La direzione dell'Internazionale comunista di fronte agli avvenimenti della Spagna

La rivoluzione spagnola cresce. Nel processo della lotta si accrescono pure le sue forze interne. Ma contemporanea­mente si accrescono i pericoli. Non parliamo dei pericoli i cui focolai sono costituiti dalle classi dominanti e dai loro servi politici, repubblicani e socialisti. Questi sono nemici dichia­rati e l'atteggiamento da adottare nei loro confronti si impo­ne con assoluta evidenza. Ma esistono pericoli interni. Gli operai spagnoli guardano con fiducia verso l'Unione So­vietica, progenie della Rivoluzione d'Ottobre. Questo stato d'animo costituisce un capitale prezioso per il comunismo. La difesa dell'Unione Sovietica è il dovere di ogni operaio rivoluzionario. Ma non bisogna permettere che si abusi della fedeltà degli operai alla Rivoluzione d'Ottobre per imporre loro una politica che contrasta con tutte le lezioni e gli inse­gnamenti che ci vengono dall'Ottobre. Bisogna parlare chiaramente. Bisogna parlare in modo da farsi sentire dall'avanguardia del proletariato spagnolo e in­ternazionale: un pericolo immediato da parte dell'attuale direzione dell'Internazionale comunista minaccia la rivolu­zione proletaria in Spagna. Qualsiasi rivoluzione, anche la più promettente, può essere annientata: ciò è stato dimo­strato dall'esperienza della rivoluzione tedesca del 1923 e in modo ancora più clamoroso dall'esperienza della rivolu­zione cinese del 1925-27. In entrambi i casi, la disfatta ha avuto come causa immediata una falsa direzione. Oggi[1] è la volta della Spagna. I dirigenti dell'Internazionale comunista non hanno imparato niente dai loro errori. Peggio ancora. Per nascondere gli errori precedenti, sono costretti a giu­stificarli e ad aggravarli. Nella misura in cui dipende da loro, preparano alla rivoluzione spagnola il destino della rivolu­zione cinese.

Per due anni si illusero gli operai avanzati con la infelice teoria del "terzo periodo" che ha indebolito e demoralizzato l'Internazionale comunista. La direzione ha battuto in riti­rata. Ma quando? Proprio nel momento in cui la crisi mon­diale registrava un radicale mutamento della situazione e determinava il delinearsi delle prime possibilità di una of­fensiva rivoluzionaria. Nel frattempo l'Internazionale comu­nista non si accorgeva neppure di quello che accadeva in Spagna. Manuilskij dichiarava che gli avvenimenti della Spa­gna non meritavano alcuna attenzione - e Manuilskij assolve oggi alle funzioni di dirigente dell'Internazionale comunista. Nello studio sulla rivoluzione spagnola che avevamo scritto prima degli avvenimenti di aprile, avevamo espresso l'idea che la borghesia che si adorna di tutte le sfumature repub­blicane, avrebbe fatto ogni sforzo, e sino all'ultimo mo­mento, per salvaguardare la sua alleanza con la monarchia. "In verità" scrivevamo "non si può escludere l'idea di un concorso di circostanze in cui le classi possidenti si vedano costrette a sacrificare la monarchia per salvare se stesse (esempio: la Germania!)." Queste righe hanno fornito agli staliniani l'occasione di parlare di un pronostico errato -beninteso, dopo gli avvenimenti[2]. Gente che non ha mai previsto niente, esige dagli altri non dei pronostici marxisti, ma previsioni teosofiche circa il giorno in cui si verificheran­no gli avvenimenti e l'andamento che assumeranno; così i malati ignoranti e superstiziosi esigono miracoli dalla me­dicina. Un pronostico marxista ha lo scopo di aiutare l'opi­nione pubblica a orientarsi sulla tendenza generale degli avvenimenti e a vedere chiaro nei loro sviluppi "inaspet­tati". Due ragioni ugualmente importanti spiegano perché la borghesia spagnola si sia decisa a separarsi dalla monarchia. Lo straripare impetuoso della collera delle masse ha costretto la borghesia a tentar di fare di Alfonso XIII, che il popolo aveva in orrore, il capro espiatorio. Ma questa ma­novra, che comportava seri rischi, ha potuto riuscire alla borghesia solo grazie alla fiducia che le masse avevano nei repubblicani e nei socialisti e perché, nel mutamento di regime, non si doveva fare i conti con il pericolo comunista. La variante storica che si è realizzata in Spagna è di conse­guenza il risultato della forza della spinta popolare da una parte e della debolezza dell'Internazionale comunista dal­l'altra. È dalla constatazione di questi dati di fatto che si deve cominciare. Una regola tattica generale è quella di non sopravvalutare le proprie forze se si vuole divenire più forti. Ma questa regola non vale per la burocrazia degli epi­goni. Se alla vigilia degli eventi Manuilskij faceva la previ­sione che non si sarebbe verificato nulla di serio, all'indo­mani del colpo di stato l'insostituibile Perì[3], fornitore di notizie false sui paesi latini, cominciò a inviare ininterrotta­mente telegrammi in cui si diceva che il proletariato spa­gnolo appoggiava quasi esclusivamente il Partito comunista e che i contadini spagnoli costituivano dei soviet. La "Pravda" pubblicava queste sciocchezze aggiungendovi altre stupidaggini secondo cui i "trotskisti" erano a rimor­chio del governo di Zamora[4], mentre Zamora metteva e mette in prigione i comunisti di sinistra... Infine il 14 mag­gio la "Pravda" pubblicava un editoriale programmatico -La Spagna a fuoco - in cui si ritrovano, condensate in affer­mazioni applicate alla rivoluzione spagnola, tutte le aberra­zioni e tutti gli errori degli epigoni.

 

 

 

[1] Nell'aprile 1931, dopo una clamorosa vittoria elettorale delle forze repub­blicane, si ebbe la caduta di Alfonso XIII e l'avvento della Repubblica.

 

[2] Sono gli staliniani americani a dare prova di maggior zelo. È difficile immaginare sino a quali colonne d'Ercole arrivino la volgarità e la stupidità di funzionari stipendiati per dire simili sciocchezze e non controllati da nes­suno [N. d. A.].

 

[3] Gabriel Péri, esponente del Partito comunista francese e redattore di poli­tica estera de "L'Humanité". Fu fucilato dai nazisti durante la guerra.

 

[4] Alcalà Zamora, di tendenze liberali, varie volte ministro, fu il primo pre­sidente della Repubblica spagnola.