Norma o anomalia?

Il ministro degli Interni degli Usa, Harold L. Ickes, considera "una delle più strane anomalie della storia" che l'America, democratica nella forma, sia autocratica nella sostanza: "L'America, terra ove dominano le maggioranze, ma controllata, almeno fino al 1933(!), da monopoli che a loro volta sono controllati da un numero insignificante di loro azionisti". L'analisi è corretta, meno l'allusione che con l'avvento di Roosevelt il dominio dei monopoli o era venuto a cessare o s'era attenuato. Tuttavia quella che Ickes chiama "una delle più strane anomalie della storia" è una cosa ovvia, una delle norme indiscutibili del capitalismo. Il dominio del debole da parte del forte, dei molti da parte di pochi, dei lavoratori a opera degli sfruttatori è una legge fondamentale della democrazia borghese. Ciò che distingue gli Stati Uniti dagli altri paesi è solo il più ampio raggio e la più grande odiosità delle contraddizioni in seno a quel capitalismo. La mancanza di un passato feudale, immense risorse naturali, popolazioni energiche e intraprendenti, in una parola, tutti i requisiti occorrenti in un ininterrotto sviluppo della democrazia hanno prodotto una fantastica concentrazione di ricchezze.

Promettendo questa volta di portare la guerra contro i monopoli a un esito trionfale, Ickes incautamente si rifà a Thomas Jefferson, Andrew Jackson, Abraham Lincoln, Th. Roosevelt e Woodrow Wilson come predecessori di Franklin D. Roosevelt. "Praticamente tutte le nostre più grandi figure storiche" egli disse il 30 dicembre 1937, "sono famose per la loro tenace e coraggiosa lotta contro la superconcentra-zione della ricchezza e del potere in poche mani". Ma dalle sue stesse parole deriva che frutto di questa "tenace e coraggiosa lotta" è stato il completo asservimento della democrazia alla plutocrazia.

Per qualche inesplicabile ragione Ickes ritiene che questa volta la vittoria sia certa, purché il popolo comprenda che la lotta "non è fra New Deal e illuminato finanziere di tipo medio, ma tra New Deal e i Borboni delie sessanta famiglie che hanno portato gli altri finanzieri degli Usa sotto il terrore del loro dominio". Questo autorevole espo­nente del governo non spiega come i "Borboni" siano riusciti a sog­giogare tutti gli illuminati finanzieri, in barba alla democrazia e agli sforzi delle "più grandi figure storiche".

I Rockefeller, i Morgan, i Mellon, i Vanderbilt, i Guggenheim, i Ford e compagni non invasero gli Stati Uniti dall'esterno, come Cortez nell'occupare il Messico: si svilupparono organicamente dal "popolo" o più precisamente scaturirono da quel ceto di "illuminati industriali e finanzieri" e diventarono, concordemente all'analisi di Marx, il naturale apogeo del capitalismo.

Se una giovane e forte democrazia nemmeno nei giorni del suo pieno vigore fu capace di frenare l'accentramento della ricchezza quando il processo era solo agli inizi, è possibile credere per un solo momento che una democrazia in putrefazione sia in grado di indeboli­re gli antagonismi classisti giunti al loro massimo limite? Ad ogni modo, l'esperienza del New Deal non ha offerto motivi per tanto otti­mismo. Confutando le accuse dell'alta finanza al governo, Robert H. Jackson, personaggio di non media importanza nei consigli del gabi­netto Roosevelt, provò, cifre alla mano, che durante la presidenza Roosevelt i profitti dei magnati del capitale avevano toccato vette di cui essi medesimi avevano cessato di sognare fin dall'ultimo periodo della presidenza Hoover; dalla qual cosa si deduce, comunque, che la lotta di Roosvelt contro i monopoli non è stata coronata da un succes­so maggiore di quello di tutti i suoi predecessori.