Come sono maturati gli operai russi

Quest’ultimo considera la maturità del proletariato come qualcosa di puramente statico. Eppure durante una rivoluzione la coscienza di una classe è il processo più dinamico, e determina direttamente il corso di una rivoluzione. Era possibile dare risposta nel gennaio 1917, o anche nel marzo 1917, dopo il rovesciamento dello zarismo, al quesito se il proletariato russo fosse abbastanza “maturo” da prendere il potere nello spazio di otto, nove mesi? La classe operaia di allora era estremamente eterogenea dal punto di vista sociale e politico. Negli anni della guerra si era rinnovata dal trenta al quaranta percento, con l’ingresso nelle sue fila di piccoli borghesi spesso reazionari, di contadini, di donne e di giovani. Nel marzo 1917 il partito bolscevico era seguito da una minoranza insignificante della classe operaia, e inoltre non mancavano i dissensi nel partito stesso. La stragrande maggioranza degli operai sosteneva i menscevichi e i “socialrivoluzionari”, cioè i socialpatrioti conservatori. Le cose stavano ancora peggio per quanto riguardava l’esercito e i contadini; a ciò vanno aggiunti il basso livello culturale generale nelle campagne, la mancanza di esperienza politica tra gli strati più ampi del proletariato, soprattutto in provincia, il che lasciò isolati contadini e soldati.

Cosa aveva il bolscevismo “in più” rispetto agli altri? All’inizio della rivoluzione soltanto Lenin possedeva una concezione rivoluzionaria chiara e profondamente meditata; i quadri russi del partito erano dispersi e in gran parte disorientati. Ma il partito godeva di autorità presso gli operai avanzati. Lenin godeva di grande autorità presso i quadri del partito. La concezione politica di Lenin corrispondeva allo sviluppo effettivo della rivoluzione, e ogni nuovo avvenimento la corroborava. Questo elemento “in piu” produsse meraviglie in una situazione rivoluzionaria, cioè in condizioni di acutizzazione della lotta di classe. Il partito allineò rapidamente la sua politica in conformità con la concezione di Lenin, che corrispondeva al corso effettivo della rivoluzione. Grazie a ciò, trovò un saldo sostegno in decine di migliaia di operai avanzati. Nello spazio di pochi mesi, basandosi sullo sviluppo della rivoluzione, il partito fu in grado di convincere la maggioranza degli operai della giustezza delle sue parole d’ordine. Questa maggioranza, organizzata nei soviet, fu a sua volta in grado di attrarre i soldati e i contadini. Come si può racchiudere ed esaurire questo processo dinamico, dialettico, in una formula sulla maturità o immaturità del proletariato? Un fattore importantissimo della maturità del proletariato russo nel febbraio e marzo 1917 fu Lenin. E Lenin non cadde dal cielo: impersonava la tradizione rivoluzionaria della classe operaia. Perché le direttive di Lenin si facessero strada verso le masse, bisognava che ci fossero dei quadri, anche se pochi numericamente all’inizio, e bisognava che questi quadri avessero fiducia nella direzione, una fiducia basata su tutta l’esperienza del passato. Escludere dal calcolo questi elementi significa semplicemente ignorare la rivoluzione vivente, e sostituirvi un’astrazione, il “rapporto di forze”, dato che lo sviluppo della rivoluzione consiste proprio nel fatto che i rapporti di forza cambiano continuamente e velocemente sotto la pressione dei mutamenti che si producono nella coscienza del proletariato, dell’attrazione esercitata dagli strati più avanzati su quelli arretrati, dalla crescente sicurezza della classe nelle proprie forze. La molla vitale in questo processo è il partito, così come la molla vitale del partito è la direzione. Il ruolo e la responsabilità della direzione in una fase rivoluzionaria sono enormi.