Il marxismo negli Stati Uniti

La Confederazione Nordamericana è andata più in là di molte altre nazioni nel campo della tecnica e dell'organizzazione della produzio­ne. Non solo gli americani, ma tutto il genere umano costruirà su quel­le basi. Tuttavia, i vari momenti del processo sociale in una sola nazio­ne, e quella soltanto, hanno ritmi diversi, secondo particolari condi­zioni storiche. Mentre godono d'una formidabile superiorità tecnica e tecnologica, gli Stati Uniti hanno una cultura economica estremamen­te arretrata, tanto nelle sinistre quanto nelle destre. John L, Lewis ha più o meno le stesse vedute di Franklin D. Roosevelt. Data la natura del suo ufficio, le funzioni sociali di Lewis sono incomparabilmente più conservatrici, per non dire reazionarie, di quelle di Roosevelt. In certi ambienti americani, c'è la tendenza a ripudiare questa o quella teoria sovversiva, senza il minimo spirito scientificamente critico, come "non-americana". Ma dove si può trovare il criterio di differen­ziazione? Il cristianesimo fu importato negli Stati Uniti insieme ai logaritmi, la poesia di Shakespeare, le nozioni sui diritti dell'uomo e del cittadino e vari altri non importanti prodotti del pensiero umano. Oggi il marxismo appartiene alla stessa categoria. Il Ministro dell'Agricoltura Henry A. Wallace accusò l'autore di queste righe di "... una sottigliezza dogmatica ferocemente non-americana", e con­trappose al dogmatismo russo lo spirito opportunistico di Jefferson, che sapeva come cavarsela con gli avversari. Evidentemente, al signor Wallace non è mai passato per il capo che una politica di compromesso non è funzione di un astratto spirito nazionale, ma prodotto di condizioni materiali. Una nazione che si stia rapidamente arricchendo ha riserve sufficienti per conciliare classi e fazioni avverse. Quando, d'altra parte, i contrasti sociali si acuiscono, ogni possibilità di compromesso scompare. L'America è scevra di "sottigliezze dogmatiche" solo perché ricchissima di zone vergini, di risorse inesauribili e, parrebbe, d'illimitate opportunità di arricchimento. Eppure tutto ciò non permise allo spirito di compromesso d'impedire la Guerra civile, quando l'ora suonò. Ad ogni modo, le condizioni materiali che determinarono il fondamento dell'"americanismo" sono ormai ogni giorno più relegate nel passato. Onde l'acuta crisi delle tradizionali ideologie americane. Il pensiero empirico, limitato alla soluzione di questioni immediate di volta in volta, parve abbastanza soddisfacente tanto negli ambienti operai quanto in quelli borghesi fino a quando la legge marxista del valore venne a risolvere i problemi degli uni e degli altri. Ma oggi quella stessa legge produce effetti opposti. Invece di promuovere e stimolare l'economia, ne mina le fondamenta. Le teorie eclettiche conciliative, mantenendo un atteggiamento sfavorevole o sdegnoso nei riguardi del marxismo, definito "dogma", e col loro fisiologico apogeo, il pragmatismo, si rivelano inadeguate all'estremo, sempre più inconsistenti, reazionarie e ridicole. Sono invece le idee tradizionali di "americanismo" che, divenute senza vita, "dogma" pietrificato, non generano più che errori e confusione. Nello stesso tempo, l'insegnamento economico di Marx ha acquistato particolare mordente e vitalità per gli Stati Uniti. Sebbene il Capitale si basi su fonti internazionali, preponderantemente inglesi, nel suo fondamento teoretico è un'analisi del capitalismo puro, del capitalismo in genere, del capitalismo come tale. Non c'è dubbio che il capitalismo formatosi sul suolo vergine, non-storico del continente americano è il più vicino a quel tipo astratto di capitalismo. Con buona pace del signor Wallace, l'America si sviluppò economicamente non in armonia coi principi di Jefferson, ma secondo le leggi di Marx. Non è più offensivo per l'orgoglio nazionale il riconoscerlo, quanto l'ammettere che l'America gira intorno al sole secondo le leggi di Newton. Il Capitale fornisce una diagnosi perfetta della malattia e una prognosi insostituibile. In questo senso la dottrina di Marx è assai più imbevuta di nuovo "americanismo" che non le concezioni di Hoover e Roosevelt, di Green e Lewis. C'è infatti tutta una serie di pubblicazioni, diffusissime, negli Stati Uniti, sulla crisi dell'economia americana. Finché coscienziosi economisti offrono un quadro obiettivo delle tendenze deleterie del capitalismo americano, le loro indagini, indipendente­mente dalle loro premesse teoretiche, paiono dirette illustrazioni della teoria di Marx. La tradizione conservatrice si rivela, tuttavia, quando questi autori tenacemente si astengono da conclusioni definitive limi­tandosi a cupe predizioni o a divertenti assurdità, quali "il paese deve comprendere", la "pubblica opinione deve seriamente considerare", e simili. Questi libri sembrano un coltello senza lama. Gli Stati Uniti hanno avuto dei marxisti, in passato, è vero, ma erano uno strano tipo di marxisti, o piuttosto, tre strani tipi. In primo luogo, emigranti cac­ciati dall'Europa, che fecero quel che poterono, ma non riuscirono a trovare nessuna rispondenza; in secondo luogo, gruppi americani iso­lati, come i De Leonists, che, col passar del tempo, e a causa dei loro errori, si trasformarono in vere e proprie sette; in terzo luogo, dilettanti attratti dalla Rivoluzione d'Ottobre e curiosi del marxismo come dot­trina esotica che aveva poco a che fare con gli Stati Uniti. Il loro tempo è passato. Albeggia ora la nuova epoca di un indipendente movimen­to di classe del proletariato e nello stesso tempo... di genuino marxi­smo. Anche in questo l'America in pochi lunghissimi passi raggiun­gerà l'Europa e la sorpasserà. Tecnica progressiva e progressiva strut­tura sociale si faranno strada nello spirito della dottrina marxista. I migliori teorici del marxismo appariranno sul suolo americano. Marx diverrà il mentore dei progrediti lavoratori americani. Per loro questa riassuntiva esposizione del primo volume diverrà soltanto il primo passo verso il Marx completo.