Il proletariato spagnolo e la nuova rivoluzione

In questa nuova rivoluzione, ritroviamo, a prima vista, gli stessi elementi della serie di rivoluzioni precedenti: la mo­narchia perfida; le frazioni spezzettate dei conservatori e dei liberali che odiano il re e si mettono pancia a terra dinanzi a lui; repubblicani di destra sempre pronti a tradire e repub­blicani di sinistra sempre pronti all'avventura; ufficiali cospi­ratori, di cui gli uni vogliono la repubblica e gli altri una promozione; studenti malcontenti, che i padri guardano con inquietudine; infine gli operai in sciopero dispersi nelle varie organizzazioni e contadini che allungano la mano verso le forche e persino verso i fucili.

Sarebbe tuttavia un grave errore credere che la crisi attuale si sviluppi sulla falsariga di tutte le crisi precedenti. Gli ultimi decenni e soprattutto gli anni della guerra mondiale hanno apportato importanti mutamenti nell'economia del paese e nella struttura sociale della nazione. Beninteso, la Spagna resta ancor oggi alla coda dell'Europa. Tuttavia il paese ha visto svilupparsi un'industria nazionale, da una par­te estrattiva e dall'altra leggera. Durante la guerra si sono fortemente sviluppate l'industria del carbone, quella tessile, la costruzione delle stazioni idroelettriche ecc. Centri e re­gioni industriali sono sorti nel paese. Cosi si stabiliscono nuovi rapporti di forza e si aprono nuove prospettive. I successi dell'industrializzazione non hanno affatto atte­nuato le contraddizioni interne. Al contrario, il fatto che la Spagna, come paese neutrale, abbia potuto sviluppare la sua industria sotto la pioggia d'oro della guerra, alla fine della guerra, una volta scomparsa la domanda accresciuta prove­niente dall'estero, è divenuto fonte di nuove difficoltà. Non solo i mercati esteri sono scomparsi - la parte della Spagna nel commercio mondiale è ora ancora inferiore a quella del­l'anteguerra (1,1 per cento contro 1,2 per cerno) - ma la dittatura si vede costretta a difendere il mercato contro l'afflusso di merci straniere con la barriera doganale più alta d'Europa. I diritti doganali troppo elevati hanno pro­vocato un rialzo dei prezzi che ha diminuito il potere di acquisto del popolo, già alquanto ridotto. Per questo l'in­dustria, dopo la guerra, non esce da uno stato di marasma che si traduce nella disoccupazione cronica da un lato e in esplosioni di lotta di classe dall'altro. Meno ancora che nel XIX secolo, la borghesia spagnola può pretendere oggi di assumere il ruolo storico che hanno avu­to a sud tempo la borghesia britannica e la borghesia fran­cese. Arrivata troppo tardi, dipendente dal capitale stra­niero, appiccicata come un vampiro al corpo del popolo, la grande borghesia industriale spagnola non è neppure ca­pace di divenire per un breve periodo guida della nazione contro le vecchie caste. I magnati dell'industria spagnola si contrappongono al popolo con ostilità e costituiscono uno dei gruppi più reazionari nel blocco dei banchieri, degli industriali, dei proprietari dei latifondi, della monarchia, dei suoi generali e dei suoi funzionari, che si divorano a vicenda in lotte intestine. Basterebbe ricordare che l'ap­poggio principale era assicurato a Primo de Rivera dagli industriali della Catalogna.

Ma lo sviluppo industriale ha messo in piedi e rafforzato il proletariato. Su ventitre milioni di abitanti - ce ne sareb­bero molti di più senza l'emigrazione - si contano più di un milione e mezzo di addetti all'industria, al commercio e ai trasporti. Bisogna aggiungere a questo un numero pres­sappoco equivalente di braccianti agricoli. La vita sociale della Spagna era condannata a un circolo vizioso finché non c'era una classe capace di prendere nelle sue mani la solu­zione dei problemi rivoluzionari. L'apparizione sull'arena storica del proletariato spagnolo muta radicalmente la situa­zione e apre nuove prospettive. Per rendersene conto, biso­gna comprendere innanzitutto che il consolidamento del dominio economico della grande borghesia e l'accrescersi dell'importanza politica del proletariato tolgono completa­mente alla piccola borghesia la possibilità di avere un ruolo dirigente nella vita politica del paese. Il problema di sapere se le scosse rivoluzionarie attuali possano trasformarsi in una vera rivoluzione capace di ricostruire le fondamenta stesse della vita nazionale, si riduce al problema seguente: il proletariato spagnolo è in grado di prendere in mano la direzione della vita nazionale? Non esiste altro pretendente a questo ruolo nella nazione spagnola. Nel frattempo, l'e­sperienza storica della Russia ci ha mostrato con sufficiente evidenza il peso specifico del proletariato, unificato dalla grande industria, in un paese agricolo arretrato, circondato da una rete di rapporti semifeudali.

Gli operai spagnoli, è vero, hanno già partecipato a lotte rivoluzionarie nel secolo XIX, ma sempre a rimorchio della borghesia, sempre in secondo piano, come una forza ausi­liaria. La funzione rivoluzionaria indipendente degli operai si è affermata nel primo quarto del secolo XX. La rivolta di Barcellona nel 1909 ha dimostrato quale forza fosse rac­chiusa nel giovane proletariato della Catalogna. Numerosi scioperi, che si trasformarono in vere e proprie rivolte, eb­bero luogo in altre parti del paese. Nel 1912 ebbe luogo lo sciopero dei ferrovieri. Le regioni industriali si sono tra­sformate in campi di battaglia di un proletariato coraggioso. Gli operai spagnoli si sono dimostrati scevri da ogni ten­denza alla routine, capaci di reagire agli avvenimenti e di mobilitare le loro forze, audaci nell'offensiva. I primi anni del dopoguerra o meglio i primi anni della Rivoluzione russa (1917-20) furono per il proletariato spa­gnolo anni di grandi lotte. Il 1917 vide svolgersi uno scio­pero generale rivoluzionario. La sconfitta di questo sciopero, come la sconfitta dei movimenti successivi, sgombrò il ter­reno alla dittatura di Primo de Rivera. Quando il crollo di questa dittatura pose di nuovo in tutta la sua ampiezza il problema del destino del popolo spagnolo, quando i vili intrighi delle vecchie cricche e i tentativi impotenti dei radicali piccolo-borghesi dimostrarono chiaramente che non c'era da attendersi la salvezza da questa parte, gli operai con una serie di scioperi coraggiosi, gridarono al popolo: presente!

I giornalisti europei di "sinistra" e, sulle loro tracce, i social­democratici amano filosofare con pretese scientifiche sul tema che la Spagna si avvierebbe semplicemente a replicare la grande Rivoluzione francese con un ritardo di circa centocinquant’anni. Discutere sulla rivoluzione con questa gente, è lo stesso che discutere di colori con un cieco. Nonostante tutto il suo ritardo, la Spagna è molto più avanzata della Francia della fine del secolo XVIII. Grandi imprese indu­striali, sedicimila chilometri di linee telegrafiche, rappre­sentano per la rivoluzione un fattore molto più importante dei ritardi storici.

Cercando di fare un passo avanti, il celebre settimanale inglese Economist dice a proposito degli avvenimenti spagnoli: "È piuttosto l'influenza di Parigi del 1848 e del 1871 che quella di Mosca del 1917 che opera qui". Ma la Parigi del 1871 costituisce un passo dal 1848 verso il 1917. La contrapposizione di queste date è, dunque, priva di senso.

Incomparabilmente più seria e più profonda la conclusione tratta da L. Tarquin1 nel suo articolo sulla "Lotta di classe" dello scorso anno: "Il proletariato [spagnolo], appoggiato dalle masse contadine, è la sola forza capace di conquistare il potere". Questa prospettiva è delineata come segue: "La rivoluzione deve condurre alla dittatura del proletariato che, compiuta la rivoluzione borghese, aprirà audacemente la via alla ricostruzione socialista". Solo in questo modo può esse­re posta ora la questione!

 

1 Tarquin era lo pseudonimo di Andrés Nyn, militante operaio che iniziò la sua attività come anarco-sindacalista. Aderì successivamente al Partito comunista e fu dirigente dell'Internazionale sindacale rossa. Ritornato in Spagna alla costituzione della repubblica, fece parte dell'Opposizione di si­nistra, da cui progressivamente si allontanò. Fu tra i fondatori del POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista), di cui divenne più tardi segretario. Per alcuni mesi fu ministro della Giustizia del governo di Cata­logna. Nel 1937 venne rapito da agenti della GPU in Spagna e successiva­mente assassinato.