I contadini

 

Il substrato della rivoluzione era la questione agraria. Nel regime arcaico di proprietà della terra, derivato direttamente dal servaggio, nell’autorità tradizionale del proprietario nobile, negli stretti legami tra il proprietario, l’amministrazione locale e lo zemstvo di casta era la radice delle più pronunciate manifestazioni di barbarie della vita russa di cui la monarchia rasputiniana era come il coronamento. Il muzhik era contemporaneamente il sostegno secolare e una delle prime vittime del dispotismo asiatico.

Nelle prime settimane seguite alla rivoluzione di febbraio, le campagne rimasero pressoché inerti. Le generazioni più attive erano al fronte. Le generazioni più mature, rimaste a casa, si ricordavano anche troppo bene che una rivoluzione finisce con spedizioni punitive. Poiché le campagne tacevano, le città tacevano sulle campagne. Ma a partire dal mese di marzo lo spettro della guerra contadina cominciò ad aleggiare sui nidi dei proprietari nobili. Dalle province in cui i nobili predominavano, cioè dalle province più arretrate e reazionarie, giunsero appelli che chiedevano aiuto prima ancora che si fosse delineato un reale pericolo. I liberali riflettevano perfettamente le apprensioni dei proprietari; i conciliatori lo stato d’animo dei liberali. «Spingere a fondo il problema agrario nelle prossime settimane — diceva dopo l’insurrezione Sukhanov, teorizzatore di “sinistra” — sarebbe dannoso e non c’è nessun bisogno di farlo». Come sappiamo, per Sukhanov era egualmente dannoso spingere troppo sulla questione della pace e su quella della giornata di otto ore. Eludere le difficoltà era più semplice. Per di più, i proprietari nobili cercavano di far paura dicendo che uno sconvolgimento dei rapporti agrari avrebbe avuto conseguenze negative sulle semine e sul rifornimento delle città. Il Comitato inviava nelle province telegrammi che raccomandavano «di non lasciarsi trascinare dalla questione agraria a danno dell’approvvigionamento delle città».

In molte località, i proprietari impauriti dalla rivoluzione si astennero dalle semine di primavera. Data la grave situazione del paese dal punto di vista alimentare, le terre incolte sembravano chiedere un nuovo padrone. I contadini cominciarono ad agitarsi sordamente. Non contando molto sul nuovo potere, i proprietari nobili iniziarono una frettolosa liquidazione delle loro terre. I kulaki si misero ad acquistare le terre dei nobili quanto più potevano, facendo il calcolo che una espropriazione coattiva non li avrebbe colpiti nella loro qualità di contadini. Molti di questi mercanteggiamenti ebbero un carattere evidentemente fittizio. Si supponeva che i proprietari privati al di sotto di un certo limite sarebbero stati risparmiati: per questo i proprietari nobili suddividevano artificialmente le loro proprietà in piccoli lotti, facendo ricorso a uomini di paglia. Spesso, le terre venivano intestate a stranieri, a cittadini di paesi alleati o neutrali. La speculazione dei kulaki e i trucchi dei proprietari nobili minacciavano di non lasciare alcun fondo agrario disponibile al momento della convocazione dell’Assemblea costituente.

I contadini vedevano queste manovre. Di qui la rivendicazione di sospendere con un decreto tutte le vendite di terre. Delegazioni contadine si recavano nelle città, dai nuovi padroni, per chiedere terra e giustizia. Ai ministri capitò più di una volta, dopo elevati dibattiti e ovazioni, di imbattersi all’uscita nelle modeste figure di delegati contadini. Sukhanov racconta che uno di questi delegati supplicava con le lacrime agli occhi i cittadini-ministri di pubblicare una legge che impedisse la vendita della terra. « Venne interrotto con impazienza da Kerensky tutto agitato e pallidissimo: “ Ho detto che sarà fatto, e quindi sarà fatto... Non è il caso di guardarmi con diffidenza” Sukhanov che assisteva alla scena, aggiunge: « Riferisco letteralmente il fatto, e Kerensky aveva ragione: i contadini guardavano con diffidenza il celebre ministro e popolare dirigente». Da questo breve dialogo tra un contadino che ancora chiede, ma ormai non ha più fiducia, e il ministro radicale che respinge con un gesto la sfiducia del contadino, appare l’inevitabilità del crollo del regime di febbraio.

L’ordinanza sui comitati agrari, concepiti come organismi preparatori della riforma, fu pubblicata dal primo ministro dell’Agricoltura, il cadetto Singarev. Il comitato agrario centrale, alla cui testa era un burocrate liberale, il professor Postnikov, era composto soprattutto da populisti che temevano più di qualsiasi altra cosa di mostrarsi meno moderati del loro presidente. Comitati agrari locali vennero istituiti nelle province, nei distretti e nei circondari. Mentre i soviet, che si inserivano con difficoltà nell’ambiente rurale, erano considerati organismi privati, i comitati agrari avevano un carattere governativo. Ma quanto meno ne erano definite le funzioni, tanto più era difficile che resistessero alla spinta dei contadini. Quanto più basso era il livello del comitato, quanto più era vicino alla terra, tanto più rapidamente diveniva uno strumento del movimento contadino.

Verso la fine di marzo cominciano a giungere alla capitale le prime allarmanti informazioni sull’entrata in scena dei contadini. Il commissario di Novgorod annuncia telegraficamente disordini fomentati da un certo sottotetente Panasjuk, « arresti ingiustificati di proprietari nobili » ecc. Nel governatorato di Tambov, una banda di contadini con alla testa alcuni soldati in congedo, ha saccheggiato una casa padronale. I primi comunicati sono senza dubbio esagerati; nelle loro lamentele i proprietari ingrandivano i conflitti e li precorrevano. Ma certa è la funzione dirigente nel movimento contadino dei soldati che portano dal fronte e dalle guarnigioni delle città lo spirito di iniziativa.

Uno dei comitati di circondario del governatorato di Kharkov decideva il 5 aprile di procedere a perquisizioni nelle case dei proprietari per sequestrare le armi eventualmente in loro possesso. C’è qui un chiaro presentimento di guerra civile. Certi tumulti verificatisi nel distretto di Skopin, nel governatorato di Rjazan, sono dovuti, secondo il commissario, a una decisione del comitato esecutivo di un distretto vicino sulla cessione obbligatoria delle terre dei proprietari nobili in affitto ai contadini. « L’agitazione degli studenti per una pacificazione sino all’Assemblea costituente non ha successo ». Così apprendiamo che « gli studenti » che, ai tempi della prima rivoluzione, avevano invitato i contadini al terrore agrario, — tale era allora la tattica dei socialrivoluzionari — nel 1917 predicavano invece la calma e la legalità, ma per la verità senza successo.

Un commissario del governatorato di Simbirsk traccia il quadro di un movimento contadino più sviluppato: comitati di circondario e di villaggio — ne riparleremo in seguito — arrestano i proprietari, li espellono dalla provincia, sottraggono i braccianti ai campi dei proprietari, si impadroniscono delle terre, fissano un prezzo di affitto obbligatorio. « I delegati inviati del Comitato esecutivo si mettono dalla parte dei contadini». Nello stesso tempo, comincia un movimento dei contadini delle comunità contro i nuovi proprietari di lotti, cioè contro i contadini ricchi che si erano staccati dalle comunità prendendo lotti indipendenti in virtù della legge Stolypin del 9 novembre 1906. « La situazione nella provincia minaccia le semine ». Il commissario del governatorato di Simbirsk, già in aprile, non vede altra soluzione se non quella di proclamare immediatamente la terra proprietà nazionale allo scopo che le modalità di conduzione agricola siano poi stabilite dall’Assemblea costituente.

Dal distretto di Kascira, vicino a Mosca, ci si lamenta che il Comitato esecutivo inciti la popolazione a impadronirsi senza indennizzo delle terre delle chiese, dei monasteri e dei proprietari nobili. Nel governatorato di Kursk, alcuni contadini espellono dalle terre i prigionieri di guerra che le lavoravano e li rinchiudono nella prigione locale. Dopo i congressi contadini, i contadini del governatorato di Penza, inclini a prendere alla lettera le risoluzioni dei socialrivoluzionari sulla tèrra e sulla libertà, cominciano a violare i contratti recentemente conclusi con i proprietari di terre. Contemporaneamente, sviluppano un’offensiva contro i nuovi organi di potere: «Al momento della costituzione dei comitati esecutivi di circondario e di distretto, nel mese di marzo, la maggioranza era composta di intellettuali; ma poi — riferisce il commissario di Penza — si levarono voci contro l’intellighentsija e a partire dal mese di aprile i comitati furono dovunque composti esclusivamente da contadini che, per quanto riguardava la terra, tendevano decisamente all’illegalità ».

Un gruppo di proprietari di una provincia vicina, quella di Kazan, si lagnava con il governo provvisorio di essere nell’impossibilità di far lavorare le sue aziende poiché i contadini espellevano i braccianti, razziavano le sementi, si impadronivano in molte località di tutti i beni mobili delle case padronali, impedendo ai proprietari di far tagliare la legna delle loro foreste, proferivano minacce di violenza e di morte. « Non c’è giustizia, tutti fanno quello che vogliono, gli elementi ragionevoli sono terrorizzati ». I proprietari del governatorato di Kazan sanno già chi sono i responsabili dell’anarchia: « Le decisioni del governo provvisorio sono ignorate nei villaggi, ma i volantini dei bolscevichi hanno larga diffusione ».

Eppure, le istruzioni del governo provvisorio certo non mancavano. Con un telegramma del 20 marzo il principe Lvov invitava i commissari a creare comitati di circondario quali organi di autorità locale, raccomandando inoltre di inserire nell’attività dei comitati « i proprietari del luogo e tutte le forze intellettuali delle campagne ». Si cercava di organizzare tutta la struttura dello Stato secondo il sistema delle camere di conciliazione. Ma i commissari dovevano ben presto versare lacrime, vedendo che si scartavano le « forze intellettuali »: evidentemente il contadino non aveva fiducia nei Kerensky di distretto e di circondario.

Il 3 aprile il sostituto del principe Lvov, principe Urusov — come si vede, il ministero degli Interni si adornava di nobili titoli — prescrive di non tollerare nessun arbitrio e soprattutto di tutelare « la libertà di ogni proprietario nell’amministrare la propria terra», cioè la più prelibata di tutte le libertà. Dieci giorni più tardi, lo stesso principe Lvov ritiene necessario accingersi a questo compitò, ordinando ai commissari « di frenare con tutti i mezzi consentiti dalla legge tutti gli atti di violenza e di rapina ». E di nuovo, due giorni dopo, il principe Urusov prescrive a un commissario provinciale «di prendere misure per la protezione delle stazioni di monta contro le azioni arbitrarie spiegando ai contadini» ecc.

Il 18 aprile il principe Urusov si preoccupa per il fatto che i prigionieri di guerra che lavorano presso i proprietari nobili cominciano ad avanzare rivendicazioni esagerate e ordina ai commissari di infliggere a questi sfrontati punizioni secondo i diritti concessi in precedenza ai governatori zaristi. Circolari, istruzioni, ordini telegrafici piovono dall’alto ininterrottamente. Il 12 maggio, il principe Lvov enumera in un nuovo telegramma gli atti di illegalità « che continuano a verificarsi in tutto il paese »: arresti arbitrari, perquisizioni, licenziamenti di funzionari, allontanamento di amministratori dalle proprietà, di direttori dalle fabbriche e dagli stabilimenti; distruzioni di beni, saccheggi, disordini; violenze compiute contro personaggi ufficiali; imposizioni fiscali alla popolazione; istigazione di ima parte della popolazione contro un’altra ecc. ecc. « Tutti gli atti di questo genere vanno considerati come del tutto illegali e in certi casi persino come anarchici... ». La caratterizzazione non è chiara, ma la conclusione è precisa: « Prendere le misure più decise ». I commissari provinciali distribuivano risolutamente la circolare ai distretti, i commissari di distretto facevano pressione sui comitati di circondario e tutti insieme constatavano la loro impotenza di fronte al contadino.

Quasi dovunque intervengono negli avvenimenti le formazioni militari più vicine. Il più delle volte, sono queste formazioni a prendere l’iniziativa. Il movimento assume forme estremamente differenziate, a seconda delle condizioni locali e del grado di acutezza della lotta. In Siberia, dove non ci sono proprietari nobili, i contadini si impadroniscono delle terre, delle chiese e dei monasteri. Del resto, il clero si trova a mal partito in altri punti del paese. Nel pio governatorato di Smolensk, i preti e i monaci vengono arrestati sotto l’influenza dei soldati di ritorno dal fronte. Le autorità locali sono spesso costrette ad andare più in là di quanto non vorrebbero al solo scopo di impedire ai contadini di prendere misure assai più radicali. Il comitato esecutivo di un distretto del governatorato di Samara, ai primi di maggio, stabiliva una pubblica tutela sulla proprietà del conte Orlov-Davydov per proteggerlo così contro i contadini.

Siccome il decreto promesso da Kerensky sulla proibizione della vendita di terre non arrivava, i contadini cominciarono a servirsi dei pugni per impedire queste operazioni, opponendosi alla misurazione dei terreni. Sempre più spesso venivano confiscate le armi e persino i fucili da caccia nelle case dei proprietari. I contadini del governatorato di Minsk, secondo le lamentele di un commissario, « consideravano legge le risoluzioni del Congresso contadino ». Del resto, come si poteva interpretarle diversamente? Quei congressi erano l’unica autorità effettiva nelle province. Così viene alla luce il grande malinteso tra gli intellettuali socialrivoluzionari che si sciacquano la bocca con le parole e i contadini che esigono fatti.

Verso la fine di maggio, si mette in movimento la grande steppa asiatica. I kirghisi, cui gli zar avevano tolto le migliori terre a vantaggio dei loro servitori, si sollevano ora contro i proprietari invitandoli a liquidare al più presto le proprietà usurpate. « Questo punto di vista guadagna sempre più terreno nella steppa », riferisce il commissario di Akmolinsk.

All'altro estremo del paese, nel governatorato di Livonia, un comitato esecutivo distrettuale inviò una commissione di inchiesta per il saccheggio delle proprietà del barone Stahl von Holstein. La commissione giunse alla conclusione che i disordini erano stati insignificanti, che la presenza del barone nel distretto comprometteva la calma, e prese la decisione di inviare il barone e la baronessa a Pietrogrado a disposizione del governo provvisorio. Così sorgeva uno degli innumerevoli conflitti tra l’autorità locale e il potere centrale, tra socialrivoluzionari di base e socialrivoluzionari di vertice.

Un rapporto del 27 maggio, pervenuto dal distretto di Pavlograd (governatorato di Ekaterinoslav) traccia un quadro quasi idilliaco: i membri del Comitato agrario chiariscono alla popolazione tutti i malintesi e così « prevengono qualsiasi eccesso ». Ahimè! Questo idillio durerà solo poche settimane.

Il superiore di imo dei monasteri di Kostroma si lagna amaramente, alla fine di maggio, presso il governo provvisorio, perché i contadini hanno requisito un terzo del bestiame bovino e caprino del monastero. Il venerabile monaco avrebbe potuto essere più discreto: presto dovrà salutare gli altri due terzi.

Nel governatorato di Kursk, si cominciò a perseguitare i contadini acquirenti di lotti che si rifiutavano di rientrare nella comunità. Di fronte alla grande rivoluzione agraria, prima di una generale perequazione delle terre, la classe contadina vuole presentarsi come un tutto unico. Le divisioni interne possono creare ostacoli. Il mir deve marciare come un sol uomo. La lotta per la conquista delle terre dei nobili è quindi accompagnata da violenze contro le fattorie, cioè contro i coltivatori di tendenze individualistiche.

L’ultimo giorno di maggio venne arrestato nel governatorato di Perni il soldato Samoilov, che esortava la gente a rifiutarsi di pagare le imposte. Tra poco sarà il soldato Samoilov a procedere ad arresti. Durante una processione in un villaggio del governatorato di Kharkov, un contadino a nome Gricenko fece a pezzi a colpi d’ascia, sotto gli occhi di tutta la popolazione, una venerata icona di S. Nicola. Così trovano espressione proteste di ogni genere che si traducono in atti concreti.

Un ufficiale di marina, che era pure un proprietario nobile, fornisce in ricordi anonimi — Note di una guardia bianca — un quadro interessante dell’evoluzione di un villaggio nei primi mesi dopo l’insurrezione. A tutti i posti « venivano eletti quasi dovunque uomini provenienti dall’ambiente borghese. Tutti si preoccupavano di una sola cosa, mantenere l’ordine». È vero, i contadini rivendicavano la terra, ma, nei primi due o tre mesi, senza violenze. Al contrario, si sentiva dire di continuo: «Non vogliamo fare rapine, desideriamo trattare amichevolmente» ecc. In queste assicurazioni tranquillizzanti il tenente intravedeva tuttavia « una minaccia nascosta ». E infatti, se nel primo periodo i contadini non facevano ancora ricorso alla violenza, «si dimostrarono subito diffidenti» verso le cosiddette forze intellettuali. Lo stato d’animo di semi-aspettativa durò, secondo la guardia bianca, sino a maggio-giugno, «dopo di che si notò un brusco mutamento, si manifestò una tendenza a contestare le direttive delle autorità provinciali, a regolare le faccende in modo arbitrario...». In altri termini, i contadini avevano concesso alla rivoluzione di febbraio una dilazione di tre mesi per pagare le tratte socialrivoluzionarie, dopo di che cominciarono a procedere ai sequestri di autorità.

Il soldato Cinenov, che aveva aderito al partito bolscevico, si recò a due riprese, dopo l’insurrezione, da Mosca al suo paese, nel governatorato di Orel. Nel mese di maggio, nel circondario dominavano i socialrivoluzionari. In molte località i contadini pagavano ancora TafiStto ai proprietari. Cinenov organizzò una cellula bolscevica di soldati, di braccianti e di contadini poveri. La cellula propagandava la soppressione del pagamento dei fitti e la suddivisione delle terre tra coloro che non ne avevano. Immediatamente furono misurati i prati dei proprietari, furono divisi tra i villaggi, furono falciati. « I socialrivoluzionari che facevano parte del comitato di circondario denunciarono l’illegalità dei nostri atti, ma non si rifiutarono di ricevere la loro parte di fieno ». Poiché i rappresentanti dei villaggi, per paura di essere ritenuti responsabili, si dimettevano dagli incarichi, i contadini ne eleggevano altri, più decisi. Non si trattava sempre di bolscevichi, tutt’altro.

Con la loro pressione diretta, i contadini provocavano divisioni nel partito socialrivoluzionario, staccando gli elementi animati di spirito rivoluzionario dai funzionari e dai carrieristi.. Dopo aver falciato l’erba dei signori, i contadini si rivolsero verso le terre incolte e si divisero la terra per le semine invernali. La cellula bolscevica decideva di perquisire i granai dei proprietari e di inviare le riserve di grano nella capitale affamata. Le decisioni della cellula venivano eseguite perché corrispondevano allo stato d’animo dei contadini. Cinenov aveva portato con sé al paese natio pubblicazioni bolsceviche di cui, prima del suo arrivo, non si aveva notizia. « Gli intellettuali e i socialrivoluzionari del posto facevano correre la voce che avevo portato molto oro tedesco e stavo sobillando i contadini ». Processi identici si sviluppavano su scala più o meno vasta. Ogni circondario aveva i suoi Miljukov, i suoi Kerensky e i suoi Lenin.

Nel governatorato di Smolensk, l’influenza dei socialrivoluzionari cominciò a rafforzarsi dopo il congresso provinciale dei deputati contadini che, come era logico, si pronunciò per il passaggio della terra al popolo. I contadini accettarono questa decisione integralmente, ma, a differenza dei dirigenti, la presero sul serio. Da quel momento, il numero dei socialrivoluzionari si accresce di continuo nelle campagne. « Chiunque avesse assistito almeno a un congresso qualsiasi come fautore della tendenza socialrivoluzionaria — racconta un militante locale — si considerava socialrivoluzionario o qualche cosa di simile... ». Nella città centro del distretto c'erano di stanza due reggimenti pure sotto l’influenza dei socialrivoluzionari. I comitati agrari dei circondari cominciavano ad arare le terre dei proprietari nobili, a falciare i prati. Il commissario della provincia, il socialrivoluzionario Efimov, inviava ordinanze comminatorie. Il villaggio era sconcertato: lo stesso commissario non aveva forse detto al congresso provinciale che i contadini costituivano ora il potere stesso e che soltanto colui che lavorava la terra direttamente avrebbe potuto trarne profitto? Ma all’atto pratico, per ordine del commissario socialrivoluzionario Efimov, nel solo distretto di Elnino, durante i mesi successivi, furono tradotti in giudizio per essersi impadroniti delle terre dei proprietari sedici comitati agrari di circoscrizione su diciassette. In questo modo originale si avviava a conclusione l’avventura tra gli intellettuali populisti e il popolo. In tutto il distretto c’erano tutt’al più tre o quattro bolscevichi. Ma la loro influenza aumentava rapidamente, eliminando o dividendo i socialrivoluzionari.

Ai primi di maggio fu convocato a Pietrogrado il congresso contadino panrusso. Le delegazioni rappresentavano i vertici e avevano una composizione spesso fortuita. Se i congressi di operai e di soldati erano invariabilmente in ritardo rispetto alla marcia degli avvenimenti e rispetto all’evoluzione delle masse, è inutile dire quanto fosse in ritardo la rappresentanza dei contadini rispetto al vero stato d’animo delle campagne. Come delegati sì presentarono da una parte intellettuali populisti di estrema destra, gente legata ai contadini soprattutto tramite le cooperative di commercio o da ricordi di gioventù. Il vero « popolo » era rappresentato dai contadini più agiati, dai kulaki, da bottegai, da contadini cooperatori. I socialrivoluzionari dominavano il congresso indiscriminatamente, e per di più sulla linea della loro estrema destra. Tuttavia, a volte, anch’essi restavano interdetti, impauriti, dinanzi alla stupefacente combinazione di avidità di terra e di orientamento politico da Cento Neri che si manifestava in certi deputati. A proposito della proprietà terriera dei nobili, nel congresso si delineò una posizione comune, estremamente radicale: « Tutte le terre divengono proprietà pubblica, per uno sfruttamento egualitario da parte di tutti i lavoratori, senza alcun indennizzo ». Naturalmente i kulaki interpretavano l’eguaglianza come un’eguaglianza loro nei confronti dei proprietari nobili, ma in nessun modo come un’eguaglianza nei confronti dei braccianti. Questo piccolo malinteso tra un fittizio socialismo populista e il democratismo agrario dei contadini doveva però manifestarsi solo in seguito.

Il ministro dell’agricoltura Cernov, che ardeva dal desiderio di offrire un uovo di Pasqua al congresso dei contadini, si aggirava invano con un progetto di decreto sulla proibizione della vendita di terre. Il ministro della Giustizia Pereversev, che nel suo genere passava pure per un socialrivoluzionario, proprio nei giorni del congresso aveva appena ordinato alle autorità locali di non ostacolare le vendite di terre. In proposito, i deputati contadini fecero un po’ di chiasso. Ma il problema rimase allo stesso punto. Il governo provvisorio del principe Lvov non acconsentiva a mettere le mani sulle terre dei proprietari nobili. I socialisti non volevano mettere le mani sul governo provvisorio. E per la sua stessa composizione il congresso non era affatto in grado di superare la contraddizione tra la sua fame di terra e il suo spirito reazionario.

Il 20 maggio, Lenin parlò al congresso contadino. Sembrava — dice Sukhanov — che Lenin fosse capitato in un branco di coccodrilli. « Tuttavia, i contadini lo ascoltavano con attenzione e probabilmente non senza una certa simpatia che però non osavano manifestare ». Lo stesso risultato nel settore dei soldati, estremamente ostile ai bolscevichi. Sulle tracce dei socialrivoluzionari e dei menscevichi, Sukhanov cerca di attribuire alla tattica leninista nella questione agraria una sfumatura anarchica. È un atteggiamento non molto diverso da quello del principe

Lvov, che era incline a considerare come atti di anarchia gli attentati ai diritti dei proprietari. Secondo questa logica, la rivoluzione nel suo complesso si identifica con l’anarchia. In realtà, il modo in cui Lenin impostava la questione andava più in profondità di quanto non potessero comprendere i suoi critici. Come organi della rivoluzione agraria, e in primo luogo della liquidazione della proprietà fondiaria nobiliare dovevano essere considerati i soviet dei deputati contadini ai quali si sarebbero dovuti subordinare i comitati agrari. Agli occhi di Lenin, i soviet erano organi del futuro potere statale e del potere statale più concentrato, cioè della dittatura rivoluzionaria. In ogni caso, questa concezione è assai lontana dall’anarchia, cioè dalla teoria e dalla pratica dell’assenza di potere. « Noi ci pronunciamo — diceva Lenin il 28 aprile — per il trasferimento immediato della terra ai contadini con la maggiore organizzazione possibile. Ci opponiamo recisamente alle confische anarchiche ». Perché non acconsentiamo ad attendere l’Assemblea costituente? « Per noi, l’importante è l’iniziativa rivoluzionaria, di cui la legge deve essere la conseguenza. Se attendete che la legge sia messa per iscritto e non esprimete voi stessi un’energia rivoluzionaria, non avrete né la legge né la terra ». Queste parole cosi semplici non sono forse il linguaggio di tutte le rivoluzini?

Dopo un mese di riunioni il congresso contadino elesse come organismo permanente un Comitato esecutivo composto da circa duecento robusti piccolo-borghesi di campagna e da professori o bottegai populisti, dietro lo schermo di personaggi decorativi tipo la Breskovskaja, Ciajkosky, Vera Fighner e Kerensky. Alla presidenza venne eletto il socialrivoluzionario Avksentiev, che era fatto per i banchetti di provincia, ma non per la guerra contadina.

A partire da quel momento, le questioni più importanti furono discusse in sedute comuni dei due Comitati esecutivi: quello degli operai e dei soldati e quello dei contadini. Questa fusione comportava un estremo rafforzamento dell’ala destra, legata direttamente ai cadetti. Ogni volta che c’era bisogno di far pressione sugli operai, di dare addosso ai bolscevichi, di minacciare « la repubblica indipendente di Kronstadt » di tutti i flagelli possibili e immaginabili, duecento mani o, più esattamente, duecento pugni (kulaki), quelli dell’esecutivo contadino, facevano blocco. Costoro erano pienamente d’accordo con Miljukov nel dire che bisognava « farla finita » con i bolscevichi. Ma a proposito delle terre dei nobili avevano punti di vista da muzhiki e non teorie da liberali, e questo li contrapponeva alla borghesia e al governo provvisorio.

Immediatamente dopo la conclusione del congresso contadino, cominciarono a giungere le lamentele: nelle province le risoluzioni del congresso erano prese sul serio e provocavano la confisca e l’inventario delle terre e dei beni mobili dei proprietari nobili. Era assolutamente impossibile far entrare nelle teste dure dei contadini l’idea che vi fosse un distacco tra le parole e i fatti.

I socialrivoluzionari, spaventati, suonarono la ritirata. Ai primi di giugno, nel loro congresso di Mosca, condannarono solennemente qualsiasi confisca arbitraria di terre: bisognava attendere l’Assemblea costituente. Ma questa risoluzione fu impotente non solo a contenere, ma anche a indebolire il movimento agrario. La faccenda era straordinariamente complicata dal fatto che nello stesso partito socialrivoluzionario esisteva un buon numero di elementi effettivamente disposti a marciare sino in fondo con i contadini contro i proprietari, e che per di più questi socialrivoluzionari di sinistra, pur senza osare rompere apertamente con il partito, aiutavano i contadini a eludere le leggi o a interpretarle a modo loro.

Nel governatorato di Kazan, in cui il movimento contadino aveva assunto una violenza particolare, i socialrivoluzionari di sinistra si qualificarono prima che nelle altre province. Erano guidati da Kalegaev, futuro commissario del popolo all’Agricoltura nel governo sovietico, durante il periodo del blocco tra i bolscevichi e i socialrivoluzionari di sinistra. Dalla metà di maggio comincia nel governatorato di Kazan un sistematico trasferimento delle terre a disposizione dei comitati di circondario. Più audacemente che altrove questa misura viene applicata nel distretto di Spassk, dove alla testa delle organizzazioni contadine era un bolscevico. Le autorità del capoluogo si lamentano con l’autorità centrale dell’agitazione agraria condotta dai bolscevichi venuti da Kronstadt che, per di più, avrebbero arrestato una reverenda monaca di nome Tamara « perché aveva sollevato delle obiezioni ».

Dal governatorato di Voronez un commissario comunica il 2 giugn: «I casi di svariate infrazioni alla legge e di atti illegali divengono nella provincia ogni giorno più frequenti e soprattutto in materia agraria». Le confische di terre continuano tenacemente nel governatorato di Penza. Uno dei comitati di circoscrizione del governatorato di Kaluga si era impadronito della metà del fieno di un monastero: e su denuncia dell’abate il comitato agrario del distretto prendeva la seguente decisione: confiscare il fieno nella sua totalità. Non è raro che l’istanza superiore si dimostri più radicale di quella inferiore. La badessa Maria, del governatorato di Penza, si lagna della confisca delle proprietà del monastero: «le autorità locali sono impotenti». Nel governatorato di Viatka, i contadini avevano messo sotto sequestro la proprietà dei Skoropadsky, famiglia del futuro atamano ucraino e «in attesa di una soluzione della questione della proprietà agraria» avevano deciso quanto segue: non toccare la foresta e versare i redditi della proprietà al Tesoro.

In molte altre località, i comitati agrari non solo avevano ridotto di cinque o sei volte il tasso degli affitti, ma avevano deciso che i versamenti, invece di esser fatti ai proprietari, fossero messi a disposizione dei comitati in attesa della soluzione da parte dell’Assemblea costituente. Questo era un modo da contadini, e non da avvocati, cioè un modo serio, di non pregiudicare la questione della riforma agraria prima dell’Assemblea costituente. Nel governatorato di Saratov, i contadini, che ancora il giorno prima avevano impedito ai proprietari di tagliare la legna nelle foreste, si mettevano a tagliarla anch’essi. Sempre più di frequente i contadini si impadronivano delle terre delle chiese e dei monasteri, soprattutto dove i proprietari nobili erano rari. In Livonia, i braccianti agricoli lettoni, assieme ai soldati del battaglione lettone, cominciarono a confiscare sistematicamente le terre dei baroni.

Dal governatorato di Vitebsk i padroni delle segherie si sgolano gridando che le misure prese dai comitati agrari distruggono l’industria del legno e le impediscono di soddisfare le esigenze del fronte. Altri patrioti non meno disinteressati, i proprietari del governatorato di Poltava, si affliggono perché, per colpa dei tumulti agrari, non hanno più la possibilità di rifornire l’esercito. Infine il congresso dei proprietari di stazioni di monta svoltosi a Mosca avverte che le confische compiute dai contadini minacciano le peggiori sciagure alla monta nazionale. Nel frattempo, l’alto procuratore del Sinodo, lo stesso che diceva che i membri della santissima istituzione era « idioti e mascalzoni » si lamentava con il governo che nella provincia di Kazan i contadini prendevano ai monaci non solo la terra e il bestiame, ma anche la farina necessaria per il pane benedetto. Nel governatorato di Pietrogrado, a due passi dalla capitale, i contadini avevano cacciato dalla sua proprietà il fattore e avevano cominciato ad amministrarsi da soli. Il vigilante principe Urusov il 2 giugno telegrafa ancora in tutte le direzioni: « Nonostante le mie istruzioni ecc. ecc. Vi prego di nuovo di prendere le misure più decise ». Il principe dimenticava solo di indicare quali.

Mentre in tutto il paese proseguiva il gigantesco lavoro di estirpamento delle più profonde radici del medioevo e del servaggio, il ministro dell’Agricoltura Cernov raccoglieva nei suoi uffici materiali per l’Assemblea costituente. Aveva intenzione di far passare la riforma solo sulla base dei dati più precisi della statistica agraria e di qualsiasi altro dato e per questo esortava i contadini con la voce più suadente ad attendere la fine dei suoi esercizi. Il che, peraltro, non impedì ai proprietari di far saltare il « ministro dei contadini » assai prima che avesse riempito le sue tabelle sacramentali.

Sulla base degli archivi del governo provvisorio alcuni giovani ricercatori hanno calcolato che nel mese di marzo il movimento agrario si produsse, con maggiore o minor forza, solo in trentaquattro distretti, in aprile in centosettantaquattro, in maggio in duecentotrentasei, in luglio in trecentoventicinque. Queste cifre non forniscono però un quadro esatto dello sviluppo reale del movimento, dato che in ogni distretto la lotta assume, ogni mese che passa, un carattere di massa più vasto e più tenace.

In questa prima fase, da marzo a luglio, i contadini, nella loro schiacciante maggioranza, si astengono ancora dalle violenze dirette contro i proprietari e dalle confische aperte di terre. Jakovlev, che ha diretto gli studi già menzionati e attualmente è commissario del popolo all’Agricoltura dell’URSS, spiega la tattica relativamente pacifica dei contadini con la loro fiducia nella borghesia. Questa spiegazione deve essere considerata priva di fondamento.

Il governo del principe Lvov non poteva affatto indurre i contadini alla fiducia, anche lasciando da parte la costante diffidenza contadina verso le città, il potere, la società colta. Se nella prima fase i contadini ancora non fanno ricorso ai metodi di violenza aperta se non molto raramente, e cercano di dare alle loro azioni la forma di una pressione legale o semilegale, dipende appunto dalla loro sfiducia nei confronti del governo e dalla scarsa fiducia nelle proprie forze. I contadini cominciano appena a mettersi in movimento, tastano il terreno, calcolano la resistenza dell’avversario, e incalzano i proprietari su tutta la linea, aggiungono: «Non vogliamo saccheggiare, vogliamo che tutto avvenga regolarmente». Non si attribuiscono la proprietà dei pascoli, ma ne falciano l’erba. Prendono la terra in affitto coattivamente, fissando direttamente l’affitto, oppure, sempre coattivamente, « comperano » la terra a prezzi che essi stessi stabiliscono. Tutte queste finzioni legali, assai poco convincenti sia per il proprietario sia per il giurista liberale, sono dettate, in realtà, da una diffidenza profonda, ma dissimulata, nei confronti del governo: « Questo non lo otterremo senza seccature, si dice il contadino; con la forza, è pericoloso; cerchiamo con l’astuzia». Preferiva espropriare il proprietario con il consenso del proprietario stesso.

«Durante tutti questi mesi — insiste Jakovlev — prevalgono procedimenti del tutto originali, sconosciuti nella storia, di lotta “ pacifica ” contro i proprietari, che dipendono dalla fiducia del contadino nella borghesia e nel governo della borghesia». I procedimenti definiti qui «sconosciuti nella storia» sono in realtà tipici, inevitabili, storicamente obbligatori per la fase iniziale di una guerra contadina sotto tutti i meridiani. La tendenza a dissimulare i primi atti di rivolta dietro una sembianza di legalità, religiosa o laica, ha sempre caratterizzato la lotta di ogni classe rivoluzionaria sino al momento in cui questa classe non abbia avuto la forza e la convinzione necessarie a tagliare il cordone ombelicale che la legava alla vecchia società. Ciò riguarda la classe contadina assai più di qualsiasi altra classe perché, anche nei suoi periodi migliori, questa classe procede quasi nelle tenebre e guarda i suoi amici del giorno prima con occhio sospettoso: e ha buone ragioni per farlo. Gli amici del movimento agrario ai suoi primi passi sono agenti della borghesia radicale e liberale. Pur sostenendo in parte le rivendicazioni dei contadini, questi amici si inquietano per le sorti della proprietà borghese e per questo cercano con tutte le loro forze di far rientrare l’insurrezione contadina nell’alveo della legalità borghese.

Assai prima della rivoluzione altri fattori ancora operavano nello stesso senso. Dallo stesso ambiente della classe nobile sorgevano predicatori di riconciliazione. Lev Tolstoj penetrava nell’animo del muzhik più profondamente di chiunque altro. La sua filosofia della non-resistenza al male con la violenza era un riflesso delle prime fasi della rivoluzione dei contadini. Tolstoj sognava che tutto potesse avvenire «senza saccheggi, per consenso reciproco». Dietro questa tattica faceva scivolare una base religiosa, sotto forma di un cristianesimo purificato. Il mahatma Gandhi assolve oggi in India alla stessa missione, solo in modo più pratico. Se dall’epoca contemporanea torniamo molto indietro, scopriamo senza difficoltà gli stessi fenomeni — che si è preteso fossero «sconosciuti nella storia» —, sotto i più disparati involucri, religiosi, nazionali, filosofici e politici, sin dai tempi biblici e anche prima.

L’originalità dell’insurrezione contadina del 1917 consisteva soprattutto nel fatto che come agenti della legalità borghese si presentavano uomini che si dicevano socialisti, e per di più rivoluzionari. Ma non erano loro a determinare il carattere e il ritmo del movimento contadino. I contadini seguivano i socialrivoluzionari nel senso che prendevano a prestito da questi ultimi formule bell’e pronte per prendersi la rivincita sui proprietari. Nello stesso tempo, i socialrivoluzionari servivano loro da copertura legale: poiché, insomma, si trattava del partito di Kerensky, ministro della Giustizia e poi ministro della Guerra, e di Cernov, ministro dell’Agricoltura. I ritardi nella promulgazione dei decreti indispensabili, i socialrivoluzionari dei distretti e delle circoscrizioni li spiegavano con la resistenza dei proprietari e dei liberali e testimoniavano dinanzi ai contadini che « i nostri » al governo facevano tutto il possibile. A ciò il muzhik non poteva naturalmente replicare nulla. Ma non essendo affatto ammalato di beata credulità, riteneva necessario aiutare «i nostri» dal basso e a volte lo faceva così risolutamente che «i nostri» in alto cominciarono presto ad allarmarsi.

La debolezza dei bolscevichi tra i contadini era momentanea e dipendeva dal fatto che i bolscevichi non condividevano le illusioni delle popolazioni rurali. Le campagne potevano arrivare al bolscevismo solo sulla base dell’esperienza e delle delusioni. La forza dei bolscevichi, nella questione agraria come in altre, risiedeva nel fatto che non c’erano in loro contraddizioni tra le parole e i fatti.

Le considerazioni sociologiche generali non potevano determinare a priori se i contadini nel loro insieme fossero già in grado di levarsi contro i proprietari. Il rafforzarsi delle tendenze capitalistiche nell’economia agricola nel periodo intercorso tra le due rivoluzioni; il differenziarsi di un forte strato di affittuari che abbandonavano la comunità primitiva; lo straordinario sviluppo della cooperazione rurale, diretta da contadini ricchi e agiati, tutto questo impediva di stabilire in anticipo con sicurezza quale delle due tendenze avrebbe avuto la meglio nel corso della rivoluzione: l’antagonismo di casta tra la classe contadina e la nobiltà o l’antagonismo di classe nel seno stesso della classe contadina.

Lenin, al momento del suo arrivo, aveva assunto in proposito una posizione assai prudente. « Il movimento agrario — diceva il 14 aprile — è solo una previsione e non un fatto... Bisogna prospettarsi la possibilità che i contadini si uniscano alla borghesia». Non era un’idea buttata là per caso. Al contrario, Lenin vi ritorna con insistenza a più riprese. Alla conferenza del partito, il 24 aprile, dichiara contro i « vecchi bolscevichi » che lo accusavano di sottovalutare i contadini: «Non è ammissibile che il partito proletario riponga ora le sue speranze in una comunità di interessi con i contadini. Noi lottiamo perché i contadini passino dalla parte nostra, ma ora essi sono — in una certa misura coscientemente — dalla parte dei capitalisti». Ciò dimostra tra l’altro quanto Lenin fosse lontano dalla teoria che più tardi gli attribuirono gli epigoni, di una continua armonia tra gli interessi del proletariato e quelli dei contadini. Pur ammettendo che i contadini come casta potessero agire come fattore rivoluzionario, Lenin si preparava in aprile alla variante più sfavorevole, cioè al crearsi di un solido blocco tra i proprietari nobili, la borghesia e larghi strati contadini. «Voler conquistare il contadino in questo momento — diceva — significa mettersi alla mercé di Miljukov». Di qui la conclusione: «Spostare il centro di gravità verso i soviet di braccianti agricoli».

Ma la variante più favorevole fu quella che si realizzò. Il movimento agrario si trasformava da previsione in realtà effettiva, mettendo a nudo per un breve periodo, ma con forza straordinaria, il prevalere dei legami interni della classe contadina sugli antagonismi capitalistici. I soviet dei braccianti agricoli assunsero una certa importanza solo in poche località, principalmente nelle provincie baltiche. In compenso, i comitati agrari divenivano gli organi di tutta la classe contadina che, con la sua pressione irresistibile, li trasformava da camere di conciliazione in strumenti della rivoluzione agraria.

Il fatto che la classe contadina nel suo insieme avesse ancora una volta, l’ultima volta nella storia, la possibilità di agire come fattore rivoluzionario, prova contemporaneamente la debolezza e la forza dei rapporti capitalistici nelle campagne. L’economia borghese è ancora ben lungi dall’aver riassorbito i rapporti agrari basati sulla servitù medioevale. Tuttavia, lo sviluppo capitalistico è andato così in là da rendere le vecchie forme di proprietà agraria egualmente insostenibili per tutti gli strati rurali. L’intrecciarsi delle terre dei nobili e delle proprietà contadine, spesso calcolato coscientemente in modo da trasformare i diritti del proprietario nobile in una trappola per tutta la comunità contadina; l’inverosimile sparpagliamento delle terre del villaggio; infine il recentissimo antagonismo tra la comunità agraria e i proprietari individualisti, tutto ciò creava, nel complesso, una insopportabile confusione nei rapporti agrari, da cui non si poteva uscire con misure legislative limitate. E i contadini lo avvertivano meglio di tutti i teorici della questione agraria. L’esperienza della vita, pur modificandosi con il susseguirsi delle generazioni, li riportava sempre alla stessa conclusione: bisogna mettere una croce sui diritti ereditati e acquisiti che riguardano la terra, rovesciare tutte le demarcazioni e consegnare questa terra, liberata da tutti i sedimenti storici, a quelli che la lavorano.

Questo era il significato degli aforismi del contadino: «La terra non è di nessuno», «la terra è di Dio», e nello stesso senso i contadini interpretavano il programma socialrivoluzionario della socializzazione della terra. Nonostante le teorie populiste, in ciò non vi era un grammo di socialismo. La più audace rivoluzione agraria, in sé e per sé, non andava ancora al di là del quadro del regime borghese. La socializzazione che avrebbe dovuto assicurare a ogni lavoratore «il diritto alla terra», costituiva un’utopia evidente, se si mantenevano senza limitazioni i rapporti di mercato. Il menscevismo criticava questa utopia dal punto di vista borghese liberale. Il bolscevismo, invece, metteva in luce questa tendenza democratica progressista che nella teoria dei socialrivoluzionari trovava la sua espressione utopistica. La rivelazione del vero significato storico del problema agrario in Russia è stato uno dei più grandi meriti di Lenin.

Miljukov ha scritto che per lui, « sociologo e studioso dell’evoluzione storica della Russia », cioè per un uomo che contempla dall’alto quanto accade, « Lenin e Trotsky rappresentavano un movimento assai più vicino a Pugacev, Razin e Bolotnikov — ai secoli XVII e XVIII della nostra storia — che alle ultime concezioni dell’anarco-sindacalismo europeo ». Il fondo di verità contenuto in questa affermazione del sociologo liberale — se si lascia da parte «l’anarco-sindacalismo» che non c’entra affatto — riguarda non i bolscevichi, ma piuttosto la borghesia russa, la sua tardiva apparizione e la sua inconsistenza politica. Non è colpa dei bolscevichi se i grandiosi movimenti contadini dei secoli passati non hanno portato alla democratizzazione dei rapporti sociali in Russia: senza una direzione di provenienza cittadina, ciò era irrealizzabile! Come non è colpa dei bolscevichi se la pretesa emancipazione dei contadini nel 1861 fu effettuata con la spoliazione delle terre comunali, con un assoggettamento dei contadini allo Stato e con un integrale mantenimento del regime sociale. Una cosa è certa: i bolscevichi hanno dovuto, nel primo quarto del secolo XX, completare quello che non era stato portato a termine o non era stato compiuto in nessun modo nei secoli XVII, XVIII e XIX. Prima di affrontare il loro grande compito specifico, i bolscevichi sono stati costretti a sgomberare il terreno dal letame storico delle vecchie classi dirigenti e degli antichi secoli, e questo compito supplementare i bolscevichi, comunque, lo hanno assolto molto coscienziosamente. Questa volta lo stesso Miljukov non oserà negarlo.