La responsabilità della direzione

La falsificazione storica consiste nel far ricadere la responsabilità della sconfitta delle masse spagnole sulle masse stesse, e non sui partiti che hanno paralizzato, o semplicemente e puramente schiacciato, il movimento rivoluzionario di massa. Gli avvocati difensori del POUM negano semplicemente la responsabilità dei dirigenti per evitare di assumersi le proprie responsabilità. Questa filosofia impotente, che cerca di riconciliare le sconfitte come un anello necessario nella catena dell’evoluzione cosmica, è del tutto incapace di concepire – e si rifiuta di farlo – che fatto concreti quali programmi, partiti, personalità, sono stati gli organizzatori della sconfitta. Questa filosofia del fatalismo e della prostrazione è diametralmente opposta al marxismo, che è la teoria dell’azione rivoluzionaria.

La guerra civile è un processo in cui i compiti politici si risolvono con mezzi militari. Se il risultato di una tal guerra fosse determinato dalle “condizioni dei rapporti di forza fra le classi”, la guerra stessa non sarebbe necessaria. La guerra ha la propria organizzazione, la propria politica, i propri metodi, la propria direzione, a determinarne direttamente l’esito. Naturalmente le “condizioni dei rapporti di forza fra le classi” stanno alla base di tutti gli altri fattori politici, ma così come le fondamenta di un edificio non riducono l’importanza delle pareti, delle finestre, delle porte, dei tetti, etc, così le “condizioni dei rapporti di forza fra le classi” non infirmano l’importanza dei partiti, della loro strategia, della loro direzione. Dissolvendo il concreto nell’astratto, i nostri sapientoni si fermano a metà strada. La soluzione più “profonda” del problema sarebbe quella di proclamare che la sconfitta del proletariato spagnolo è dovuta allo sviluppo inadeguato delle forze produttive – una chiave di interpretazione che è accessibile ad ogni scemo. Nel ridurre a zero il significato del partito e della direzione, questi sapientoni negano in generale la possibilità della vittoria rivoluzionaria. Non esiste infatti la minima ragione per aspettarsi delle condizioni più favorevoli. Il capitalismo ha cessato di avanzare, il proletariato non cresce numericamente, anzi è l’esercito di disoccupati che cresce, il che non aumenta ma riduce la forza combattiva del proletariato e ha anche un effetto negativo sulla sua coscienza.

Allo stesso modo, non c’è nemmeno una ragione per credere che all’interno di un regime capitalista i contadini siano in grado di acquistare una coscienza rivoluzionaria più elevata. La conclusione che emerge dall’analisi del nostro autore è quindi un pessimismo completo e un allontanarsi dalle prospettive rivoluzionarie. Per rendere loro giustizia, bisogna pur dire che nemmeno loro capiscono quello che dicono.

In effetti le pretese che avanzano nei confronti della coscienza delle masse sono del tutto fantastiche. Gli operai spagnoli, così come i contadini spagnoli, hanno dato il massimo di quello che può dare una classe in una situazione rivoluzionaria. E dicendo classe, pensiamo in termini di milioni e decine di milioni.

Que Faire? Rappresenta semplicemente una di quelle scuole, sette o chiesuole che, spaventate dal corso della lotta di classe e dall’infuriare della reazione, pubblicano in un cantuccio i loro giornalini e i loro studi teorici, tenendosi al margine dello sviluppo reale del pensiero rivoluzionario, per non parlare del movimento di massa.