Il Comitato esecutivo

L’organismo creato il 27 febbraio al palazzo di Tauride con la denominazione di Comitato esecutivo del Soviet dei deputati operai, in sostanza aveva ben poco a che vedere con la denominazione stessa. Il Soviet dei deputati operai del 1905, capostipite del sistema, era sorto dallo sciopero generale. Rappresentava direttamente le masse in lotta. I dirigenti dello sciopero divenivano deputati al Soviet. La selezione degli effettivi avveniva sotto il fuoco. L’organismo direttivo era stato eletto dal Soviet per la condotta ulteriore della lotta. Era stato appunto il Comitato esecutivo del 1905 a mettere all’ordine del giorno l’insurrezione armata.

La rivoluzione di febbraio, grazie alla rivolta dei reggimenti, fu vittoriosa prima che gli operai avessero costituito i soviet. Il Comitato esecutivo si costituì arbitrariamente, prima del Soviet, indipendentemente dalle fabbriche e dai reggimenti, dopo la vittoria della rivoluzione.

Ci troviamo di fronte alla classica iniziativa dei radicali che si tengono in disparte dalla lotta rivoluzionaria, ma sono pronti a raccoglierne i frutti. I veri dirigenti operai non abbandonavano ancora le piazze, disarmavano gli uni, armavano gli altri, consolidavano la vittoria. I più lungimiranti furono subito allarmati dalle informazioni che annunciavano che al palazzo di Tauride si costituiva un certo soviet di deputati operai. Come la borghesia liberale, in attesa di una rivoluzione di palazzo che qualcuno avrebbe dovuto fare, aveva preparato, nell’autunno 1916, un governo di riserva per imporlo al nuovo zar, in caso di successo, così gli intellettuali radicali costituivano il loro sottogoverno di riserva al momento della vittoria di febbraio. E poiché, almeno in passato, avevano aderito al movimento operaio ed erano inclini a ripararsi dietro le sue tradizioni, chiamarono la loro creatura Comitato esecutivo del Soviet. Fu una di quelle falsificazioni per metà deliberate di cui è piena la storia, in particolare la storia delle insurrezioni popolari.

Quando gli avvenimenti assumono un andamento rivoluzionario e si spezza l’ordine di successione, gli strati « colti », chiamati a partecipare al potere, si impadroniscono di buon grado di nomi e di simboli che si riallacciano ai ricordi eroici delle masse. Le parole spesso dissimulano la sostanza delle cose, soprattutto quando sono in gioco gli interessi di strati influenti. L’enorme autorità del Comitato esecutivo dal giorno della sua formazione si basava sul suo preteso diritto di successione nei confronti del Soviet del 1905. Il Comitato, ratificato dalla prima, caotica assemblea del Soviet, esercitò poi un’influenza decisiva sia sulla composizione del Soviet che sulla sua politica. Questa influenza era tanto più conservatrice in quanto la selezione naturale dei rappresentanti rivoluzionari, di solito garantita da una atmosfera di lotta incandescente, non si verificava più. L’insurrezione apparteneva già al passato, tutti erano inebriati dalla vittoria, si disponevano a riorganizzare la loro vita: gli animi si erano rammolliti e certe teste, pure. Ci vollero mesi di nuovi conflitti e di lotta in condizioni nuove, tali da determinare un nuovo schieramento di forze, perché i soviet, che avevano completato la vittoria a cose fatte, divenissero veri e propri organi di lotta e di preparazione per una nuova insurrezione. Insistiamo tanto più su questo aspetto della faccenda in quanto sin qui è rimasto completamente in ombra.

Tuttavia, non erano solo le condizioni in cui si costituirono a determinare il carattere moderato e conciliatore del Comitato esecutivo e del Soviet: esistevano cause più profonde e durevoli che operavano nello stesso senso.

C’erano a Pietrogrado più di centocinquantamila soldati. Di operai e di operaie di tutte le categorie ce n’erano almeno quattro volte di più. Ciò nonostante, nel Soviet, per ogni due delegati operai si contavano cinque delegati dei soldati. Le norme di rappresentanza erano estremamente elastiche e avvantaggiavano senz’altro i soldati. Mentre gli operai eleggevano un solo rappresentante ogni mille persone, piccoli contingenti militari inviavano spesso due delegati. La stoffa grigia delle divise costituiva lo sfondo principale della scena del Soviet.

Ma anche tra i civili, non tutti erano stati eletti dagli operai, al contrario! Al Soviet furono ammessi un certo numero di individui su invito personale, o per raccomandazione, o semplicemente grazie ai loro piccoli intrighi: avvocati e medici radicali, studenti, giornalisti, che rappresentavano svariati gruppi ipotetici e più spesso le loro ambizioni personali. Questa evidente alterazione della natura del Soviet era tollerata di buon grado dai dirigenti, che non chiedevano di meglio che diluire l’essenza troppo concentrata delle fabbriche e delle caserme con l’acqua tiepida della piccola borghesia colta. Molti di questi ultimi venuti, avventurieri, impostori, chiacchieroni abituati alla tribuna, autorevoli nel farsi largo a gomitate, tennero a lungo in scacco gli operai silenziosi e i soldati incerti.

Se era così a Pietrogrado, non è difficile immaginare come andassero le cose nelle province, dove la vittoria era arrivata senza alcuna lotta. Tutto il paese formicolava di soldati. Le guarnigioni di Kiev, di Helsingfors, di Tiflis non erano inferiori, numericamente, a quella di Pietrogrado; a Saratov, a Samara, a Tambov e a Omsk si contavano da settanta a ottantamila soldati; a Jaroslav, a Ekaterinoslav, Ekaterinburg, circa sessantamila; in tutta una serie di altre città, cinquanta, quaranta e trentamila. La rappresentanza sovietica era diversamente organizzata secondo le località, ma dovunque riservava alla truppa una posizione privilegiata. Politicamente, si esprimeva in questa forma lo sforzo degli operai stessi per avvicinare il più possibile i soldati. I dirigenti si affrettavano altrettanto di buon grado ad accontentare gli ufficiali. Oltre al numero considerevole di tenenti e di sottotenenti designati nei primi tempi dai soldati, spesso, soprattutto nelle province, veniva accordata una rappresentanza particolare al comando. Come conseguenza, i militari avevano in molti soviet una maggioranza assolutamente schiacciante. La massa dei soldati che non avevano ancora assunto una fisionomia politica, determinava, tramite i suoi rappresentanti, la fisionomia dei soviet.

In ogni rappresentanza c’è sempre un elemento di inadeguatezza, particolarmente rilevante all’indomani di un’insurrezione. Spesso figuravano agli inizi come deputati dei soldati politicamente impreparati, elementi completamente estranei alle truppe e alla rivoluzione, intellettuali e semi-intellettuali di ogni risma, imboscati nelle guarnigioni delle retrovie e che quindi facevano mostra di un sentimento patriottico oltranzistico. Così si creava un distacco tra la mentalità delle caserme e quella dei soviet. L’ufficiale Stankevic, che dopo l’insurrezione gli uomini del suo battaglione avevano ricevuto con esitazione e diffidenza, parlava con successo, in una sezione di soldati, sullo scottante argomento della disciplina. « Perché — si chiedeva —- al Soviet c’è una disposizione di spirito più dolce, più gradevole che al battaglione? ». Questa ingenua incomprensione mostra una volta di più come sia difficile per i veri sentimenti della base aprirsi la strada sino ai vertici.

Ciò nonostante, già il 3 marzo, i comizi degli operai e dei soldati cominciano a esigere che il Soviet elimini immediatamente il governo provvisorio della borghesia liberale e assuma direttamente il potere. Anche su questo piano l’iniziativa spetta al quartiere di Vyborg. E infatti quale rivendicazione poteva essere più comprensibile e più cara alle masse? Ma ben presto questa agitazione fu sospesa: non solo perché i fautori della difesa nazionale vi si opponevano violentemente, ma anche perché — quel che è più grave — la direzione bolscevica, a partire dalla prima quindicina di marzo, si inchinava di fatto dinanzi al regime di dualismo di poteri: e, al di fuori dei bolscevichi, nessuno avrebbe potuto porre chiaramente la questione del potere. I dirigenti di Vyborg dovettero battere in ritirata. Certo gli operai di Pietrogrado non accordarono la loro fiducia al nuovo governo neppure per un’ora e non lo consideravano come cosa loro. Ma facevano attenzione ai soldati, cercando di non creare una contrapposizione troppo netta. Quanto agli uomini di truppa che erano ancora all’abc della politica, benché come contadini non avessero fiducia in nessun signore, seguivano con grande attenzione i loro rappresentanti, che, d’altra parte, ascoltavano rispettosamente i dirigenti autorevoli del Comitato esecutivo: mentre questi ultimi non facevano che tastare ansiosamente il polso della borghesia liberale. Per il momento tutto era basato su questo ascoltare dal basso in alto.

Tuttavia, gli stati d’animo della massa emergevano alla superficie e il problema del potere, messo da parte artificiosamente, saltava fuori sempre, sia pure in forma mascherata. «I soldati non sanno chi ascoltare», dichiarano i distretti e le province, esprimendo a questo modo all’Esecutivo le loro lagnanze a proposito del dualismo di poteri. Le delegazioni delle flotte del Baltico e del mar Nero affermano il 16 marzo di essere disposte a tener conto del governo provvisorio nella misura in cui quest’ultimo agirà d’accordo con il Comitato esecutivo. In altri termini, questi delegati si predisponevano a non tener alcun conto del governo. Più si procede e più questa nota si fa insistente: « L’esercito e la popolazione devono obbedire unicamente alle decisioni del Soviet » dice la risoluzione del 172° reggimento della riserva che formula contemporaneamente il seguente corollario: « Le ordinanze del governo provvisorio che contraddicano alle decisioni del Soviet, non sono soggette a esecuzione ». L’Esecutivo sanzionava questa disposizione con un misto di soddisfazione e di inquietudine: il governo la tollerava digrignando i denti. L’uno e l’altro non potevano fare diversamente.

Sin dai primi di marzo, sorgono soviet in tutte le principali città e in tutti i principali centri industriali. Di qui, in poche settimane, si estendono a tutto il paese. Cominciano ad arrivare nelle campagne solo in aprile-maggio. Nei primi tempi, è soprattutto l’esercito a parlare a nome dei contadini.

Il Comitato esecutivo del Soviet di Pietrogrado aveva naturalmente assunto l’importanza di una grande istituzione statale. Gli altri soviet seguivano le orme di quello della capitale, adottando uno dopo l’altro risoluzioni di appoggio condizionato al governo provvisorio. Benché nei primi mesi i rapporti tra il Soviet di Pietrogrado e i soviet provinciali si arrangiassero facilmente, senza conflitti e senza gravi malintesi, la necessità di un’organizzazione nazionale risultava tuttavia dal complesso della situazione. Un mese dopo il rovesciamento dell’autocrazia, fu convocata una prima conferenza dei soviet, incompleta e composta in modo unilaterale. Se i soviet provinciali costituivano i due terzi delle 185 organizzazioni rappresentate, si trattava soprattutto di soviet di soldati: unitamente ai rappresentanti delle organizzazioni del fronte, i delegati militari, per la maggior parte ufficiali, costituivano una schiacciante maggioranza. Risuonavano discorsi sulla guerra sino alla vittoria totale e invettive contro i bolscevichi, nonostante il loro atteggiamento più che moderato. La conferenza aggiunse sedici rappresentanti provinciali conservatori al Comitato esecutivo di Pietrogrado, legittimandone il carattere di istituzione nazionale.

L’ala destra venne a trovarsi ulteriormente rafforzata. Ormai, sempre più spesso si faceva paura ai malcontenti con allusioni minacciose alle province. Una decisione sulla riorganizzazione della composizione del Soviet di Pietrogrado, presa già il 14 marzo, non fu quasi messa in pratica. Poco importava, infatti: a decidere non era un soviet locale, ma il Comitato esecutivo panrusso. I dirigenti ufficiali avevano occupato un posto quasi inaccessibile. Le decisioni più importanti erano prese dall’Esecutivo, più precisamente dal suo nucleo dirigente, dopo un accordo preliminare con il nucleo dirigente del governo. Il Soviet restava in disparte. Lo si considerava come un luogo di comizi: «Non è là, nelle assemblee generali, che si fa la politica, e tutte queste riunioni plenarie non hanno assolutamente nessuna importanza pratica » (Sukhanov). Infatuati di sé, i padroni del destino ritenevano che, in fin dei conti, affidando loro la direzione, i soviet avevano assolto la propria funzione. Il prossimo futuro dimostrerà che non era così. La massa è assai paziente, ma non è fatta per niente di un’argilla plasmabile a piacere. E nelle epoche rivoluzionarie impara rapidamente. In ciò consiste la maggior forza della rivoluzione.

Per capir meglio lo sviluppo ulteriore degli avvenimenti, bisogna soffermarsi sulla natura dei due partiti che all’inizio della rivoluzione costituirono un solido blocco, dominarono nei soviet, nei comuni democratici, nei congressi della cosiddetta democrazia rivoluzionaria e mantennero la maggioranza, peraltro sempre più in dissolvimento, sino all’Assemblea costituente, che fu l’ultimo riflesso della loro forza di una volta, come la cima di una montagna rosseggiante è illuminata dal sole già tramontato!

Se la borghesia russa era comparsa troppo tardi per essere democratica, la democrazia russa, per la stessa ragione, pretendeva di esser socialista. L’ideologia democratica si era esaurita completamente e irrimediabilmente nel corso del secolo XIX. Alle soglie del XX, l’intellighentsija radicale russa, se voleva avere accesso alle masse, doveva avere una tinta socialista. In generale, questa era la radice storica dei due partiti intermedi, il menscevico e il socialrivoluzionario. Ciascuno di essi aveva tuttavia una genealogia e una ideologia particolare.

Le concezioni dei menscevichi erano costruite su di una base marxista. Sempre a causa dell’arretratezza storica, il marxismo in Russia era consistito, agli inizi, non tanto nella critica della società capitalista quanto nell’affermazione dell’inevitabilità dello sviluppo borghese del paese. Per le sue esigenze, la storia si valeva astutamente di una teoria castrata della rivoluzione proletaria per europeizzare, per questa via, in uno spirito borghese, larghi settori dell’irrancidita intellighentsija populista. In questo processo i menscevichi avevano la parte più importante. Costituendo l’ala sinistra dell’intellighentsija borghese, la collegavano agli strati intermedi degli operai più moderati, attirati da un lavoro legale attorno alla Duma e nei sindacati.

I socialrivoluzionari, al contrario, combattevano teoricamente il marxismo, subendone parzialmente l’influenza. Si consideravano come un partito che assicurava l’alleanza tra gli intellettuali, gli operai e i contadini, beninteso sotto il controllo della ragion critica. Sul piano economico, le loro idee costituivano una miscela indigesta di diversi sedimenti storici, che rifletteva le condizioni di vita contraddittorie dei contadini in un paese di rapido sviluppo del capitalismo.

La futura rivoluzione, secondo l’opinione dei socialrivoluzionari, avrebbe dovuto essere non borghese e non socialista, ma «democratica»: sostituivano il contenuto sociale con una formula politica. Si aprivano così una via tra la borghesia e il proletariato e di conseguenza si riservavano una funzione di arbitri tra l’una e l’altro. Dopo febbraio, si potè avere la impressione che i socialrivoluzionari fossero assai vicini a una tale posizione.

Già dall’epoca della prima rivoluzione, avevano radici nella classe contadina. Durante i primi mesi del 1917, tutta l’intellighentsija delle campagne fece propria la formula tradizionale dei populisti: «terra e libertà». A differenza dei menscevichi, rimasti sempre un partito esclusivamente urbano, i socialrivoluzionari avevano trovato, a quanto sembrava, un poderoso appoggio da parte contadina. Più ancora, dominavano anche nelle città: nei soviet, tramite le sezioni dei soldati, e nei primi comuni democratici, in cui ottenevano la maggioranza assoluta dei voti. La forza di questo partito sembrava illimitata. In realtà, si trattava solo di un’aberrazione politica.

Un partito, per cui votano tutti, tranne una piccola minoranza che sa per chi votare, non è un partito, come il linguaggio di cui si servono i lattanti di tutti i paesi non è una lingua nazionale. Il partito socialrivoluzionario dava solo un nome, con solennità, a tutto quello che di prematuro, di informe e di confuso vi era nella rivoluzione di febbraio. Chiunque non avesse ereditato dal passato rivoluzionario motivi sufficienti per votare o per i cadetti o per i bolsceviche votava per i socialrivoluzionari. Ma i cadetti se ne stavano nel campo trincerato dei proprietari. I bolscevichi erano ancora poco numerosi, incomprensibili, e addirittura incutevano paura. Votare per i socialrivoluzionari significava votare per la rivoluzione nel suo insieme e non impegnava a nulla. Nelle città, era uno sforzo dei soldati per avvicinarsi al partito che difendeva la causa dei contadini, uno sforzo degli elementi arretrati della classe operaia per restare più vicini ai soldati, uno sforzo del popolino delle città per non staccarsi dai soldati e dai contadini. In quel periodo, la tessera del partito socialrivoluzionario dava temporaneamente diritto ad accedere alle istituzioni rivoluzionarie e rimase valida sinché non fu sostituita da una tessera più seria. Non per nulla, del grande partito che si trascinava dietro gli uni e gli altri, è stato detto che non era che un grandioso zero.

A partire dalla prima rivoluzione, i menscevichi deducevano la necessità di un'alleanza con i liberali dalla natura borghese della rivoluzione e anteponevano questa alleanza alla collaborazione con i contadini, considerati alleati poco sicuri. I bolscevichi, invece, basavano tutta la prospettiva della rivoluzione su di un’alleanza tra il proletariato e i contadini contro la borghesia liberale. Visto che i socialrivoluzionari si consideravano innanzi tutto un partito contadino, ci si sarebbe dovuto attendere, a quanto pare, nel corso della rivoluzione, un’alleanza tra bolscevichi e populisti, in contrapposizione all’alleanza dei menscevichi con la borghesia liberale. In realtà vediamo nella rivoluzione di febbraio un allineamento opposto. I menscevichi e i socialrivoluzionari agiscono in collaborazione stretta, completata dal loro blocco con la borghesia liberale. Sul piano politico ufficiale, i bolscevichi sono completamente isolati.

Questo fatto, a prima vista inesplicabile, è in realtà assolutamente logico. I socialrivoluzionari non erano affatto un partito contadino, nonostante le vastissime simpatie di cui godevano le loro parole d’ordine nelle campagne. Il nucleo essenziale del partito — quello che determinava la politica effettiva ed esprimeva dal proprio seno ministri e funzionari — era molto più legato ai circoli liberali e radicali cittadini che alle masse contadine insorte. Questo nucleo dirigente, straordinariamente gonfiato dall’afflusso di socialrivoluzionari carrieristi, del marzo, aveva una mortale paura della vastità del movimento contadino che marciava con le sue parole d’ordine. Certo, i populisti dell’ultima infornata auguravano ogni bene ai contadini, ma non volevano saperne del « gallo rosso », non volevano saperne di incendi. Lo spavento dei socialrivoluzionari dinanzi alle campagne insorte è parallelo a quello dei menscevichi dinanzi alla offensiva del proletariato: nel suo insieme, il terrore dei democratici era un riflesso del pericolo del tutto reale che il movimento degli oppressi costituiva per le classi possidenti, un pericolo che riuniva in un unico campo la reazione borghese e quella nobiliare. Il blocco dei socialrivoluzionari con il governo del nobile proprietario Lvov segnava la loro rottura con la rivoluzione agraria, come il blocco dei menscevichi con gli industriali e con i banchieri tipo Guckov, Terescenko e Konovalov implicava la loro rottura con il movimento del proletariato. L’alleanza tra i menscevichi e i socialrivoluzionari significava, in quelle condizioni, non una collaborazione del proletariato con i contadini, ma una coalizione di partiti che avevano rotto con il proletariato e con i contadini per far blocco con le classi possidenti.

Da tutto questo appare chiaro quanto fosse fittizio il socialismo dei due partiti democratici: ma ciò non significa che fosse effettivo il loro democratismo. Al contrario, era proprio il carattere anemico di questo democratismo a richiedere un camuffamento socialista. Il proletariato russo conduceva la lotta per la democrazia in un irriducibile antagonismo con la borghesia liberale. I partiti democratici, facendo blocco con la borghesia liberale, dovevano inevitabilmente entrare in conflitto con il proletariato. Queste sono le radici sociali della lotta implacabile sviluppatasi in seguito tra conciliatori e bolscevichi.

Se si riducono i processi sopra delineati al loro meccanismo di classe elementare, di cui, beninteso, non avevano piena coscienza i protagonisti e neppure i dirigenti dei due partiti conciliatori, si ha press’a poco la seguente distribuzione di funzioni storiche. La borghesia liberale non era più in grado di conquistare le masse. Di conseguenza, temeva la rivoluzione. Ma la rivoluzione era necessaria per lo sviluppo della borghesia. Dalla borghesia censitaria si distaccavano due gruppi, composti dai figli e dai fratelli più giovani. Uno di questi distaccamenti si dirigeva verso gli operai, l’altro verso i contadini. Entrambi tentavano di attirare gli operai e i contadini dimostrando con ardore e sincerità di essere socialisti, ostili alla borghesia. Per questa via, ottenevano effettivamente una considerevole influenza sul popolo. Ma, a breve termine, le loro idee produssero effetti al di là delle loro intenzioni. La borghesia si sentì in pericolo e diede il segnale d’allarme. I due gruppi che si erano staccati da essa, i menscevichi e i socialrivoluzionari, risposero all’unisono all’appello del capo famiglia. Passando sopra ai vecchi dissensi, si affiancarono l’un l’altro e, volgendo le spalle alle masse, accorsero in aiuto della società borghese.

I socialrivoluzionari, sorprendevano per l’inconsistenza e il rammollimento, anche in confronto ai menscevichi.

Ai bolscevichi sembravano, in ogni momento, dei cadetti di terz’ordine. Ai cadetti sembravano bolscevichi di terz’ordine (la seconda categoria, nei due casi, era attribuita ai menscevichi). La mobilità della loro base e l’amorfismo della loro ideologia determinavano una corrispondente selezione individuale: tutti i leaders socialrivoluzionari recavano l’impronta dell’incompiutezza, della superficialità e del fatuo sentimentalismo. Si può dirlo senza affatto esagerare: il bolscevico di base rivelava in politica, cioè nei rapporti tra le classi, maggiore perspicacia dei più illustri dirigenti socialrivoluzionari.

Non avendo criteri solidi, i socialrivoluzionari erano inclini agli imperativi morali. Inutile dimostrare che le pretese moralizzatrici non impedivano loro in nessun modo di far ricorso ai meschini imbrogli che, in genere, caratterizzano così bene i partiti intermedi, sprovvisti di una base solida, di una concezione chiara e di un fondamento morale autentico.

Nel blocco tra i menscevichi e i socialrivoluzionari, la funzione dirigente spettava ai menscevichi, benché la maggioranza fosse incontestabilmente dalla parte dei socialrivoluzionari. Questa distribuzione delle funzioni esprimeva a suo modo l’egemonia della città sulle campagne, la prevalenza della borghesia urbana su quella rurale e, infine, il predominio ideologico della intellighentsija « marxista » su quell’altra intellighentsija che si ispirava a una sociologia nazionalista da « veri Russi » e si vantava della miseria della vecchia storia russa.

Nelle prime settimane seguite all’insurrezione, nessuno dei partiti di sinistra, come è noto, ebbe nella capitale un vero e proprio stato maggiore. I dirigenti riconosciuti dai partiti di sinistra vivevano nell’emigrazione. I dirigenti di second’ordine stavano avviandosi verso il centro del paese dall’Estremo Oriente. Di qui, da parte dei dirigenti provvisori un atteggiamento prudente di aspettativa, che li accomunava tutti. Nessuno dei gruppi dirigenti, in quelle settimane, traeva le conclusioni sino in fondo. La lotta dei partiti nel Soviet aveva un carattere assai pacifico: si sarebbe detto che si trattasse solo di sfumature all’interno di un’unica « democrazia rivoluzionaria ». È vero che all’arrivo di Tseretelli dal luogo di deportazione (19 marzo), la direzione sovietica aveva fatto una brusca svolta a destra, in senso favorevole all’assunzione di una completa responsabilità al governo e nella condotta della guerra. Ma anche i bolscevichi, sotto l’influenza di Kamenev e di Stalin rientrati dalla deportazione, a metà marzo si orientavano rapidamente a destra, di modo che agli inizi di aprile il distacco tra la maggioranza sovietica e l’opposizione di sinistra diveniva forse meno grande di quanto non fosse stata ai primi di marzo. La vera differenziazione cominciò un po’ più tardi. Si può persino stabilirne la data esatta: il 4 aprile, l’indomani dell’arrivo di Lenin a Pietrogrado.

Il partito menscevico aveva alla testa delle sue tenden­e disparate un certo numero di figure eminenti, ma non aveva un solo leader rivoluzionario. L’estrema destra, dominata da vecchi maestri della socialdemocrazia russa come Plekhanov, la Zasulic, Deutsch, era favorevole a una posizione patriottica già sotto l’autocrazia. Proprio alla vigilia della rivoluzione di febbraio Plekhanov, miserevolmente sopravvissuto a se stesso, aveva scritto in un giornale americano che in quel momento in Russia gli scioperi e gli altri mezzi di lotta degli operai sarebbero stati criminali. Larghi circoli di vecchi menscevichi, rappresentati tra gli altri da Martov, Dan e Tseretelli si ricollegavano al campo zimmerwaldiano e rifiutavano qualsiasi responsabilità circa la guerra. Ma l’internazionalismo dei menscevichi di sinistra, come quello dei socialrivoluzionari di sinistra, nascondeva nella maggior parte dei casi uno spirito di opposizione democratica. La rivoluzione di febbraio riconciliò la maggioranza di questi « zimmerwaldiani » con la guerra, che da quel momento concepirono come difesa della rivoluzione. Il più deciso su questa via era Tseretelli che si trascinò dietro Dan e altri.

Martov, che era stato sorpreso in Francia dallo sco­pio della guerra e che rientrò dall’estero solo il 9 maggio, non poteva non accorgersi che i suoi correligionari della vigilia, dopo la rivoluzione di febbraio erano giunti al punto da cui erano partiti nel 1914 Guesde, Sembat e altri, prendendo le difese della repubblica borghese contro l’assolutismo tedesco. Postosi alla testa della sinistra dei menscevichi che non riuscì ad assumere una funzione di benché minima importanza nella rivoluzione, Martov rimase all’opposizione contro la politica di Tseretelli-Dan, ostacolando al tempo stesso il riavvicinamento tra i menscevichi di sinistra e i bolscevichi. A nome del menscevismo ufficiale agiva Tseretelli, seguito senza dubbio dalla maggioranza: i patrioti di prima della rivoluzione si unirono senza difficoltà ai patrioti dell’appello di febbraio. Plekhanov, però, aveva il suo gruppo, del tutto sciovinista, al di fuori del partito e persino al di fuori del Soviet. La frazione di Martov, pur senza aver lasciato il partito, non aveva un suo giornale dato che non aveva una politica. Come sempre nei grandi avvenimenti storici, Martov aveva irrimediabilmente perduto la testa e non aveva più nessuna consistenza. Nel 1917 come nel 1905, la rivoluzione si accorse appena dell’esistenza di quest’uomo pur notevole.

Alla presidenza del Soviet di Pietrogrado e successivamente del Comitato esecutivo centrale, si venne a trovare quasi automaticamente il presidente della frazione menscevica alla Duma, Cheidze. Costui cercava di assolvere ai suoi compiti facendo ricorso a tutta la probità che aveva di riserva e mascherando la sua continua incertezza con scherzi abbastanza ingenui. Recava l’impronta indelebile della sua origine provinciale. La Georgia montagnosa, paese del sole, delle vigne, paese di contadini e di signorotti, con una scarsa percentuale di operai, aveva prodotto un largo strato di intellettuali di sinistra, duttili, dotati di carattere, ma, nella loro schiacciante maggioranza, incapaci di andar al di là di un orizzonte piccolo-borghese. A tutte e quattro le Dume la Georgia aveva inviato deputati menscevichi e, nelle quattro frazioni parlamentari, i suoi deputati avevano avuto un ruolo dirigente. La Georgia divenne la Gironda della rivoluzione russa. Se i Girondini del XVIII secolo erano stati accusati di federalismo, i Girondini della Georgia, che avevano cominciato con la difesa della Russia una e indivisibile, dovevano finire nel separatismo.

La figura più notevole della Gironda georgiana era indiscutibilmente Tseretelli, ex-deputato alla seconda Duma, che, al ritorno dalla deportazione, aveva preso la testa non solo dei menscevichi ma dell’intera maggioranza sovietica di allora. Non teorico, neppure giornalista, ma notevole oratore, Tseretelli era e rimase un radicale di tipo francese meridionale. In una routine parlamentare si sarebbe sentito nel suo elemento. Ma era nato in un periodo rivoluzionario e in gioventù era stato intossicato da una certa dose di marxismo. In ogni caso, tra tutti i menscevichi, fu lui, nel corso della rivoluzione, a dimostrare una maggiore levatura e a sforzarsi di più di esser conseguente. Appunto per questo contribuì più degli altri al crollo del regime di febbraio. Cheidze era completamente subordinato a Tseretelli, benché a momenti intimidito dinanzi a una intransigenza dottrinaria che riavvicinava il rivoluzionario, ancora forzato il giorno prima, ai rappresenanti conservatori della borghtesia.

Il menscevico Skobelev, che doveva la recentissima popolarità alla sua posizione di deputato all’ultima Duma, dava l’impressione — e non solo per la sua aria giovanile — di uno studente che, su di una scena di famiglia, fa la parte dell’uomo di Stato. Skobelev divenne uno specialista nel calmare «eccessi», nell’eliminare conflitti l­cali e, in genere, si preoccupò di colmare le brecce del dualismo di poteri sino al momento in cui, nella funzione disastrosa di ministro del Lavoro, si trovò a far parte del governo di coalizione di maggio.

Una delle personalità mensceviche più influenti era Dan, vecchio militante del partito, sempre considerato come il numero due, dopo Martov. Se, in generale, il mentscevismo era riuscito ad assimilare completamente le abitudini intellettuali della socialdemocrazia tedesca in decadenza, Dan sembrava senz’altro un membro della direzione del partito tedesco, un Ebert di formato ridotto. Il Dan tedesco mise in pratica con successo, in Germania, un anno dopo, la politica che non era riuscita all’Ebert russo. Tuttavia, ciò non dipese affatto dagli uomini, ma dalle circostanze.

Se nell’orchestra della maggioranza sovietica il primo violino era Tseretelli, Liber suonava a pieni polmoni, con gli occhi iniettati di sangue, un acuto clarinetto. Menscevico dell’Unione operaia israelita (Bund), aveva un passato rivoluzionario di lunga data, molta sincerità, molto carattere, molta eloquenza, ma era molto limitato e cercava appassionatamente di posare a inflessibile patriota e a uomo diStato rigoroso. Liber vomitava letteralmente odio contro i bolscevichi.

La schiera dei dirigenti menscevichi può essere chiusa da Voitinsky, ex-bolscevico estremista, che si era segnalato nella prima rivoluzione, era stato condannato ai lavori forzati e aveva rotto con il partito nel marzo sulla questione del patriottismo. Unitosi ai menscevichi, Voitinsky, come d’uso, divenne un mangiatore di bolscevichi di professione. Solo non aveva abbastanza carattere per stare alla pari con Liber nella persecuzione dei suoi ex-compagni.

Lo stato maggiore dei populisti, altrettanto poco omogeneo, era assai meno notevole e brillante. Quelli che erano chiamati socialisti populisti e che costituivano la schiera di estrema destra, avevano alla testa l’ex-emigrato Ciajkovsky, il cui sciovinismo militante eguagliava quello di Plekhanov, di cui però non aveva né le doti né il passato. Accanto a Ciajkovsky, la vecchia Bresko-Breskovskaja, che i socialrivoluzionari chiamavano la nonna della rivoluzione russa, ma che ce la metteva tutta per diventare la madrina della controrivoluzione. Il vecchio anarchico Kropotkin, che, sin dai suoi anni giovanili, aveva avuto un debole per i populisti, cogliendo l’occasione della guerra, rinnegò tutto quello che aveva insegnato durante mezzo secolo: negatore dello Stato, sostenne l’Intesa e, se criticava il dualismo di poteri in Russia, non era per esigere l’abolizione del potere, ma a favore del potere unico della borghesia. Tuttavia, tutti questi vegliardi avevano piuttosto una funzione decorativa, benché Ciajkovsky, più tardi, nella guerra contro i bolscevichi, prendesse la testa di uno dei governi bianchi mantenuti da Churchill.

Il primo posto tra i socialrivoluzionari, con gran distacco dagli altri, non nel partito, ma al di sopra di esso, spettò a Kerensky, uomo privo di un qualsiasi passato di partito. Avremo a più riprese occasione di parlare di questa figura provvidenziale, la cui forza, in una fase di dualismo di poteri, consisteva in una combinazione dei lati deboli del liberalismo con i lati deboli della democrazia. Aderendo formalmente al partito socialrivoluzionario, Kerensky non rettificò affatto il suo atteggiamento sprezzante nei confronti dei partiti in generale: si considerava come reietto della nazione, senza intermediari. Ma lo stesso partito socialrivoluzionario non aveva forse cessato di essere un partito per divenire una grandiosa nullità, veramente nazionale? In Kerensky aveva trovato un leader adeguato.

Futuro ministro dell’Agricoltura e poi presidente dell’Assemblea costituente, Cemov era incontestabilmente la figura più rappresentativa del vecchio partito socialrivoluzionario e non a caso era considerato come l’ispiratore, il teorico e la guida del partito stesso. Fornito di conoscenze vaste ma non organiche, piuttosto lettore avido che uomo colto, Cemov aveva sempre a disposizione un’ampia scelta di citazioni adatte alle circostanze, che per un certo tempo avevano colpito la gioventù russa senza però insegnarle molto. C’era una sola domanda per cui questo verboso dirigente non avesse pronta una risposta: chi guidava e dove? Le formule eclettiche di Cemov, condite di moralismo e di cattivi versi, potevano tenere insieme per un certo tempo un pubblico disparato che in tutti i momenti critici si disperdeva da una parte e dall’altra. Nulla di strano che Cemov abbia contrapposto fatuamente al « settarismo » di Lenin il suo metodo di costruzione di un partito.

Cernov era rientrato dall’estero cinque giorni dopo Lenin: l’Inghilterra, finalmente, l’aveva lasciato passare. Alle molte acclamazioni del Soviet il leader del partito più grande rispose con il discorso più lungo che Sukhanov, per metà socialrivoluzionario, giudicò così: « Non ero il solo, con me molti altri patrioti del partito socialrivoluzionario facevano smorfie e scuotevano la testa chiedendosi perché cantasse in modo così sgradevole, fosse così stranamente affettato, facesse ruotare i grandi occhi e facesse perorazioni interminabili su tutto e su niente ». Tutta l’attività ulteriore di Cemov nella rivoluzione fu al diapason con il suo primo discorso. Dopo aver tentato a varie riprese di opporsi da sinistra a Kerensky e a Tsere- telli, Cernov, bloccato da ogni parte, si arrese senza combattere, si purificò dal suo zimmerwaldismo da emigrato, entrò nella Commissione di contatto e più tardi nel governo di coalizione. Tutto quello che faceva, era fuori luogo. Decise quindi di evitare di impegnarsi. L’astensione al momento del voto divenne per lui una forma di vita politica.

Da aprile a ottobre, la sua autorità scemò ancor più rapidamente delle file del suo partito. Pur con tutte le divesità che c’erano tra loro, Cernov e Kerensky che si odiavano a vicenda, fondavano entrambi le radici nel passato prerivoluzionario, nella vecchia società russa caduta in rovina, nell’anemica e pretenziosa intellighentsija che ardeva dal desiderio di insegnare alle masse popolari, di prenderle sotto tutela e di gratificarle della sua benevolenza, ma era assolutamente incapace di ascoltarle, di comprenderle e di imparare da esse qualche cosa. E se questo manca, non c’è politica rivoluzionaria.

Avksentiev, innalzato dal suo partito ai posti più alti della rivoluzione — presidente del Comitato esecutivo dei deputati contadini, ministro degli Interni, presidente del Preparlamento — era la perfetta caricatura dell’uomo politico: delizioso professore di letteratura al liceo femminile di Orjol: ecco tutto quello che si può dire di lui. È vero che la sua attività politica fu molto più dannosa della sua personalità.

In seno alla frazione socialrivoluzionaria e del nucleo dirigente del Soviet, una funzione importante, anche se di preferenza esercitata nel retroscena, fu quella di Gotz. Terrorista proveniente da una stimata famiglia rivoluzionaria, Gotz era meno pretenzioso e più attivo dei suoi amici politici più prossimi. Ma, nella sua qualità di « uomo pratico », come era chiamato, si limitava alle operazioni di cucina, lasciando ad altri le questioni fondamentali. Bisogna del resto aggiungere che non era né oratore né scrittore e la sua risorsa principale era l’autorità personale guadagnata al prezzo di anni di lavori forzati.

Così abbiamo enumerato tutti quelli che si potevano enumerare della cerchia dirigente populista. Attorno a loro, erano figure del tutto casuali, tipo quel Filipovsky di cui nessuno in verità sapeva spiegarsi come fosse arrivato alla più alta vetta dell’Olimpo di febbraio: c’è da pensare che l’elemento decisivo sia stata la sua uniforme di ufficiale di marina.

Accanto ai dirigenti ufficiali dei due partiti dominanti del Comitato esecutivo, c’era un buon numero di « selvaggi », di isolati che avevano preso parte al movimento in diverse fasi, che assai prima dell’insurrezione si erano ritirati dalla lotta e, ora, ritornati frettolosamente sotto le bandiere della rivoluzione vittoriosa, non avevano fretta di sottoporsi al giogo di un partito. Su tutte le questioni fondamentali, i « selvaggi » seguivano la linea della maggioranza sovietica. Nei primi tempi ebbero addirittura una funzione preminente. Ma via via che i leaders ufficiali ritornavano dalla deportazione o dall’emigrazione, i senzapartito erano respinti in secondo piano, la politica prendeva forma, lo spirito di partito riprendeva i suoi diritti.

Gli avversari del Comitato esecutivo in campo reazionario notarono in seguito più di una volta la preponderanza degli allogeni in seno al Comitato: ebrei, georgiani, lettoni, polacchi e altri. Benché rispetto al numero complessivo dei membri del Comitato esecutivo gli allogeni si trovassero in percentuale minima, è fuori dubbio che avevano una parte notevole nella presidenza, in varie commissioni, come relatori ecc. Poiché gli intellettuali delle nazionalità oppresse, concentrati principalmente nelle città, erano assai numerosi nelle file rivoluzionarie, niente di strano che nella prima generazione rivoluzionaria, il numero degli allogeni fosse particolarmente considerevole. La loro esperienza, benché non sempre di alta qualità, li rendeva indispensabili all’introduzione di forme sociali nuove.

Completamente stupidi, tuttavia, i tentativi fatti per far derivare la politica dei soviet e il corso di tutta la rivoluzione da una pretesa preponderanza degli allogeni. Anche in questo caso il nazionalismo mostra il suo disprezzo nei confronti della vera nazione, cioè del popolo, raffigurandolo nella fase del suo grande risveglio nazionale come un semplice strumento usato da mani straniere e accidentali. Ma perché dunque gli allogeni hanno avuto un’influenza tanto prodigiosa su milioni di autoctoni? In realtà, proprio nel momento di una grande svolta storica, la massa della nazione prende di frequente a suo servizio gli elementi che ancora la vigilia erano oppressi e che, di conseguenza, più erano sollecitati a formulare i problemi nuovi. Non sono gli allogeni a guidare la rivoluzione, è la rivoluzione nazionale a servirsi degli allogeni. Lo stesso accadde nei periodi di grandi riforme dall’alto. La politica di Pietro I continuò a essere nazionale quando, abbandonando le vecchie strade, chiamò a sé allogeni e stranieri.

I maestri artigiani dei sobborghi tedeschi e i capitani marittimi olandesi, in quel periodo, esprimevano le esigenze dello sviluppo nazionale della Russia meglio dei popi russi, un tempo introdotti dai greci, o dei boiari moscoviti che pure si lamentavano dell’invasione straniera, benché discendenti a loro volta dagli allogeni che avevano costituito lo Stato russo. In ogni caso l’intellighentsija genuinamente russa, aveva gli stessi difetti e commetteva gli stessi errori ed erano proprio gli allogeni, tra i menscevichi e i socialrivoluzionari, a far mostra di particolare zelo nella difesa dell’unità russa.

Tale era il Comitato esecutivo, organo supremo della democrazia. Due partiti, che avevano perduto le illusioni ma conservato i pregiudizi, con uno stato maggiore di dirigenti incapaci di passare dalle parole ai fatti, si trovarono alla testa della rivoluzione che era chiamata a spezzare catene secolari e a gettare le basi di una nuova società. Tutta l’attività dei conciliatori fu un concatenarsi di contraddizioni dolorose che sconvolgevano le masse popolari e preparavano le convulsioni della guerra civile.

Gli operai, i soldati, i contadini prendevano sul serio gli avvenimenti. Pensavano che i soviet che avevano creato, dovevano accingersi immediatamente a eliminare le calamità che aveva prodotto la rivoluzione. Tutti andavano ai soviet. Ciascuno recava la sua particolare sofferenza: e chi non aveva un proprio guaio? Si esigevano decisioni, si sperava aiuto, si attendeva giustizia, si insisteva per le rappresaglie. Coloro che reclamavano, che si lamentavano, che sollecitavano, che accusavano, ritenevano che finalmente il loro potere avesse sostituito il potere ostile. Il popolo ha fiducia nel Soviet, il popolo è armato: dunque, il Soviet è proprio il governo. Così la pensava la gente e aveva forse torto?

Un flusso ininterrotto di soldati, di operai, di mogli di soldati, di piccoli commercianti, di impiegati, di madri e di padri, apriva e chiudeva le porte, cercava, faceva domande, piangeva, reclamava, imponeva misure, indicando a volte esattamente quali, e trasformava il Soviet in effettivo potere rivoluzionario. « Non era affatto nell’interesse del Soviet e comunque non rientrava nei suoi piani », geme la nostra conoscenza Sukhanov che, beninteso, si opponeva a questo processo nella misura del possibile. Con successo? Purtroppo, è costretto ad ammettere subito che « l’apparato sovietico, suo malgrado, automaticamente, contro la volontà del Soviet, cominciò a respingere la macchina ufficiale dello Stato che girava sempre più a vuoto ». Che facevano dunque i dottrinari della capitolazione, i meccanici dei giri a vuoto? « Si era costretti a rassegnarsi e ad assumere certe funzioni governative — ammette Sukhanov con malinconia — pur continuando a sostenere la finzione che la direzione era a palazzo Marinsky ». Ecco di che si occupava questa gente in un paese in rovina, avvolto dalle fiamme della guerra e della rivoluzione: con mezzi da mascherata salvaguardavano il prestigio di un governo che il popolo respingeva organicamente. Muoia la rivoluzione, ma viva la finzione! E nello stesso tempo il potere che questa gente cacciava dalla porta rientrava dalla finestra, prendendoli sempre alla sprovvista e mettendoli in una situazione ridicola o indegna.

Già nella notte tra il 27 e il 28 febbraio il Comitato esecutivo aveva proibito la stampa monarchica e aveva stabilito per i giornali un sistema di autorizzazione. Ci furono proteste. A gridare più forte furono coloro che avevano l’abitudine di mettere il bavaglio a tutti. Qualche giorno dopo il Comitato si trovò di nuovo alle prese con il problema della libertà di stampa: autorizzare o no la pubblicazione dei giornali reazionari? Si manifestarono divergenze. Dottrinari tipo Sukhanov erano favorevoli a un’assoluta libertà di stampa. Cheidze, all’inizio, non era d’accordo: come si potevano lasciare le armi a completa disposizione di nemici mortali? Sia detto di passata, a nessuno passò per la testa neppure per un momento di sottoporre la questione al governo. Del resto, sarebbe stato inutile: gli operai tipografi accettavano solo le decisioni del Soviet.

Il 5 marzo il Comitato esecutivo confermava: proibizione delle pubblicazioni di destra, la pubblicazione di nuovi giornali subordinata all’autorizzazione del Soviet. Ma già il 10 questa decisione veniva abrogata sotto l’attacco dei circoli borghesi. « Tre giorni furono sufficienti perché prevalesse la soluzione ragionevole », esclamava trionfante Sukhanov. Trionfo infondato! La stampa non è al di sopra della società. Le sue condizioni di esistenza in periodo rivoluzionario rispecchiano l’andamento della rivoluzione stessa. Quando la rivoluzione assume o minaccia di assumere il carattere di guerra civile, nessuna delle due parti belligeranti ammette 1’esistenza di una stampa ostile nella sua zona di influenza, come non rinuncia di buon grado al controllo degli arsenali, delle ferrovie, delle tipografie. Nella lotta rivoluzionaria, la stampa non è che un’arma di lotta. In ogni caso, il diritto di espressione non è al di sopra del diritto alla vita. E la rivoluzione si arroga anche questo diritto. Si può fissare questa legge: i governi rivoluzionari sono tanto più liberali, tanto più tolleranti, tanto più « generosi » nei confronti della reazione, quanto più il loro programma è meschino, quanto più sono legati al passato, quanto più conservatore è il ruolo. E inversamente: più i compiti sono grandiosi, più grande è il numero dei diritti e degli interessi colpiti, e più il potere rivoluzionario è concentrato, più la sua dittatura è aperta. Sia bene o male, è per simili strade che l’umanità ha avanzato sino a oggi.

Il Soviet aveva ragione di voler mantenere il controllo sulla stampa. Perché dunque vi rinunciò così facilmente? Perché, in genere, aveva rinunciato a ogni seria lotta. Taceva sulla guerra, sull’assegnazione di terre persino sulla questione della repubblica. Ceduto il potere alla borghesia conservatrice, non aveva ragione di aver paura della stampa di destra, né possibilità di combatterla. In compenso, pochi mesi dopo, il governo, con l’aiuto del Soviet, esercitò una spietata repressione contro la stampa di sinistra. I giornali dei bolscevichi erano proibiti uno dopo l’altro.

Il 7 marzo Kerensky declamava a Mosca: «Nicola II è nelle mie mani.. Non sarò mai un Marat della rivoluzione russa... Nicola II andrà in Inghilterra sotto il mio controllo personale... ». Le dame gettavano fiori, gli studenti applaudivano. Ma le masse si agitavano. Nessuna rivoluzione seria — cioè nessuna rivoluzione che avesse qualcosa da perdere — aveva mai consentito al monarca destituito di rifugiarsi all’estero. Gli operai e i soldati continuavano a esigere l’arresto dei Romanov. Il Comitato esecutivo comprese che non si poteva scherzare su una questione simile. Fu deciso che il Soviet avrebbe dovuto prendere in mano l’affare dei Romanov: così fu apertamente riconosciuto che il governo non meritava fiducia. Il Comitato esecutivo diede ordine a tutte le linee ferroviarie di non lasciar passare Romanov: ecco perché il treno errava sui binari. Uno dei membri dell’Esecutivo, l’operaio Gvozdev, menscevico di destra, fu incaricato dell’arresto di Nicola. Kerensky si trovò sconfessato e con lui il governo, che, invece di dar le dimissioni, si sottomise in silenzio. Già il 9 marzo Cheidze riferiva al Comitato esecutivo che il governo « aveva rinunciato » all’idea di inviare Nicola in Inghilterra. Lo zar e la sua famiglia erano messi agli arresti, al palazzo d’inverno. Così il Comitato esecutivo sottraeva il potere a se stesso, di sotto il cuscino. Ma dal fronte si esigeva in modo sempre più pressante che il prima d’ora zar venisse trasferito alla fortezza di Pietro e Paolo.

Le rivoluzioni hanno sempre implicato sconvolgimenti della proprietà, non solo per via legislativa, ma anche con espropriazioni compiute dalle masse. Nessuna rivoluzione agraria si è svolta nella storia in altro modo: la riforma legale è venuta sempre dopo il «gallo rosso», dopo gli incendi. Nelle città le confische hanno avuto una parte meno rilevante: le rivoluzioni borghesi non avevano l’obiettivo di scuotere la proprietà borghese. Ma non c’è stata ancora una rivoluzione in cui le masse non si siano impadronite a scopi sociali degli edifici appartenenti in passato ai nemici del popolo. Subito dopo la rivoluzione di febbraio uscirono dall’illegalità i partiti, si formarono sindacati, vennero tenuti continui comizi, tutti i quartieri ebbero i loro soviet, tutti avevano bisogno di locali. Le organizzazioni si impadronivano delle ville disabitate dei ministri dello zar o dei palazzi abbandonati dalle ballerine. Le vittime si lamentavano o il governo interveniva di propria iniziativa. Ma poiché in realtà gli espropriati detenevano il potere e poiché il potere ufficiale non era che un fantasma, i procuratori finivano col rivolgersi allo stesso Comitato esecutivo con la richiesta di ristabilire i diritti calpestati di una qualsiasi ballerina le cui funzioni non troppo complesse erano pagate lautamente dai membri della dinastia a spese del popolo. Come si conveniva, la Commissione di contatto entrava in azione, i ministri tenevano sedute, la presidenza del Comitato esecutivo si consultava, venivano inviate delegazioni agli espropriatori e l’affare si trascinava per mesi.

Sukhanov dichiara che come « uomo di sinistra » non aveva niente da obiettare alle più radicali incursioni legali sul terreno del diritto di proprietà ma era « violentemente ostile a tutte le appropriazioni violente ». Con tali sottigliezze la miserevole sinistra nascondeva di solito la propria incapacità. Un governo realmente rivoluzionario avrebbe assai probabilmente ridotto al minimo i sequestri caotici, promulgando tempestivamente un decreto di requisizione dei locali. Ma i conciliatori di sinistra avevano consegnato il potere ai fanatici della proprietà per poi predicare, invano, alle masse il rispetto della legalità rivoluzionaria all’aria aperta. Il clima di Pietrogrado non è propizio agli atteggiamenti platonici.

Le lunghe attese dinanzi ai forni avevano dato l’ultima spinta alla rivoluzione. Queste code furono anche la prima minaccia per il nuovo regime. Già alla seduta costitutiva del Soviet era stato deciso di creare una commissione di rifornimento. Il governo non si chiedeva affatto come avrebbe rifornito la capitale. Non gli sarebbe affatto ripugnato di prenderla per fame. La soluzione del problema spettava quindi al Soviet, che aveva a propria disposizione economisti ed esperti di statistica dotati di una certa esperienza pratica per aver servito in passato in organismi economici e amministrativi della borghesia. Per lo più si trattava di menscevichi di destra come Gromman e Cerevanin o di ex-bolscevichi che avevano avuto una forte evoluzione verso destra, come Bazarov e Avilov. Ma non appena furono di fronte al problema del rifornimento alimentare della capitale, costoro si videro costretti dal complesso delle circostanze a proporre misure molto radicali per combattere la speculazione e organizzare il mercato.

In una serie di sedute del Soviet fu ratificato tutto un sistema di misure di « socialismo di guerra » che comprendevano la dichiarazione che tutte le scorte di grano erano beni dello Stato, l’imposizione di prezzi fissi per il pane in relazione a prezzi egualmente fissi dei prodotti industriali, un controllo statale sulla produzione, una regolamentazione degli scambi di merci con le campagne. I dirigenti del Comitato esecutivo si guardavano con ansia: non sapendo cosa proporre, accedevano alle misure radicali. I membri della Commissione di contatto trasmettevano timidamente al governo queste risoluzioni. Il governo prometteva di studiarle. Ma né il principe Lvov, né Guckov, né Konovalov avevano voglia di controllare, di requisire e di porre in qualche modo restrizioni, a se stessi e ai loro amici. Tutte le decisioni economiche del Soviet si infrangevano contro la resistenza passiva dell’apparato governativo, nella misura in cui non erano messe in pratica di autorità da parte dei soviet locali. La sola misura pratica di cui il Soviet di Pietrogrado ottenne l’applicazione sul piano dei rifornimenti, fu di costringere il consumatore a una razione fissa: una libbra e mezzo di pane per i lavoratori manuali, una libbra per gli altri. È vero che questa limitazione non implicò quasi nessun mutamento nel bilancio alimentare reale della popolazione della capitale: con una libbra o una libbra e mezza si può vivere. La calamità della fame quotidiana è per il futuro.

Per anni, non mesi, ma anni, la rivoluzione sarà costretta a stringere la cintola sempre di più. Supererà questa prova. Per il momento, ciò che l’angustia non è la fame, ma l’ignoto, l’indeterminatezza della linea seguita, la mancanza di sicurezza nel domani. Le difficoltà economiche, aggravate da trentadue mesi di guerra, battono alle porte e alle finestre del nuovo regime. La disorganizzazione dei trasporti, la mancanza di varie materie prime, l’usura di una notevole parte delle attrezzature, la minaccia d’inflazione, il disordine nella circolazione delle merci, tutto ciò esige misure audaci e urgenti. Pur accettandole sul piano economico, i conciliatori rendono queste misure impossibili sul piano politico. Ogni problema economico in cui si imbattevano si trasformava in una condanna del dualismo di poteri e ogni decisione che dovevano firmare bruciava loro le dita in modo insopportabile.

Una importante verifica delle forze e delle reciproche relazioni la si ebbe sulla questione della giornata di otto ore. L’insurrezione ha vinto, ma lo sciopero generale continua. Gli operai sono convinti che il mutamento di regime deve apportare mutamenti anche nella loro vita. Di qui l’inquietudine dei nuovi dirigenti, sia liberali che socialisti. I partiti e i giornali patriottici lanciano la parolai d’ordine: « Soldati, alle caserme! Operai, alle macchine! ».. Dunque, tutto deve restare come prima? si chiedono gli operai. Per il momento sì, rispondono, confusi, i menscevichi. Ma gli operai capiscono: se non ci sono mutamenti immediati, saranno ingannati un’altra volta. Proprio ai socialisti la borghesia lascia il compito di regolare le faccende con gli operai. Adducendo che la vittoria riportata « ha garantito a sufficienza la posizione della classe operaia nella sua lotta rivoluzionaria » — infatti, non ci sono ora al potere proprietari liberali? — Il Comitato esecutivo decide il 5 marzo che il lavoro venga ripreso nella regione di Pietrogrado. Operai alle macchine!

Tanto grande è il corazzato egoismo delle classi colte, dei liberali e dei loro socialisti. Questa gente si immaginava che milioni di operai e di soldati, spinti all’insurrezione da un’ondata irresistibile di malcontento e di speranze, dopo la vittoria si sarebbero docilmente rassegnati alle vecchie condizioni di vita. Dai libri di storia, i dirigenti si erano persuasi che le cose erano andate così nelle vecchie rivoluzioni. Ma no, neppure in passato era mai stato così. Se i lavoratori erano risospinti nella vecchia stalla, ciò avveniva per vie traverse, dopo una serie di sconfitte e di delusioni.

Il crudele rovescio della medaglia sociale delle rivoluzioni politiche era avvertito vivamente da Marat, che per questo è tanto calunniato dagli storici ufficiali. « La rivoluzione — scriveva, in sostanza, un mese prima del 10 agosto 1792 — è compiuta e sostenuta unicamente dalle classi inferiori della popolazione, da tutti quegli esseri offesi che la ricchezza insolente tratta da canaglie e che i Romani, con il loro abituale cinismo, chiamarono una volta ” proletari ” ». Che cosa dà la rivoluzione agli esseri offesi? « Dopo certi successi iniziali, il movimento finisce con l’essere battuto: gli mancano sempre conoscenze, abilità, risorse, armi, capi, un piano di azione: resta senza difesa contro i cospiratori che hanno dalla parte loro l’esperienza, l’abilità e l’inganno». È forse strano che Kerensky non abbia voluto essere il Marat della rivoluzione russa?

Uno dei vecchi capitani dell’industria russa, V. Auerbach, racconta con tono indignato che « la feccia del popolo considerava la rivoluzione come una specie di carnevale: i domestici, per esempio, sparivano per giornate intere, passeggiavano con nastri rossi, correvano in automobile, rientravano solo al mattino per sbarbarsi e tornavano a passeggiare ». È significativo che, nello sforzo di dimostrare le conseguenze demoralizzatrici della rivoluzione, l’accusatore dipinga la condotta dei domestici con gli stessi tratti che — forse con la sola eccezione del nastro rosso — riproducono nel modo migliore la vita abituale di una patrizia borghese. Sì, la rivoluzione è considerata dagli oppressi come una festa o come la vigilia di una festa e il primo moto dei servitori-schiavi da essa ridestati è quello di alleviare il giogo di una servitù quotidiana, umiliante, triste e senza scampo.

La classe operaia, nel suo insieme, non poteva e non voleva consolarsi solo con nastri rossi, simboli di una vittoria conseguita per l’altrui vantaggio. Non poche fabbriche si erano apertamente rifiutate di accettare le decisioni del Soviet. Gli operai sono, beninteso, disposti a ritornare alle macchine, perché vi sono costretti: ma a quali condizioni? Esigevano la giornata di otto ore. I menscevichi adducevano che nel 1905 i lavoratori, avendo cercato di imporre le otto ore, avevano subito una sconfitta: « La lotta su due fronti — contro la reazione e i capitalisti — era superiore alle forze del proletariato ». Questa era la loro idea fondamentale. In linea generale, i menscevichi ammettevano che una rottura con la borghesia sarebbe stata in avvenire inevitabile. Ma questa ammissione puramente teorica non comportava nessun obbligo. Ritenevano che non si dovesse precipitare la rottura. E poiché la borghesia è respinta nel campo della reazione non dalle frasi incendiarie di oratori e giornalisti, ma dal movimento spontaneo dei lavoratori, i menscevichi si opponevano con tutte le forze alla lotta economica degli operai e dei contadini. « Per la classe operaia — affermavano — le questioni sociali non sono attualmente in primo piano. Ora essa conquista la libertà politica ».

Ma in che consisteva questa libertà astratta? Gli operai non potevano comprenderlo. Volevano innanzitutto un po’ di libertà per i loro muscoli e i loro nervi. E facevano pressione sui padroni. Quale ironia! Proprio il 10 marzo, mentre un giornale menscevico dichiarava che la giornata di otto ore non era all’ordine del giorno, l’associazione dei proprietari di fabbriche e di stabilimenti, che, già il giorno precedente era stata costretta a stabilire rapporti ufficiali con il Soviet, dichiarava di accettare le otto ore e la costituzione di comitati di fabbrica e di stabilimento. Gli industriali si dimostrarono più perspicaci degli strateghi democratici del Soviet. Niente di strano: negli stabilimenti i padroni si trovavano di fronte agli operai, che, almeno in una buona metà delle aziende di Pietrogrado, per lo più le più grosse, abbandonavano unanimemente le macchine dopo otto ore di lavoro. Prendevano da sé quello che il governo e il Soviet rifiutavano.

Quando la stampa liberale paragonò con tenerezza il gesto degli industriali russi del 10 marzo 1917 a quello della nobiltà francese del 4 agosto 1789, era più vicina alla verità storica di quanto non pensasse: come i feudali della fine del XVIII secolo, i capitalisti russi si inchinavano dinanzi alla necessità e con una concessione temporanea speravano di assicurarsi una restituzione in avvenire. Uno dei pubblicisti cadetti, lasciando da parte la menzogna ufficiale, ammetteva francamente : « Per disgrazia dei menscevichi, i bolscevichi avevano già costretto col terrore l’associazione degli industriali ad accettare la introduzione immediata delle otto ore ». In che consistesse il terrore lo sappiamo già. Indubbiamente, gli operai bolscevichi occupavano le prime file nel movimento. E di nuovo, come nelle giornate decisive di febbraio, la schiacciante maggioranza degli operai marciava insieme a loro.

Il Soviet, diretto dai menscevichi, accolse la formidabile vittoria, riportata, in ultima analisi, suo malgrado, con sentimenti contrastanti. Bollati, i dirigenti dovettero tuttavia fare un altro passo avanti e invitare il governo provvisorio a decretare prima dell’Assemblea costituente la giornata di otto ore per tutta la Russia. Ma il governo, messosi d’accordo con gli imprenditori, si impuntò e, in attesa di giorni migliori, si rifiutò di cedere a una rivendicazione che gli era presentata senza troppa insistenza.

Nella regione di Mosca si iniziò la stessa lotta, ma si trascinò più a lungo. Anche là il Soviet, nonostante la resistenza degli operai, esigette la ripresa del lavoro. In una delle maggiori fabbriche, una risoluzione contro la cessazione dello sciopero raccolse settemila voti contro seimila. Press’a poco allo stesso modo reagirono altre aziende. Il 10 marzo il Soviet confermò ancora una volta l’obbligo di ritornare alle macchine. Se dopo di ciò il lavoro fu ripreso nella maggior parte delle fabbriche, in compenso quasi dappertutto si scatenò una lotta per la riduzione della giornata di lavoro. I lavoratori correggevano così in pratica i loro dirigenti. Dopo una lunga resistenza, il 21 marzo il Soviet dovette alla fine stabilire la giornata di otto ore di propria autorità. Gli industriali si sottomisero immediatamente. Nelle province, la lotta continuò sino ad aprile. Quasi dovunque, sulle prime i soviet frenavano e contrastavano il movimento, poi, sotto la pressione degli operai, iniziavano trattative con gli imprenditori; dove questi ultimi negavano il loro consenso, gli operai si vedevano costretti a decretare d’autorità la giornata di otto ore. Quale breccia aperta nel sistema!

Il governo restava deliberatamente in disparte. Nel frattempo, sotto la bacchetta dei dirigenti liberali, si apriva una furibonda campagna contro gli operai. Per ridurli alla ragione fu deciso di aizzare i soldati contro di loro. La diminuzione delle ore di lavoro non avrebbe significato forse un indebolimento del fronte? Si ha forse il diritto di pensare solo a se stessi in tempo di guerra? Forse nelle trincee si contano le ore? Quando le classi possidenti si mettono sulla strada della demagogia, nulla le può fermare. L’agitazione assunse un carattere furioso e ben presto fu estesa alle trincee. Il soldato Pireiko, nei suoi ricordi del fronte, riconosce che l’agitazione, condotta soprattutto da ufficiali appena promossi socialisti, non fu senza efficacia. « Ma per il corpo degli ufficiali che cercava di aizzare i soldati contro gli operai, il guaio era che il corpo stesso era composto da ufficiali. Nella memoria di ciascun soldato era ancora troppo fresco il ricordo di quello che un tempo era stato per lui l’ufficiale ».Ma gli operai furono aggrediti nel modo più violento nella capitale. Gli industriali, assieme allo stato maggiore cadetto, trovarono mezzi e forze illimitate per un’agitazione nella guarnigione. « Verso il 20 e nei giorni successivi — racconta Sukhanov — a tutti gli incroci, nei tram, in tutti i locali pubblici, si potevano vedere operai e soldati venire alle prese in una furibonda battaglia oratoria ». Si verificarono anche tumulti. Gli operai compresero il pericolo e si difesero abilmente. Allo scopo bastava loro raccontare la verità, citare i dati dei profitti di guerra, mostrare ai soldati le fabbriche e i reparti in cui si sentiva il rumore delle macchine, le fiamme infernali dei forni, fronte permanente su cui i lavoratori subivano perdite innumerevoli. Per iniziativa degli operai, cominciarono, da parte di distaccamenti della guarnigione, visite regolari nelle fabbriche, soprattutto in quelle che lavoravano per la difesa. Il soldato guardava e ascoltava, l’operaio mostrava e spiegava. Le visite si concludevano con una solenne fraternizzazione. I giornali socialisti pubblicavano numerose risoluzioni di contingenti militari che esprimevano la loro indefettibile solidarietà con gli operai. Verso metà di aprile, l’argomento stesso scomparve dalle colonne dei giornali. La stampa borghese tacque. Così, dopo la vittoria economica, gli operai ne avevano riportata un’altra, politica e morale.

Gli avvenimenti connessi alla lotta per la giornata di otto ore ebbero una notevole importanza per tutto lo sviluppo ulteriore della rivoluzione. Gli operai avevano conquistato alcune ore di libertà alla settimana, per la lettura, per le riunioni e anche per gli esercizi con il fucile che divennero regolari con la costituzione di una milizia operaia. Dopo una lezione così chiara, i lavoratori cominciavano a osservare più da vicino i dirigenti del Soviet. L’autorità dei menscevichi aveva subito un serio colpo. I bolscevichi si rinforzavano nelle fabbriche e in particolare nelle caserme. Il soldato diveniva più attento, più riflessivo, più circospetto: comprendeva che qualcuno lo spiava. Il perfido disegno dei demagoghi si era ritorto contro i suoi ispiratori. Invece di un allontanamento e di un’ostilità, vi fu una maggiore coesione tra gli operai e i soldati. Il governo, nonostante l’idillio del « contatto », detestava il Soviet, i suoi dirigenti e il loro controllo. Lo dimostrò non appena ne ebbe la possibilità. Poiché il Soviet assolveva funzioni squisitamente statali e dietro richiesta del governo stesso, quando si trattava di pacificare le masse, il Comitato esecutivo chiese una modesta sovvenzione per le spese. Il governo rifiutò, e nonostante le ripetute insistenze del Soviet, rimase sulle proprie posizioni: il governo non poteva distribuire fondi dello Stato a « un’organizzazione privata ». Il Soviet tacque. Il bilancio del Soviet ricadde sule spalle degli operai che non si stancavano di aprire sottoscrizioni per le esigenze della rivoluzione.

Contemporaneamente le due parti, liberale e socialista, mantenevano in apparenza una completa, reciproca amicizia. Alla Conferenza panrussa dei soviet, resistenza di un dualismo di poteri venne definita un’invenzione. Kerensky assicurò ai delegati dell’esercito che tra il governo e il Soviet c’era una completa unità circa i compiti e gli obiettivi. Con non minore zelo, il dualismo di poteri fu negato da Tseretelli, Dan e altri dirigenti del Soviet. Con la menzogna cercavano di consolidare un regime fondato sulla menzogna.

Ma il regime vacillava sin dalle prime settimane. I dirigenti erano inesauribili in combinazioni organizzative; tentavano di appoggiarsi su rappresentanti casuali contro le masse, sui soldati contro gli operai, sulle nuove Dume, sugli zemstvo e sulle cooperative contro i soviet, sulle province contro la capitale, e infine sul corpo degli ufficiali contro il popolo.

La forma sovietica non contiene in sé nessun potere mitico. Non è affatto priva dei difetti inerenti a qualsiasi sistema rappresentativo, inevitabili sinché tale sistema resta indispensabile. Ma la forza del sovietismo consiste nel fatto di ridurre questi difetti al minimo. Si può dire con certezza, e l’esperienza lo dimostrerà ben preso, che qualsiasi altro sistema rappresentativo, che atomizzasse la massa, avrebbe espresso, nella rivoluzione, la volontà reale della massa stessa assai peggio e con molto maggior ritardo. Di tutte le forme di rappresentanza rivoluzionaria, il soviet è la più duttile, la più diretta e trasparente. Ma non è che una forma: e non può dare più di quanto le masse siano capace di introdurvi in una fase determinata. In compenso, può facilitare alle masse la comprensione degli errori commessi e la loro correzione. Questa è una delle maggiori garanzie per lo sviluppo della rivoluzione.

Quali erano dunque le prospettive politiche del Comitato esecutivo? È dubbio che qualcuno dei dirigenti avesse prospettive meditate a fondo. Sukhanov sostenne in seguito che, secondo il suo piano, il potere era stato ceduto alla borghesia solo per un breve periodo, allo scopo di consentire alla democrazia rafforzata di riprendere il potere stesso con maggiore sicurezza. Ma questa ricostruzione dei fatti, in sé ingenua, ha un evidente carattere retrospettivo. In ogni caso, allora, non venne formulata da nessuno. Sotto la direzione di Tseretelli, le oscillazioni del Comitato esecutivo, se non cessarono, furono almeno erette a sistema. Tseretelli proclamava apertamente che, in assenza di un solido potere borghese, la rivoluzione sarebbe andata inevitabilmente in rovina. La democrazia doveva limitarsi a far pressione sulla borghesia liberale, guardandosi dal sospingerla con atti imprudenti nel campo della reazione, appoggiandola nella misura in cui consolidasse le conquiste della rivoluzione. Alla fin fine, questo regime transitorio doveva portare a una repubblica borghese, con i socialisti come opposizione parlamentare.

La difficoltà maggiore per i dirigenti consisteva più nel programma di azione corrente che nelle prospettive. I conciliatori avevano promesso alle masse di ottenere dalla borghesia una politica democratica interna ed estera tramite la « pressione ». Indiscutibilmente, sotto la pressione delle masse popolari, le classi dirigenti hanno fatto concessioni più di una volta nella storia. Ma « pressione » vuol dire in ultima analisi minaccia di cacciare dal potere la classe dominante e di prendere il suo posto. Proprio quest’arma mancava alla democrazia, che aveva essa stessa, volontariamente, affidato il potere alla borghesia. Se scoppiavano conflitti, non era la democrazia che minacciava di rovesciare il potere, ma, al contrario, la borghesia che minacciava di rifiutarlo. Così, nel meccanismo della pressione, la leva principale si trovava in mano alla borghesia. Con ciò si spiega come il governo, nonostante tutta la sua impotenza, abbia potuto resistere con successo a tutte le intimazioni di una qualche serietà da parte dei dirigenti del Soviet.

A metà aprile, anche il Comitato esecutivo si rivelò un organismo troppo largo per le misteriose operazioni politiche del nucleo dirigente, orientatosi definitivamente verso i liberali. Fu costituito un ufficio di presidenza composto esclusivamente da gente di destra, fautori della difesa nazionale. Da quel momento, l’alta politica fu fatta in una cerchia intima. Tutto sembrava accomodarsi e consolidarsi. Tseretelli dominava nei soviet, senza limiti. Kerensky era in continua ascesa. Ma appunto allora si manifestarono nettamente i primi sintomi inquietanti alla base, tra le masse. « È sorprendente — scrive Stankevic, vicino alla cerchia di Kerensky — che proprio nel momento in cui il Comitato si organizzava, mentre la responsabilità del lavoro veniva assunta da un ufficio di presidenza scelto esclusivamente tra i partiti della difesa nazionale, proprio in quel momento, gli sfuggiva la direzione della massa, che si allontanava da esso ». Sorprendente? No. Soltanto normale.