I paesi arretrati e il programma di rivendicazioni transitorie

I paesi coloniali e semicoloniali sono per loro natura, paesi arretrati. Ma questi paesi arretrati vivono in un mondo dominato dall'imperialismo. Perciò il loro sviluppo ha un carattere combinato: unisce insieme le forme economiche più primitive e l'ultima parola della tecnica e della cultura capitalista. E' questo che determina la politica del proletariato nei paesi arretrati: è costretto a combinare la lotta per gli obiettivi più elementari di indipendenza nazionale e di democrazia borghese con la lotta socialista contro l'imperialismo mondiale. Le rivendicazioni democratiche, le rivendicazioni transitorie e le rivendicazioni della rivoluzione socialista non sono divise nella lotta da epoche storiche, ma discendono direttamente le une dalle altre. Il proletariato cinese aveva appena cominciato a costruire i sindacati e già si vedeva costretto a pensare ai soviet. In questo senso il programma che presentiamo è pienamente applicabile ai paesi coloniali e semicoloniali, almeno a quelli in cui il proletariato è già in grado di avere una politica indipendente.

I problemi centrali dei paesi coloniali e semicoloniali sono: la rivoluzione agraria, cioè la liquidazione dell'eredità feudale, e l'indipendenza nazionale, cioè il rovesciamento del giogo dell'imperialismo. Questi due obiettivi sono strettamente connessi.

E' impossibile respingere puramente e semplicemente il programma democratico: bisogna che siano le masse stesse a superarlo nella lotta. La parola d'ordine dell'assemblea nazionale (o costituente) conserva tutto il suo valore in paesi come la Cina o l'India. Bisogna legare indissolubilmente questa parola d'ordine agli obiettivi dell'emancipazione nazionale e della riforma agraria. Bisogna, innanzi tutto, armare gli operai con questo programma democratico. Soltanto gli operai possono stimolare e unire i contadini. Sulla base del programma democratico rivoluzionario, bisogna contrapporre gli operai alla borghesia "nazionale". A un certo stadio della mobilitazione delle masse sulla base delle parole d'ordine della democrazia rivoluzionaria, possono e devono sorgere i soviet. La loro funzione storica in ogni periodo dato, in particolare il loro rapporto con l'Assemblea nazionale, è determinato dal livello politico del proletariato. Presto o tardi, i soviet devono rovesciare la democrazia borghese. Solo essi sono in grado di portare a termine la rivoluzione democratica e di inaugurare così l'era della rivoluzione socialista.

Il peso specifico delle varie rivendicazioni democratiche e transitorie nella lotta del proletariato, il loro nesso reciproco, il loro ordine di successione sono determinati dalle particolarità e dalle condizioni peculiari di ciascun paese arretrato, in misura considerevole dalla portata della loro arretratezza. Ma la linea generale dello sviluppo rivoluzionario può essere determinata dalla formula della rivoluzione permanente nel significato che ha assunto dopo tre rivoluzioni russe (1905, Febbraio 1917, Ottobre 1917).

L'Internazionale "comunista" ha fornito ai paesi arretrati l'esempio classico del modo con cui si può compromettere rovinosamente una rivoluzione poderosa e ricca di promesse. Al momento dell'impetuosa ascesa del movimento delle masse in Cina nel 1925-1927, l'Internazionale comunista non ha lanciato la parola d'ordine dell'assemblea nazionale e contemporaneamente si è opposta alla costituzione dei soviet. Il partito borghese del Kuomintang doveva, secondo Stalin, "sostituire" sia l'assemblea nazionale sia i soviet. Dopo lo schiacciamento delle masse da parte del Kuomintang, l'Internazionale comunista si è lanciata sulla via di una guerra partigiana e di soviet contadini, con la completa passività del proletariato industriale. Trovatasi in un vicolo cieco, ha approfittato della guerra cino-giapponese per liquidare con un semplice tratto di penna la "Cina sovietica" subordinando non solo "l'Esercito rosso" contadino, ma anche il partito cosiddetto comunista al Kuomintang, cioè alla borghesia.

Dopo aver tradito la rivoluzione proletaria internazionale in nome dell'amicizia con gli schiavisti democratici, il Comintern doveva tradire anche la lotta emancipatrice dei popoli coloniali, peraltro con un cinismo ancor più grande di quello della II Internazionale. La politica dei fronti popolari e della "difesa nazionale" ha come uno dei suoi obiettivi il trasformare le centinaia di milioni di uomini della popolazione coloniale in carne da cannone per l'imperialismo "democratico". La bandiera della lotta emancipatrice dei popoli coloniali e semicoloniali, cioè di oltre la metà dell'umanità, passa definitivamente nelle mani della IV Internazionale.