I reggitori e la guerra

 

Che cosa pensavano di ricavare da questa guerra e da questo esercito il governo provvisorio e il Comitato esecutivo?

Prima di tutto, bisogna comprendere la politica della borghesia liberale che fungeva da primo violino. In apparenza, la politica di guerra del liberalismo rimaneva quella dell’offensiva patriottica, una politica di rapina e senza quartiere. In realtà, questa politica era contraddittoria, di tradimento e diveniva rapidamente disfattistica.

« Se non ci fosse stata la rivoluzione, la guerra non sarebbe stata perduta e, secondo ogni probabilità, sarebbe stata firmata una pace separata », scriveva in seguito Rodzjanko, i cui giudizi non si distinguevano per originalità e quindi esprimevano l’opinione media dei circoli liberali conservatori. Il sollevamento dei battaglioni della Guardia era per le classi possidenti un presagio non di vittoria esterna, ma di disfatta interna. A questo proposito i liberali non si potevano fare nessuna illusione tanto più che avevano previsto il pericolo e lo avevano combattuto. L’inatteso ottimismo rivoluzionario di Miljukov, quando dichiarava che la rivoluzione era un passo verso la vittoria, era, insomma, l’ultima risorsa della disperazione. Per i liberali la questione della guerra e della pace aveva cessato per i tre quarti di essere una questione indipendente. Avvertiamo che non avrebbero potuto servirsi della rivoluzione per la guerra. Tanto più imperiosamente si imponeva loro un’altra soluzione: servirsi della guerra contro la rivoluzione.

I problemi della situazione internazionale della Russia dopo la guerra: debiti e nuovi prestiti, mercati di capitali e sbocchi, si ponevano certo sin da allora ai dirigenti della borghesia russa. Ma non erano questi problemi a determinare direttamente la loro politica. In quel momento, si trattava non di assicurare le condizioni internazionali più vantaggiose per la Russia borghese, ma di salvare il regime borghese in quanto tale, sia pure a prezzo di un nuovo indebolimento della Russia. « Bisogna innanzi tutto guarire — diceva la classe gravemente ferita — e solo successivamente rimettere in ordine gli affari ». Guarire significava soffocare la rivoluzione.

Il mantenimento dell’ipnosi bellicista e dei sentimenti sciovinisti offriva alla borghesia la sola e ultima possibilità di un legame politico con le masse, innanzi tutto con l’esercito, contro coloro che venivano chiamati gli « approfonditori » della rivoluzione. Si trattava di presentare al popolo la guerra ereditata dallo zarismo, con gli alleati di prima e con gli stessi scopi, come una guerra nuova, come una difesa delle conquiste e delle speranze rivoluzionarie.

Se solo vi si fosse riusciti — ma come? — il liberalismo era fermamente convinto di poter dirigere contro la rivoluzione tutta quell’orchestrazione dell’opinione pubblica patriottica che alla vigilia le era servita contro la cricca di Rasputin. Se non si era riusciti a salvare la monarchia, tanto più si doveva restare attaccati agli Alleati: in ogni caso, per tutta la durata della guerra, l’Intesa costituiva una corte d’appello assai più potente di quanto non avrebbe potuto essere la monarchia.

La continuazione della guerra doveva giustificare la conservazione del vecchio apparato militare e burocratico, l’aggiornamento dell’Assemblea costituente, la subordinazione del paese rivoluzionario al fronte, cioè ai generali, collegati con la borghesia liberale.

Tutte le questioni interne, prima di tutto il problema agrario e tutta la legislazione sociale, erano relegati alla fine della guerra e la fine della guerra, era rinviata, a sua volta, alla vittoria cui i liberali non credevano. La guerra sino a esaurimento del nemico si trasformava in una guerra per l’esaurimento della rivoluzione. Non si trattava forse di un piano organico, discusso e soppesato in anticipo nelle sedute ufficiali. Ma non c’era bisogno di questo. II piano derivava da tutta la politica precedente del liberalismo e dalla situazione creata dalla rivoluzione.

Costretto a battere la strada della guerra, Miljukov non aveva naturalmente alcun motivo per rinunciare in anticipo alla divisione del bottino. Perché, infine, le speranze di vittoria degli Alleati erano del tutto fondate e con l’entrata in guerra dell’America si erano enormemente accresciute. È vero che l’Intesa era una cosa e la Russia un’altra. I dirigenti della borghesia russa erano riusciti a comprendere con il passare degli anni che, a causa della debolezza economica e militare della Russia, una vittoria dell’Intesa sugli Imperi centrali sarebbe stata inevitabilmente una vittoria sulla Russia che, comunque fossero andate le cose, sarebbe sicuramente uscita dalla guerra spezzata e indebolita. Ma gli imperialisti liberali avevano deciso deliberatamente di chiudere gli occhi dinanzi a questa prospettiva. Non avevano niente altro da fare. Guckov dichiarava con assoluta franchezza nella sua cerchia che la Russia avrebbe potuto essere salvata solo da un miracolo e che la speranza in un miracolo costituiva il suo programma di ministro della Guerra.

A scopi di politica interna, Miljukov aveva bisogno del mito della vittoria. In quale misura personalmente vi credesse, ha poca importanza. Ma si ostinava a sostenere che Costantinopoli avrebbe dovuto essere nostra. E su questo piano agiva con il cinismo che lo caratterizzava. Il 20 marzo, il ministro degli Esteri della Russia esortava gli ambasciatori alleati a tradire la Serbia per ripagare così il tradimento della Bulgaria verso gli Imperi centrali. L’ambasciatore di Francia faceva smorfie. Ma Miljukov insisteva sulla « necessità di rinunciare, in proposito, alle considerazioni sentimentali » e contemporaneamente al neoslavismo che egli aveva predicato dopo il soffocamento della prima rivoluzione. Non a torto Engels scriveva a Bernstein già nel 1882: « A che si riduce tutta la ciarlataneria dei panslavisti russi? Alla conquista di Costantinopoli, ecco tutto ».

Le accuse di germanofilia e addirittura di essere venduta alla Germania erano dirette ancora il giorno prima contro la camarilla del palazzo: ora erano rivolte, con una punta avvelenata, contro la rivoluzione. Più si andava avanti e più risuonava, rumorosamente, insolentemente, questa nota nei discorsi e negli articoli del partito cadetto. Prima di impadronirsi delle acque turche, il liberalismo intorbidava le sorgenti e avvelenava i pozzi della rivoluzione.

Non certo tutti i liberali — o almeno non tutti così rapidamente — avevano adottato dopo l’insurrezione un atteggiamento intransigente sulla questione della guerra. Molti di loro si trovavano ancora nel clima morale prerivoluzionario che si ricollegava alla prospettiva di una pace separata. Certi dirigenti cadetti l’hanno raccontato in seguito con assoluta franchezza. Nabokov, per sua stessa ammissione, già il 7 marzo complottava con membri del governo per una pace separata. Molti membri del centro cadetto facevano uno sforzo collettivo per dimostrare al loro leader l’impossibilità di un prolungamento della guerra. « Miljukov, con la fredda precisione che lo caratterizza — racconta il barone Nolde — sosteneva che gli scopi della guerra dovevano essere raggiunti ». Il generale Alexejev che, in quel periodo, si era avvicinato ai cadetti, appoggiava Miljukov, affermando che « l’esercito poteva essere risollevato ». Per un tale risollevamento era del tutto indicato, evidentemente, quest’uomo dello stato maggiore, organizzatore di catastrofi.

Alcuni liberali e democratici più ingenui non comprendevano la linea seguita da Miljukov e lo consideravano come il cavaliere autentico della fedeltà agli Alleati, il Don Chisciotte dell’Intesa. Quale assurdità! Quando i bolscevichi si furono impadroniti del potere, Miljukov non esitò un istante a partire per Kiev, occupata dai tedeschi, e a offrire i suoi servigi al governo degli Hohenzollern, che, per la verità, non ebbe fretta di accettarli. Lo scopo più immediato di Miljukov in quel momento era di ottenere per la lotta contro i bolscevichi quello stesso oro tedesco del cui fantasma aveva cercato di servirsi per infangare la rivoluzione. L’appello di Miljukov alla Germania nel 1918 sembrò a molti liberali altrettanto incomprensibile che il suo programma di schiacciare la Germania nei primi mesi del 1917. Non erano che le due facce di una stessa medaglia. Preparandosi a tradire gli Alleati, come in precedenza la Serbia, Miljukov non tradiva né se stesso né la propria classe. Perseguiva una sola e identica politica e non è colpa sua se le apparenze non erano tanto belle. Cercando a tastoni, sotto lo zarismo, le vie di una pace separata per evitare la rivoluzione; esigendo la guerra sino in fondo per schiacciare la rivoluzione di febbraio; cercando più tardi un’alleanza con gli Hohenzollern per rovesciare la rivoluzione d’ottobre, Miljukov restava invariabilmente fedele agli interessi dei possidenti. Se non riuscì a essere loro di aiuto, scontrandosi ogni volta a un nuovo muro, è perché i suoi committenti non avevano via d’uscita.

A Miljukov mancò, in particolare, nei primi tempi dopo l’insurrezione, un’offensiva del nemico, una scarica di colpi tedeschi sulla testa della rivoluzione. Purtroppo, marzo e aprile, per le condizioni climatiche, erano poco propizi a vaste operazioni sul fronte russo. E, soprattutto, i tedeschi, la cui situazione diventava sempre più penosa, avevano deciso, dopo molte esitazioni, di lasciare che la rivoluzione russa seguisse i suoi processi interni. Solo il generale Linsingen prese alcune iniziative personali il 20 e 21 marzo a Stokhod. Il suo successo spaventò il governo tedesco, rallegrando il governo russo. Il Gran quartiere generale, con l’impudenza di cui aveva dato prova ai tempi dello zar nell’esagerare il benché minimo successo, attribuì un’importanza eccessiva alla sconfitta di Stokhod. La stampa liberale lo seguì. I casi di incertezza, di panico e le perdite dell’esercito russo erano descritti con lo stesso gusto con cui prima si descriveva la cattura di prigionieri e di trofei. La borghesia e i generali, di tutta evidenza, facevano ricorso al disfattismo. Ma Linsingen ricevette dall’alto l’ordine di fermarsi e il fronte si stabilizzò di nuovo nel fango primaverile e nell’attesa.

L’idea di servirsi della guerra contro la rivoluzione poteva dare dei frutti solo a condizione che i partiti intermedi, sostenuti dalle masse popolari, acconsentissero ad assolvere la funzione di meccanismo di trasmissione della politica liberale. Collegare l’idea della guerra a quella della rivoluzione andava al di là delle forze del liberalismo: ancora il giorno prima, aveva predicato che la rivoluzione sarebbe stata disastrosa per la guerra. Bisognava dunque affidare questo compito alla democrazia. Ma, naturalmente, senza rivelarle « il segreto ». Non metterla al corrente del piano, ma farla abboccare all’amo. Bisognava prenderla dal lato dei suoi pregiudizi, delle sue pretese di saggezza politica, dei sui timori di fronte all’anarchia, del suo ossequio superstizioso nei confronti della borghesia.

Nei primi giorni, i socialisti — siamo costretti per brevità a chiamare così i menscevichi e i socialrivoluzionari — non sapevano che fare con la guerra. Cheidze sospirava: « Abbiamo sempre parlato contro la guerra, come posso ora chiedere la continuazione della guerra?». Il 10 marzo, il Comitato esecutivo decideva di inviare un telegramma di saluto a Franz Mehring. Con questa piccola manifestazione, l’ala sinistra cercava di tacitare la propria coscienza socialista che non era poi troppo esigente. Sulla guerra come tale, il Soviet continuava a tacere. I dirigenti temevano di provocare su questo punto un conflitto con il governo provvisorio e di oscurare la luna di miele del « contatto ». Avevano paura anche di creare discordie nel loro stesso ambiente. Tra loro c’erano fautori della difesa nazionale e zimmerwaldiani. Gli uni e gli altri sopravvalutavano i loro dissensi.

Larghi settori di intellettuali rivoluzionari avevano subito durante la guerra una notevole metamorfosi borghese. Il patriottismo, aperto o mascherato, aveva legato gli intellettuali alle classi dirigenti staccandoli dalle masse. La bandiera di Zimmerwald di cui la sinistra si ammantava, non imponeva grandi obblighi e contemporaneamente consentiva di non manifestare una solidarietà patriottica con la cricca di Rasputin. Ma, ora, il regime dei Romanov era stato rovesciato. La Russia era divenuta un paese democratico. La sua libertà, colorita di tutte le sfumature, si stagliava nettamente sullo sfondo dell’Europa chiusa nelle tenaglie di una dittatura militare. Non difenderemo dunque la nostra rivoluzione contro gli Hohenzollern? esclamavano patrioti vecchi e nuovi, alla testa del Comitato esecutivo. I zimmerwaldiani tipo Sukhanov e tipo Steklov sostenevano con convinzione che la guerra restava imperialista: perché, in fin dei conti, i liberali affermavano che la rivoluzione doveva assicurare le annessioni progettate ai tempi dello zar « Come dunque posso chiedere la continuazione della guerra? » esclamava allarmato Cheidze. Ma poiché gli stessi zimmerwaldiani avevano preso l’iniziativa della trasmissione del potere ai liberali, le loro obiezioni rimanevano per aria. Dopo alcune settimane di esitazioni e di resistenze, la prima parte del piano di Miljukov fu varata in modo soddisfacente con il concorso di Tseretelli: i cattivi democratici che si consideravano socialisti furono legati al carro della guerra e, sotto la sferza dei liberali, usavano le loro deboli forze per assicurare la vittoria... dell’Intesa sulla Russia, dell’America sull’Europa.

La principale funzione dei conciliatori consisteva nell’inserire l’energia rivoluzionaria delle masse nella corrente del patriottismo. Da una parte cercavano di ridestare la combattività dell’esercito — e questo era difficile — dall’altra cercavano di incitare i governi dell’Intesa a rinunciare ai saccheggi — e questo era ridicolo —. Nei due sensi, passavano dalle illusioni alle delusioni e dagli errori alle umiliazioni. Indichiamo le prime pietre miliari di questa strada.

Nelle ore fugaci della sua grandezza, Rodzjanko aveva avuto il tempo di prescrivere il ritorno immediato dei soldati nelle caserme, per rimetterli agli ordini degli ufficiali. L’effervescenza provocata nella guarnigione da questa ordinanza costrinse il Soviet a dedicare una delle sue prime sedute alla questione delle future sorti dei soldati. Nell’atmosfera ardente di quell’ora, nel caos di una seduta che sembrava un comizio, e direttamente sotto dettatura dei soldati che i capi assenti non avevano potuto fermare, nacque il famoso Prikaz N. 1, Ordine N. 1, il solo documento degno della rivoluzione di febbraio, la carta delle libertà dell’esercito rivoluzionario. I suoi paragrafi audaci che assicuravano ai soldati uno sbocco organizzato su di una nuova via, stabilivano la creazione in tutti i reparti di comitati elettivi; l’elezione al Soviet di rappresentanti dei soldati; l’accettazione in tutte le manifestazioni politiche della disciplina del Soviet e dei suoi comitati; la conservazione delle armi sotto controllo dei comitati di compagnia e di battaglione e « in nessun caso la consegna agli ufficiali »; la più rigorosa disciplina militare, in servizio e fuori servizio; la pienezza di diritti civili; l’abolizione, fuori servizio, del saluto militare e dei titoli gerarchici; la proibizione agli ufficiali di trattare grossolanamente i soldati e in particolare di dar loro del tu, ecc.

Queste erano le conclusioni ricavate dai soldati di Pietrogrado dalla loro partecipazione all’insurrezione. Potevano forse essere diverse? Al momento dell’elaborazione del Prikaz, i dirigenti del Soviet erano distolti da più gravi preoccupazioni: stavano trattando con i liberali. Ciò consenti loro di invocare un alibi quando dovettero giustificarsi di fronte alla borghesia e al comando.

Contemporaneamente all’Ordine N. 1, il Comitato esecutivo, avuto il tempo di riprendersi, aveva inviato in tipografia, come antidoto, un appello ai soldati, che, dietro l’apparenza di una condanna del linciaggio degli ufficiali, esigeva sottomissione al vecchio comando. I tipografi semplicemente si rifiutarono di comporre il documento. I democratici autori non potevano nascondere la loro indignazione: dove si andava a finire? Non sarebbe tuttavia esatto supporre che i tipografi sollecitassero sanguinose rappresaglie contro gli ufficiali. Ma, quando si esortava la truppa a obbedire al vecchio corpo degli ufficiali dello zar, all’indomani dell’insurrezione, gli operai tipografi pensavano che con questo si volessero aprire le porte alla controrivoluzione. Certo, i tipografi avevano commesso un abuso di poteri. Ma non si sentivano solo tipografi. Secondo loro, era in gioco la testa della rivoluzione.

Nei primi giorni, quando la sorte degli ufficiali che rientravano ai reggimenti angustiava molto i soldati e gli operai, l’organizzazione socialdemocratica dei mezrajoncy 1 vicina ai bolscevichi, aveva posto la questione irritante con audacia rivoluzionaria. « Perché i nobili e gli ufficiali non vi ingannino — era detto nell’appello rivolto ai soldati — eleggete voi stessi i comandanti di squadra, di compagnia e di reggimento. Accettate tra voi solo gli ufficiali che conoscete come amici del popolo ». Ma che cosa era accaduto? Il proclama che corrispondeva esattamente alla situazione, era stato immediatamente confiscato dal Comitato esecutivo e Cheidze, nel suo discorso, lo aveva definito una provocazione. Come si vede, i democratici non si preoccupavano affatto di limitare la libertà di stampa quando si trattava di sferrare colpi a sinistra. Per fortuna, la loro stessa libertà era abbastanza limitata. Sostenendo il Comitato esecutivo come loro organo supremo, gli operai e i soldati, in tutti i momenti gravi, correggevano la politica dei dirigenti con un intervento diretto.

Già alcuni giorni dopo, il Comitato esecutivo tentava con un Ordine N. 2 di abolire l’Ordine N. 1, limitandone la portata al corpo d’armata di Pietrogrado. Invano! L’Ordine N. 1 era indistruttibile, perché non inventava nulla, ma solo consolidava quello che irrompeva da ogni parte, nelle retrovie e al fronte, ed esigeva di essere riconosciuto. Faccia a faccia con i soldati, anche i deputati liberali eludevano le domande e i rimproveri riguardanti l’Ordine N. 1. Ma, nell’alta politica, l’audace ordinanza divenne l’argomento principale della borghesia contro i soviet. I generali sconfitti videro da quel momento nell’Ordine N. 1 l’ostacolo principale che aveva loro impedito di schiacciare l’esercito tedesco. Si attribuiva all’ordinanza un’origine tedesca. I conciliatori cercavano di giustificarsi della loro complicità e innervosivano i soldati tentando di riprendere con la destra quello che avevano concesso con la sinistra.

Nel frattempo, nel Soviet, la maggioranza dei deputati esigeva già l’elezione dei capi. I democratici ne erano sconvolti. Non trovando argomenti migliori, Sukhanov cercava di far paura dicendo che la borghesia cui era stato affidato il potere, non avrebbe tollerato l’elezione. I democratici si nascondevano senza esitare dietro le spalle di Guckov. Nel loro gioco i liberali avevano la stessa parte che la monarchia aveva avuto nel gioco del liberalismo. « Ritornando al mio posto dalla tribuna — racconta Sukhanov — mi imbattei in un soldato che mi sbarrava la strada e mostrandomi i pugni gridava rabbiosamente contro quei signori che non avevano mai indossato il pastrano del soldato ». Dopo questo « eccesso » il nostro democratico, che aveva definitivamente perduto l’equilibrio, andò in cerca di Kerensky e solo con l’aiuto di costui « la faccenda fu arrangiata in qualche modo ». Questi uomini si preoccupavano solo di arrangiare le faccende.

Per quindici giorni, erano riusciti a far finta di non saper niente della guerra. Alla fine, era divenuto impossibile differire ancora. Il 14 marzo il Comitato esecutivo presentò al Soviet un progetto di manifesto « ai popoli del mondo intero » redatto da Sukhanov.

La stampa liberale disse subito di questo documento, che univa i conciliatori di destra e i conciliatori di sinistra, che era « un Ordine N. 1 sul piano della politica estera ». Ma questo giudizio elogiativo era falso quanto il doc­mento cui si riferiva. L’Ordine N. 1 costituiva una risposta onesta, diretta, della base, ai problemi posti all’esercito dalla rivoluzione. Il manifesto del 14 marzo era una risposta ingannevole, dall’alto, alle domande poste onestamente dai soldati e dagli operai.

Il manifesto, naturalmente, esprimeva un desiderio di pace e anche di pace democratica, senza annessioni né riparazioni. Ma gli imperialisti occidentali avevano imparato a usare questa terminologia molto prima dell’insurrezione di febbraio. Appunto in nome di una pace stabile, onesta, « democratica » Wilson si disponeva in quei giorni a entrare in guerra. Il pio Asquith presentava al Parlamento una classificazione scientifica delle annessioni da cui risultava senza ombra di dubbio che si sarebbero dovute condannare come immorali tutte le annessioni che fossero contrarie agli interessi della Gran Bretagna. Quanto alla diplomazia francese, consisteva nel dare l’aspetto più liberale alla cupidigia del bottegaio e dell’usuraio.

Il documento inviato dal Soviet, cui non si può negare una certa semplicistica sincerità, seguiva fatalmente le tracce dell’ipocrisia ufficiale francese. Il manifesto prometteva di « difendere risolutamente la nostra libertà » contro il militarismo straniero. Il che rientrava precisamente nello stile dei socialpatrioti francesi dopo l’agosto 1914. « È venuto il momento per i popoli di prendere in mano la soluzione della guerra o della pace », gridava il manifesto i cui autori, in nome del popolo russo, avevano appena lasciato questa questione alla discrezione dell’alta borghesia. Il manifesto lanciava un appello agli operai della Germania e dell’Austria-Ungheria: «Rinunciate a servire da strumento di conquista e di violenza nelle mani dei re, dei proprietari e dei banchieri! ». Queste parole erano una quintessenza della menzogna poiché i dirigenti del Soviet non pensavano affatto a rompere la loro alleanza con i re della Gran Bretagna e del Belgio, con l’imperatore del Giappone, con i proprietari e con i banchieri, quelli della Russia e quelli di tutti i paesi dell’intesa. Affidata la direzione della politica estera a Miljukov, che, ancora di recente, si disponeva a trasformare la Prussia orientale in una provincia russa, i dirigenti del Soviet invitavano gli operai tedeschi e austro-ungarici a seguire l’esempio della rivoluzione russa. Condannare in modo teatrale la carneficina non cambiava nulla, anche il papa se ne preoccupava. Con frasi patetiche, dirette contro le ombre del banchiere, del nobile proprietario e del re, i conciliatori facevano della rivoluzione di febbraio un’arma di re, di proprietari e di banchieri realmente esistenti.

Già nel suo telegramma di congratulazioni al governo provvisorio Lloyd George affermava che la rivoluzione russa dimostrava che « la guerra attuale è, per sua stessa natura, una lotta per il governo popolare e per la pace ». Il manifesto del 14 marzo, « per sua stessa natura », era solidale con Lloyd George e dava un prezioso aiuto alla propaganda bellicista americana. Aveva tre volte ragione il giornale di Miljukov a scrivere che « l’appello, che si inizia su toni così tipicamente pacifisti, sviluppa, in fondo, una ideologia che abbiamo in comune con tutti i nostri alleati ». Se, tuttavia, i liberali russi se la presero più di una volta e furiosamente, con il manifesto, e la censura francese si rifiutò, in genere, di lasciarlo passare, ciò dipese dalla paura dell’interpretazione che avrebbe potuto essere data a questo documento dalle masse rivoluzionarie, ancora fiduciose.

Redatto da un zimmerwaldiano, il manifesto segnava una vittoria di principio dell’ala patriottica. Nelle province, i soviet raccoglievano l’indicazione. La parola d’ordine « guerra alla guerra » veniva dichiarata inammissibile. Anche negli Urali e a Kostroma, dove i bolscevichi erano forti, il manifesto patriottico ottenne una unanime approvazione. Nulla di strano: perché anche nel Soviet di Pietrogrado i bolscevichi non avevano contrapposto nulla a questo documento menzognero.

Alcune settimane più tardi, si dovette fare un parziale versamento per la cambiale. Il governo provvisorio lanciò un prestito di guerra che, beninteso, fu chiamato «prestito della libertà». Tseretelli dimostrava che, dato che il governo si assumeva i suoi impegni « complessivamente e integralmente », la democrazia doveva sostenere il prestito. Al Comitato esecutivo, l’ala di opposizione raccolse più di un terzo dei voti. Ma all’assemblea plenaria del Soviet (22 aprile) votarono contro il prestito solo 112 delegati su circa duemila. Di qui si ricavava a volte la conclusione: il Comitato esecutivo è più a sinistra del Soviet. Ma non era esatto. Il Soviet era solo più onesto del Comitato esecutivo. Se la guerra è la difesa della rivoluzione, bisogna dare il denaro per la guerra, bisogna sostenere il prestito. Il Comitato esecutivo non era più rivoluzionario, ma solo più evasivo. Viveva di equivoci e di sotterfugi. Sosteneva il governo che aveva messo in piedi, « complessivamente e integralmente » e si assumeva la responsabilità della guerra solo « nella misura in cui... ». Queste piccole astuzie erano estranee alle masse. I soldati non potevano né combattere « nella misura in cui... », né morire « complessivamente e integralmente ».

Per consolidare la vittoria del senso dello Stato sulle divagazioni, il generale Alexejev, che il 5 marzo si disponeva a far fucilare le bande di propagandisti, il 1° aprile fu posto ufficialmente alla testa delle forze armate. Ormai tutto era in ordine. L’ispiratore della politica estera dello zarismo, Miljukov, era ministro degli Esteri. Il comandante in capo dell’esercito sotto lo zar, Alexejev, era divenuto generalissimo della rivoluzione. Il principio della successione era completamente ristabilito.

Nello stesso tempo, i dirigenti del Soviet erano costretti dalla logica della situazione ad allargare le maghe della rete che essi stessi avevano teso. La democrazia ufficiale temeva grandemente i capi dell’esercito che tollerava ed appoggiava. Non poteva fare a meno di contrapporre loro un certo controllo, cercando al tempo stesso di basare questo controllo sui soldati come pure di renderlo il più possibile indipendente dai soldati. Alla seduta del 6 marzo, il Comitato esecutivo aveva ritenuto opportuno collocare commissari propri in tutti i reparti e nelle amministrazioni militari. Così si stabiliva un triplice rapporto: le truppe delegavano i loro rappresentanti al Soviet; il Comitato esecutivo inviava i suoi commissari alle truppe; infine, alla testa di ogni reparto c’era un comitato elettivo che costituiva in un certo qual modo una cellula di base del Soviet.

Una delle più importanti incombenze dei commissari era di vigilare sull’integrità politica degli stati maggiori e del corpo degli ufficiali. « Il regime democratico ha forse superato quello dell’autocrazia » esclama Denikin con indignazione e per l’occasione si vanta dell’abilità del suo stato maggiore che intercettava e gli trasmetteva la corrispondenza cifrata dei commissari con Pietrogrado. Sorvegliare dei monarchici e dei fautori della servitù, cosa vi è di più offensivo? Ma è tutta un’altra questione se viene rubata la posta indirizzata dai commissari al governo. Checché ne fosse della morale, i rapporti interni dell’apparato dirigente dell’esercito si rivelano chiaramente: le due parti si temono a vicenda e si sorvegliano con ostilità. Ciò che le unisce, è solo la paura dei soldati. Gli stessi generali e ammiragli, quali che fossero le loro speranze e i loro progetti per l’avvenire, si rendevano chiaramente conto che, senza il velo della democrazia, le cose sarebbero andate male per loro. Lo statuto dei comitati della flotta fu elaborato da Kolciak, che contava di sopprimerlo più tardi. Ma, poiché, per il momento, non si poteva fare un passo senza i comitati, Kolciak interveniva presso il gran quartier generale per ottenere l’autorizzazione. Allo stesso modo, il generale Markov, uno dei futuri comandanti dell’esercito bianco, aveva inviato ai primi di aprile al ministero un progetto di istituzione di commissari per sorvegliare il lealismo del comando. Così « le secolari leggi dell’esercito », cioè le tradizioni della burocrazia militare, si spezzavano come fuscelli sotto la pressione della rivoluzione.

I soldati consideravano i comitati da un punto di vista opposto e si raggruppavano attorno ai comitati stessi, contro il comando. E se i comitati proteggevano i capi contro i soldati, era solo in una certa misura. La posizione dell’ufficiale in conflitto con un comitato diventava insostenibile. Così si stabiliva il diritto non scritto dei soldati a destituire i loro capi. Sul fronte Ovest, verso luglio, secondo Denikin erano stati congedati circa sessanta ufficiali, da un comandante di corpo d’armata sino a un comandante di reggimento. Mutamenti dello stesso tipo avevano avuto luogo all’interno dei reggimenti.

Nel frattempo si svolgeva un meticoloso lavoro di cancelleria al ministero della Guerra, al Comitato esecutivo nelle riunioni della Commissione di contatto, lavoro che aveva lo scopo di creare forme « ragionevoli » di rapporti nell’esercito e di risollevare l’autorità dei capi, riducendo i comitati dell’esercito a una funzione secondaria, prevalentemente amministrativa. Ma, mentre i grandi capi spazzavano con un’ombra di scopa un’ombra di rivoluzione, i comitati si sviluppavano in un poderoso sistema centralizzato, che faceva capo al Comitato esecutivo di Pietrogrado e che con l’organizzazione consolidava l’autorità del Comitato stesso sull’esercito. Di questa autorità, però, il Comitato esecutivo faceva soprattutto uso per trascinare di nuovo l’esercito in guerra, tramite i commissari e i comitati. I soldati avevano sempre più spesso motivo di chiedersi come mai i comitati che avevano eletto, esprimessero spesso non quello che pensavano loro, soldati, ma quello che volevano i capi.

Le trincee inviavano alla capitale deputati sempre più numerosi per sapere che cosa accadesse. Ai primi di aprile, il movimento degli uomini del fronte diviene incessante, ogni giorno hanno luogo al palazzo di Tauride conversazioni collettive; i soldati sopraggiunti fanno fatica a comprendere i misteri della politica del Comitato esecutivo, che non è capace di rispondere chiaramente a una sola domanda. L’esercito si sposta pesantemente sulla posizione sovietica per convincersi tanto più chiaramente dell’inconsistenza della direzione del Soviet.

I liberali, non osando opporsi apertamente al Soviet, tentano ancora la lotta per controllare l’esercito. Da legame politico, deve ovviamente fungere lo sciovinismo. II ministro cadetto Singarev, in una conversazione con i delegati delle trincee, difendeva l’ordinanza di Guckov contro « un’indulgenza eccessiva » nei confronti dei prigionieri, alludendo a « gli atti di crudeltà da parte dei tedeschi». Il ministro non ricevette la minima espressione di simpatia. L’assemblea si pronunciò risolutamente per il miglioramento delle condizioni dei prigionieri. Ed erano uomini che i liberali accusavano a ogni istante di eccessi e di ferocia. Ma gli oscuri uomini del fronte avevano i loro criteri. Ritenevano ammissibile vendicarsi di un ufficiale che aveva inflitto vessazioni ai soldati; ma sembrava loro vile vendicarsi su un soldato tedesco fatto prigioniero per gli atti di crudeltà, reali o ipotetici, di un Ludendorff. Le eterne norme della morale erano, ahimè, estranee a quei contadini rugosi e pieni di pulci.

Dai tentativi dei liberali per impadronirsi dell’esercito nacque al congresso dei delegati del fronte occidentale (7-10 aprile) un confronto tra liberali e conciliatori, che peraltro non ebbe seguito. Il primo congresso di uno dei fronti doveva fornire una decisiva verifica dell’orientamento politico dell’esercito e le due parti avevano inviato a Minsk i loro migliori rappresentanti. Per il Soviet: Tseretelli, Cheidze, Skobelev, Gvozdev; per la borghesia, Rodzjanko stesso, il Demostene dei cadetti Rodicev e altri. Nel teatro di Minsk, zeppo di partecipanti, l’agitazione era al colmo e si diffondeva a ondate in tutta la città. Sulla base delle testimonianze dei delegati, si scopriva il quadro della reale situazione al fronte. Su tutto il fronte, si fraternizzava, i soldati prendevano sempre più arditamente l’iniziativa, il comando non si sognava neppure misure di repressione. Che potevano dire i liberali? Dinanzi a quell’uditorio appassionato, rinunciarono subito all’idea di contrapporre loro risoluzioni a quelle del Soviet. Si limitarono a accenti patriottici nei discorsi di inaugurazione e ben presto furono travolti completamente. La battaglia fu vinta dai democratici senza colpo ferire. Non avevano neppure bisogno di guidare le masse contro la borghesia, dovevano solo trattenerle. La parola d’ordine della pace, intrecciata in modo equivoco alla parola d’ordine della difesa della rivoluzione, nello spirito del manifesto del 14 marzo, dominava il congresso. La risoluzione del Soviet sulla guerra fu adottata con seicentodieci voti contro otto e quarantasei astensioni. L’ultima speranza dei liberali di contrapporre il fronte alle retrovie, l’esercito al Soviet, era polverizzata. Ma anche i dirigenti democratici rientravano dal congresso più spaventati che entusiasmati dalla loro vittoria. Avevano visto quali fossero i sentimenti destati dalla rivoluzione e avevano avvertito che quei sentimenti andavano oltre le loro forze.

 

 

1 Mezrajoncy, cioè interdistrettuali.