichiarato nelle sue deposizioni che i leaders del blocco della Duma esigevano ancora, come al solito, la designazione di nuovi ministri che godessero della pubblica fiducia: « Forse, questa misura calmerà il popolo ». Ma, come sappiamo, la giornata del 26 segnò una battuta d’arresto nello sviluppo della rivoluzione e il governo, per qualche ora, si sentì più solido. Quando Rodzjanko si presentò da Galicyn per persuaderlo a dare le dimissioni, il presidente del Consiglio mostrò sul tavolo, dentro una cartella, un ukase di scioglimento della Duma, già firmato dallo zar, ma ancora senza data. Fu Galicyn a datare il documento. Come mai il governo poté decidersi a fare questo passo nel momento stesso in cui si accentuava la spinta della rivoluzione? In proposito, la burocrazia dirigente aveva già fissato il proprio atteggiamento: « Al movimento operaio importa poco che abbiamo o no il blocco. Si può aver ragione del movimento con altri mezzi e sinora il ministero degli Interni ha saputo trarsi d’impaccio ». Così parlava Goremykin sin dall’agosto 1915. D’altra parte la burocrazia riteneva che la Duma, se fosse stata sciolta, non avrebbe fatto nessuna mossa audace. Sempre nell’agosto 1915, il principe Scerbatov, ministro degli Interni, mentre si discuteva di congedare la Duma malcontenta, dichiarava quanto segue: « È molto improbabile che i deputati si decidano all’insubordinazione. In grande maggioranza sono vili e hanno paura per la loro pelle ». Il principe non si esprimeva con troppa eleganza, ma, in fin dei conti, aveva ragione. Nella sua lotta contro l’opposizione liberale, la burocrazia si sentiva ancora su di un terreno solido.

Nella mattinata del 27, i deputati, allarmati per l’ampiezza crescente degli avvenimenti, si riunirono in seduta ordinaria. Solo allora la maggioranza apprese che era stato proclamato lo scioglimento. La misura sembrò tanto più inattesa in quanto ancora alla vigilia si erano svolte conversazioni per un accordo. « E tuttavia — scrive con fierezza Rodzjanko — la Duma si inchinò di fronte alla legge, sperando ancora di trovare una via di uscita in quella situazione ingarbugliata: non votò nessuna risoluzione per un rifiuto della decisione di scioglimento o per l’uso della violenza per riunirsi ». I deputati si riunirono in conferenza privata e qui fecero confessione della loro impotenza. Sidlovsky, liberale moderato, ricordò più tardi non senza sarcasmo che un certo Nekrassov, cadetto di estrema sinistra, futuro collaboratore di Kerensky, aveva proposto « di stabilire una dittatura militare rimettendo tutti i poteri nelle mani di un generale popolare ». Nel frattempo, certi dirigenti del blocco progressista, che non avevano assistito alla conferenza privata, tentarono una misura concreta per salvare la situazione. Pregarono il granduca Michele di venire a Pietrogrado e gli proposero di esercitare la dittatura, di « costringere » il personale governativo a dare le dimissioni e di esigere dallo zar, per filo diretto, la « concessione » di un ministero responsabile. Nelle ore stesse in cui insorgevano i primi reggimenti della Guardia, i leaders della borghesia liberale facevano un ultimo tentativo per schiacciare l’insurrezione con l’aiuto di una dittatura dinastica e nello stesso tempo per mettersi d’accordo con la monarchia a spese della rivoluzione. « L’irresolutezza manifestata dal granduca — dichiara Rodzjanko con tono desolato — ebbe come conseguenza che ci si lasciò sfuggire il momento favorevole ».

Con quanta facilità gli intellettuali radicali credessero ai loro desideri, lo si vede dalla testimonianza di Sukhanov, socialista non iscritto ad alcun partito, che in quel periodo comincia ad avere un certo ruolo politico al palazzo di Tauride. « Fui informato delle più importanti novità politiche nelle prime ore di quella indimenticabile giornata — scrive nelle sue ampie memorie — l’ukase che congedava la Duma era stato promulgato e la Duma rifiutava di sciogliersi eleggendo un comitato provvisorio ». Quanto precede è scritto da un uomo che quasi non usciva dal palazzo di Tauride e stava aggrappato alle falde della giacca dei deputati più noti. Nella sua storia della rivoluzione, Miljukov, seguendo Rodzjanko, dichiara categoricamente : « Dopo una serie di infiammati discorsi, fu deciso che i deputati non avrebbero lasciato Pietrogrado, ma non si era affatto detto, contrariamente alla leggenda accreditata, che i membri della Duma si sarebbero rifiutati di sciogliersi come rappresentanti di una istituzione ». Rifiutarsi di sciogliersi avrebbe significato infatti prendere un’iniziativa, anche se troppo tardi. Non lasciare la capitale significava lavarsi le mani e stare a vedere quale piega avrebbero preso gli avvenimenti. La credulità di Sukhanov ha tuttavia alcune attenuanti. La voce secondo cui la Duma avrebbe preso la decisione rivoluzionaria di non obbedire all’ukase imperiale era stata messa in circolazione, frettolosamente, dai giornalisti parlamentari, nel loro bollettino d’informazione, sola pubblicazione di quel momento, dato lo sciopero generale. Ora, siccome nel corso della giornata l’insurrezione aveva riportato la vittoria, i deputati non ebbero alcuna fretta di smentire l’errore commesso, incoraggiando così nelle loro illusioni i loro amici di sinistra: si preoccuparono di ristabilire la verità solo dopo essere emigrati. L’episodio è, a quanto sembra, di importanza secondaria, ma resta assai significativo. La funzione rivoluzionaria della Duma nella giornata del 27 febbraio era, tutto considerato, un mito, sorto grazie alla credulità politica degli intellettuali radicali, rallegrati e spaventati dalla rivoluzione, incapaci di credere che le masse potessero portare in porto l’operazione e ansiosi di trovare al più presto l’appoggio della borghesia censitaria.

Tra le memorie dei deputati allora appartenenti alla maggioranza della Duma, è stata fortunatamente conservata una relazione che ci dice come la Duma avesse accolto la rivoluzione. Secondo il principe Mansyrev, cadetto di destra, tra i deputati radunatisi in gran numero il mattino del 27 febbraio non c’era nessuno dei membri dell’ufficio di presidenza; nessuno dei leaders dei partiti, nessuno dei capi del blocco progressista: gli assenti erano già stati informati dello scioglimento della Duma e dell’insurrezione, e preferivano farsi vedere il meno possibile : tanto più che proprio in quelle ore, stavano probabilmente negoziando con il granduca Michele per una dittatura: « In seno alla Duma, la commozione era generale, lo sconvolgimento profondo — dice Mansyrev. Non si sentivano più neppure conversazioni animate; erano solo sospiri e brevi risposte come: ” Ci siamo! ” oppure confessioni di timori personali ». È questo il racconto di un deputato tra i più moderati, che dovette sospirare più forte degli altri.

Prima delle due del pomeriggio, quando i leaders erano stati costretti a farsi vedere alla Duma, il segretario dell’Ufficio di presidenza portò una lieta notizia, purtroppo di scarso fondamento: « I disordini saranno presto repressi, sono state prese delle misure ». Può darsi che parlandò di « misure » si volesse alludere alle conversazioni per una dittatura. Ma la Duma è affranta e aspetta una parola decisiva dal leader del blocco progressista. E Miljukov dichiara: « In questo momento, non possiamo prendere nessuna decisione, innanzi tutto perché non sappiamo quale sia l’estensione dei torbidi e poi perché ignoriamo da quale parte sia la maggioranza delle truppe della guarnigione, degli operai e delle organizzazioni sociali. Bisogna raccogliere informazioni precise su tutto ciò e poi esamnare la situazione; per il momento è ancora troppo presto ». Alle due del pomeriggio del 27 febbraio, era ancora «troppo presto» per il liberalismo!. «Raccogliere informazioni » significava lavarsene le mani e attendere l’esito della lotta.

Ma Miljukov non aveva ancora terminato il suo discorso, che del resto aveva iniziato con l’idea di non arrivare a nessuna conclusione, quando ecco Kerensky precipitarsi nella sala, estremamente emozionato: una folla immensa di popolo e di soldati, annuncia, avanza verso il palazzo di Tauride e questa moltitudine viene a esigere che la Duma prenda in mano il potere!... Il deputato radicale sa esattamente che cosa esigessero le masse popolari. In realtà è Kerensky personalmente che esige per la prima volta che la Duma prenda il potere, quella Duma che, nel fondo dell’animo, spera sempre che l’insurrezione venga repressa. La comunicazione di Kerensky provoca « un turbamento generale » e si vedono « sguardi smarriti ». Ma egli non aveva ancora avuto il tempo di finire che viene interrotto da un usciere della Duma, che accorre spaventato: alcuni distaccamenti di soldati, precedendo gli altri, si sono avvicinati al palazzo, non sono stati lasciati entrare dagli uomini del posto di guardia, il capo della guardia sarebbe ferito gravemente. Un minuto dopo, appare chiaro che i soldati sono già penetrati nel palazzo.

Più tardi, nei discorsi e negli articoli, si è detto che i soldati erano venuti a salutare la Duma e a prestarle giuramento. Ma per il momento tutti sono presi da un panico mortale. L’acqua sale alla gola. I leaders parlottano tra loro. Bisogna guadagnar tempo. Rodzjanko si affretta a mettere ai voti la proposta che gli è stata suggerita circa la costituzione di un comitato provvisorio. Acclamazioni. Ma tutti si preoccupano solo di squagliarsela al più presto e neppure si parla di procedere all’elezione! Il presidente, non meno atterrito degli altri, propone di affidare al consiglio dei decani il compito di formare il comitato. Nuove approvazioni rumorose da parte dei pochi deputati rimasti in sala: la maggioranza ha già trovato il modo di eclissarsi. Questa è la prima reazione della Duma sciolta dallo zar di fronte alla rivoluzione vittoriosa.

Nel frattempo, la rivoluzione, nello stesso edificio, ma in un ambiente meno decorativo, crea un altro organo di potere. I dirigenti rivoluzionari non avevano bisogno di inventare nulla. L’esperienza dei soviet del 1905 si era scolpita per sempre nella coscienza operaia. A ogni ascesa del movimento, anche durante la guerra, l’idea di costituire dei soviet rinasceva quasi automaticamente. E, benché la concezione della funzione dei soviet che avevano i bolscevichi fosse diversa da quella dei menscevichi (i social­rivoluzionari non avevano una chiara opinione in pro­posito), la forma dell’organizzazione come tale, a quanto sembra, era fuori discussione. I menscevichi, membri del Comitato delle Industrie di guerra, appena fatti uscire dal carcere, si incontrarono al palazzo di Tauride con rappresentanti attivi del movimento sindacale e delle cooperative appartenenti anch’essi all’ala destra, come pure con i parlamentari menscevichi Cheidze e Skobelev, e costituirono seduta stante un Comitato esecutivo provvisorio del soviet dei deputati operai, Comitato completato nel corso della giornata da vecchi rivoluzionari che avevano perduto il contatto con le masse, ma conservato un certo « nome ». Il Comitato esecutivo, che aveva incluso anche alcuni bolscevichi, invitò immediatamente gli operai a eleggere i loro deputati.

La prima seduta del Soviet fu fissata per la sera dello stesso giorno al palazzo di Tauride. Ebbe effettivamente inizio alle 9 e ratificò la composizione dell’esecutivo, designandovi in più rappresentanti ufficiali di tutti i partiti socialisti. Ma non era quello il vero significato della prima Assemblea dei rappresentanti del proletariato vincitore nella capitale. Delegati dei reggimenti insorti vennero alla seduta per esprimere le loro congratulazioni. Tra di essi vi erano soldati senza nessuna istruzione, come sconvolti dall’insurrezione, che quasi non sapevano più articolar verbo. Ma proprio questi soldati trovarono le parole di cui nessun tribuno sarebbe stato capace.

Fu una delle scene più patetiche di una rivoluzione che stava appena rendendosi conto della sua forza, del risveglio delle masse sterminate, della immensità dei compiti da assolvere, e provando l’orgoglio della vittoria e una gioiosa palpitazione al pensiero di un domani che sarebbe stato ancora più radioso. La rivoluzione non ha ancora un rituale, le strade sono ancora piene di fumo, le masse non sanno ancora cantare il loro nuovo repertorio, la seduta si svolge nel disordine, con la potenza delle acque primaverili che straripano, il Soviet è soffocato dall’entusiasmo. La rivoluzione è già potente, ma ancora puerile nella sua ingenuità.

In quella prima seduta fu deciso di unire la guarnigione con gli operai in un solo Soviet di deputati operai e soldati. Chi fece per primo la proposta? È probabile che venisse da molte parti o meglio che fosse unanime, come un’eco della fraternizzazione tra operai e soldati che quel giorno aveva deciso le sorti della rivoluzione. Tuttavia, non si può fare a meno di sottolineare che, secondo Sljapnikov, i socialpatrioti avevano protestato contro l’intrusione dell’esercito nella politica.

Dal momento della sua costituzione, il Soviet, tramite il suo Comitato esecutivo, comincia ad agire come potere statale. Elegge una Commissione provvisoria per i rifornimenti alimentari e la incarica di occuparsi in generale dei bisogni degli insorti e della guarnigione. Organizza il suo stato maggiore rivoluzionario provvisorio (in quei giorni, tutto era dichiarato provvisorio) di cui abbiamo parlato in precedenza. Per togliere ai funzionari del vecchio regime la facoltà di disporre delle risorse finanziarie, il Soviet decide che corpi di guardia rivoluzionari occupino immediatamente la Banca dell’Impero, la Tesoreria, la Zecca e i servizi di stampa dei valori dello Stato. I compiti e le funzioni del Soviet aumentano di continuo sotto la pressione delle masse. La rivoluzione trova il suo centro indiscusso. Gli operai, i soldati e ben presto i contadini ormai si rivolgono solo al Soviet, che diventa ai loro occhi il punto di concentrazione di tutte le speranze e di tutti i poteri, l’incarnazione stessa della rivoluzione. Ma anche i rappresentanti delle classi possidenti verranno al Soviet, pur digrignando i denti, per chiedere una protezione, direttive, soluzioni di conflitti.

Tuttavia, sin dalle prime ore dopo la vittoria, mentre il nuovo potere rivoluzionario si veniva costituendo con una favolosa rapidità e con una forza irresistibile, i socialisti che erano alla testa del Soviet, si guardavano intorno con inquietudine cercando un vero « padrone ». Per loro era del tutto naturale che il potere passasse alla borghesia. Qui si intreccia il nodo politico principale del nuovo regime: da una parte il filo porta alla sala dell’Esecutivo degli operai e dei soldati; dall’altra al centro dei partiti borghesi.

Verso le tre, mentre la vittoria nella capitale era completamente assicurata, il Consiglio dei decani della Duma eleggeva un « Comitato provvisorio dei membri della Duma », costituito con elementi dei partiti del blocco progressista con l’aggiunta di Cheidze e di Kerensky. Cheidze rifiutava, Kerensky tergiversava. La denominazione del Comitato indicava, con circospezione, che non si trattava di un organo ufficiale della Duma dell’impero, ma che si costituiva, in forma privata, un organo della conferenza dei membri della Duma. I dirigenti del blocco progressista meditavano a fondo su di un solo problema: come evitare di assumere delle responsabilità, mantenendo le mani libere?

Il compito del Comitato era precisato in termini ambigui, scelti accuratamente: « Ristabilimento dell’ordine e relazioni con le istituzioni e con le personalità ». Non una parola sulla natura dell’ordine che questi signori intendevano ristabilire, sulle istituzioni con cui desideravano stabilire rapporti. Non allungano ancora le mani verso la pelle dell’orso... la bestia potrebbe essere stata uccisa male, potrebbe essere solo gravemente ferita!... Solo alle undici di sera del 27 febbraio, mentre, per ammissione di Miljukov « il movimento rivoluzionario si manifestava in tutta la sua ampiezza», «il Comitato provvisorio decideva di fare un passo ulteriore e di prendere in mano il potere che il governo si lasciava sfuggire ». Impercettibilmente il Comitato dei membri della Duma si trasformava in Comitato della Duma: quando si vogliono salvare le apparenze giuridiche di una successione al potere, non c’è mezzo migliore che commettere un falso.

Ma Miljukov tace sul punto principale: i dirigenti del Comitato esecutivo che si era costituito durante la giornata, avevano trovato il tempo di presentarsi dinanzi al Comitato provvisorio e di chiedergli insistentemente di prendere il potere. Questa amichevole pressione doveva avere i suoi effetti. In seguito, Miljukov spiegava la decisione del Comitato della Duma dicendo che il governo si sarebbe apprestato a far marciare contro gli insorti truppe sicure e che « si potevano temere vere e proprie battaglie nelle strade della capitale ». In realtà, il governo non disponeva più di un solo contingente, era già completamente rovesciato. Rodzjanko scrisse più tardi che se la Duma si fosse rifiutata di prendere il potere, « sarebbe stata arrestata e completamente massacrata dalle truppe ammutinate e il potere sarebbe caduto immediatamente nelle mani dei bolscevichi ». Si tratta certo di un’esagerazione assurda, perfettamente conforme allo spirito dell’onorevole ciambellano: ma questa esagerazione traduce indubbiamente lo stato d’animo della Duma, che, vedendosi consegnare il potere, si considerava politicamente violata.

Con simili sentimenti la soluzione non appariva facile. Le esitazioni di Rodzjanko erano particolarmente vive, domandava ad altri : « Che accadrà? Si tratta di una rivolta o no? ». Un deputato monarchico, Sulghin, per usare le sue stesse espressioni, rispose a Rodzjanko in questi termini: « Non c’è nessuna rivolta. Prendete il potere come suddito fedele... Se i ministri si sono messi in salvo, qualcuno deve pur sostituirli... Ci possono essere due vie d’uscita: o tutto si arrangerà, il sovrano designerà un nuovo governo e noi gli rimetteremo il potere. Se ciò non riesce, se non lo raccogliamo, il potere cadrà nelle mani di gente già eletta da una certa canaglia, nelle fabbriche... ». Inutile sottolineare le volgarità di un gentiluomo reazionario nei confronti degli operai: la rivoluzione ha calpestato questi signori. La morale è chiara: se la monarchia ha il sopravvento, saremo con la monarchia; se la rivoluzione è vittoriosa, cerchiamo di derubarla.

La consultazione durò a lungo. I leaders socialdemocratici attendevano, assai agitati, una soluzione. Alla fine, dal gabinetto di Rodzjanko uscì Miljukov. Aveva un aspetto solenne. Avanzando verso la delegazione del Soviet, dichiarò: « Una decisione è stata presa, noi prendiamo il potere...». Nelle sue memorie, Sukhanov, esclama con entusiasmo: « Non mi chiedevo cosa significasse quel “noi”. Non domandavo più nulla. Ma, per usare un’espressione corrente, sentivo con tutto il mio essere la nuova situazione. Sentivo che la nave della rivoluzione, sballottata a piacimento in quelle ore dagli elementi scatenati, aveva alzato le vele, aveva trovato la sua stabilità e la regolarità dei suoi movimenti nella spaventosa tempesta che la scuoteva ». Quali termini raffinati per confessare prosaicamente il servilismo della democrazia piccolo-borghese dinanzi al capitalismo liberale! E quale terribile errore di prospettiva politica: l’abbandono del potere ai liberali non avrebbe assicurato alcuna stabilità alla nave dello Stato e anzi, a partire da quel giorno, sarebbe div­nuto per la rivoluzione una causa di impotenza, di formidabile caos, di sovraeccitazione delle masse, di disfatta al fronte e, in seguito, di estremo accanimento nella guerra civile.

Se solo diamo uno sguardo ai secoli passati, il passaggio del potere nelle mani della borghesia sembra seguire una regola abbastanza definita: in tutte le rivoluzioni precedenti, si battevano sulle barricate operai, piccoli artigiani, un certo numero di studenti: e i soldati si schieravano dalla loro parte. Successivamente la ricca borghesia, che aveva osservato le barricate dalla finestra, raccoglieva il potere. Ma la rivoluzione del febbraio 1917 differiva dalle rivoluzioni precedenti per la sua natura sociale incomparabilmente più avanzata e per l’alto livello politico della classe rivoluzionaria, per l’ostile diffidenza degli insorti nei confronti della borghesia liberale e, di conseguenza, per la creazione, nel momento stesso della vittoria, di un nuovo organo di potere rivoluzionario: un Soviet sostenuto dalla forza armata delle masse. In una situazione del genere, il trasferimento del potere alla borghesia politicamente isolata e disarmata richiede una spiegazione.

Prima di tutto bisogna considerare da vicino i rapporti di forza stabilitisi in seguito all’insurrezione. La democrazia sovietica non era forse costretta a rinunciare al potere, a vantaggio della borghesia, dalle condizioni oggettive? La stessa borghesia non lo pensava. Sappiamo già che, lungi dall’aspettarsi il potere dalla rivoluzione, la borghesia intravedeva nella rivoluzione un pericolo mortale per tutta la sua posizione sociale. « I partiti moderati — scrive Rodzjanko — non solo non desideravano la rivoluzione, ma semplicemente la temevano. In particolare il partito della libertà del popolo (cadetti), come sinistra dei gruppi moderati e quindi con più punti di contatto con i partiti rivoluzionari del paese, era più preoccupato di tutti gli altri dinanzi alla catastrofe imminente ». L’esperienza del 1905 ricordava ai liberali in modo troppo perentorio che una vittoria degli operai e dei contadini avrebbe potuto essere non meno pericolosa per la borghesia che per la monarchia. Il corso della rivoluzione di febbraio, secondo tutte le apparenze, non faceva che confermare questa previsione. Per quanto approssimative fossero in quei giorni, per molti aspetti, le idee politiche delle masse rivoluzionarie, la linea di separazione tra i lavoratori e la borghesia era stata comunque tracciata ineluttabilmente.

Stankevic, libero docente all’università, vicino ai circoli liberali, amico e non avversario del blocco progressista, definisce come segue lo stato d’animo di quegli ambienti all’indomani di una insurrezione che non erano riusciti a prevenire: « Ufficialmente, erano vittoriosi, celebravano la rivoluzione, lanciavano degli evviva in onore dei combattenti della libertà, si adornavano di nastri rossi, marciavano con le bandiere rosse... Ma, nel fondo dell’animo e a quattr’occhi, si mostravano spaventati, fremevano e si sentivano prigionieri di elementi ostili che si avviavano su strade ignote. Indimenticabile la figura di Rodzjanko, grosso proprietario dall’andatura pesante, gran personaggio, che attraversava la folla dei soldati malvestiti nei corridoi del palazzo di Tauride, guardando con altera dignità, ma anche con un’espressione di profonda sofferenza e disperazione nel volto impallidito. Ufficialmente, si era detto che “i soldati erano venuti a sostenere la Duma nella sua lotta contro il governo”, ma di fatto la Duma si trovò sciolta sin dai primi giorni. E si ritrovava la stessa espressione su tutti i visi, tra i membri del Comitato provvisorio della Duma e negli ambienti che li circondavano. A quanto si dice, certi rappresentanti del blocco progressista, una volta tornati a casa, avevano versato lacrime in crisi di isterismo provocate dalla disperazione e dall’impotenza ».

Questa viva testimonianza ha più valore di qualsiasi altra ricerca sociologica sui rapporti di forza. Secondo il suo stesso racconto, Rodzjanko fremeva di impotente indignazione vedendo che soldati sconosciuti, « obbedendo a ordini dati non si sa da chi », procedevano all’arresto di alti dignitari del vecchio regime e li portavano alla Duma. Così, il ciambellano era, in qualche modo, come il capo di una prigione nei confronti di persone con cui, certo, non sempre era d’accordo, ma che tuttavia restavano per lui gente del suo ambiente. Costernato per queste misure « arbitrarie», Rodzjanko convocò nel suo gabinetto Sceglovitov che era stato arrestato, ma i soldati si rifiutarono di consegnargli il dignitario che esecravano. « Siccome cercavo di far mostra di autorità — scrive Rodzjanko — i soldati circondarono il prigioniero mostrandomi i loro fucili con un’aria provocante e insolente: poi Sceglovitov fu portato via senza tante storie, non so dove ». Ci poteva essere una conferma più clamorosa delle affermazioni di Stankevic secondo cui i reggimenti venuti, a quanto si diceva, ad appoggiare la Duma, in realtà la sopprimevano?

Sul fatto che sin dalle prime ore il potere appartenesse al Soviet, i membri della Duma erano gli ultimi a nutrire delle illusioni. Scidlovsky, deputato ottobrista e uno dei leader del blocco progressista, scrive nei suoi ricordi: « Il Soviet prese possesso di tutti gli uffici postali e telegrafici, di tutte le stazioni di Pietrogrado, di tutte le tipografie, di modo che, senza suo permesso, sarebbe stato impossibile inviare un telegramma o lasciare Pietrogrado o stampare un manifesto ». Questo chiaro quadro dei rapporti di forza ha bisogno di una sola illustrazione: « la presa » degli uffici postali e telegrafici, delle ferrovie, delle tipografie ecc. da parte del Soviet, significava solo che gli operai e gli impiegati di queste aziende non volevano essere subordinati a nessuno, tranne al Soviet.

La lamentela di Scidlovsky è illustrata a meraviglia da un episodio verificatosi al momento in cui i negoziati per il potere tra i leaders del Soviet e quelli della Duma erano più animati. La riunione comune fu interrotta da un comunicato urgente che li informava da Pskov, dove si trovava allora lo zar dopo aver errato sulle linee ferroviarie, che Rodzjanko era chiamato su filo diretto. L’onnipotente presidente della Duma dichiarava che non sarebbe andato al telegrafo da solo. « Che i signori deputati operai e soldati mi diano una scorta o vengano con me; altrimenti, arrivando al telegrafo verrei arrestato... Naturalmente! — proseguì riscaldandosi — ora voi avete il potere e la forza e potete certamente farmi arrestare... Forse ci farete arrestare tutti! Non ne sappiamo nulla! ». Ciò accadeva il primo marzo; erano trascorse appena quarantotto ore dal momento in cui il Comitato provvisorio, di cui Rodzjanko era alla testa, aveva « preso » il potere.

Ma come accadde che in una siffatta situazione i liberali si trovassero al potere? Chi (e come) li aveva autorizzati a formare quel governo uscito da una rivoluzione che temevano, contro cui avevano operato, che avevano cercato di soffocare, che era stata compiuta dalle masse detestate e che era stata fatta con tanta risolutezza e tanta audacia che il Soviet degli operai e dei soldati, nato dall’insurrezione, appariva naturalmente e incontestabilmente come il padrone della situazione?

Ascoltiamo ora l’altra parte, quella che abbandonava il potere. Sukhanov scrive a proposito delle giornate di febbraio: « Il popolo non era affatto portato verso la Duma, non se ne interessava e non pensava minimamente a farne — politicamente o tecnicamente — il centro del movimento ». È una ammissione tanto più degna di attenzione in quanto l’autore, nelle prime ore, aveva speso tutte le sue energie per ottenere che il potere venisse affidato al Comitato della Duma dell’impero. Più avanti, a proposito delle trattative che ebbero luogo il primo marzo, Sukhanov aggiunge: « Miljukov comprendeva benissimo che il Comitato esecutivo aveva tutta la possibilità di trasmettere o no il potere a un governo dell’alta borghesia ». Ci si può esprimere più categoricamente? Una situazione politica può essere più chiara? E tuttavia Sukhanov, in completa contraddizione con la situazione e con se stesso, dichiara subito: « Il potere che viene a sostituire lo zarismo può essere solo borghese... Dobbiamo partire da questo presupposto. Altrimenti, l’insurrezione fallirebbe e la rivoluzione sarebbe perduta». La rivoluzione perduta per colpa di un Rodzjanko!

Al problema dei rapporti vivi tra forze sociali è qui sostituito uno schema concepito a priori e con una terminologia convenzionale: proprio questa è la quintessenza del dottrinarismo degli intellettuali. E vedremo più avanti che questo dottrinarismo non aveva niente di platonico: assolveva a una funzione politica perfettamente realistica, benché avesse gli occhi bendati.

Non a caso abbiamo citato Sukhanov. In quella prima fase, l’ispiratore del Comitato esecutivo non era il suo presidente, Cheidze, provinciale onesto e limitato, ma Sukhanov, l’uomo in genere meno adatto per la guida di una rivoluzione. Mezzo populista e mezzo marxista, piuttosto osservatore coscienzioso che uomo politico, più giornalista che rivoluzionario, più ragionatore che giornalista, era capace di restar fedele a una concezione rivoluzionaria sino al momento in cui questa concezione doveva essere tradotta in pratica. Internazionalista passivo durante la guerra, dal primo giorno della rivoluzione si convinse che bisognava trasferire al più presto possibile il potere e la condotta della guerra alla borghesia. Come teorico, almeno per la sua esigenza, anche se non per la sua capacità, di coerenza, era superiore agli altri membri del Comitato esecutivo di allora. Ma la sua forza principale consisteva comunque nel saper tradurre in linguaggio da dottrinario i tratti organici di quella confraternita di gente di diverso pelo e pur tuttavia omogenea: mancanza di fiducia nelle proprie forze, paura delle masse, atteggiamento arrogante, ma deferente nei confronti della borghesia. Lenin diceva di Sukhanov che era uno dei migliori rappresentanti della piccola borghesia. È quanto di più lusinghiero si possa dire di lui.

Solo non va dimenticato che si tratta qui, innanzi tutto, di una piccola borghesia di un nuovo tipo capitalistico: impiegati industriali, commerciali, bancari, funzionari del capitale da una parte e della burocrazia operaia dall’altra, cioè di quel « nuovo Terzo Stato » in nome del quale il ben noto socialdemocratico tedesco Edward Bernstein aveva incominciato a rivedere la concezione rivoluzionaria di Marx. Per spiegare come la rivoluzione operaia e contadina cedesse il potere alla borghesia, bisogna introdurre un anello intermedio nel succedersi degli avvenimenti: i piccolo-borghesi democratici e socialisti del tipo di Sukhanov, i giornalisti e i politici di un nuovo Terzo Stato, che insegnavano alle masse che il nemico è la borghesia, ma che temevano più di qualsiasi altra cosa di sottrarre le masse all’autorità di questo nemico. La contraddizione tra la natura della rivoluzione e quella del governo che ne uscì, è determinata dalla natura contraddittoria del nuovo strato piccolo-borghese frappostosi tra le masse rivoluzionarie e la borghesia capitalista. Nel corso degli sviluppi ulteriori della rivoluzione, il ruolo politico della democrazia piccolo-borghese di tipo nuovo ci sarà svelata completamente. Preliminarmente, limitiamoci a poche parole.

A intervenire direttamente nell’insurrezione è una minoranza della classe rivoluzionaria, che trae la sua forza dall’appoggio o, almeno, dalle simpatie della maggioranza. La minoranza attiva e combattiva, sotto il fuoco del nemico, spinge avanti inevitabilmente gli elementi più rivoluzionari e più dotati di abnegazione. È del tutto naturale che nelle battaglie del febbraio gli operai bolscevichi si siano trovati agli avamposti. Ma la situazione cambia con la vittoria, quando comincia la stabilizzazione politica. Alle elezioni per la formazione di organi e di istituzioni della rivoluzione vittoriosa vengono convocati e affluiscono masse infinitamente più numerose di quelle che hanno combattuto con le armi in pugno. Questo riguarda non solo le istituzioni della democrazia in genere, come le Dume municipali, gli zemstvo oppure, più tardi, l’Assemblea costituente, ma anche gli organi di classe come i Soviet dei deputati operai.

La schiacciante maggioranza degli operai, menscevichi, socialrivoluzionari e senza partito, avevano appoggiato i bolscevichi nel momento in cui la lotta contro lo zarismo era divenuta un corpo a corpo. Ma solo una piccola minoranza era in grado di comprendere perché i bolscevichi si distinguessero dagli altri partiti socialisti. Tutti i lavoratori, invece, facevano una nettissima distinzione tra loro e la borghesia. Questo determinò la situazione politica dopo la vittoria. Gli operai eleggevano dei socialisti, cioè coloro che erano non solo contro la monarchia ma anche contro la borghesia. Non facevano quasi nessuna differenza tra i tre partiti socialisti. Ma siccome i menscevichi e i socialrivoluzionari disponevano di un numero incomparabilmente più elevato di quadri intellettuali che affluivano da tutte le parti verso di essi, e potevano così contare subito su una formidabile riserva di agitatori, le elezioni, anche nelle fabbriche e negli stabilimenti, assicurarono loro una stragrande maggioranza.

Nello stesso senso, ma con una forza più difficilmente valutabile, si orientava la pressione dell’esercito ridestato. Al quinto giorno dell’insurrezione, la guarnigione di Pietrogrado aveva seguito gli operai. Dopo la vittoria veniva chiamata a eleggere i Soviet. I soldati concessero il voto e la fiducia a coloro che si erano pronunciati per la rivoluzione, contro il corpo degli ufficiali monarchici, e avevano saputo dirlo ad alta voce: si trattava di volontari, furieri, infermieri, giovani ufficiali del tempo di guerra reclutati tra gli intellettuali, piccoli impiegati dell’amministrazione militare, cioè lo strato inferiore del « nuovo Terzo Stato ». Dopo il marzo quasi tutti si iscrivevano al partito socialrivoluzionario che, per l’inconsistenza delle sue concezioni, meglio rispondeva alla loro posizione sociale intermedia e alla loro impreparazione politica. I rappresentanti della guarnigione furono quindi infinitamente più moderati e più borghesi della massa dei soldati come tale. Ma la massa non si rendeva conto della differenza che sarebbe apparsa chiara solo dopo l’esperienza dei mesi successivi.

D’altra parte, gli operai volevano rendere più stretto possibile il loro legame con i soldati per consolidare un’alleanza guadagnata con il sangue e per armare in modo più sicuro la rivoluzione. E siccome in nome dell’esercito parlavano soprattutto socialrivoluzionari dell’ultima infornata, l’autorità di questo partito e del suo alleato menscevico non poteva che aumentare agli occhi degli operai. Così si affermava nei Soviet il predominio dei due partiti conciliatori. Basti dire che persino nel Soviet del quartiere di Vyborg, la funzione di direzione spettò nei primi tempi a operai menscevichi. Il bolscevismo in quel periodo ribolliva ancora nelle profondità della rivoluzione. I rappresentanti ufficiali del bolscevismo, anche in seno al Soviet di Pietrogrado, costituivano un’infima minoranza che, d’altronde, non si precisava il suo compito con la chiarezza necessaria.

Così si verificò il paradosso della rivoluzione di febbraio. Il potere è in mano ai socialdemocratici. Costoro non l’hanno affatto conquistato per caso, con un colpo di forza di tipo blanquista: no, il potere è stato rimesso loro apertamente dalle masse popolari vittoriose. Queste masse non solo rifiutano alla borghesia la loro fiducia, il loro appoggio, ma non fanno nessuna distinzione tra la borghesia e la nobiltà o la burocrazia. Mettono le loro armi esclusivamente a disposizione dei soviet. Eppure, la sola preoccupazione dei socialisti trovatisi con tanta facilità alla testa dei soviet è se la borghesia, politicamente isolata, invisa alle masse, completamente ostile alla rivoluzione, acconsentirà o no a ricevere il potere dalle loro mani. Il suo consenso deve essere ottenuto a ogni costo: ma siccome la borghesia non può evidentemente rinunciare al suo programma, siamo noi, « socialisti », che dobbiamo mettere da parte il nostro: tacere sulla monarchia, sulla guerra, sulla questione agraria, purché la borghesia accetti il regalo del potere.

Mentre effettuavano questa operazione, i « socialisti », come se volessero prendere in giro se stessi, continuavano a chiamare la borghesia « nemico di classe ». Un atto di provocazione sacrilega viene celebrato con un cerimoniale quasi religioso. Una lotta di classe condotta sino in fondo mira alla conquista del potere. La caratteristica fondamentale di una rivoluzione è di spingere la lotta di classe sino in fondo. Una rivoluzione è appunto una lotta diretta per la presa del potere. Ma i nostri « socialisti » si preoccupano non di strappare il potere come dicono al nemico di classe, che peraltro non lo detiene e non sarebbe in grado di prenderlo con le proprie forze, ma di consegnargli questo potere a ogni costo. Non è forse un paradosso? E tanto più sembrava sorprendente in quanto l’esperienza della rivoluzione tedesca del 1918 non esisteva ancora e l’umanità non era ancora stata testimone della prodigiosa operazione dello stesso tipo, compiuta con esito ben più felice dal « nuovo Terzo Stato » che dirige la socialdemocrazia tedesca.

Come spiegavano i conciliatori il loro atteggiamento? Innanzi tutto avanzavano un argomento da dottrinari: poiché la rivoluzione è borghese, i socialisti non devono compromettersi prendendo il potere: che la borghesia se la sbrighi da sé! Era un tono molto intransigente. Ma in realtà la piccola borghesia dietro un’intransigenza esteriore mascherava il suo ossequio per la potenza della ricchezza, dell’istruzione, del censo. I piccolo-borghesi riconoscevano all’alta borghesia una specie di diritto primordiale a prendere il potere, indipendentemente dai rapporti di forza. In fondo, era più o meno lo stesso gesto istintivo del piccolo commerciante o del modesto professore che in una stazione o in un teatro si tira indietro rispettosamente per lasciar passare... Rotschild! Gli argomenti dottrinari servivano solo a compensare la consapevolezza che avevano della loro nullità. Due mesi dopo, quando divenne evidente che la borghesia non sarebbe riuscita con le sue sole forze a conservare il potere che le era stato ceduto, i conciliatori rigettarono senza fatica i loro pregiudizi « socialisti » ed entrarono in un ministero di coalizione. Non per scacciarne la borghesia, ma al contrario per salvarla. Non contro la volontà di quest’ultima, ma al contrario dietro un suo invito che aveva il tono di un ordine: in caso di rifiuto la borghesia minacciava i democratici di far cadere il potere sulla loro testa.

Il secondo argomento invocato per declinare il potere era, in apparenza, di ordine pratico, senza però, in fondo, essere più serio. Sukhanov, che già conosciamo, adduceva innanzi tutto lo « sparpagliamento » della Russia democratica: « In mano alla democrazia non si trovavano allora né organizzazioni di una qualche solidità, né partiti, né sindacati, né comuni ». Sembra quasi uno scherzo! Sui soviet dei deputati operai e soldati non una parola da parte di un socialista che parla a nome dei soviet! Eppure, grazie alla tradizione del 1905, i soviet erano in qualche modo usciti di sotterra e subito erano divenuti incomparabilmente più potenti di tutte le altre organizzazioni che tentarono più tardi di competere con loro (comuni, cooperative, in parte anche i sindacati). Per quanto riguarda la classe contadina, forza dispersa per natura, era organizzata più di quanto non lo fosse mai stata, in seguito alla guerra e alla rivoluzione: la guerra aveva riunito i contadini nell’esercito e la rivoluzione aveva politicizzato l’esercito! Non c’erano meno di otto milioni di contadini riuniti in compagnie e in squadroni, che immediatamente avevano costituito le loro delegazioni rivoluzionarie tramite le quali in qualsiasi momento, con un appello telefonico, potevano essere mobilitati. È forse questo uno « sparpagliamento »?

Certo, si può affermare che nel momento in cui si decideva la questione del potere, la democrazia non sapeva ancora quale sarebbe stato l’atteggiamento dell’esercito al fronte. Non solleveremmo la questione se ci fosse la minima ragione di temere o di sperare che i soldati al fronte, esasperati dalla guerra, volessero sostenere la borghesia imperialista. Basti constatare che questa questione fu risolta completamente nei due o tre giorni che i conciliatori passarono appunto nel preparare nei corridoi un governo borghese. « Il 3 marzo — ammette Sukhanov — l’insurrezione era felicemente portata a termine ». Benché tutto l’esercito avesse aderito ai soviet, i leaders dei soviet rifiutavano il potere con tutte le loro forze: tanto più lo temevano, quanto più si concentrava nelle loro mani.

Ma perché dunque? Come mai i democratici, i « socialisti » che si appoggiavano direttamente su tali masse umane quali mai aveva conosciuto nessun’altra democrazia nella storia, e per di più su masse dotate di una notevole esperienza, disciplinate, armate, organizzate in soviet, come mai questa formidabile democrazia che avrebbe dovuto sembrare invincibile, poteva aver paura di prendere il potere? Questo enigma, intricato a prima vista, è chiarito dal fatto che la democrazia non aveva fiducia nella propria base, temeva le masse, dubitava della stabilità della fiducia che le masse le avevano accordato e soprattutto aveva paura dell’« anarchia », cioè temeva, se avesse preso il potere e lo avesse esercitato, di cadere in balia di quelli che vengono definiti gli elementi scatenati. In altri termini, la democrazia non si sentiva chiamata ad assumere la direrezione del popolo nel momento dell’ascesa rivoluzionaria, ma a fungere da ala sinistra dell’ordine borghese, come una specie di antenna di quest’ordine diretta verso le masse. Essa si proclamava, e anche si considerava, socialista per mascherare non solo dinanzi alle masse, ma anche dinanzi a se stessa, la reale funzione che svolgeva : se non si fosse ubriacata in questo modo, non avrebbe potuto assolvere a una simile funzione. Così si spiega il paradosso fondamentale della rivoluzione di febbraio.

La sera del primo marzo, i delegati del Comitato esecutivo Cheidze, Steklov, Sukhanov e altri si recavano alla seduta del Comitato della Duma per discutere a quali condizioni il nuovo governo sarebbe stato sostenuto dai soviet. Il programma dei democratici passava completamente sotto silenzio i problemi della guerra, della proclamazione della repubblica, della distribuzione delle terre, della giornata di otto ore e si riduceva a una sola rivendicazione: libertà di agitazione per i partiti di sinistra. Ottimo esempio di disinteressamento per tutti i popoli e per tutte le epoche: dei socialisti, che avevano in mano tutto il potere e da cui dipendeva interamente se concedere o no ad altri la libertà di agitazione, cedevano il potere ai loro « nemici di classe » a condizione che costoro promettessero... la libertà di agitazione! Rodzjànko non osava recarsi all’ufficio del telegrafo e diceva a Cheidze e a Sukha­nov: « Voi avete il potere, potete farci arrestare tutti ». Cheidze e Sukhanov gli rispondevano: « Prendete il potere, ma non arrestateci per azioni di propaganda! ». Se si studiano le trattative dei conciliatori con i liberali e, in definitiva, tutti gli episodi delle relazioni reciproche tra l’ala sinistra e l’ala destra del palazzo di Tauride in quei giorni, si direbbe che sulla gigantesca scena su cui si svolgeva un dramma storico popolare, un gruppo di autori provinciali, approfittando di un angolo libero e di una pausa, recitasse un volgare vaudeville a travestimenti.

I leaders della borghesia, bisogna darne loro atto, non si aspettavano niente di tutto questo. Forse avrebbero avuto meno paura della rivoluzione se avessero previsto che i suoi dirigenti avrebbero seguito una simile politica. Per la verità, anche in questo caso, avrebbero commesso un errore di calcolo, ma allora in comune con questi dirigenti.

Temendo però che la borghesia non acconsentisse ad assumere il potere neppure alle condizioni proposte, Sukhanov poneva un ultimatum minaccioso: « Gli elementi scatenati possono essere controllati da noi... o da nessuno... Non c’è che una soluzione: che accettiate le nostre clausole ». In altri termini: « Accettate un programma che è anche il vostro. Ma noi vi promettiamo, in cambio, di frenare le masse che ci hanno dato il potere ». Poveri domatori degli elementi!

Miljukov era sorpreso: « Non si preoccupava affatto di nascondere la sua soddisfazione e la sua piacevole sorpresa » scrive Sukhanov. Ma quando i delegati del Soviet, per dar più peso alle loro parole, aggiunsero che le condizioni erano « definitive », Miljukov divenne addirittura sentimentale e li incoraggiò con una frase: « Sì, vi ho ascoltati bene e quindi ho riflettuto molto, dicendo a me stesso che il nostro movimento operaio ha fatto molta strada dopo il 1905...». Con un tono altrettanto bonario i coccodrilli della diplomazia degli Hohenzollern si intrattenevano a Brest Litovsk con i delegati della Rada ukraina, rendendo omaggio alla loro maturità di uomini di Stato, prima di inghiottirli. Se la democrazia sovietica non è stata inghiottita dalla borghesia, non è merito di Sukhanov, né colpa di Miljukov.

La borghesia aveva ricevuto il potere dietro le spalle del popolo. Non disponeva di nessun appoggio tra le classi lavoratrici. Ma con il potere aveva ottenuto di seconda mano una specie di appoggio: i menscevichi e i socialrivoluzionari, portati in alto dalla massa, rilasciavano a loro volta un certificato di fiducia alla borghesia. Se si considera questa operazione dall’angolo visuale della democrazia formale, si ha l’immagine di elezioni di secondo grado, in cui i menscevichi e i socialrivoluzionari assumono la funzione tecnica di intermediari, cioè di elettori cadetti. Se si considera la questione dal punto di vista politico, si deve dire che i conciliatori tradirono la fiducia delle masse chiamando al potere coloro contro cui a loro volta erano stati eletti. E infine, da un punto di vista sociale più profondo, la questione si pone nei termini seguenti: i partiti piccolo-borghesi che, nelle condizioni della vita quotidiana, si dimostravano straordinariamente pretenziosi e soddisfatti di sé, non appena la rivoluzione li ebbe portati ai fastigi del potere, furono impauriti dalla loro insufficienza e si affrettarono a passare il timone ai rappresentanti del capitale. In questo cedimento si manifestavano improvvisamente la spaventosa inconsistenza del nuovo terzo stato e la sua umiliante dipendenza nei confronti dell’alta borghesia. Comprendendo o semplicemente avendo il presentimento che, comunque, non sarebbero stati in grado di conservare il potere a lungo, che avrebbero dovuto cederlo rapidamente o alla destra o alla sinistra, i democratici trassero la conclusione che era preferibile consegnarlo a liberali sicuri il giorno stesso piuttosto che l’indomani ai rappresentanti estremisti del proletariato. Chiarita in questo modo, la funzione dei conciliatori, qualunque ne fosse il condizionamento sociale, resta sempre un tradimento nei confronti delle masse.

Per aver avuto fiducia nei socialisti, gli operai e i soldati si trovarono espropriati politicamente, senza averlo minimamente preveduto. Ne furono sconcertati, si allarmarono, ma non trovarono subito la via d’uscita. I loro stessi eletti li intontivano con argomenti cui non sapevano rispondere immediatamente, ma che andavano contro i loro sentimenti e i loro propositi. Le tendenze rivoluzionarie delle masse già non corrispondevano più, al momento dell’insurrezione di febbraio, alle tendenze conciliatrici dei partiti piccolo-borghesi. Il proletario e il contadino votavano per il menscevico e per il socialrivoluzionario non per le loro tendenze conciliatrici, ma perché apparivano ai loro occhi come nemici dello zar, del proprietario e del capitalista. Tuttavia, votando in questo modo, creavano una barriera che li separava dai loro stessi obiettivi. Ormai non potevano più avanzare senza imbattersi in questa barriera che essi stessi avevano innalzato, e senza rovesciarla. Tale fu lo straordinario equivoco nei rapporti di classe, messo in luce dalla rivoluzione di febbraio.

Al paradosso fondamentale se ne aggiunse immediatamente un altro. I liberali consentivano a ricevere il potere dalle mani dei socialisti solo a condizione che la monarchia accettasse il potere dalle loro mani.

Mentre Guckov, assieme al monarchico Sulghin che il lettore già conosce, si recava a Pskov per salvare la dinastia, il problema di una monarchia costituzionale divenne il punto centrale dei negoziati tra i due comitati del palazzo di Tauride. Miljukov cercava di dimostrare ai democratici, che gli portavano il potere sul palmo della mano, che i Romanov non potevano più essere un pericolo, che, naturalmente, Nicola avrebbe dovuto essere eliminato, ma che lo zarevic Alessio, sotto la reggenza di Michele, avrebbe potuto benissimo assicurare la prosperità del paese: « L’uno è un bambino malato, l’altro è un imbecille ». Aggiungeremo la caratterizzazione del candidato zar da parte di un monarchico liberale, Scidlovsky: « Mikhail Aleksandrovic evitava in qualsiasi modo di immischiarsi nelle faccende di Stato, qualunque fossero, e si dedicava completamente agli sport ippici». Sorprendente raccomandazione, soprattutto se si voleva formularla dinanzi alle masse. Al momento della fuga di Luigi XVI a Varennes, Danton dichiarò solennemente al club dei Giacobini che un debole di spirito non poteva più essere re. I liberali russi credevano al contrario che un monarca debole di spirito sarebbe stato il miglior ornamento di un regime costituzionale. Del resto era un argomento improvvisato, per influire sulla psicologia dei gonzi della sinistra, ma troppo grossolano anche per loro. In larghe sfere della borghesia liberale si insinuò che Michele era un « anglomane», senza precisare se la sua anglomania riguardasse le corse dei cavalli o il parlamentarismo. L’importante era avere un « simbolo familiare del potere », in mancanza del quale il popolo avrebbe supposto che il potere non esistesse più.

I democratici ascoltavano, facevano mostra di una cortese ammirazione e consigliavano... forse di proclamare la repubblica? No, solo di non decidere pregiudizialmente su questa questione. L’articolo 3 delle condizioni del Comitato esecutivo diceva esplicitamente: « Il governo provvisorio non deve in alcun modo compiere passi che predeterminino la futura forma di governo ». Miljukov poneva la questione della monarchia come un ultimatum. I democratici erano disperati. E allora le masse vennero in loro aiuto. Nei comizi del palazzo di Tauride nessuno, né operai, né soldati, voleva saperne dello zar e non c’era modo di far loro imposizioni. Ciò nonostante, Miljukov cercò di risalire la corrente e di salvare il trono e la dinastia, scavalcando gli alleati di sinistra.

Nella sua storia della rivoluzione egli stesso nota, prudentemente, che verso la sera del 2 marzo l’agitazione causata dal suo comunicato a proposito di una reggenza di Michele « si era considerevolmente accresciuta ». Rodzjanko descrive a tinte molto più vivaci l’effetto prodotto sulle masse dalle macchinazioni monarchiche dei liberali. Appena rientrato da Pskov, con l’atto di abdicazione di Nicola a favore di Michele, Guckov, dietro richiesta dei ferrovieri, si recò alle officine della stazione, raccontò quanto era accaduto, lesse in pubblico il documento e terminò gridando: «Viva l’imperatore Michele!». Il risultato fu del tutto inatteso. Secondo la relazione di Rodzjanko l’oratore venne immediatamente arrestato dagli operai e persino, si dice, minacciato di fucilazione. « Con grande fatica si riuscì a liberarlo con l’aiuto di una compagnia che era di guardia in un reggimento del vicinato ». Come al solito, Rodzjanko esagera su alcuni punti; ma, in sostanza, i fatti vengono riportati esattamente. Il paese aveva vomitato così radicalmente la monarchia che non c’era più modo di farla di nuovo ingurgitare al popolo. Le masse rivoluzionarie non ammettevano più che si discutesse su di un nuovo zar!

Posti di fronte a questi avvenimenti, i membri del Comitato provvisorio, si allontanavano da Michele uno dopo l’altro, non definitivamente, ma « in attesa dell’Assemblea Costituente » allora si sarebbe visto. Solo Miljukov e Guckov sostennero la monarchia sino in fondo e continuarono a porre questa condizione pregiudiziale per la loro partecipazione al gabinetto. Che fare? I democratici pensavano che senza Miljukov non si sarebbe formato un governo borghese e che senza un governo borghese non si sarebbe potuto salvare la rivoluzione. Le recriminazioni e le chiacchiere si prolungavano all’infinito. Nella seduta del mattino del 3 marzo, tutto il Comitato provvisorio sembrava aver adottato il punto di vista che « si sarebbe dovuto impegnare il granduca ad abdicare »... Dunque Michele era già considerato zar! Un cadetto di sinistra, Nekrassov, aveva addirittura pronto un documento di abdicazione. Ma siccome Miljukov si rifiutava ostinatamente di cedere, dopo dibattiti appassionati fu infine trovata questa formula: « Le due parti sottopongono al granduca le loro opinioni motivate e, senza prolungare la discussione, si atterranno alla sua decisione».

Così l’uomo « completamente imbecille » cui il fratello maggiore, rovesciato dall’insurrezione, aveva tentato di trasferire il trono, contrariamente anche agli statuti dinastici, veniva eretto ad arbitro della questione della forma statale conveniente a un paese in rivoluzione. Per inverosimile che possa sembrare, questi dibattiti sulle sorti dello Stato ebbero veramente luogo. Per esortare il granduca a disinteressarsi delle sue scuderie per occuparsi del trono, Miljukov gli assicurò che ci sarebbe stata ancora la possibilità di riunire, fuori di Pietrogrado, forze militari disposte a difendere i suoi diritti. In altri termini, non appena Miljukov ebbe ricevuto il potere dalle mani dei socialisti, elaborò il piano di un colpo di Stato monarchico. Quando furono terminati i discorsi prò e contro, e non erano stati pochi, il granduca chiese di avere il tempo di riflettere. Invitò Rodzjanko a passare in una sala vicina e gli pose senza ambagi una domanda: i nuovi dirigenti potevano garantirgli non solo la corona, ma anche la testa? L’incomparabile ciambellano rispose che poteva promettere al monarca solo di morire con lui, se fosse necessario.

Ciò non era affatto sufficiente per il pretendente. Quando, dopo aver abbracciato Rodzjanko, Michele Romanov tornò dai deputati che lo attendevano, dichiarò « assai fermamente » di rinunciare all’alta ma temibile carica che gli era offerta. Allora Kerensky, che in quelle trattative impersonificava la coscienza della democrazia, sobbalzò sulla sedia esclamando: «Vostra Altezza è un nobile cuore! » e giurò che lo avrebbe proclamato ovunque. « Le espressioni enfatiche di Kerensky — nota seccamente Miljukov — mal si adattavano alla prosaica decisione che era stata presa ». Non si può che essere d’accordo. Il testo dell’intermezzo non si prestava certo a discorsi enfatici. Il paragone che abbiamo fatto con un vaudeville recitato nell’angolo di un’arena antica deve essere completato: la scena si trovò divisa in due parti da uno schermo: da un lato i rivoluzionari supplicavano i liberali di salvare la rivoluzione, dall’altro i liberali supplicavano la monarchia di salvare il liberalismo.

I rappresentanti del Comitato esecutivo rimasero francamente stupiti vedendo che un uomo così illuminato e perspicace come Miljukov recalcitrava, si ostinava come un monarchico qualsiasi, e persino era disposto a rinunciare al potere se non gli si faceva il regalo supplementare di un Romanov. La posizione filomonarchica di Miljukov non era però né dottrinaria né romantica: al contrario, era il risultato di un aperto calcolo dei proprietari spaventati. Nel loro cinismo consisteva pure la loro debolezza irrimediabile. Lo storico Miljukov poteva certamente addurre che ai suoi tempi uno dei dirigenti della borghesia rivoluzionaria francese, Mirabeau, aveva pure cercato di riconciliare la rivoluzione con il re. Anche allora, il fondo risiedeva nelle apprensioni dei proprietari per la proprietà : era più prudente metterla al riparo della monarchia, come la monarchia si teneva al riparo della chiesa. Ma nel 1789 la tradizione del potere reale in Francia era ancora riconosciuta da tutto il popolo, senza contare che tutto intorno l’Europa era monarchica. Attaccandosi al re, la borghesia francese si manteneva sullo stesso terreno del popolo, almeno nel senso che traeva profitto dai pregiudizi che quest’ultimo nutriva a suo stesso danno.

La situazione era del tutto diversa nella Russia del 1917. Anche prescindendo dalle catastrofi e dalle avarie subite dal regime monarchico in vari paesi, la monarchia russa era stata irrimediabilmente intaccata sin dal 1905. Dopo il 9 gennaio, il pope Gapon lanciava l’anatema contro lo zar a la sua «razza di vipere». Il soviet dei deputati operai costituitosi nel 1905 si poneva apertamente sul piano repubblicano. I sentimenti monarchici della classe contadina, su cui lo zarismo aveva a lungo contato e che la borghesia adduceva per mascherare la propria posizione filomonarchica, si dimostravano semplicemente inesistenti. La controrivoluzione militante che più tardi si levò in piedi a cominciare dall’impresa di Kornilov, certo ipocritamente, ma non per questo meno ostentatamente, rinnegava il potere zarista, tanto scarse erano ormai nel popolo le radici monarchiche.

Ma la stessa rivoluzione del 1905, che aveva sferrato un colpo mortale alla monarchia, aveva per sempre minato le incerte tendenze repubblicane della borghesia « avanzata». In contrasto l’uno con l’altro questi due processi si svolgevano complementarmente. Sin dalle prime ore della rivoluzione di febbraio, la borghesia, accorgendosi che stava affogando, si aggrappava a un filo di paglia. Aveva bisogno della monarchia non perché avesse in comune con il popolo una simile credenza, ma, al contrario, perché alle credenze popolari non poteva più contrapporre che un fantasma incoronato. Le classi « colte » della Russia si presentavano sul terreno della rivoluzione non come annunciatrici di uno Stato razionale, ma come fautrici delle istituzioni medioevali. Non avendo nessun punto di appoggio né nel popolo né in se stesse, lo cercavano oltre se stesse.

Archimede diceva che avrebbe sollevato la terra se avesse avuto un punto di appoggio. Miljukov, invece, cercava un punto di appoggio per impedire che venisse sconvolta la proprietà. E su questo piano si sentiva più vicino ai più decrepiti generali dello zar, agli alti dignitari della chiesa ortodossa, che ai democratici addomesticati che si preoccupavano solo della benevolenza dei liberali. Impotente a far fallire la rivoluzione, Miljukov prese la ferma decisione di ingannarla. Era pronto a digerire molte cose: le libertà civiche per i soldati, i comuni democratici, l’Assemblea Costituente, ma solo a condizione che gli fosse lasciato il punto d’appoggio di Archimede, nella fattispecie la monarchia. Si proponeva di fare della monarchia, gradualmente, passo a passo, l’asse intorno cui si sarebbero riuniti il corpo degli ufficiali generali, la burocrazia rinnovata, i principi della chiesa, i proprietari, tutti i malcontenti della rivoluzione, e, cominciando con un « simbolo », intendeva creare a poco a poco un reale freno monarchico, via via che le masse si sarebbero stancate della rivoluzione. Si trattava solo di guadagnar tempo!

Un altro dirigente del partito cadetto, Nabokov, illustrava più tardi quale sarebbe stato il vantaggio fondamentale se Michele avesse accettato il trono: « La fatale questione della convocazione dell’Assemblea Costituente in tempo di guerra sarebbe stata messa da parte ». Sono parole che vanno ricordate: la lotta impegnata per rinviare di continuo l’Assemblea Costituente ebbe una parte importante nel periodo trascorso tra febbraio e ottobre: in questa lotta, i cadetti, pur negando categoricamente di avere l’idea di trascinare alle lunghe la convocazione dei rappresentanti del popolo, perseguivano con tenacia, con ostinatezza, una politica di elusione. Ahimè! Nel loro sforzo non potevano contare che su se stessi: alla fin fine non fu loro concesso di ripararsi dietro la monarchia. Dopo la diserzione di Michele, Miljukov non poteva più aggrapparsi neppure a un filo di paglia.