Accentramento della ricchezza e sviluppo delle contraddizioni di classe

I capitalisti e i loro sostenitori cercano in ogni modo di nascondere la reale estensione dell'accentramento della ricchezza agli occhi del popolo come pure agli occhi del fisco. A dispetto dell'evidenza, la stampa borghese cerca ancora di mantenere l'illusione di una distribuzione democratica degli investimenti di capitale. Il "New York Times", polemizzando con i marxisti, afferma che il numero degli imprenditori va dai tre ai cinque milioni. Le società anonime, è vero, rappresentano una maggior concentrazione di capitali di quel che rappresentino tre o cinque milioni d'imprenditori, tuttavia gli Stati Uniti debbono avere "mezzo milione di compagnie per azioni”. A questa specie di giochetto con somme globali e cifre di media si ricorre non per mostrare, bensì per nascondere le cose quali sono.

Dagli inizi della guerra '14-'18 fino al 1923 il numero degli stabi­limenti e degli impianti industriali negli Stati Uniti calò dal numero indice 100 a quello di 98,7, mentre la massa della produzione indu­striale saliva da 100 a 156,3. Negli anni della sensazionale prosperità (segnatamente nel 1923), quando parve che ognuno diventasse ricco, il numero degli stabilimenti scese da 100 a 93,8, mentre la produzio­ne saliva da 100 a 113. Inoltre, l'accentramento degli impianti indu­striali, vincolati dai loro ponderosi corpi materiali, è di gran lunga inferiore a quello delle loro anime, e cioè i proprietari. Nel 1929 gli Stati Uniti avevano in realtà più di 300.000 società anonime, come osserva giustamente il "New York Times". È solo necessario aggiunge­re che 200 di queste, e cioè lo 0,07% del totale, controllava diretta­mente il 49,2% dei beni di tutte le società. Quattro anni dopo, questo rapporto era già salito al 56% e durante gli anni della presidenza Roosevelt è senza dubbio salito ancora. All'interno di queste 200 società anonime le redini sono poi in mano a una piccola minoranza[1].

Lo stesso fenomeno è osservabile nei sistemi bancario e assicurati­vo. Cinque tra le maggiori compagnie d'assicurazione degli Stati Uniti hanno assorbito non solo le altre compagnie, ma anche molte banche. Il numero totale delle banche viene ridotto, principalmente ad opera delle cosiddette "fusioni", in realtà dagli assorbimenti. L'estensione del giro d'affari è in aumento costante. Sopra le banche s'erige l'oli­garchia delle super-banche. Il capitale bancario si fonde con quello industriale dando luogo al super-capitale finanziario. Supponendo che l'accentramento delle industrie e delle banche proceda con lo stesso ritmo dell'ultimo quarto di secolo, e in realtà il ritmo si accelera, nei prossimi 25 anni i monopoli avranno accumulato entro di sé l'intera economia del paese, senza lasciarne fuori nemmeno una briciola.

Abbiamo citato qui le statistiche americane solo perché più precise e impressionanti. Il fenomeno di accentramento ha carattere intema­zionale. Per tutte le varie fasi del capitalismo, attraverso cicliche con­giunture, attraverso tutti i regimi politici, attraverso periodi di pace e periodi di conflitti armati, il processo di accentramento di tutte le gran­di fortune in un numero di mani sempre più ristretto è continuato e continuerà senza fine.

Negli anni 1914-'18, quando le nazioni sanguinavano a morte, quando gli stessi corpi politici della borghesia crollavano sotto il peso dei singoli debiti nazionali, quando i sistemi fiscali precipitavano nel baratro, trascinando con sé le classi medie, i monopolisti trassero pro­fitti senza precedenti dal sangue e dal letame. Le più potenti compa­gnie degli Stati Uniti accrebbero i loro benefici, negli anni di guerra, di due, tre, quattro e più volte, gonfiando i dividendi fino al 300, 400, 900 e più per cento. Nel 1840, otto anni prima della divulgazione da parte di Marx ed Engels del Manifesto del Partito Comunista, il cele­bre scrittore francese Alexis de Tocqueville scriveva nel suo libro La Democrazia in America: « I grandi patrimoni tendono a scomparire, il numero dei piccoli capitali è in aumento ». Questa osservazione è stata ripetuta innumerevoli volte, prima nei riguardi degli Stati Uniti, poi di altre giovani democrazie come l'Australia e la Nuova Zelanda. Naturalmente, il punto di vista di Tocqueville era già errato fin da allo­ra. Tuttavia, il vero accentramento della ricchezza cominciò soltanto dopo la Guerra di Secessione americana, alla vigilia della quale il de Tocqueville si spense. Agli inizi di questo secolo il 2% della popola­zione statunitense possedeva già più di metà dell'intera ricchezza nazionale; nel 1929 quello stesso 2% possedeva tre quinti del patri­monio della nazione. Nello stesso tempo 36.000 famiglie facoltose avevano un reddito equivalente a quello di 11 milioni di famiglie medie e povere. Durante la crisi 1929-1933 i monopoli non ebbero bisogno di ricorrere all'aiuto pubblico; anzi, prosperarono più che mai sul declino generale dell'economia nazionale. Nella barcollante ripre­sa industriale attorno al pasticcio cremoso del New Deal i monopoli­sti si schiumarono ancora una sostanziosa porzione di crema. Il nume­ro dei disoccupati discese da 20 a 10 milioni; nello stesso tempo la crosta superiore della società capitalistica, non più di 6000 adulti, accumulò dividendi fantastici, come dimostrò, cifre alla mano, Robert H. Jackson Solicitor-General, durante la sua carica di Vice Procuratore generale Antitrust degli Stati Uniti.

Ma il concetto astratto di "capitale monopolistico" è per noi pieno di carne e di sangue. Esso significa che un pugno di famiglie[2], legate da vincoli di parentela e da comuni interessi in una oligarchia capitalista a carattere esclusivo, dispone delle fortune economiche e politiche di una grande nazione. Bisogna ammettere per forza che la legge di Marx sull'accentramento di capitali è tutto men che fallace!


[1] Un commissario del Senato degli Stati Uniti rilevò nel febbraio 1937 che in quegli ultimi 20 anni le decisioni delle dodici maggiori società anonime equiva­levano a ordini impartiti alla maggior parte dell'industria americana. Il numero di presidenti del consiglio d'amministrazione di queste società corrisponde all'incirca ai numero dei membri del gabinetto del Presidente, branca esecutiva del governo della Repubblica stellata.

 

[2] Lo scrittore americano Ferdinand Lundberg, che nonostante tutta la sua coscienziosità di studioso è un economista piuttosto conservatore, scrisse nel suo libro che fece tanto chiasso: "Gli Stati Uniti sono oggi posseduti e dominati da una gerarchia di sessanta tra le più ricche famiglie, sostenuta da non più di novanta famiglie meno ricche". A queste si potrebbero aggiungere un terzo gruppo di, forse, 350 altre famiglie con redditi superiori ai centomila dollari annui. La posizione di predominio spetta al primo gruppo di sessanta famiglie, che dominano non solo il mercato, ma anche tutte le leve del governo. Sono esse il vero governo, "il governo del denaro nella democrazia del dollaro".