Cinque giornate

Il 23 febbraio era la « giornata internazionale della donna ». Nei circoli socialdemocratici si pensava di celebrare questa giornata nelle forme abituali: riunioni, discorsi, manifestini. Ancora alla vigilia, nessuno si sarebbe sognato che questa « giornata della donna » potesse inaugurare la rivoluzione. Non una sola organizzazione aveva preconizzato uno sciopero per quel giorno. Di più, un’organizzazione bolscevica tra le più combattive, il comitato del rione essenzialmente proletario di Vyborg, sconsigliava qualsiasi sciopero. Secondo la testimonianza di Kajurov, uno dei capi operai del rione, lo stato d’animo delle masse era molto teso e qualsiasi sciopero minacciava di trasformarsi in un conflitto aperto. Ma, siccome il Comitato non riteneva che fosse giunto ancora il momento di aprire le ostilità — il partito non era ancora abbastanza forte e i legami tra operai e soldati erano del tutto insufficienti —, aveva deciso di non invitare allo sciopero, ma di prepararsi all’azione rivoluzionaria per una data imprecisata. Questa era la linea di condotta prospettata dal Comitato alla vigilia del 23 e sembrava che tutti l’avessero accettata. Ma l’indomani mattina, nonostante tutte le direttive, gli operai tessili abbandonarono il lavoro in molte fabbriche e inviarono delegazioni agli operai metallurgici per chiedere il loro appoggio allo sciopero. « Di malavoglia », scrive Kajurov, i bolscevichi si misero in movimento, seguiti dagli operai menscevichi e socialrivoluzionari. Ma dal momento che si trattava di uno sciopero di massa, bisognava che tutti si impegnassero a scendere sulle piazze e a mettersi alla testa del movimento: questa era la risoluzione proposta da Kajurov e il Comitato di Vyborg si vide costretto ad accettarla. « L’idea di una manifestazione maturava da tempo tra gli operai, ma in quel momento nessuno aveva ancora un’idea di che cosa ne sarebbe venuto fuori ». Prendiamo nota di questa testimonianza di un partecipante, assai importante per la comprensione del meccanismo degli avvenimenti.

Si dava per scontato in anticipo che in caso di manifestazioni le truppe sarebbero uscite dalle caserme e si sarebbero opposte agli operai. Che cosa sarebbe accaduto? Si era in tempo di guerra e le autorità non erano disposte a scherzare. Ma, d’altra parte, il soldato della « riserva », in quei giorni, non è già più il vecchio soldato di una volta, dell’esercito regolare. È davvero così temibile? In proposito, si discuteva molto nei circoli rivoluzionari, ma piuttosto astrattamente, perché nessuno, proprio nessuno — si può affermarlo categoricamente sulla base di tutti i documenti raccolti — pensava ancora che la giornata del 23 febbraio avrebbe segnato l’inizio di una offensiva decisiva contro l’assolutismo. Si parlava solo di una manifestazione le cui prospettive rimanevano imprecisate e comunque assai limitate.

In effetti, è dunque stabilito che la rivoluzione di febbraio fu scatenata da elementi di base che superarono la resistenza delle loro stesse organizzazioni rivoluzionarie e che l’iniziativa fu presa spontaneamente da un settore del proletariato oppresso e sfruttato più di tutti gli altri — i lavoratori tessili — tra cui indubbiamente si contavano non poche mogli di soldati. L’ultimo impulso venne dalle interminabili attese dinanzi ai forni. Il numero degli scioperanti, uomini e donne, fu quel giorno di circa 90.000. Lo stato d’animo combattivo si tradusse in manifestazioni, comizi, scontri con la polizia. Il movimento si sviluppò prima nel rione di Vyborg, dove si trovavano le grandi fabbriche, e arrivò poi al sobborgo di Pietro- grado. Nelle altre parti della città, secondo i rapporti della polizia, non vi furono né scioperi né manifestazioni. Quel giorno, le forze di polizia vennero integrate con distaccamenti militari, in apparenza poco numerosi, ma non si verificarono scontri. Una folla di donne, non tutte operaie, si diresse verso la Duma municipale per chiedere pane. Era come chiedere latte a un bue. In vari quartieri comparvero bandiere rosse e cartelli le cui scritte dimostravano che i lavoratori esigevano pane e non volevano più saperne dell’autocrazia e della guerra. La « giornata della donna » era riuscita, era stata piena di slancio e non aveva causato vittime. Ma di che cosa fosse gravida, in serata nessuno ancora sospettava. All’indomani, il movimento, lungi dal calmarsi, raddoppia di energia: circa la metà degli operai industriali di Pietrogrado sono in sciopero il 24 febbraio. Sin dal mattino gli operai si presentano nelle fabbriche e, invece di mettersi al lavoro, tengono comizi, e successivamente si dirigono verso il centro della città. Nuovi quartieri, nuovi settori della popolazione vengono trascinati nel movimento. La parola d’ordine: « Pane » è lasciata cadere o è soffocata da altre: « Abbasso l’autocrazia! Abbasso la guerra! ». Continuano le manifestazioni sulla prospettiva Nevsky: prima, masse compatte di operai che cantano gli inni rivoluzionari; poi, una moltitudine disparata di cittadini, di studenti con i berretti blu. « La gente che passeggiava ci manifestava la propria simpatia e dalle finestre di molti ospedali i soldati ci salutavano agitando in aria quello che capitava loro sottomano ». Erano in molti a comprendere la portata di quei gesti di simpatia di soldati malati verso i manifestanti? Tuttavia, i cosacchi attaccarono la folla, anche se non brutalmente; i cavalli erano coperti di schiuma; i manifestanti si gettavano da una parte e dall’altra, poi si ricomponevano in gruppi serrati. Nessuna paura nella moltitudine. Una voce correva di bocca in bocca: « I cosacchi hanno promesso di non sparare ». Di tutta evidenza, gli operai erano riusciti a intendersi con un certo numero di cosacchi. Ma un po’ più tardi sopraggiunsero dragoni mezzo ubriachi, che gridando ingiurie penetrarono tra la folla, colpendo le teste con colpi di lancia. I manifestanti resistettero con tutte le loro forze, senza retrocedere. « Non spareranno ». E infatti non spararono.

Un senatore liberale che osservava nelle strade vetture tranviarie immobilizzate (ma questo non accadde il giorno dopo?), alcune con i vetri rotti, altre rovesciate sui binari, rievocava le giornate del luglio 1914, alla vigilia della guerra : « Si aveva l’impressione che venisse rinnovato il tentativo di una volta ». Il senatore vedeva giusto; c’era di certo un legame di continuità; la storia riprendeva i capi di un filo rivoluzionario spezzato dalla guerra e li riannodava.

Per tutta la giornata, le folle di popolo non fecero che circolare da un quartiere all’altro, incalzate violentemente dalla polizia, contenute e respinte dalla cavalleria e da certi distaccamenti di fanteria. Si gridava: « Abbasso la polizia! », ma sempre più di frequente si levavano degli evviva verso i cosacchi. Era significativo. La folla manifestava il proprio odio feroce verso la polizia. Gli agenti a cavallo erano accolti con fischi, con il lancio di pietre e di pezzi di ghiaccio. Del tutto diverso Patteggiamento degli operai verso i soldati. Attorno alle caserme, vicino alle sentinelle, alle pattuglie e ai cordoni di sbarramento, operai e operaie scambiavano parole amichevoli con la truppa. Era una nuova fase, determinata dallo sviluppo dello sciopero e dall’incontro tra gli operai e l’esercito. Questa fase è inevitabile in ogni rivoluzione. Ma appare sempre inedita ed effettivamente si presenta ogni volta sotto un aspetto nuovo: coloro che hanno letto o scritto sull’argomento, non si rendono conto del fatto quando si produce.

Alla Duma dell’impero si raccontava quel giorno che una immensa moltitudine di popolo occupava tutta la piazza Znamenskaja, tutta la prospettiva Nevsky e tutte le vie adiacenti e che si constatava un fenomeno del tutto insolito: la folla, rivoluzionaria e non patriottica, applaudiva i cosacchi e i reggimenti che marciavano con la musica in testa. Un deputato aveva domandato che cosa significasse e un passante, il primo venuto, gli aveva risposto : « Un poliziotto ha colpito una donna con la sua nagaika; i cosacchi sono intervenuti e hanno cacciato via la polizia ». Può darsi che le cose non siano andate proprio così, nessuno potrebbe verificarlo. Ma la folla credeva che fosse così, che la cosa fosse possibile. Era una convinzione che non cadeva dal cielo, ma derivava da un’esperienza già fatta e che, di conseguenza, doveva costituire un pegno di vittoria.

Gli operai della fabbrica Erikson, tra le più moderne del rione di Vyborg, dopo aver tenuto un comizio al mattino, avanzarono in massa, in numero di 2500, sulla prospettiva Sampsonovsky, e, in un passaggio ristretto, si imbatterono in alcuni cosacchi. Spingendo i cavalli, gli ufficiali penetrarono per primi tra la folla. Dietro di essi, trottavano i cosacchi su tutta la larghezza della strada. Momento decisivo! Ma i cavalieri passarono prudentemente, in lunga fila, attraverso il corridoio aperto dagli ufficiali. « Taluni di essi sorridevano — scrive Kajurov — e uno strizzò rocchio, con un’aria d’intesa, verso gli operai ». Quante cose voleva dire quella strizzatina d’occhio! Gli operai erano divenuti audaci, ed erano animati da simpatia e non da ostilità nei confronti dei cosacchi che avevano lievemente contaminato. Colui che aveva strizzato l’occhio, ebbe degli imitatori. Nonostante nuovi tentativi degli ufficiali, i cosacchi, pur senza infrangere apertamente la disciplina, non incalzarono la folla con troppa insistenza e si limitarono ad attraversarla. Così accadde tre o quattro volte e le due parti contrapposte si riavvicinarono ulteriormente. I cosacchi cominciarono a rispondere individualmente alle domande degli operai ed ebbero persino qualche breve conversazione. Della disciplina non rimanevano che le più esili, le più tenui apparenze, con il pericolo di una rottura imminente. Gli ufficiali si affrettarono ad allontanare le truppe dalla folla e, rinunciando all’idea di disperdere gli operai, disposero le truppe a sbarramento di una via per impedire ai manifestanti di raggiungere il centro. E fu fatica sprecata: schierati e facendo la guardia secondo le regole, i cosacchi non si opponevano però ai « tuffi » che gli operai facevano tra le gambe dei cavalli. La rivoluzione non sceglie a piacimento le sue strade: all’inizio della sua marcia verso la vittoria, passava sotto la pancia di un cavallo cosacco. Notevole episodio! E notevole anche il colpo d’occhio del narratore che ha colto tutti questi avvenimenti. Nulla di strano: chi racconta era un dirigente, aveva dietro di sé più di duemila uomini, lo sguardo di un capo che deve guardarsi dagli scudisci o dalle pallottole del nemico è molto aguzzo.

Il mutamento dello stato d’animo dell’esercito sembra essersi manifestato in primo luogo tra i cosacchi, eterni protagonisti delle repressioni e delle spedizioni punitive. Ciò non significa tuttavia che i cosacchi fossero più rivoluzionari degli altri. Al contrario, questi solidi proprietari, montati su cavalli di loro proprietà, gelosi dei particolarismi della loro casta, che trattavano con un certo disprezzo i semplici contadini e avevano un atteggiamento di sfida verso gli operai, erano fortemente impregnati di spirito conservatore. Ma appunto per questo i mutamenti provocati dalla guerra si manifestarono in loro più nettamente. E del resto non erano forse i cosacchi che si tormentavano in tutti i modi, inviandoli di continuo in spedizioni, lanciandoli contro il popolo, snervandoli, e che per primi si mettevano alla prova? Essi ne avevano abbastanza: volevano rientrare a casa loro e strizzavano l’occhio: « Fate dunque, come volete, se ne siete capaci: noi non vi daremo fastidio». Tuttavia, si trattava solo di sintomi, anche se assai significativi. L’esercito rimane l’esercito, legato alla disciplina e la monarchia regge ancora le fila. Le masse sono prive di armi. I loro dirigenti, per il momento, neppure pensano a uno scioglimento decisivo.

Quel giorno, al consiglio dei ministri, era all’ordine del giorno, tra le altre, la questione dei tumulti nella capitale. Lo sciopero? Le manifestazioni? Se ne erano visti altri... Tutto è previsto, sono stati impartiti ordini. Si passa semplicemente a sbrigare gli affari correnti.

Ma quali ordini, dunque, erano stati impartiti? Benché nei giorni 23 e 24 fossero stati picchiati duramente ventotto poliziotti — mirabile precisione della statistica! — il generale Khabalov, capo della regione militare di Pietro- grado, investito di poteri quasi dittatoriali, non faceva ricorso alle sparatorie. Non certo per bontà d’animo! Ma tutto era previsto e premeditato: i colpi di fucile sarebbero partiti a tempo debito.

L’unico elemento inatteso della rivoluzione era stato il momento dello scoppio. Insomma, le due parti contrapposte, quella rivoluzionaria e quella governativa, si erano preparate con cura, da anni, da sempre. Per quanto riguarda i bolscevichi, tutta la loro attività a partire dal 1905 era consistita unicamente in preparativi. Ma anche l’azione del governo era consistita, in larga misura, nel preparare in anticipo il soffocamento della seconda rivoluzione che si preannunciava. Su questo piano, a partire dall’autunno 1916, il lavoro del governo aveva assunto un carattere particolarmente sistematico. Una commissione presieduta da Khabalov aveva completato, verso la metà del gennaio 1917, la minuziosa elaborazione di un piano per schiacciare una nuova insurrezione. La capitale era stata divisa in sei settori amministrati da « capi di polizia » e suddivisi in quartieri. Alla testa di tutte le forze armate era stato posto il generale Cebykin, comandante in capo della riserva della guardia. I reggimenti erano stati suddivisi tra i quartieri. In ciascuno dei sei settori principali, la polizia, la gendarmeria e l’esercito erano raggruppati sotto il comando di ufficiali di stato maggiore specialmente designati. La cavalleria cosacca restava a disposizione di Cebykin in persona, per le operazioni di maggior rilievo. Il metodo di repressione era organizzato nel modo seguente: prima si sarebbe fatta marciare la polizia; poi si sarebbero lanciati i Cosacchi con i loro scudisci; infine, in caso di necessità estrema, si sarebbero schierate le truppe con i fucili e le mitragliatrici. Fu proprio questo piano, che era un’applicazione più larga dell’esperienza del 1905, ad essere messo in opera nel febbraio. La difficoltà non consistette in una scarsa preveggenza o in una concezione sbagliata, ma nel materiale umano. Appunto per questo l’arma era destinata ad incepparsi.

Formalmente, il piano contava sull’intera guarnigione che ammontava a centocinquantamila uomini: ma in realtà si prevedeva, al massimo, l’impiego di una decina di migliaia di uomini; indipendentemente dagli agenti di polizia che erano tremilacinquecento, si sperava soprattutto sugli allievi ufficiali. Ciò si spiega per la stessa composizione della guarnigione in quel periodo. Questa guarnigione era formata quasi esclusivamente di riservisti, innanzi tutto da quattordici battaglioni della riserva, collegati ai reggimenti della guardia che si trovavano al fronte. Inoltre comprendeva: un reggimento di fanteria di riserva, un battaglione di automobilisti di riserva, una divisione di autoblinde di riserva, contingenti poco numerosi di genieri e di artiglieri e due reggimenti di cosacchi del Don. Era molto, era anche troppo. Gli effettivi della riserva, troppo numerosi, costituivano una massa umana appena dirozzata oppure sottrattasi a ogni addestramento. Del resto, non era questa la composizione dell’esercito nel suo insieme?

Khabalov si atteneva rigorosamente al piano che aveva elaborato. Il primo giorno, il 23, entrò in campo solo la polizia. Il 24 si fece avanzare nelle strade soprattutto la cavalleria, ma armata solo di scudisci e di lance. Si pensava di usare la fanteria e di aprire il fuoco a seconda della piega degli avvenimenti. E gli avvenimenti non si fecero attendere.

Il 25 lo sciopero assunse una maggiore ampiezza. Secondo i dati ufficiali, vi parteciparono 240.000 operai. Elementi arretrati seguono l’avanguardia, un buon numero di piccole aziende sospendono il lavoro, i tram non funzionano più, i negozi restano chiusi. Nel corso della giornata, gli studenti dell’insegnamento superiore si uniscono al movimento. Verso mezzogiorno, decine di migliaia di persone si affollano attorno alla cattedrale di Kazan e nelle vie adiacenti. Si cerca di organizzare comizi all’aperto, si verificano scontri con la polizia. Dinanzi alla statua, alcuni uomini prendono la parola. La polizia a cavallo apre il fuoco. Un oratore cade ferito. Colpi d’arma da fuoco partono dalla folla: un commissario di polizia è ucciso, un capo e molti dei suoi agenti sono feriti. Si lanciano contro i gendarmi bottiglie, petardi, granate. La guerra ha insegnato bene quest’arte. I soldati danno prova di passività e talvolta di ostilità nei confronti della polizia. Si ripete con emozione tra la folla che i poliziotti, quando hanno cominciato a sparare sul popolo presso la statua di Alessandro III, sono stati oggetto di una sparatoria da parte dei cosacchi : i faraoni a cavallo (così erano chiamati gli agenti di polizia) erano stati costretti a porsi in salvo al galoppo. Assai probabilmente non si trattava di una leggenda diffusa per infondere coraggio, perché lo stesso episodio, benché riferito diversamente, è stato confermato da varie fonti.

Uno dei dirigenti autentici di quelle giornate, l’operaio bolscevico Kajurov racconta che i manifestanti a un certo punto erano tutti fuggiti, sotto i colpi di scudiscio della polizia a cavallo e di fronte a un plotone di cosacchi. Allora, lui, Kajurov e alcuni altri operai che non avevano seguito i fuggiaschi, si tolsero il berretto, si avvicinarono ai cosacchi con il berretto in mano : « Fratelli cosacchi, venite in aiuto degli operai nella loro lotta per pacifiche rivendicazioni! Guardate come ci trattano, noi, operai affamati, questi faraoni! Aiutateci! ». Che giusto calcolo psicologico, che gesto inimitabile, il tono volutamente ossequioso, i berretti in mano! Tutta la storia delle battaglie di strada e delle vittorie rivoluzionarie pullula di improvvisazioni di questo genere. Ma di solito si perdono nel vortice dei grandi avvenimenti e gli storici non colgono che un involucro di luoghi comuni. « I cosacchi si scambiarono occhiate significative — dice ancora Kajurov — e prima che avessimo il tempo di allontanarci, si lanciarono nel pieno della mischia ». Qualche minuto dopo, dinanzi alla scalinata della stazione, la folla portava in trionfo un cosacco che aveva dato una sciabolata a un commissario della polizia.

I faraoni scomparvero rapidamente o, per dir così, agirono solo dietro le quinte. Ma comparvero i soldati, con le baionette innestate. Alcuni operai si rivolgono loro con angoscia: « Compagni, venite ad aiutare la polizia? ». La risposta è un brusco: « Circolate! ». Nuovo tentativo di stabilire una conversazione: stesso risultato. I soldati sono di cattivo umore, angustiati da uno stesso pensiero, e non sopportano che si colpisca nel segno il loro cruccio.

Nel frattempo, la parola d’ordine generale è che bisogna disarmare i faraoni. La polizia è il nemico feroce, inesorabile, odiato e pieno d’odio. Non si pone il problema di convincerla. Gente simile bisogna colpirla duramente o ucciderla. Per quanto riguarda le truppe, invece, le cose stanno diversamente: la folla cerca in tutti i modi di evitare scontri con l’esercito, tenta di conquistare i soldati, di convincerli, di attirarli, di unirli a sé, di averli dalla propria parte. Nonostante le voci ottimistiche - forse leggermente esagerate - che sono circolate sulla condotta dei cosacchi, la folla osserva ancora la cavalleria con una certa inquietudine. Un cavaliere domina la folla dall’alto: tra la sua mentalità e quella del manifestante ci sono le quattro zampe del cavallo. Un personaggio che si è costretti a guardare dal basso in alto appare sempre più degno di considerazione e più temibile. Con la fanteria ci si trova allo stesso livello, sulla strada, è più vicina, più accessibile. La massa cerca di affrontare il fantaccino, di guardarlo con franchezza, di fargli sentire il suo respiro bruciante. In questi incontri tra soldati e operai, le operaie hanno una parte importante. Più audacemente degli uomini, avanzano verso le schiere dei soldati, si aggrappano ai fucili, supplicano e quasi ordinano : « Togliete le baionette! Unitevi a noi! ». I soldati si commuovono, provano un senso di vergogna, si scambiano occhiate ansiose, esitano ancora: alla fine, uno si decide prima degli altri e le baionette si alzano con moto di ravvedimento sopra le spalle della folla che preme, lo sbarramento si apre, l’aria risuona di evviva gioiosi e riconoscenti, i soldati sono circondati, da tutte le parti si accendono discussioni, si odono rimproveri, appelli: la rivoluzione ha fatto un altro passo avanti.

Dal gran quartier generale Nicola aveva telegrafato a Khabalov di porre fine ai disordini « sin dal giorno dopo ». La volontà dello zar era in accordo con la seconda parte del piano di Khabalov; il dispaccio non rappresentava dunque che uno stimolo supplementare. Sin dal giorno dopo la truppa avrebbe dovuto farsi sentire. Non era troppo tardi? Ancora non si può dirlo. Il problema è posto, ma è ben lungi dall’essere risolto. La condiscendenza dei Cosacchi, le oscillazioni di certi sbarramenti di fanteria non sono che episodi ricchi di promesse, che riecheggiano mille volte nelle piazze ridestate. È abbastanza per esaltare la folla rivoluzionaria, ma troppo poco per la vittoria. Tanto più che si verificano incidenti in senso del tutto contrario. Nel pomeriggio, un plotone di dragoni, si dice, in risposta a colpi di pistola partiti dalla folla, apre per la prima volta il fuoco sui manifestanti, dinanzi alle Gallerie del Commercio: secondo il rapporto di Khabalov al quartier generale, ci sarebbero stati tre morti e dieci feriti... Serio avvertimento! Nello stesso tempo, Khabalov minaccia di inviare al fronte tutti gli operai soggetti a mobilitazione che non avessero ripreso il lavoro prima del 28. L’ultimatum del generale concedeva dunque una dilazione di tre giorni: era più di quanto non occorresse alla rivoluzione per rovesciare Khabalov e per sovram- mercato la monarchia. Ma di questo ci si doveva rendere conto solo dopo la vittoria. E la sera del 25 nessuno sapeva ancora di che cosa fosse gravido il domani.

Cerchiamo di precisare più chiaramente la logica interna del movimento. Sotto le insegne della « giornata della donna », si scatenò il 23 febbraio un’insurrezione a lungo maturata, a lungo contenuta, delle masse operaie di Pietrogrado. La prima fase fu lo sciopero, che in tre giorni si estese al punto da divenire quasi generale. Questo solo fatto bastava a infondere fiducia alla massa e a spingerla in avanti. Lo sciopero, assumendo un carattere offensivo sempre più accentuato, si combinò con manifestazioni che misero di fronte le folle rivoluzionarie e le truppe. Il problema si era complessivamente spostato su di un piano superiore, in cui poteva essere risolto solo con la forza delle armi. Le prime giornate furono caratterizzate da successi parziali, più significativi che sostanziali.

Un sollevamento rivoluzionario che si prolunga per molti giorni, può avere uno sbocco vittorioso solo se, passando da una fase all’altra, registra sempre nuovi successi. Un arresto nell’andamento favorevole degli avvenimenti è pericoloso; segnare il passo significa perdere. Per di più, i successi non sono di per se stessi sufficienti: bisogna che la massa ne sia informata tempestivamente e sappia valutarli. Ci si può lasciar sfuggire una vittoria quando basterebbe allungare la mano per afferrarla. Ciò è accaduto nella storia.

I primi tre giorni erano stati caratterizzati da un’ascesa e da una acutizzazione costante della lotta. Ma appunto per questo il movimento era giunto a un livello in cui successi significativi erano insufficienti. Tutta la massa attiva era scesa sulle piazze. Teneva testa alla polizia con buoni risultati e senza troppe difficoltà. Le truppe, negli ultimi due giorni, erano già state coinvolte negli avvenimenti; il secondo giorno aveva marciato solo la cavalleria, il terzo giorno anche la fanteria. Queste truppe respingevano indietro, formavano sbarramenti, a volte lasciavano fare, ma non ricorrevano mai alle armi da fuoco. L’autorità suprema non si affrettava a modificare il suo piano, in parte sottovalutando la portata degli avvenimenti (questa illusione ottica della reazione era completata dall’errore parallelo dei dirigenti della rivoluzione) e, in una certa misura, non avendo fiducia nell’esercito. Ma appunto il terzo giorno, in seguito allo sviluppo della lotta e all’ordine dello zar, il governo si vide costretto a impegnare le truppe, e seriamente. Gli operai, specialmente quelli d’avanguardia, lo avevano capito, tanto più che il giorno prima i dragoni avevano sparato. Da quel momento il problema era posto dalle due parti in tutta la sua acutezza.

Nella notte tra il 25 e il 26, in vari quartieri, furono arrestati un centinaio di militanti rivoluzionari, tra cui cinque membri del Comitato dei bolscevichi di Pietrogrado. Anche questo significava che il governo passava all’offensiva. Che cosa sarebbe dunque accaduto nella giornata? Quale sarebbe stato il risveglio degli operai dopo le sparatorie dei giorni precedenti? E — problema fondamentale — che cosa avrebbero detto i soldati? L’alba del 26 era gravida di nebbie d’incertezza e di vive inquietudini.

Poiché il Comitato di Pietrogrado è stato arrestato, la direzione delle operazioni in città è affidata al distretto di Vyborg. Forse è meglio così. La direzione suprema del partito era disperatamente in ritardo. Solo al mattino del 25 la Segreteria del Comitato Centrale dei bolscevichi decideva di pubblicare un volantino che faceva appello allo sciopero generale in tutta la Russia. Nel momento in cui questo volantino usciva — se pure è uscito — lo sciopero di Pietrogrado si trasformava già in insurrezione armata. La direzione osserva dall’alto, esita, ritarda, cioè non dirige. Si trova a rimorchio del movimento.

Più ci si avvicina alle fabbriche e più grande è la decisione. Tuttavia, oggi, 26, l’allarme giunge sino ai rioni. Affamati, stanchi, tremanti di freddo, sotto il peso di una enorme responsabilità storica, i dirigenti di Vyborg tenevano conciliaboli, fuori città, negli orti, scambiandosi le loro impressioni, cercando di fissare insieme un piano. Quale? Una nuova manifestazione? A che cosa avrebbe portato una dimostrazione di gente disarmata se il governo avesse deciso di andare sino in fondo? Domanda tormentosa. « Si sarebbe detto semplicemente che la insurrezione stava per essere liquidata». Così si esprime una voce già nota, quella di Kajurov e, di primo acchito, questa voce non sembra sua. Il barometro era dunque precipitato prima della tempesta.

Nelle ore in cui esitavano anche i rivoluzionari più vicini alle masse, il movimento, di fatto, era andato assai più lontano di quanto non immaginassero i protagonisti. Già alla vigilia, la sera del 25, i quartieri di Vyborg erano completamente in mano agli insorti. I commissariati di polizia erano stati saccheggiati; alcuni agenti erano stati massacrati, i più si erano eclissati. Il centro prefettorale dei settori ebbe le comunicazioni tagliate con la maggior parte della capitale. Il mattino del 26 apparve chiaro che non solo questo settore, ma anche i quartieri di Peski, sin quasi alla prospettiva Litejny, erano in mano ai ribelli. Almeno, così descrivono la situazione i rapporti della polizia. In un certo senso, era esatto, benché, assai probabilmente, gli insorti non se ne rendessero completamente conto; è fuori dubbio che in molti casi la polizia disertò le proprie tane ancora prima di trovarsi sotto la minaccia dell’offensiva operaia. Ma, indipendentemente da questo fatto, l’evacuazione dei quartieri industriali da parte della polizia non poteva acquistare, agli occhi degli operai, un significato decisivo, perché le truppe non avevano ancora detto l’ultima parola. L’insurrezione « sta per essere liquidata », pensavano i più coraggiosi tra i coraggiosi, mentre cominciava semplicemente a svilupparsi.

Il 26 febbraio era domenica; le fabbriche restavano chiuse e quindi non fu possibile calcolare sin dal mattino la forza d’urto delle masse sulla base dell’ampiezza dello sciopero. Inoltre, gli operai non avevano potuto riunirsi all’interno dei loro stabilimenti, come nei giorni precedenti, ed era più difficile fare dimostrazioni. Nella mattinata la prospettiva Nevsky era calma. Fu allora che la zarina telegrafò allo zar: « La calma regna in città ». Ma questa calma non dura a lungo. A poco a poco gli operai si concentrano e da tutti i sobborghi convergono verso il centro. Si impedisce loro di passare i ponti. Dilagano sul ghiaccio : poiché nel mese di febbraio tutta la Neva è un ponte di ghiaccio. Non basta sparare sulla folla che attraversa un fiume gelato per trattenerla. La città ha cambiato completa- mente aspetto. Dovunque pattuglie, sbarramenti, plotoni di cavalleria in ricognizione. Le arterie che conducono alla prospettiva Nevsky sono particolarmente ben sorvegliate. Di frequente si odono delle scariche che partono da appostamenti nascosti. Il numero dei morti e dei feriti aumenta. Ambulanze circolano in diverse direzioni. Da dove si spara? Chi spara? Non sempre è possibile rendersene conto. Senza dubbio, la polizia, duramente colpita, ha deciso di non esporsi più. Spara dalle finestre, dai balconi, da dietro le colonne, dall’alto delle soffitte. Si fanno ipotesi che facilmente si trasformano in leggende. Si racconta che per terrorizzare i manifestanti molti soldati avevano indossato l’uniforme della polizia. Si racconta che Protopopov aveva fatto collocare numerosi appostamenti di mitragliatrici sui tetti. La Commissione di inchiesta istituita dopo la rivoluzione non trovò traccia di simili appostamenti, eppure non è provato del tutto che non fossero esistiti. Ma, quel giorno, la polizia passa in secondo piano. È l’esercito che entra definitivamente in azione. I soldati hanno ricevuto l’ordine severo di sparare e sparano soprattutto gli appartenenti alle scuole di sottufficiali. Secondo i dati ufficiali ci furono quel giorno circa quaranta morti e altrettanti feriti, senza contare quelli che la folla trasporta via con sé. La lotta giunge alla fase decisiva. Sotto i colpi la massa rifluirà forse verso i sobborghi? No; non rifluisce affatto. Vuol guadagnare la partita.

La Pietrogrado dei funzionari, dei borghesi, dei liberali, è spaventata. Il presidente della Duma, Rodzjanko, chiedeva quel giorno l’invio di truppe sicure dal fronte; poi « cambiava idea » e consigliava al ministro della Guerra, Beliaev, di usare contro la folla non i fucili, ma le pompe dei pompieri, l’acqua fredda... Dopo aver consultato il generale Khabalov, Beliaev rispondeva che le docce d’acqua fredda avrebbero avuto un effetto contrario, « appunto perché sono un eccitante ». Queste le conversazioni tra i liberali e gli alti dignitari e i poliziotti sui vantaggi rispettivi dell’acqua fredda e dell’acqua calda per schiacciare un popolo in rivolta. I rapporti stesi quel giorno dalla polizia dimostrano che le pompe dei pompieri non bastavano : « Nel corso dei tumulti si è notato in generale un atteggiamento estremamente provocatorio degli assembramenti di insorti verso i distaccamenti militari su cui la folla, in risposta alle intimidazioni, scagliava pietre e pezzi di ghiaccio strappati alla massicciata. Quando la truppa sparava in aria a guisa di avvertimento, la folla, invece di disperdersi, rispondeva alle salve con risate. Solo sparando nel mucchio, è stato possibile disperdere gli assembramenti; ma i partecipanti, per lo più, si nascondevano nei cortili delle case vicine e, non appena la sparatoria era cessata, uscivano di nuovo nelle vie ». Questo rapporto di polizia prova l’altissima temperatura delle masse. Per la verità, è poco probabile che la folla abbia cominciato per prima a bombardare con pietre e pezzi di ghiaccio i soldati e anche i contingenti delle scuole di sottufficiali: c’è qui un contrasto troppo grande con la psicologia degli insorti e la loro saggezza tattica nei confronti dell’esercito. Per meglio giustificare massacri in massa, le tinte del rapporto non sono corrispondenti al vero e la loro collocazione non è neppure quella giusta. Tuttavia, la sostanza è colta con esattezza e con notevole vivacità: la massa non vuol più battere in ritirata, resiste con ottimistico furore e non abbandona il campo neppure dopo aver subito scariche omicide; si aggrappa non più alla vita, ma al lastrico, alle pietre, ai pezzi di ghiaccio. La folla è intrepida e non solo esasperata. Il fatto è che, nonostante le sparatorie, non perde la fiducia nei soldati. Conta sulla vittoria e vuole ottenerla a ogni costo.

La pressione esercitata dagli operai sull’esercito si accentua, contrapponendosi all’azione delle autorità sulle forze militari. La guarnigione di Pietrogrado diventa definitivamente il centro focale degli avvenimenti. Il periodo di attesa, durato quasi tre giorni, durante i quali la grande maggioranza della guarnigione poté ancora mantenere un atteggiamento di amichevole neutralità nei confronti degli insorti, volgeva alla fine. « Sparate sul nemico! » ordina la monarchia. « Non sparate sui vostri fratelli e sulle vostre sorelle! » gridano gli operai e le operaie. E non solo questo: « Marciate con noi! ». Così, nelle strade, sulle piazze, dinanzi ai ponti, alle porte delle caserme, si svolgeva una lotta incessante, ora drammatica, ora impercettibile, ma sempre accanita, per la conquista dei soldati. In questa lotta, in queste violente prese di contatto tra i lavoratori, le lavoratrici e i soldati, sotto il crepitare continuo dei fucili e delle mitragliatrici, si decidevano le sorti del potere, della guerra e del paese.

Le sparatorie contro i manifestanti accrescono l’inquietudine dei dirigenti. La stessa vastità del movimento comincia a essere pericolosa ai loro occhi. Persino alla seduta del Comitato di Vyborg della sera del 26 febbraio, cioè dodici ore prima della vittoria, alcuni arrivarono a chiedersi se non fosse il momento di por fine allo sciopero. Il fatto può sembrare sorprendente. Ma bisogna rendersi conto che è più facile constatare una vittoria l’indomani che il giorno prima. Per di più gli stati d’animo mutano spesso in relazione agli avvenimenti e alle notizie ricevute. Alla prostrazione succede ben presto un nuovo slancio. Ai Kajurov e ai Ciugurin il coraggio certo non manca, ma, a momenti, li tormenta il senso di responsabilità verso le masse. Ci sono meno esitazioni nelle file operaie. Sullo stato d’animo degli operai abbiamo un rapporto diretto all’autorità suprema da un agente di polizia bene informato, Surkanov, che ebbe una parte importante nell’organizzazione bolscevica : « Dato che le truppe non hanno ostacolato la folla — scriveva il provocatore — e che anzi, in certi casi, hanno preso certe misure per paralizzare le iniziative della polizia, le masse si sono sentite sicure della loro impunità e ora, dopo aver scorrazzato liberamente per due giorni nelle strade, mentre i circoli rivoluzionari hanno lanciato parole d’ordine come “ Abbasso la guerra! ” e “ Abbasso l’autocrazia! ” , il popolo si è persuaso che la rivoluzione era cominciata, che il successo delle masse era sicuro, che il potere sarebbe stato incapace di reprimere il movimento, visto che le truppe si schieravano dalla parte degli insorti, che la vittoria decisiva era prossima, visto che l’esercito, oggi o domani, prenderà apertamente le parti delle forze rivoluzionarie, e che il movimento, lungi dal calmarsi, si svilupperà continuamente sino alla completa vittoria e al rovesciamento del regime ». Giudizio di una notevole chiarezza e concisione! Questo rapporto è un documento storico del massimo valore. Naturalmente, ciò non impedì agli operai di fucilare l’autore dopo la vittoria.

I provocatori, il cui numero, soprattutto a Pietrogrado, è formidabile, sono quelli che temono di più la vittoria della rivoluzione. Essi fanno la loro politica: nelle conferenze dei bolscevichi, Surkanov si pronuncia per le misure più radicali; nei suoi rapporti alla polizia, suggerisce la necessità di fare risoluto uso delle armi. Forse, allo scopo, Surkanov cercava persino di esagerare un po’ la sicurezza degli operai nell’offensiva. Ma nella sostanza aveva ragione: gli avvenimenti dovevano giustificare ben presto la sua valutazione.

Nelle alte sfere dei due campi si esitava e si facevano congetture, perché, a priori, nessuno poteva calcolare i rapporti di forza. Gli indici esteriori, ormai, non servivano più: una delle caratteristiche principali di una crisi rivoluzionaria consiste, infatti, in un acuto contrasto tra la coscienza che si viene creando e le vecchie forme dei rapporti sociali. I nuovi rapporti di forza si radicavano misteriosamente nella coscienza degli operai e dei soldati. E fu appunto l’offensiva del governo, stimolata e preceduta da quella delle masse rivoluzionarie a far sì che i nuovi rapporti di forze da potenziali divenissero effettivi. L’operaio guardava bene in faccia il soldato, avidamente e imperiosamente: e il soldato, inquieto e imbarazzato, distoglieva lo sguardo; il che significava che il soldato già non era più del tutto sicuro di sé. L’operaio avanzava più audacemente verso il soldato. Il soldato, esitante, ma non più ostile, e piuttosto tormentato dal rimorso, si difendeva tacendo e a volte — sempre più spesso — rispondeva con un tono di affettata severità per dissimulare l’angoscia che lo opprimeva. Così avveniva la trasformazione: era chiaro che il soldato stava spogliandosi del suo spirito soldatesco. Eppure, mentre questo avveniva, egli non era immediatamente consapevole. I capi dicevano che il soldato era ubriacato dalla rivoluzione: al soldato sembrava invece di riprendere coscienza dopo l’oppio della caserma. Così si preparava la giornata decisiva: il 27 febbraio.

Tuttavia, già alla vigilia si era verificato un fatto che, pur essendo episodico, gettava nuova luce su tutti gli avvenimenti del 26 febbraio: verso sera si era ammutinata la quarta compagnia del reggimento Pavlovsky, della guardia del corpo di sua maestà. Nel rapporto scritto di un commissario di polizia, la causa di questa rivolta è indicata in termini assolutamente categorici: «Si tratta di un moto di indignazione nei confronti degli allievi sottufficiali che, trovandosi di servizio sulla prospettiva Nevsky, hanno sparato sulla folla ». Da chi fu informata la quarta compagnia? Su questo punto abbiamo una testimonianza conservata per caso. Verso le due del pomeriggio, un piccolo gruppo di operai era accorso alle caserme del reggimento Pavlovsky: con frasi spezzate, davano informazioni sulla sparatoria della prospettiva Nevsky : « Dite ai compagni che anche i vostri sparano contro di noi: sulla prospettiva abbiamo visto soldati con la vostra uniforme! ». Il rimprovero era sferzante, l’appello appassionato: « Tutti erano abbattuti e lividi ». Il seme non cadde sulla pietra. Verso le sei, la quarta compagnia lasciava volontariamente le caserme, sotto il comando di un sottufficiale — chi era? il suo nome è andato perduto senza lasciare traccia, tra centinaia e migliaia di altri eroici nomi — e si dirigeva verso la prospettiva Nevsky per dare il cambio agli allievi sottufficiali del reggimento. Non si trattava di un ammutinamento per carne avariata: era un atto di grande iniziativa rivoluzionaria. Strada facendo, la quarta compagnia ebbe una scaramuccia con una pattuglia di polizia a cavallo, sparò, uccise un agente e un cavallo, ferì un altro poliziotto e un altro cavallo. L'itinerario seguito successivamente dagli uomini del Pavlovsky, nella confusione, non è stato ricostruito. Ritornarono alla loro caserma e fecero insorgere l’intero reggimento. Ma le armi erano state nascoste; secondo alcune notizie gli ammutinati si sarebbero tuttavia impadroniti di una trentina di fucili. Ben presto, furono circondati dal reggimento Preobrazhensky: diciannove uomini del Pavlovsky furono arrestati e rinchiusi nella fortezza: gli altri si arresero. Secondo altre informazioni, la sera ventun soldati, con i fucili, mancarono a un’appello. « Fuga » pericolosa: questi venti soldati per tutta la notte andarono a cercarsi alleati e difensori. Solo la vittoria della rivoluzione avrebbe potuto salvarli. Gli operai avrebbero certamente saputo da loro cosa fosse accaduto. Non era un cattivo presagio per le battaglie del giorno dopo.

Nabokov, uno dei dirigenti liberali più in vista e le cui memorie veritiere sembrano a volte il diario intimo del suo partito e della sua classe, rientrava a piedi da una serata trascorsa in casa di amici, verso l’una del mattino, percorrendo strade oscure e inquiete : « ritornava allarmato e pieno di neri presentimenti ». Può darsi che a qualche crocevia abbia incontrato uno dei disertori del reggimento Pavlovsky. Entrambi si saranno scansati in fretta : non avevano nulla da dirsi. Nei quartieri operai e nelle caserme, alcuni vegliavano e si consultavano, altri, immersi in un dormiveglia da bivacco, sognavano febbrilmente il giorno dopo. Là il disertore del Pavlovsky trovava il suo rifugio. Come sono scarse le note sui combattimenti di massa del febbraio, anche in confronto ai resoconti tutt’altro che abbondanti sulle battaglie dell’ottobre! In ottobre, gli insorti si trovarono quotidianamente sotto la direzione del partito, i cui articoli, i cui manifesti, i cui verbali danno un’immagine almeno delle continuità esteriori della lotta. La stessa cosa non si verificò in febbraio. Dall’alto, le masse non ebbero quasi direzione. I giornali tacevano, lo sciopero era onnipotente. Senza voltarsi indietro, le masse facevano da sé la loro storia. Ricostruire un quadro vivo dei fatti accaduti nelle strade, è pressoché impensabile. C’è da essere contenti se si riesce a ristabilire il generale succedersi e la logica interna degli avvenimenti. Il governo, che non aveva ancora perduto il controllo dell’apparato statale, osservava il complesso degli avvenimenti con pessimismo maggiore di quello dei partiti di sinistra che pure, lo abbiamo visto, non erano affatto all’altezza della situazione. Dopo le sparatorie « riuscite » del 26, i ministri per un momento ripresero coraggio. All’alba del 27, Protopopov affermava in un comunicato rassicurante che, secondo le informazioni ricevute « un certo numero di operai sarebbero stati disposti a riprendere il lavoro ». Invece, gli operai non pensavano affatto a tornare alle loro macchine. Le sparatorie e gli insuccessi del giorno prima non avevano affatto scoraggiato le masse. Come spiegare questo fatto? Evidentemente, gli aspetti negativi erano largamente compensati da certi aspetti positivi. Dilagando per le strade, venendo alle prese con il nemico, scuotendo vigorosamente i soldati, infilandosi persino sotto la pancia dei cavalli, precipitandosi avanti, fuggendo disordinatamente, lasciando cadaveri agli incroci, impadronendosi alle volte di qualche arma, comunicando notizie, captando voci, la massa insorta diventa un essere collettivo con occhi, orecchi e tentacoli innumerevoli. Lasciando al calar della notte il campo di battaglia per ritornare a casa, nei quartieri industriali, la folla rimugina le impressioni della giornata e, lasciando da parte i fatti secondari, accidentali, stabilisce ponderatamente il suo bilancio. Nella notte del 27, questo bilancio era press’a poco quello che il provocatore Surkanov aveva presentato alle autorità. Sin dal mattino gli operai affluiscono verso le fabbriche e in assemblee generali decidono di continuare la lotta. Come al solito, sono quelli del quartiere di Vyborg a mostrarsi i più decisi. Ma anche in altri distretti i comizi di quella mattina sono pieni dì slancio. Continuare la lotta! Ma, oggi, che cosa significa? Lo sciopero generale è sfociato in immense manifestazioni rivoluzionarie di massa, le manifestazioni hanno portato la folla a scontrarsi con le truppe. Continuare la lotta, oggi, significa fare appello all’insurrezione armata. Tuttavia, questo appello non è lanciato da nessuno. Ineluttabilmente gli avvenimenti lo impongono, ma non è messo all’ordine del giorno dal partito rivoluzionario. L’arte di una direzione rivoluzionaria nei momenti più critici consiste, per i nove decimi, nel percepire la voce delle masse — come Kajurov aveva percepito la strizzatina d’occhio del Cosacco —, anche se è necessario avere una visione più generale. La capacità di percepire la voce della massa costituiva la grande forza di Lenin. Ma Lenin non era a Pietrogrado. Gli stati maggiori « socialisti », legali o semilegali, i Kerensky, i Cheidze, gli Skobelev e tutti quelli che si aggiravano attorno a loro, lanciavano continui avvertimenti e contrastavano il movimento. Ma anche lo stato maggiore dei bolscevichi, che era composto da Sljapnikov, da Zalutsky e da Molotov, dimostrava una sorprendente incapacità e mancanza di iniziativa. Di fatto, i quartieri della città e le caserme erano abbandonati a se stessi. Il primo manifesto indirizzato alle truppe da una organizzazione socialdemocratica vicina ai bolscevichi fu lanciato solo il 26. Questo manifesto, concepito in termini molto esitanti e che neppure esortava l’esercito a schierarsi dalla parte del popolo, fu distribuito in tutti i distretti a partire dal mattino del 27. « Tuttavia — dichiara Jurenev, uno dei dirigenti dell’organizzazione — la marcia degli avvenimenti era tale che le nostre parole d’ordine giungevano in ritardo. Quando i nostri volantini furono diffusi tra la massa dei soldati, questa massa si era già messa in movimento ». Per quanto riguarda il centro dei bolscevichi, Sljapnikov, su richiesta di Ciugurin, uno dei migliori dirigenti operai del febbraio, redasse un appello ai soldati solo nella mattinata del 27. Fù stampato questo appello? Nel migliore dei casi, potè uscire solo a festa finita. È impossibile che abbia avuto un’influenza qualsiasi sugli avvenimenti del 27 febbraio. Si può stabilire come regola che in quei giorni i dirigenti quanto più in alto erano, tanto più si trovarono in ritardo. Ma l’insurrezione, che nessuno chiamava ancora con il suo vero nome, era iscritta all’ordine del giorno. Tutti i pensieri degli operai erano rivolti all’esercito. Non si sarebbe potuto trascinarlo? Un’agitazione in ordine sparso non bastava più. I lavoratori del quartiere di Vyborg organizzarono un comizio di fronte alle caserme del reggimento moscovita. L’iniziativa ebbe risultato negativo: è forse difficile per un ufficiale o per un aiutante premere il grilletto di una mitragliatrice? Gli operai vennero dispersi da un violento fuoco. Un tentativo analogo fu fatto di fronte alle caserme dei reggimenti di riserva. Stesso esito: tra gli operai e i soldati si frapposero alcuni ufficiali, armati di una mitragliatrice. I dirigenti operai, esasperati, cercavano armi, ne chiedevano al partito. Fu loro risposto che le armi si trovavano in mano ai soldati, dai soldati bisognava procurarsele. Gli operai lo sapevano già. Ma come ottenere le armi? E se la partita fosse stata completamente perduta nel corso della giornata? Così si arrivava al punto critico della lotta. La mitragliatrice doveva spezzare via l’insurrezione o prima l’insurrezione si sarebbe impadronita delle mitragliatrici. Nelle sue memorie, Sljapnikov, allora figura principale del centro bolscevico di Pietrogrado, racconta che alle richieste degli operai che esigevano delle armi, e almeno delle pistole, egli opponeva un rifiuto, invitandoli a chiederle nelle caserme. Così voleva evitare conflitti sanguinosi tra operai e soldati, puntando esclusivamente sull’agitazione, cioè sulla conquista dei soldati con le parole e con l’esempio. Non conosciamo altre testimonianze che possano confermare o confutare questo atteggiamento di uno dei dirigenti più in vista di quei giorni, atteggiamento più evasivo che lungimirante. Sarebbe stato più facile confessare che i dirigenti non avevano armi. Senza dubbio alcuno, le sorti di ogni rivoluzione, in una certa fase, sono decise da un mutamento nello stato d’animo dell’esercito. Contro una truppa numerosa, disciplinata, bene armata e diretta con abilità, masse popolari prive, o quasi, di armi per combattere non potrebbero ottenere la vittoria. Ma nessuna profonda crisi nazionale può fare a meno di colpire, in una misura o nell’altra, anche l’esercito: di modo che, nel caso di una rivoluzione veramente popolare, si apre la possibilità — naturalmente senza garanzie — di una vittoria del movimento. Ma il passaggio dell’esercito dalla parte degli insorti non avviene automaticamente e non è il risultato solo dell’agitazione. L’esercito è eterogeneo e i suoi elementi antagonisti sono tenuti insieme dal terrore della disciplina. I soldati rivoluzionari, alla vigilia dell’ora decisiva, non sanno ancora quale sia la loro forza e quale possa essere la loro influenza. Naturalmente, neppure le masse proletarie sono omogenee. Ma hanno possibilità infinitamente maggiori di passare in rivista le loro forze durante i preparativi di un conflitto decisivo. Gli scioperi, i comizi, le dimostrazioni sono contemporaneamente azioni di lotta ed elementi per misurare le forze. Non tutta la massa è impegnata nello sciopero. Non tutti gli scioperanti sono disposti a battersi. Nei momenti più gravi, gli elementi più risoluti si trovano sulle piazze. Quelli che esitano, per stanchezza o per mentalità conservatrice, restano a casa. In questo caso, la selezione rivoluzionaria si compie automaticamente: gli uomini vengono setacciati dalla storia. La situazione dell’esercito è diversa. I soldati rivoluzionari, i simpatizzanti, gli esitanti, gli elementi ostili restano vincolati a una disciplina rigida, di cui sino all’ultimo momento gli ufficiali tengono le fila. Come in precedenza, i soldati vengono suddivisi in soldati di « prima » o di « seconda » fila : ma come si dividerebbero, se considerati come ribelli o come ligi alla disciplina? Il momento psicologico in cui i soldati passano alla rivoluzione è preparato da un lungo processo molecolare che, come ogni processo naturale, raggiunge il suo punto critico. Ma dove collocare esattamente questo punto critico? La truppa può essere del tutto disposta a unirsi al popolo, ma senza ricevere dal di fuori l’impulso necessario. La direzione rivoluzionaria non crede ancora alla possibilità di conquistare l’esercito e si lascia sfuggire la possibilità di vittoria. Dopo un’insurrezione maturata, ma non realizzata, può prodursi nelle truppe un moto di reazione: i soldati perderanno le speranze che li animavano, piegheranno la testa una volta di più sotto il giogo della disciplina e, a un nuovo incontro con gli operai, si schiereranno quindi, soprattutto a distanza, contro gli insorti. In un processo del genere, gli elementi imponderabili o di difficile valutazione, le tendenze contrastanti, le suggestioni collettive o individuali sono molteplici. Ma da questa complicata combinazione di forze materiali e psichiche, si impone una conclusione di una chiarezza irresistibile: i soldati, come massa, sono tanto più in grado di abbassare le baionette o addirittura di passare dalla parte del popolo con le armi, quanto più vedono che gli insorti fanno veramente un’insurrezione, che non si tratta di una manifestazione, alla conclusione della quale il soldato dovrà rientrare ancora una volta e rendere conto del suo operato; che si tratta di una lotta a morte; che il popolo può vincere se ci si unisce a lui e che così si può ottenere non solo l’impunità, ma anche un alleviamento delle proprie condizioni. In altri termini, gli insorti possono determinare un mutamento nello stato d’animo del soldato solo se sono per parte loro disposti a strappare la vittoria a qualunque costo, quindi anche a prezzo del loro sangue. E questa estrema decisione non può, né intende fare a meno delle armi. L’ora critica del contatto tra la massa che attacca e i soldati che le sbarrano la strada ha il suo minuto critico, quando lo sbarramento di cappotti grigi non si è ancora infranto, quando i soldati sono ancora a spalla a spalla, ma già cominciano a esitare, mentre l’ufficiale, facendo appello al coraggio che gli resta, ordina il fuoco. Le grida della folla, le urla di spavento e di minaccia, coprono, ma solo in parte, la voce del comandante. I fucili restano sospesi, la folla preme. Allora, un ufficiale punta la pistola sul soldato più sospetto. Nel minuto decisivo ecco il secondo decisivo. La morte del soldato più coraggioso cui gli altri si rivolgono quasi involontariamente, il colpo di fucile sparato sulla folla dal sottufficiale che ha raccolto l’arma del morto, ed ecco che lo sbarramento si richiude, i fucili sparano da soli, spazzando via la moltitudine, nelle strade e nei cortili. Ma quante volte, dopo il 1905, le cose sono andate diversamente! Nel secondo più critico, mentre l’ufficiale sta per premere il grilletto, il suo gesto è anticipato da un colpo partito dalla folla che ha i suoi Kajurov e i suoi Ciugurin. E questo decide non solo l’esito di una scaramuccia, ma forse il risultato di tutta la giornata o addirittura dell’insurrezione. Il compito che Sljapnikov si è prefisso — evitare agli operai scontri violenti con i soldati, rifiutandosi di distribuire agli insorti armi da fuoco — non è, in generale, realizzabile. Prima di arrivare allo scontro con le truppe, ci sono state innumerevoli scaramucce con la polizia. La battaglia di strada cominciava con il disarmo dei detestati faraoni, le cui pistole passavano nelle mani degli insorti. La pistola, di per sé, è un’arma scarsamente efficace, un giocattolo quasi, se contrapposta ai fucili, alle mitragliatrici e ai cannoni del nemico. Ma queste armi sono davvero nelle mani del nemico? Per verificarlo, gli operai chiedevano le armi. La questione è psicologica. Ma anche in una insurrezione i processi psicologici non possono andare disgiunti dai processi materiali. Per arrivare al fucile del soldato, bisogna prima togliere la pistola al faraone.

I sentimenti dei soldati in quelle ore erano meno vivaci di quelli degli operai, ma non meno profondi. Ricordiamo ancora che la guarnigione era costituita principalmente da battaglioni della riserva, forti di molte migliaia di uomini destinati a completare i reggimenti al fronte. Questi uomini, per lo più padri di famiglia, dovevano prevedere il loro invio al fronte, quando al fronte la partita era già perduta e il paese era in rovina. Non volevano la guerra, volevano tornarsene a casa, riprendere la vita familiare. Erano abbastanza informati su quanto si tramava a Corte e non si sentivano affatto legati alla monarchia. Non volevano combattere contro i tedeschi e ancora meno contro gli operai di Pietrogrado. Detestavano la classe dirigente della capitale che se la spassava in tempo di guerra. Tra loro c’erano degli operai che, avendo un passato rivoluzionario, sapevano trovare un’espressione generalizzata di tutti questi stati d’animo.

Portare i soldati da un malcontento rivoluzionario profondo ma non ancora espresso, ad atti di aperta ribellione o, almeno, per cominciare, a un sedizioso rifiuto di obbedienza — questo era il problema. Verso il terzo giorno di lotta, i soldati non avevano più alcuna possibilità di mantenere un atteggiamento di benevola neutralità nei confronti dell’insurrezione. Solo per caso ci sono giunte indicazioni frammentarie su quanto avvenne in quelle ore tra operai e soldati. Abbiamo detto che il giorno prima i lavoratori si erano vivamente lamentati con quelli del Paylovsky per la condotta dei sottufficiali. Scene, conversazioni, rimproveri, inviti del genere si verificarono in tutte le parti della città. I soldati non avevano più il tempo di esitare. Il giorno prima erano stati costretti a sparare: lo saranno di nuovo oggi. Gli operai non cedono affatto, non ripiegano, e intendono raggiungere il loro scopo anche sotto le pallottole. Accanto a loro, le operaie, madri e sorelle, spose e compagne. E poi non è forse giunta l’ora di cui spesso si era parlato a bassa voce, negli angoli nascosti : « Se ci mettessimo tutti assieme? ». E nel momento delle supreme convulsioni, dell’angosciosa paura per la giornata che si prepara, dell’odio sconvolgente verso coloro che vogliono imporvi la parte dei carnefici si levano nelle caserme le prime grida di rivolta e in queste voci, cui nessuno ha potuto dare un nome, tutta la caserma, sollevata, entusiasta, si riconosce. Così si levava sulla terra il giorno del rovesciamento della monarchia dei Romanov.

Alla riunione del mattino nella casa dell’infaticabile Kajurov, una quarantina di delegati di fabbrica si pronunciarono a maggioranza per la continuazione del movimento. A maggioranza, non all’unanimità. Peccato che non si possa stabilire come fosse composta questa maggioranza. Ma non era l’ora per tenere verbali. D’altronde, questa decisione era in ritardo sugli avvenimenti: la riunione fu sospesa da una notizia inebriante: i soldati si erano ribellati e le porte delle prigioni erano state sfondate. « Surkanov baciò tutti i presenti » : baci di Giuda, che fortunatamente non preannunciavano alcuna crocifissione.

A partire dal mattino, prima di uscire dalle caserme, i battaglioni di riserva della guardia si ammutinarono uno dopo l’altro, seguendo l’esempio dato alla vigilia dalla quarta compagnia di quelli del Pavlovsky. Nei documenti, nelle note, nelle memorie, di questo grandioso avvenimento della storia umana non restano che pallide, sbiadite tracce. Le masse oppresse, anche quando si innalzano sulle più alte vette della creazione storica, parlano poco di se stesse e ancora meno prendono appunti. E la gioia profonda della vittoria annulla poi il lavoro della memoria. Accontentiamoci di quello che resta.

Per primi insorsero i soldati del reggimento Volynsky. Già alle sette del mattino, un comandante di battaglione chiamava al telefono Khabalov per comunicargli una notizia terrificante: gli allievi sottufficiali, cioè un contingente specialmente destinato alla repressione, si era rifiutato di marciare e il loro capo era stato ucciso oppure si era suicidato dinanzi alla truppa schierata: la seconda versione fu peraltro ben presto abbandonata. Bruciati i vascelli, gli uomini del Volynsky cercarono di allargare la base dell’insurrezione: era la sola possibilità di salvezza. Si precipitarono verso le caserme vicine dei reggimenti Litovsky e Preobrazhensky per « far uscire » i soldati, come gli scioperanti, correndo da una fabbrica all’altra, « fanno uscire » gli operai. Poco dopo, Khabalov apprende che quelli del Volynsky non solo si rifiutano di prendere i fucili, come aveva ordinato il generale, ma, assieme a quelli del Preobrazhensky e del Litovsky e, cosa più terribile, « dopo aver fatto causa comune con gli operai », avevano saccheggiato le caserme della divisione di gendarmeria. Questo prova che l’esperienza fatta il giorno prima da quelli del Pavlovsky non era stata inutile; gli ammutinati avevano trovato dei dirigenti e al tempo stesso un piano d’azione.

Nelle prime ore del 27, gli operai pensavano che la soluzione del problema dell’insurrezione fosse infinitamente più lontana di quanto in realtà non fosse. Più esattamente, credevano di avere ancora tutto da fare, mentre il loro compito era già stato assolto per i nove decimi. La pressione rivoluzionaria degli operai verso le caserme coincise con il movimento rivoluzionario dei soldati che già uscivano nelle strade. Nel corso della giornata, questi due torrenti impetuosi si mescolarono per buttar giù e portar via prima il tetto, poi i muri e più tardi le fondamenta del vecchio edificio.

Ciugurin fu uno dei primi a presentarsi nella sede dei bolscevichi, con il fucile in mano, un nastro di cartucce a tracolla, « tutto infangato, ma raggiante e trionfante ». Come non essere raggianti! I soldati passavano dalla nostra parte, con le armi in mano. Qua e là, gruppi di operai sono riusciti a unirsi alla truppa, a penetrare nelle caserme, a ottenere fucili e cartucce. Il gruppo di Vyborg, in collaborazione con i soldati più decisi, ha abbozzato un piano d’azione: impadronirsi dei commissariati di polizia, dove si sono barricati i poliziotti armati, e disarmare tutti gli agenti; liberare gli operai incarcerati nei commissariati e i detenuti politici che si trovano nelle prigioni; schiacciare le truppe governative in città, guadagnare le truppe che ancora non si erano unite al movimento e gli operai degli altri quartieri.

Il reggimento di Mosca aderì all’insurrezione non senza una lotta interna. Sorprende che di lotte di questo genere, nell’esercito, ce ne siano state così poche. Il fragile vertice monarchico, impotente, precipitava, dopo aver perduto l’appoggio dei soldati e si nascondeva nelle fessure o si affrettava a cambiar colore. « Verso le due del pomeriggio — racconta Korolev, operaio della fabbrica Arsenal — siccome il reggimento di Mosca usciva, prendemmo le armi... Ciascuno aveva una pistola e un fucile. Trascinammo con noi un gruppo di soldati che si erano avvicinati (alcuni di essi ci avevano pregati di comandarli e indicare loro cosa si dovesse fare) e ci dirigemmo verso la via Tikhvinskaja per aprire il fuoco sul commissariato di polizia ». Così gli operai non ebbero un solo momento di imbarazzo nel mostrare ai soldati « cosa si dovesse fare ».

I lieti annunci di vittoria si succedevano uno dopo l’altro: si avevano ormai a disposizione delle autoblinde. Ornate da bandiere rosse le autoblinde spargevano il terrore nei quartieri che ancora non si erano sottomessi. Non c’era più bisogno di strisciare sotto la pancia del cavallo cosacco. La rivoluzione si ergeva in tutta la sua statura.

Verso mezzogiorno, Pietrogrado è ridiventata un campo di battaglia: i colpi di fucile e il crepitio delle mitragliatrici risuonano da ogni parte. Non è sempre facile sapere chi spari e da dove si spari. Quello che è chiaro, è che i colpi vengono scambiati tra il passato e l’avvenire. Non pochi colpi inutili: alcuni adolescenti sparano con pistole che si sono procurati per l’occasione. L’arsenale è saccheggiato : « A quanto si dice, sono state distribuite parecchie decine di migliaia di Browning, per contare solo quelle ». Dal Palazzo di giustizia e dai commissariati di polizia in fiamme, colonne di fumo salgono al cielo. In certi punti le scaramucce e gli scambi di colpi d’arma da fuoco assumono le proporzioni di vere e proprie battaglie. Sulla prospettiva Sampsonovsky, dinanzi ai baraccamenti dei soldati automobilisti, di cui alcuni si affollano alle porte, alcuni operai si avvicinano : « Che cosa aspettate, compagni? ». I soldati sorridono, ma è un « brutto sorriso », e tacciono, riferisce un testimonio; gli ufficiali ordinano brutalmente ai lavoratori di proseguire per la loro strada.

Gli automobilisti dell’esercito, assieme alla cavalleria, si dimostrarono gli elementi più conservatori sia in febbraio che in ottobre. Ecco, operai e soldati rivoluzionari si raggruppano dinanzi a una palizzata. Bisogna costringere il battaglione incerto a uscire. Qualcuno viene a dire che hanno mandato a chiamare le autoblinde: altrimenti, non sarebbe stato forse possibile conquistare gli automobilisti, che dispongono anche di mitragliatrici. Ma la massa non vuole attendere, si spazientisce, si allarma, e ha ragione nella sua impazienza. I primi colpi partono dalle due parti. Ma la palizzata è un ostacolo tra i soldati e la rivoluzione. Gli assalitori decidono di demolire la barriera, che in parte viene abbattuta; in parte viene incendiata. I baraccamenti sono ora allo scoperto, ve ne sono una ventina. Gli automobilisti si sono ritirati in uno o due di questi baraccamenti. Le baracche evacuate vengono immediatamente bruciate. Sei anni più tardi Kajurov scriverà nei suoi ricordi : « I baraccamenti in fiamme e attorno la palizzata abbattuta, il fuoco delle mitragliatrici e dei fucili, l’evidente animazione degli assalitori, l’arrivo a tutta velocità di un camion che trasportava rivoluzionari armati e, infine, di un’autoblinda con i pezzi di artiglieria scintillanti, costituivano un quadro splendido, indimenticabile ». Era la vecchia Russia degli zar, della servitù, dei pope e della polizia che bruciava con le sue baracche e le sue palizzate, sputando fuoco e fumo, e moriva nel rantolo delle mitragliatrici. I Kajurov, le decine, le centinaia, le migliaia di Kajurov, come avrebbero potuto non sentirsi entusiasti? L’autoblinda sopraggiunta sparò alcuni colpi di cannone sul baraccamento in cui erano rinchiusi gli ufficiali e i soldati automobilisti. Il comandante della difesa fu ucciso. Gettati via i gradi e le decorazioni, gli ufficiali fuggivano attraverso gli orti del vicinato. Gli altri si arrendevano. Questo fu probabilmente il più grosso scontro della giornata.

La rivolta nell’esercito assumeva frattanto un carattere epidemico. Quel giorno, i soli a non sollevarsi furono i contingenti che non avevano avuto l’occasione di farlo. Verso sera si unirono al movimento i soldati del reggimento Semenovsky, ben noto per aver schiacciato ferocemente l’insurrezione moscovita del 1905: gli undici anni trascorsi avevano lasciato traccia! Assieme ai cacciatori, quelli del Semenovsky vennero durante la notte a prelevare i soldati del reggimento Izmailovsky che i comandanti tenevano rinchiusi nelle caserme: questo reggimento, che il 3 dicembre 1905 aveva circondato e arrestato i membri del primo soviet di Pietrogrado, era ancora considerato come uno dei più arretrati. La guarnigione dello zar nella capitale, che contava centocinquantamila uomini, si disgregava, si liquefaceva, si eclissava. Sul calar della notte non esisteva più.

Informato in mattinata della rivolta dei reggimenti, Khabalov tentò di opporre ancora una certa resistenza, inviando contro gli insorti un distaccamento selezionato di circa mille uomini, con le istruzioni più draconiane. Ma la sorte di questo distaccamento è avvolta nel mistero. « Quel giorno — racconta dopo la rivoluzione l’incomparabile Khabalov — cominciano ad accadere cose inverosimili : il distaccamento si mette in marcia, parte al comando di un ufficiale coraggioso e risoluto — si tratta del colonnello Kutepov — ma... senza risultato! ». Altre compagnie, inviate al seguito del reggimento, scomparivano egualmente senza lasciar traccia. Il generale cominciò a riunire truppe di riserva sulla piazza del Palazzo, ma « mancavano le cartucce e non si sapeva dove procurarsele ». Tutto ciò è autenticamente dichiarato nelle deposizioni di Khabalov dinanzi alla commissione di inchiesta del governo provvisorio. Dov’erano dunque filati i distaccamenti destinati alla repressione? Non è difficile indovinarlo; non appena fuori, si erano mescolati all’insurrezione. Operai, donne, adolescenti, soldati ammutinati si aggrappavano da ogni lato alle truppe di Khabalov prendendole per nuove reclute oppure cercando di conquistarle e non lasciavano loro che la possibilità di muoversi con l’immensa moltitudine. Dare battaglia a quella massa agglutinante, che non temeva più nulla, che premeva inesauribile, che penetrava ovunque, sarebbe stato come tirare di scherma nella pasta!

Mentre affluivano i rapporti sull’estendersi della rivolta nei reggimenti, Khabalov chiedeva truppe sicure per la repressione, per la protezione della centrale telefonica, del castello Litovsky, del palazzo Marinsky e di altri luoghi ancor più sacri. Il generale telefonò alla fortezza di Kronstadt, esigendo rinforzi, ma il comandante rispose che per parte sua nutriva timori per la piazzaforte. Khabalov non sapeva ancora che l’insurrezione aveva conquistato le guarnigioni vicine. Tentò, o fece finta di tentar di trasformare il palazzo d’inverno in una ridotta, ma il piano fu subito abbandonato come irrealizzabile, e l’ultimo nucleo di truppe « fedeli » si trasferì all’Ammiragliato. Là, il dittatore si preoccupò infine di prendere le misure più importanti e più urgenti : fece stampare due manifesti alla popolazione che costituivano gli ultimi atti ufficiali del regime: uno sulle dimissioni di Protopopov « per malattia », l’altro che decretava lo stato d’assedio a Pietrogrado. Era effettivamente urgente prendere quest’ultima misura, perché alcune ore più tardi l’esercito di Khabalov levava « l’assedio » e, lasciando l’Ammiragliato, si disperdeva, mentre ciascuno tornava a casa propria. Solo per inavvertenza la rivoluzione non mise agli arresti sin dalla sera del 27 il generale che disponeva di poteri formidabili, ma che personalmente non era affatto da temere. L’arresto ebbe luogo il giorno dopo, senza complicazioni.

È questa dunque tutta la resistenza che il terribile regime imperiale della Russia ha saputo opporre a un pericolo mortale? Sì, questo è quasi tutto, nonostante una grande esperienza di repressioni, malgrado i piani minuziosamente elaborati. Più tardi, certi monarchici, ritornati in se stessi, hanno sostenuto che il carattere particolare della guarnigione di Pietrogrado spiegava la facile vittoria popolare del febbraio. Ma tutto il corso ulteriore della rivoluzione confuta una simile spiegazione. È vero che, sin dall’inizio dell’anno fatale, la camarilla aveva suggerito allo zar la necessità di rimaneggiare la guarnigione della capitale. Lo zar era disposto a credere senza difficoltà che la cavalleria della guardia, considerata come particolarmente devota, « si era esposta al fuoco abbastanza a lungo » e si era meritata un po’ di riposo nelle caserme di Pietrogrado. Tuttavia, cedendo a rispettose rimostranze provenienti dal fronte, lo zar si era dichiarato d’accordo di sostituire quattro reggimenti della guardia a cavallo con tre unità di marinai della guardia navale. Secondo la versione di Protopopov, questo mutamento sarebbe avvenuto senza il consenso dello zar, con una proditoria premeditazione dei grandi capi : « I marinai sono stati reclutati tra gli operai e costituiscono l’elemento più rivoluzionario di tutto l’esercito ». Ma si tratta di evidenti assurdità. La verità è che i comandanti supremi della guardia, soprattutto nella cavalleria, al fronte facevano una carriera troppo bella per cercar di rientrare. Inoltre, questi ufficiali superiori dovevano nutrire qualche apprensione pensando all’azione repressiva che sarebbe stata loro imposta, alla testa di reggimenti che non erano assolutamente più quelli di una volta, quando erano di guarnigione della capitale. Come gli avvenimenti sul fronte provarono rapidamente, la guardia a cavallo che ormai non si distingueva più dal resto della cavalleria e i marinai della guardia installata a Pietrogrado non ebbero una parte attiva nella rivoluzione di febbraio. Perché il tessuto del regime era completamente marcio e non un solo filo era rimasto intatto...

Nella giornata del 27, senza colpo ferire, la folla liberò i detenuti politici da molti luoghi di detenzione della capitale e tra questi i membri del gruppo patriottico delle industrie di guerra arrestati il 26 gennaio e del comitato bolscevico di Pietrogrado che Khabalov aveva fatto rinchiudere da quaranta ore. Le differenziazioni politiche si precisano già all’uscita dalla prigione: i menscevichi patrioti si dirigono verso la Duma, dove vengono distribuiti funzioni e posti; i bolscevichi vanno nei distretti, tra gli operai e i soldati, per completare con loro la conquista della capitale. Non bisogna che il nemico abbia il tempo di riprendere fiato. La rivoluzione, più di qualsiasi altra faccenda, deve essere condotta sino in fondo.

Chi suggerì l’idea di dirigere i reggimenti insorti verso il palazzo di Tauride? Non è possibile dirlo. L’itinerario politico risultava dal complesso della situazione. Verso il palazzo di Tauride, come centro d’informazioni dell’opposizione, si dirigevano naturalmente tutti gli elementi radicali non legati alle masse. È molto probabile che il 27 febbraio siano stati proprio questi elementi, per un afflusso improvviso di energie vitali, ad assumere la direzione della guardia insorta. Era un ruolo onorevole che ormai non comportava più rischi, o quasi. Il palazzo Potjomkin, per tutta la sua disposizione, era quello che di meglio si poteva concepire come centro della rivoluzione. Il giardino di Tauride è separato solo da una strada da un’intera cittadella militare in cui si trovano le caserme della guardia e vari servizi amministrativi dell’esercito. È vero che per molti anni questa parte della città era stata considerata, sia dal governo sia dai rivoluzionari, come la roccaforte della monarchia. E così era stato. Ma ora tutto è sconvolto. È nel settore della guardia che scoppia un’insurrezione di soldati. Le truppe insorte devono solo attraversare la strada per piombare nel giardino di Tauride, separato dalla Neva solo da un blocco di case. E dall’altra parte della Neva si estende il rione di Vyborg, caldaia della rivoluzione : gli operai non avevano che da passare il ponte Alessandro oppure, se fosse stato tagliato, discendere sul ghiaccio della Neva per raggiungere le caserme della guardia o il palazzo di Tauride. Così questa formazione ete­rogenea e di opposte origini, il triangolo nord-est di Pietrogrado — la guardia, il palazzo Potjomkin, le grandi fabbriche — divenne la piazza d’armi della rivoluzione.

All’interno del palazzo di Tauride vengono costituiti o abbozzati vari centri, tra cui uno stato maggiore dell’insurrezione. Non si può dire che questo stato maggiore fosse serio. Ufficiali « rivoluzionari » cioè ufficiali che qualcosa, magari solo un malinteso, ha legato in passato alla rivoluzione, dopo la vittoria si affrettano a farsi vivi oppure, sollecitati da altri, vengono a mettersi « al servizio della rivoluzione ». Esaminano con aria pensierosa il complesso della situazione e scuotono la testa con pessimismo. Perché queste folle di soldati esasperati, spesso disarmati, non sono in grado di fare niente. Non hanno artiglieria, né mitragliatrici, né collegamenti, né capi. Il nemico potrebbe trarsi d’impaccio con un solo distaccamento sicuro! Per il momento le folle rivoluzionarie impediscono, è vero, qualsiasi operazione sistematica nelle strade. Ma, giunta la notte, gli operai torneranno a casa, i cittadini si calmeranno, la città rimarrà deserta. Se Khabalov colpisce le caserme con un robusto contingente, può diventare padrone della situazione. Questa idea, sia detto di passata, viene avanzata, con varianti diverse, a ogni fase della rivoluzione. « Datemi un reggimento sicuro — diranno più di una volta nei loro ambienti animosi colonnelli — e in quattro e quattr’otto vi spazzo via tutta questa sporcizia! ». Molti di questi ufficiali tenteranno l’avventura, come vedremo. Ma tutti dovevano limitarsi a ripetere la dichiarazione di Khabalov : « Il distaccamento si è messo in marcia, al comando di un ufficiale coraggioso, ma... senza risultato... ».

E da quale parte si sarebbe potuto avere qualche risultato? Le unità più sicure erano quelle composte da agenti di polizia, da gendarmi e in particolare dagli allievi sottufficiali di alcuni reggimenti. Ma questi contingenti fallivano miseramente dinanzi all’attacco di vere e proprie masse, come sarebbe capitato ai battaglioni di San Giorgio e agli allievi ufficiali otto mesi dopo, nell’ottobre. Dove avrebbe potuto trovare la monarchia, per la propria salvezza, una forza armata bell’e pronta e in grado di impegnarsi in un duello prolungato e disperato con una città di due milioni di abitanti? La rivoluzione, ai comandanti d’armata, intraprendenti a parole, sembra indifendibile, perché spaventosamente caotica: dovunque movimenti senza scopo, tendenze contrastanti, turbamenti umani, facce stupefatte e come improvvisamente sbigottite, cappotti che volano al vento, studenti che gesticolano, soldati senza fucile, fucili senza soldati, ragazzi che sparano in aria, una confusione di mille voci, vortici di voci scatenate, timori ingiustificati, gioie ingannatrici... sembra che basti alzare la sciabola su questo caos perché tutto si disperda immediatamente senza lasciare traccia. Ma è un’illusione ottica grossolana. Il caos esiste solo in apparenza. In profondità si produce una irresistibile cristallizzazione delle masse attorno a nuovi assi. Queste folle innumerevoli non si sono ancora rese sufficientemente conto di quello che vogliono, ma sono pervase da un odio inestinguibile verso quello che non vogliono più. Si lasciano dietro un crollo storico irreparabile. Non c’è possibilità di ritorno. Anche se si trovasse qualcuno in grado di disperderle, si riunirebbero di nuovo, spontaneamente, un’ora dopo e la nuova ondata sarebbe più furiosa e più sanguinosa. A partire da quelle giornate di febbraio, l’atmosfera di Pietrogrado diviene così incandescente che tutte le truppe ostili che piombano in questo poderoso focolaio o solo vi si avvicinano o si espongono al suo alito bruciante, si trasformano, perdono la loro sicurezza, si sentono paralizzate e si abbandonano, senza colpo ferire, alla mercé del vincitore. Doveva rendersene conto il giorno dopo il generale Ivanov che, su ordine dello zar, arrivava dal fronte con un battaglione di cavalieri di S. Giorgio. Cinque mesi più tardi, la stessa sorte era riservata al generale Komilov. Otto mesi dopo a Kerensky.

Nelle strade, nei giorni precedenti, i Cosacchi sembravano i più concilianti: per questo erano stati più tormentati di tutti gli altri. Ma quando si giunse a una vera e propria insurrezione, la cavalleria giustificò una volta di più la propria reputazione di forza conservatrice, lasciandosi superare dalla fanteria. Il 27, conservava ancora un atteggiamento di aspettativa neutrale. Se Khabalov non poteva più contare su di essa, la rivoluzione la temeva ancora.

Restava così l’enigma della fortezza di Pietro e Paolo, posta su di un isolotto bagnato dalla Neva, di fronte al Palazzo d’inverno e alle residenze dei granduchi. Dietro i suoi bastioni, la guarnigione era o sembrava un piccolo mondo del tutto protetto dalle influenze esterne. Non c’è artiglieria permanente nella piazzaforte, tranne un vecchio cannone che annuncia quotidianamente il mezzogiorno.

Ma, oggi, sui bastioni sono stati alzati pezzi da campagna, che sono puntati verso il ponte. Che cosa si sta preparando? Nella notte, lo stato maggiore del palazzo di Tauride si spreme le meningi per stabilire quale linea di condotta adottare nei confronti della fortezza di Pietro e Paolo e nella fortezza alcuni si chiedono tormentosamente cosa farà di loro la rivoluzione. In mattinata, l’enigma sarà risolto : « A condizione che venga concesso un salvacondotto agli ufficiali » la piazzaforte si arrenderà al palazzo di Tauride. Avendo finalmente visto chiaro nella situazione, e non era poi tanto difficile, gli ufficiali della guarnigione si erano affrettati ad anticipare avvenimenti ineluttabili.

Il 27 verso sera avanzano verso il palazzo di Tauride soldati, operai, studenti, gente del popolo. Sperano di trovarvi quelli che sanno tutto, di avere informazioni o direttive. A mucchi si introducono nel palazzo armi raccolte da diverse parti, che vengono depositate in una sala trasformata in arsenale. Nel frattempo, la notte, in quelle stanze, lo stato maggiore rivoluzionario si mette al lavoro. Spedisce distaccamenti per sorvegliare le stazioni e pattuglie in tutte le direzioni da cui ci si possa attendere una minaccia. I soldati eseguono di buon grado, senza discutere, anche se nel massimo disordine, le istruzioni del nuovo potere. Esigono solo, ogni volta, un ordine scritto: iniziativa che viene, probabilmente, dai resti di comando rimasti legati ai reggimenti, oppure da scribi militari. Ma hanno ragione: bisogna mettere un pò d’ordine nel caos, senza perdere tempo. Lo stato maggiore rivoluzionario, come il soviet che è stato appena creato, non ha ancora i timbri. La rivoluzione deve ancora procurarsi il suo materiale burocratico. Purtroppo, in poco tempo, se ne procurerà assai più del necessario.

La rivoluzione si mette alla ricerca dei suoi nemici. In città hanno luogo alcuni arresti « arbitrari », diranno con un tono di rimprovero i liberali. Ma tutta la rivoluzione è arbitraria. Di continuo si trasportano al palazzo di Tauride gli arrestati: il presidente del consiglio di Stato, alcuni ministri, poliziotti, agenti dell’Okhrana, una contessa « germanofila », ufficiali di gendarmeria, a interi gruppi. Certi dignitari, come Protopopov, vengono a costituirsi spontaneamente : è più sicuro. « Le pareti di quella sala che, un tempo, avevano risuonato di inni in onore dell’assolutismo, quel giorno non udivano che sospiri e singhiozzi — raccontava più tardi una contessa tornata in libertà. — Un generale arrestato, all’estremo delle forze, si sedette sulla sedia più vicina. Molti membri della Duma mi offrirono gentilmente una tazza di tè. Profondamente scosso, il generale mi diceva: “ Contessa, assistiamo alla rovina di un grande paese ” ».

Ma il grande paese, che non era affatto disposto ad andare in rovina, passava davanti ai decaduti, con rumore di stivali, battendo per terra con i calci dei fucili, scuotendo l’aria con i suoi appelli e pestando i piedi della gente. Le rivoluzioni si sono sempre distinte per mancanza di cortesia: probabilmente perché le classi dirigenti, a tempo debito, non si erano curate di inculcare al popolo le buone maniere.

Il palazzo di Tauride diviene provvisoriamente un gran quartier generale, un centro di governo, un arsenale, una prigione della rivoluzione che non si è ancora detersa la faccia coperta di sangue e di sudore. Nella confusione si infiltrano nemici intraprendenti. Per caso, viene smascherato un colonnello della gendarmeria che, travestito, prende appunti in un angolo, non per rendere un servizio alla storia, ma per informare le corti marziali. Soldati e operai vogliono giustiziarlo sul posto. Ma gente dello « stato maggiore » si mette in mezzo, sottraendo il gendarme alla folla senza difficoltà. In quel momento, la rivoluzione è ancora bonacciona, fiduciosa, piena di mansuetudine. Diverrà implacabile solo dopo una serie di tradimenti, di inganni e di esperienze sanguinose.

La prima notte della rivoluzione vittoriosa è piena di allarmi. Commissari improvvisati addetti alla sorveglianza delle stazioni e di altri luoghi, per lo più intellettuali che le relazioni personali hanno condotto là per caso, avventurieri, gente che si scappella davanti alla rivoluzione (quanto più utili sarebbero stati dei sottufficiali, soprattutto di origine operaia!) cominciano a innervosirsi, vedono dovunque pericoli, innervosiscono i soldati e di continuo chiedono telefonicamente rinforzi al palazzo di Tauride. Anche al palazzo ci si turba, si telefona, si inviano rinforzi che il più delle volte non arrivano a destinazione.

Uno di quelli che quella notte fecero parte dello « stato maggiore » di Tauride, si esprime in questi termini: «Coloro che ricevono ordini, non li eseguono; coloro che agiscono, lo fanno senza ricevere ordini... ».

Senza ordini, agiscono i quartieri operai. I dirigenti della rivoluzione, dopo aver messo in movimento gli effettivi delle loro fabbriche, dopo essersi impadroniti dei commissariati, dopo aver successivamente fatto insorgere i reggimenti e demolito i rifugi della controrivoluzione, non hanno fretta di raggiungere il palazzo di Tauride, gli stati maggiori, i centri direttivi: al contrario, scuotono la testa con ironia e con diffidenza: già accorrono i furbi, per dividersi la pelle dell’orso che non hanno ucciso loro e che ancora non è stato finito. Gli operai bolscevichi, come gli operai degli altri partiti di sinistra, passano le giornate nelle vie e le notti negli « stati maggiori » di quartiere, si mantengono in collegamento con le caserme, preparano il domani. Durante la prima veglia di vittoria, continuano e sviluppano il lavoro compiuto nei primi cinque giorni: costituiscono lo scheletro embrionale della rivoluzione.

Nabokov, che il lettore già conosce come membro del centro costituzionale democratico, allora disertore legale, imboscato allo stato maggiore generale dell’esercito zarista; il 27, si recò come al solito in servizio e vi rimase sino alle tre del pomeriggio, ignorando completamente gli avvenimenti. La sera, in via Morskaja, si udirono colpi d’arma da fuoco — Nabokov, nel suo appartamento, prestava ascolto —, passavano alcune autoblinde a tutta velocità, anche alcuni soldati e alcuni marinai correvano rasente ai muri... L’onorevole liberale osservava dai vetri laterali di un balcone. « Il telefono funzionava ancora e, a quanto ricordo, informazioni su quanto era accaduto, nella giornata mi venivano comunicate dagli amici. Andammo a letto all’ora solita ». Quest’uomo doveva diventare ben presto uno degli ispiratori del governo provvisorio rivoluzionario (!) in qualità di segretario generale. Domani, per la strada, un vecchio sconosciuto, impiegato o maestro di scuola, si avvicinerà e togliendosi il berretto, dirà: «Grazie di tutto quello che avete fatto per il popolo». È lo stesso Nabokov a raccontarlo, con modesto orgoglio.