Economia mondiale pianificata

Il capitalismo si è conquistato il duplice merito storico di aver posto la tecnica su di un livello elevatissimo e di aver collegato il mondo intero con vincoli economici. Ha così fornito i fondamentali requisiti materiali per l'utilizzazione sistematica di tutte le risorse del nostro pianeta. Ma il capitalismo non è in grado di adempiere a questa urgen­te funzione. I nuclei della sua espansione continuano ad essere circo­scritti stati nazionali con le loro dogane e i loro eserciti. Eppure le forze produttive hanno da gran tempo superato i confini dello stato nazionale, trasformando così ciò che un tempo era un fattore storico progressivo in una intollerabile costrizione. Le guerre imperialistiche non sono che le detonazioni delle forze produttive contro i confini sta­tali, che si sono rivelati loro troppo limitativi. Il programma della cosiddetta autarchia non ha nulla a che vedere con il ritorno a un'eco­nomia chiusa, autosufficiente. Esso significa solo che la base naziona­le viene attrezzata per una nuova guerra.

Dopo il Trattato di Versailles, si credette generalmente che l'orbe terraqueo fosse stato bene suddiviso. Ma fatti più recenti hanno con­tribuito a ricordarci che il nostro pianeta continua a contenere terre che non sono state ancora saccheggiate o sufficientemente saccheggiate. La lotta per le colonie continua ad essere parte essenziale della politi­ca del capitalismo imperialistico. Indipendentemente dalla completez­za con cui il mondo viene spartito, il processo non ha mai termine, ma solo infinitamente pone all'ordine del giorno il problema di una nuova suddivisione del mondo in armonia con le alterazioni nei rapporti tra le forze imperialistiche. Questa è la ragione oggi dei vari riarmi, delle varie convulsioni diplomatiche e dei vari schieramenti di guerra.

Ogni tentativo di rappresentare la guerra attuale come un urto fra le idee di democrazia e di fascismo appartiene al regno della ciarlatane­ria o della stupidità. Le forme politiche cambiano, gli appetiti capita­listici rimangono. Se un regime fascista dovesse stabilirsi domani sul­l'una o sull'altra sponda della Manica, e quasi nessuno oserebbe negarne la possibilità, i dittatori di Parigi e di Londra sarebbero altret­tanto disposti a cedere i loro possedimenti coloniali quanto Hitler e Mussolini le loro richieste coloniali. La lotta furiosa e disperata per una nuova divisione del mondo deriva irresistibilmente dalla crisi mortale del sistema capitalista.

Riforme parziali e pannicelli caldi non serviranno a nulla. L'evoluzione storica è giunta a una di quelle fasi decisive in cui solo l'intervento diretto delle masse popolari può spazzare via gli ostacoli reazionari e gettare le fondamenta di un nuovo regime. L'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione è il primo passo per un'economia pianificata, e cioè l'avvento della ragione nella sfera dei rapporti umani, prima su scala nazionale e alla fine mondiale. Una volta cominciata, la rivoluzione socialista si diffonderà di paese in paese con una forza incomparabilmente maggiore di quella con cui si diffonde oggi il fascismo. Con l'esempio e l'aiuto delle nazioni progredite, le nazioni arretrate verranno esse pure trasportate nella fiumana del socialismo. I putridi cancelli di pedaggio delle dogane crolleranno. I contrasti che lacerano l'Europa e il mondo intero troveranno la loro naturale e pacifica soluzione nel quadro di una Confederazione Socialista in Europa e in altre parti del mondo. L'umanità liberata si leverà ritta in tutta la sua statura.