Conclusione

 

Nelle prime pagine di quest’opera abbiamo cercato di dimostrare quali profonde radici avesse la rivoluzione d’ottobre nei rapporti sociali della Russia. La nostra analisi, che non è stata affatto adattata a posteriori agli avvenimenti, è stata sviluppata, al contrario, assai prima della rivoluzione e anche prima del suo prologo del 1905.

Nelle pagine successive abbiamo cercato di mettere in luce come le forze sociali della Russia si siano manifestate negli avvenimenti della rivoluzione. Abbiamo esaminato l’attività dei partiti politici nelle loro relazioni reciproche con le classi. Le simpatie e le antipatie dell’autore possono essere lasciate da parte. Un’esposizione storica ha diritto di esigere un riconoscimento di obiettività se, basandosi su fatti esattamente stabiliti, ne riproduce l’intima connessione sulla base dello sviluppo reale dei rapporti sociali. La ragion d’essere intrinseca di un processo che in questo modo viene rivelata, è in sé la migliore verifica dell’obiettività dell’esposizione.

Gli avvenimenti della rivoluzione di febbraio che si sono svolti dinanzi al lettore, hanno confermato il pronostico teorico — sin qui almeno per metà — grazie al metodo delle eliminazioni successive: prima ancora che il proletariato giungesse al potere, tutte le altre varianti dello sviluppo politico erano sottoposte al vaglio dell’esperienza della vita e respinte in quanto inapplicabili.

Il governo della borghesia liberale, con il suo ostaggio democratico Kerensky, si concluse con un solenne fiasco. Le « giornate di aprile » furono il primo aperto avvertimento della rivoluzione d’ottobre a quella di febbraio. Il governo provvisorio borghese veniva quindi sostituito da una coalizione la cui sterilità appariva chiaramente ogni giorno della sua esistenza. Nella manifestazione di giugno, fissata dal Comitato esecutivo di propria iniziativa, benché, per la verità, non del tutto di buon grado, la rivoluzione di febbraio cercò di misurare le forze con l’ottobre e fu sconfitta duramente. La sua sconfitta era tanto più facile in quanto ebbe luogo sull’arena di Pietrogrado e fu inflitta dagli stessi operai e soldati che avevano fatto l’insurrezione di febbraio, ratificata entusiasticamente da tutto il resto del paese. La manifestazione di giugno dimostrò che gli operai e i soldati di Pietrogrado marciavano verso una seconda rivoluzione, i cui obiettivi era iscritti nelle loro insegne. Sintomi inequivocabili indicavano che tutto il resto del paese si sarebbe schierato sulla linea di Pietrogrado, benché con un inevitabile ritardo. Così verso la fine del quarto mese la rivoluzione di febbraio, politicamente parlando, si era già esaurita. I conciliatori avevano perduto la fiducia degli operai e dei soldati. Il conflitto tra i partiti che dirigevano i soviet e le masse sovietiche diveniva quindi inevitabile. Dopo la sfilata del 18 giugno, che era una verifica pacifica dei rapporti di forza tra le due rivoluzioni, il loro antagonismo doveva assumere inevitabilmente un carattere di violenza aperta.

Così sopraggiunsero le « giornate di luglio ». Quindici giorni dopo la dimostrazione organizzata dall’alto, gli stessi operai e gli stessi soldati uscirono nelle vie, ma ormai di loro iniziativa, ed esigettero che il Comitato esecutivo centrale assumesse il potere. I conciliatori rifiutarono nettamente. Le giornate di luglio sfociarono in conflitti di strada, causarono vittime e si chiusero con la repressione contro i bolscevichi, dichiarati responsabili dell’incapacità del regime di febbraio. La proposta che Tseretelli aveva fatto il 17 giugno di dichiarare fuori legge i bolscievichi e di disarmarli — proposta allora respinta — fu messa pienamente in pratica ai primi di luglio. I giornali bolscevichi furono proibiti. I reparti militari dei bolscevichi furono dispersi. Le armi vennero tolte agli operai. I dirigenti del partito furono dichiarati mercenari dello stato maggiore tedesco. Gli uni dovettero nascondersi, gli altri vennero imprigionati.

Ma proprio con la « vittoria » riportata in luglio dai conciliatori sui bolscevichi si manifestò pienamente l’impotenza della democrazia. Contro gli operai e i soldati, i democratici dovettero lanciare truppe notoriamente controrivoluzionarie, ostili non solo ai bolscevichi, ma anche ai soviet: il Comitato esecutivo ormai non aveva più truppe proprie.

I liberali ne ricavarono una giusta conclusione che Miljukov formulò ponendo l’alternativa: Kornilov o Lenin? Di fatto, la rivoluzione non lasciava più spazio per il prevalere del giusto mezzo. La controrivoluzione si era detta: ora o mai più. Il generalissimo Kornilov fomentò una rivolta contro la rivoluzione dietro le sembianze di una campagna contro i bolscevichi. Come tutte le varietà di opposizione legale, prima dell’insurrezione, si mettevano una maschera patriottica, adducendo le esigenze della lotta contro i tedeschi, così tutte le varietà della controrivoluzione legale, dopo la insurrezione, adducevano le esigenze della lotta contro i bolscevichi. Kornilov aveva l’appoggio delle classi possidenti e del loro partito, quello dei cadetti. Ciò non impedì — al contrario, fece sì — che le truppe dirette da Kornilov fossero sconfitte senza combattere, capitolassero senza ingaggiare battaglia, evaporassero come una goccia d’acqua sulla ghisa incandescente di una stufa. Così fu fatta pure l’esperienza di una insurrezione di destra e da parte di un personaggio che si trovava alla testa dell’esercito; i rapporti di forza tra le classi possidenti e il popolo furono verificati nell’azione e nell’alternativa: Kornilov o Lenin. Kornilov cadde come una pera marcia, anche se Lenin in quel momento era ancora costretto a rifugiarsi nella più stretta clandestinità.

Qual era dunque la variante non utilizzata, non sperimentata, non verificata? La variante del bolscevismo. Infatti, dopo il tentativo di Kornilov e il suo vergognoso fallimento, le masse si rivolgono tumultuosamente e definitivamente verso i bolscevichi. La rivoluzione d’ottobre si avvicina, divenendo una esigenza fisica. Diversamente dalla insurrezione di febbraio, che si diceva non sanguinosa, benché fosse costata a Pietrogrado molte vittime, l’insurrezione d’ottobre ebbe luogo effettivamente, nella capitale, senza effusione di sangue. Non abbiamo forse il diritto di chiedere quali altre prove si potrebbero fornire della profonda ragion d’essere della rivoluzione d’ottobre? E non è forse chiaro che la rivoluzione poteva sembrare risultato di un’avventura o della demagogia solo a coloro che ha colpito nel punto più sensibile, cioè nel portafoglio? La lotta sanguinosa comincia solo dopo la conquista del potere da parte dei bolscevichi, quando le classi rovesciate, con l’appoggio materiale dei governi dell’Intesa, fanno sforzi disperati per riprendere quello che hanno perduto. Allora si iniziano gli anni della guerra civile. Si costituisce l’esercito rosso. Il paese affamato è sottoposto al regime del comunismo di guerra e trasformato in un campo di spartani. La rivoluzione d’ottobre, a passo a passo, si apre la strada, ricaccia tutti i nemici, si accinge a risolvere i problemi economici, cura le ferite più gravi della guerra imperialista e della guerra civile e realizza notevoli successi sul piano dello sviluppo industriale. Ma di fronte alla rivoluzione sorgono nuove difficoltà, che derivano dal suo isolamento e dal suo accerchiamento da parte di potenti nazioni capitaliste. Le condizioni di arretratezza che hanno portato il proletariato russo al potere, hanno posto dinanzi a questo potere problemi che, per la loro stessa natura, non possono essere risolti completamente entro il quadro di uno Stato isolato. Così le sorti di questo Stato sono strettamente legate allo sviluppo ulteriore della storia mondiale.

Questo primo volume, dedicato alla rivoluzione di febbraio, dimostra come e perché questa rivoluzione fosse destinata a finire nel nulla. Il volume successivo mostrerà come la rivoluzione d’ottobre abbia riportato la vittoria.