Crisi industriali

La fine del secolo scorso e gli inizi del presente sono stati caratte­rizzati da progressi così preponderanti del capitalismo che le crisi cicliche parvero solo turbamenti "accidentali". Negli anni del quasi universale ottimismo capitalistico, i critici di Marx ci promisero che gli sviluppi nazionali e internazionali di trusts, consorzi e cartelli, introducendo un controllo pianificato dei mercati, presagivano il trionfo definitivo sulle crisi. Secondo Sombart, le crisi erano già state "abolite" prima della guerra ' 14-' 18 dal meccanismo dello stesso capi­talismo, onde "il problema delle crisi ci lascia oggi virtualmente indif­ferenti". Ora, a soli dieci anni di distanza, queste parole suonano come inutile beffa, mentre solo nella nostra epoca la previsione di Marx si annuncia nella piena misura della sua tragica urgenza.

È notevole come la stampa capitalistica, che tenta parzialmente di negare l'esistenza medesima dei monopoli, ricorra a questi stessi monopoli per negare parzialmente l'anarchia capitalistica. Se sessanta famiglie dovessero controllare la vita economica degli Usa, osserva ironicamente il "New York Times", “il fatto significherebbe che il capitalismo americano, lungi dall'essere «anarchico» e «non pianificatore»... è organizzato con grande precisione “. Argomento che fallisce il bersaglio. Il capitalismo è stato incapace di portare fino in fondo qualunque sua tendenza. Come l'accentramento di ricchezze non abolisce la classe media, così il monopolio non abolisce la concorrenza, ma solo la deprime e la mutila. Con i "piani" d'ognuna delle sessanta famiglie, le numerose varianti di questi piani non sono minimamente favorevoli a coordinare le varie branche dell'economia, ma piuttosto ad accrescere i profitti della loro cricca monopolistica a spese di altre cricche e dell'intera nazione. L'incrociarsi di questi piani, alla fine, non fa che accentuare l'anarchia dell'economia nazionale.

La crisi del 1929 scoppiò negli Usa un anno dopo che Sombart aveva proclamato l'estrema indifferenza della sua "teoria scientifica" al problema stesso delle crisi. Dal vertice di una prosperità senza pre­cedenti l'economia degli Usa. fu precipitata nell'abisso d'una mostruosa depressione. Nessuno ai tempi di Marx avrebbe potuto con­cepire convulsioni di tale ampiezza! Il reddito nazionale degli Usa era giunto per la prima volta, nel 1920, a sessantanove miliardi di dollari, ma per cadere non più tardi dell'anno dopo a cinquanta miliardi, una diminuzione, cioè, del 27% . Grazie alla prosperità degli anni succes­sivi il reddito nazionale risalì, nel 1929, al suo massimo culmine: 81 miliardi di dollari, che però si riducevano nel 1932 a quaranta, dimi­nuzione d'oltre la metà! Nei nove anni 1930-1938 vennero perduti circa 43 milioni di anni uomo-lavoro e 133 miliardi di dollari del red­dito nazionale, prendendo come base lavoro e reddito del 1929, quan­do c'erano soltanto 2 milioni di disoccupati. Se tutto ciò non è anar­chia, che cosa mai può dunque significare questa parola?