Sul ritmo della rivoluzione spagnola

Ma resta il tempo sufficiente per applicare una tattica giu­sta? Non sarebbe già troppo tardi? Non si sarebbero già lasciate passare tutte le scadenze?

È’ di estrema importanza definire esattamente il ritmo con cui si sviluppa la rivoluzione - se non per fissare la linea strategica, almeno per determinare la tattica. Perché se la tattica è errata, la migliore delle strategie può portare alla catastrofe. Naturalmente, è impossibile fare congetture sul ritmo a lunga scadenza. È’ nel corso della lotta che bisogna procedere alle verifiche e sulla base dei sintomi più diversi. D'altronde, nel corso degli avvenimenti, il ritmo può modi­ficarsi bruscamente. Comunque, bisogna avere dinanzi agli occhi una certa prospettiva per apportare i ritocchi neces­sari sulla base dell'esperienza progressiva. La grande Rivoluzione francese ha avuto bisogno di oltre tre anni per arrivare al punto culminante: la dittatura dei giacobini. La Rivoluzione russa è arrivata in otto mesi alla dittatura dei bolscevichi. Constatiamo, su questo piano, un'enorme diversità di ritmo. Se in Francia gli avvenimenti si fossero sviluppati più rapidamente, i giacobini non avreb­bero avuto il tempo di costituire il loro partito, dato che non esistevano alla vigilia della rivoluzione. D'altra parte, se i giacobini fossero stati una forza alla vigilia della rivoluzione, gli avvenimenti si sarebbero verosimilmente sviluppati in modo più rapido. Ecco uno dei fattori che determinano il ritmo. Ma ce ne sono altri, probabilmente più decisivi. La Rivoluzione russa del 1917 è stata preceduta da quella del 1905 che Lenin definiva una prova generale. Tutti gli elementi della seconda e della terza rivoluzione erano pronti da tempo, di modo che coloro che presero parte alla lotta si trovarono ad avanzare come su una pista già tracciata sulla neve. Così ne risultò estremamente accelerata l'ascesa della rivoluzione verso il punto culminante. Comunque sia, si deve considerare che nel 1917 fu la guerra a decidere del ritmo della rivoluzione. La questione agraria avrebbe potuto essere differita di qualche mese, e persino di un anno o due. Ma il problema della morte nelle trincee non consentiva più dilazioni. I soldati dicevano: "Che ne farò della terra, se non ci sarò più?". La spinta di dodici milioni di soldati accelerò la rivoluzione in modo formida­bile. Senza la guerra, nonostante la prova generale del 1905, nonostante l'esistenza del Partito bolscevico, il periodo ini­ziale della rivoluzione, prima dell'intervento dei nostri, avrebbe potuto durare più di otto mesi, forse un anno, forse due anni o anche più.

Queste considerazioni generali acquistano una indubbia im­portanza, se si vuole stabilire quale potrà essere il ritmo di sviluppo degli avvenimenti in Spagna. La nuova generazione del paese non ha conosciuto rivoluzione, non ha proceduto a una "prova generale". Il Partito comunista era estrema­mente debole quando è intervenuto negli avvenimenti. La Spagna non è in guerra con altri paesi: i suoi contadini non sono ammucchiati a milioni nelle caserme e nelle trin­cee, non hanno da temere di essere immediatamente ster­minati. Questo insieme di circostanze ci costringe a preve­dere una marcia più lenta degli avvenimenti e ci consente, di conseguenza, di sperare che il partito avrà più tempo per prepararsi alla conquista del potere.

Ma certi fattori operano in senso contrario e possono pro­vocare tentativi prematuri di una lotta decisiva, tentativi che significherebbero una sconfitta per la rivoluzione. Dato che il Partito comunista è debole, tanto più forte è la spinta dell'elemento popolare; le tradizioni anarco-sindacaliste ope­rano nello stesso senso; infine, l'errato orientamento del­l'Internazionale comunista apre tutte le vie alle manifesta­zioni improvvise dello spirito di avventura. La conclusione che si deve ricavare da queste analogie sto­riche è chiara: se la situazione in Spagna (dove non esi­stono affatto tradizioni rivoluzionarie recenti, dove non c'è un forte partito comunista e dove non c'è guerra con paesi stranieri) esige, secondo ogni verosimiglianza, che la ditta­tura del proletariato venga normalmente alla luce molto più tardi che in Russia, ci sono circostanze che aggravano par­ticolarmente per la rivoluzione il pericolo di un aborto. La debolezza del comunismo spagnolo, che è il risultato di una politica ufficiale errata, fa sì che esso possa molto facil­mente ricavare le conclusioni più pericolose sulla base di direttive fallaci. Chi è debole, non ha piacere di constatare de visu la propria debolezza, teme sempre di essere in ri­tardo, si innervosisce e cerca di anticipare i tempi. In parti­colare, i comunisti spagnoli possono avere motivo di temere le Cortes.

In Russia, l'Assemblea costituente, di cui la borghesia aveva differito la convocazione, si riunì dopo lo scioglimento definitivo della crisi e fu sciolta senza alcuna difficoltà. Le Cortes costituenti si riuniscono in una fase meno avanzata della rivoluzione. I comunisti, ammesso che possano acce­dere alle Cortes, saranno solo una insignificante minoranza. Da questa riflessione si può arrivare rapidamente all'idea seguente: bisogna tentar di rovesciare le Cortes al più pre­sto possibile, sfruttando qualsiasi offensiva delle masse popo­lari. Questo sarebbe lanciarsi nell'avventura; così non si risolverebbe il problema del potere; al contrario, si ributte­rebbe molto indietro la rivoluzione, che, probabilmente, ne avrebbe spezzata la spina dorsale. Il proletariato potrà strap­pare il potere alla borghesia solo se la maggioranza degli operai si dedica appassionatamente a questo compito e se in tutto il popolo la maggioranza degli sfruttati ripongono fiducia nel proletariato.

Per quanto riguarda precisamente le istituzioni parlamentari della rivoluzione, i compagni spagnoli devono tener conto meno della esperienza russa che di quella della grande rivo­luzione francese. La dittatura dei giacobini è stata prece­duta da tre assemblee parlamentari. Furono i tre gradini attraverso i quali le masse salirono sino alla dittatura dei giacobini. È’ stupido pensare - come fanno i repubblicani e i socialisti di Madrid - che le Cortes costituiranno il pun­to conclusivo della rivoluzione. No. In realtà, le Cortes non possono che dare un nuovo impulso al movimento rivolu­zionario, assicurandogli al tempo stesso una evoluzione più controllata. Questa prospettiva è di una importanza estre­ma per chiunque voglia orientarsi circa il corso degli avve­nimenti ed evitare gli accessi di nervosismo come lo spirito di avventura.

Naturalmente non si tratta per i comunisti di mettere un freno alla rivoluzione. Meno ancora si tratta di tenersi in disparte dai movimenti e dalle manifestazioni di massa nelle città e nelle campagne. Una simile politica sarebbe la rovina del partito il cui compito, per il momento, resta soltanto quello di conquistare la fiducia delle masse rivoluzionarie. Solo ponendosi alla testa degli operai e dei soldati in lotta i bolscevichi sono riusciti, nel luglio, a risparmiare alle masse una catastrofe.

Se le circostanze obiettive e la perfidia della borghesia aves­sero imposto al proletariato una battaglia decisiva in condi­zioni sfavorevoli, i comunisti avrebbero certamente preso il loro posto tra i combattenti delle prime file. Un partito rivoluzionario preferirà sempre esporsi a una sconfitta con la sua classe piuttosto che restare in disparte, preoccupan­dosi di dare lezioni di morale e lasciando gli operai senza una direzione di fronte alle baionette della borghesia. Un partito schiacciato in battaglia troverà il suo rifugio nel pro­fondo dei cuori, nelle masse, e, presto o tardi, si prenderà la rivincita. Ma un partito che si separasse dalla sua classe nell'ora del pericolo, non resusciterebbe mai. I comunisti spagnoli non si trovano, tuttavia, dinanzi a questo tragico dilemma. Al contrario, ci sono tutte le ragioni di pensare che la vergognosa politica dei socialisti al potere e il pie­toso smarrimento dell'anarco-sindacalismo spingeranno sem­pre di più gli operai verso il comunismo: si può ritenere che il partito - se la sua politica sarà giusta - avrà il tempo sufficiente per prepararsi e per condurre il proletariato alla vittoria.