L'esercito spagnolo e la politica

Dopo la guerra contro Napoleone, è sorta in Spagna una nuova forza: gli ufficiali che fanno politica, la giovane ge­nerazione delle classi dominanti, erede della rovina del gran­de impero e declassata in notevole misura.

Nel paese del particolarismo e del separatismo, per forza di cose l'esercito ha assunto un'enorme importanza come forza centralizzatrice. È divenuto non solo il sostegno della monarchia, ma anche la guida del malcontento di tutte le frazioni delle classi dominanti e prima di tutto del proprio malcontento; come la burocrazia, il corpo degli ufficiali viene reclutato tra gli elementi, in Spagna eccessivamente nume­rosi, che esigono dallo Stato, innanzitutto, i mezzi di sus­sistenza. Ma siccome gli appetiti dei diversi gruppi della società "colta" superano largamente tutto il complesso delle funzioni statali, parlamentari e di altro genere, il malcon­tento degli eliminati alimenta il Partito repubblicano che, del resto, in Spagna è instabile come tutti gli atri raggrup­pamenti. Ma, poiché dietro questa instabilità si nasconde spesso una sincera e violenta indignazione, nel movimento repubblicano si formano di tanto in tanto gruppi rivoluzio­nari risoluti e coraggiosi per cui la repubblica è una mistica parola d'ordine di salvezza.

L'esercirò spagnolo nel suo insieme ha pressappoco raggiunto i centosettantamila uomini, di cui più di tredicimila sono ufficiali: bisogna aggiungervi poi circa quindicimila marinai della marina da guerra. Essendo lo strumento delle classi dominanti del paese, gli ufficiali si trascinano dietro nei loro complotti la massa dell'esercito. Ciò crea le condizioni per un movimento indipendente dei soldati. Già in passato i sottufficiali sono intervenuti nella politica senza gli ufficiali e contro gli ufficiali. Nel 1836 i sottufficiali della guarni­gione di Madrid si sono ribellati e hanno costretto la regina a proclamare una costituzione. Nel 1866 i sergenti di arti­glieria, malcontenti delle regole aristocratiche nell'esercito, hanno scatenato una rivolta. Tuttavia, la funzione dirigente, in passato, è rimasta sempre nelle mani degli ufficiali. I soldati marciavano dietro agli ufficiali malcontenti, benché il malcontento dei soldati, politicamente impotente, avesse altre radici sociali, molto più profonde. Le contraddizioni nell'esercito corrispondono di solito alle diverse armi. Più l'arma è qualificata, cioè più esige intelli­genza da parte dei soldati e degli ufficiali, e più questi ultimi sono in grado di assimilare le idee rivoluzionarie; mentre la cavalleria inclina di solito verso la monarchia, l'artiglieria fornisce un'elevata percentuale di repubblicani.

Non c'è da sorprendersi che la nuova arma dell'aviazione si sia unita alla rivoluzione e vi abbia introdotto gli elementi di avventurismo proprio del mestiere. L'ultima parola resta alla fanteria.

La storia della Spagna è la storia di convulsioni rivoluzio­narie ininterrotte. Pronunciamientos e colpi di stato da pa­lazzo si sono susseguiti di continuo. Nel corso del XIX se­colo e del primo trentennio del XX secolo, si è avuto un continuo mutamento di regimi politici e, all'interno di que­sti regimi, ha avuto luogo un mutamento caleidoscopico di ministeri. Non trovando un appoggio duraturo in nessuna delle classi dominanti - benché tutte ne avessero bisogno -la monarchia spagnola è caduta più di una volta in balia del proprio esercito. Ma la dispersione delle province spagnole dava la sua impronta al carattere dei complotti militari. La meschina rivalità delle giunte non era che l'espressione este­riore del fatto che le rivoluzioni spagnole non avevano una classe dirigente. Appunto per questo la monarchia usciva sempre vincitrice da ogni nuova rivoluzione. Tuttavia, poco dopo il ristabilimento dell'ordine, la crisi cronica si tradu­ceva di nuovo in una grave indignazione. Nessuno dei regi­mi che si rovesciavano a vicenda, arava il terreno abbastanza in profondità. Ciascuno di essi si logorava spesso nella lotta contro le difficoltà determinate dalla povertà del reddito na­zionale, insufficiente a soddisfare le esigenze e gli appetiti eccessivi delle classi dirigenti. Abbiamo visto, in particolare, con quanta vergogna abbia concluso la sua esistenza l'ulti­ma dittatura militare. Il terribile Primo de Rivera1 è caduto senza che vi fosse nemmeno un nuovo pronunciamiento: si è semplicemente sgonfiato, come una gomma che ha incon­trato un chiodo.

Tutti i colpi di stato precedenti sono stati movimenti di una minoranza contro un'altra minoranza; classi dirigenti o semidirigenti si strappavano a vicenda, impazientemente, la torta dello Stato.

Se con l'espressione "rivoluzione permanente" si intende un costante svilupparsi di sollevamenti sociali che trasferiscono il potere nelle mani della classe più risoluta che, per parte sua, esercita poi il potere per eliminare tutte le classi e, di conseguenza, la possibilità stessa di nuove rivoluzioni, biso­gna constatare che, nonostante la loro "continuità", i solle­vamenti spagnoli non hanno niente di simile alla rivoluzione permanente; si tratta piuttosto di croniche convulsioni con cui si manifesta la malattia cronica di una nazione ributtata indietro.

L'ala sinistra della borghesia, che si esprime soprattutto tramite i giovani intellettuali, si è prefissa da tempo, è vero, il compito della trasformazione repubblicana della Spagna. Gli studenti spagnoli che, per le stesse ragioni che valgono per gli ufficiali, vengono reclutati principalmente tra la gio­ventù malcontenta, sono abituati ad avere nel paese un ruolo del tutto sproporzionato alla loro consistenza nume­rica. Il dominio della reazione cattolica ha provocato l'op­posizione delle università e le ha conferito un carattere anti­clericale. Ma non sono gli studenti che caratterizzano il regime. Ai loro vertici, i repubblicani spagnoli si contraddi­stinguono per un programma sociale estremamente conser­vatore; vedono il loro ideale nella odierna Francia reazio­naria, credendo che con la repubblica verrebbe la ricchezza; ma non sono niente affatto disposti a battere la via dei gia­cobini e neppure ne sono capaci: la loro paura di fronte alle masse è più forte del loro odio verso la monarchia. Se le crepe e i pori della società borghese sono colmati in Spagna da elementi declassati degli strati dirigenti, da innu­merevoli procacciatori di sinecure e di profitti, in basso, nelle crepe delle fondamenta dell'edificio, lo stesso posto è occupato da innumerevoli sottoproletari, da elementi declas­sati degli strati operai. Lazzaroni in cravatta e lazzaroni in cenci fermano le sabbie mobili della società. Sono tanto più pericolosi per la rivoluzione in quanto la rivoluzione non trova una base che sia una vera forza motrice, né una direzione politica.

Sei anni di dittatura di Primo de Rivera hanno livellato e compromesso tutte le forme di malcontento e di indigna­zione. Ma la dittatura recava in sé il vizio inguaribile della monarchia spagnola: forse verso ciascuna classe separata­mente considerata, restava impotente di fronte alle esigenze storiche del paese. Questa è la ragione per cui la dittatura si è infranta contro le rocce sottomarine delle difficoltà fi­nanziarie e di altro genere, prima ancora che la prima ondata rivoluzionaria avesse potuto raggiungerla. La caduta di Pri­mo de Rivera ha ridestato tutti i malcontenti e tutte le speranze. Cosi il generale Berenguer è divenuto il portiere della rivoluzione.

 

 

1 Primo de Rivera impose il suo regime dittatoriale dal 1923 al 1929, quan­do fu costretto a ritirarsi sotto la pressione delle masse.